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Fiaccolata per Anatoliy, il vescovo: “Non era un temerario, era un vero uomo”

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Ieri 3mila in piazza a Castello di Cisterna. Presente  la comunità ucraina. In chiesa Depalma ha chiesto perdono alla moglie dell’immigrato ucciso. Monito ai politici: il decalogo degli impegni.

La sera di domenica, mezz’ora alle otto, ci sono tantissime persone dentro e fuori la chiesa di San Nicola, a Castello di Cisterna. Sulla strada, a pochi passi dal supermercato in cui Anatoliy Korol, 38 anni, è stato ucciso per mano di due rapinatori del posto,  una ventina di ucraini reggono la grande bandiera gialla e azzurra della loro nazione. Davanti a loro una giovane connazionale, Oxana Bramenko, lavoratrice e madre di due bambini, parla per tutti i suoi. “Anatoliy era un eroe ma non si può morire per una spesa: spero che gli italiani abbiano capito il suo gesto. E il fatto che tanti italiani sono qui credo che lo dimostri”.
Dentro, nella chiesa stracolma, il vescovo di Nola, Beniamino Depalma, proprio mentre in Ucraina si sta svolgendo il funerale di Korol,  strappa il lunghissimo applauso dei fedeli scagliandosi contro chi in questi giorni aveva fatto serpeggiare la voce secondo cui “in fondo in fondo” Anatoliy se l’era cercata nel tentativo di sventare la rapina ingaggiando quel tragico corpo a corpo con i due fratellastri delinquenti, i giovani Gianluca Ianuale e Marco Di Lorenzo Ianuale, figli del boss detenuto Vincenzo.
“Non chiamiamolo ingenuo, temerario – la voce alta del prelato – Anatoly è stato un uomo doc. Lui ha capito il senso della vita perchè cristiano, lo scopo di donarsi agli altri. Lui ha avuto il coraggio di dire no alla paura, di dirci che non possiamo cedere. Qui c’è la malavita organizzata ma noi dobbiamo creare la bellavita organizzata”.
Depalma è duro. Parla di una comunità nostrana ormai smarrita e chiede perdono alla moglie di Anatoliy: “Qui imperano disumanità e consumismo ma papa Francesco ce lo ha detto più volte ultimamente: non lasciamo svanire anche la speranza perché anche quando l’uomo ha raggiunto il fondo del degrado può cambiare, può riscattarsi. Vi cito le parole di Einstein: “ricordate la vostra umanità, dimenticate il resto”. Noi qui dalla storia non abbiamo imparato nulla. Se non vi smuovono le immagini dei rifugiati nomadi in Europa allora lasciatevi almeno commuovere da quel bimbo di appena tre anni, steso sulla riva del mare”.  La speranza che il sacrificio dell’immigrato ucraino non sia vano, che possa costituire l’occasione di un risveglio collettivo, spirituale, morale, sociale. “Basta all’illegalità qui, in tutte le sue forme – l’appello del vescovo – l’illegalità che tiene schiavi il nostro territorio, la nostra economia. Basta omertà: la nostra terra richiede occhi che vedono, bocche che parlano. Se c’è solo il bene privato e non il bene collettivo la società muore”.
E’ un appello che si traduce in una sorta di decalogo degli impegni, redatto dallo stesso vescovo. Tra le prime file sindaci e politici ascoltano fissi, immobili. Ci sono i primi cittadini di tutto il territorio, Russo di Pomigliano, Lettieri di Acerra, Pelliccia di Casalnuovo, Biancardi di Nola, Tuccillo di Afragola, Romano di Brusciano. Ci sono il sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, il parlamentare forzista di Mariglianella Paolo Russo, la vice sindaco dell’area metropolitana Elena Coccia, il consigliere regionale del Movimento Cinque Stelle Valeria Ciarambino,  la deputata Pd Anna Maria Carloni e il marito, l’ex governatore della Campania Antonio Bassolino. Che scruta tutto da posizione distante, dal portone d’ingresso.  “Ai politici dico aprite gli occhi”, il monito di Depalma. Ma la strigliata è rivolta anche ai giornalisti. “Perché devono – spiega il prelato – aiutare la gente ad aprire gli occhi. Quindi che Anatoliy interceda per questa terra perché possa diventare terra di futuro e di speranza”. L’omelia finisce, la messa pure. Una folla di migliaia di persone, forse tremila, parte dalla strada antistante la chiesa. E’ un numero consistente, molto consistente.
“Una bella risposta”, conferma il sindaco di Castello di Cisterna, Clemente Sorrentino. Una partecipazione che in qualche modo smentisce la brutta scena che si è presentata in mattinata, con il paese pieno di negozi aperti nonostante la proclamazione del lutto cittadino. Ma in serata la solidarietà prevale. Nel serpentone umano si possono distinguere due parroci di frontiera, della lotta per il sociale, don Aniello Tortora, presidente della pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Nola, e don Peppino Gambardella, parroco della chiesa madre di Pomigliano, la chiesa di San Felice. In testa al corteo i bambini portano uno striscione con la foto dell’immigrato ucciso: “No alla violenza: grazie Anatoliy”. Il sottosegretario Alfano cammina accanto al generale De Vita, comandante provinciale dei carabinieri. “Non dobbiamo indietreggiare di un millimetro di fronte a questa violenza – dice Alfano – i carabinieri intanto hanno dimostrato di essere pronti, di aver funzionato al meglio. Certo, la prevenzione è la risposta più importante. La videosorveglianza per esempio è un investimento fondamentale e lo ha dimostrato il fatto che i due assassini sono stati individuati anche grazie alle telecamere”. C’è però il problema di fondo dell’emergenza sociale. “Si però – rintuzza il sottosegretario – quello che è successo è ingiustificabile. Io ho fatto il sindaco e ho detto sempre che l’emergenza non giustifica l’organizzazione criminale. Certo, c’è terreno fertile. I boss assoldano i giovani che hanno situazioni sociali complicate. Ma questo non basta a giustificare certe scelte, certi gesti. A ogni modo cruciale è il ruolo della scuola, del volontariato, dell’associazionismo: la partecipazione può sicuramente prevenire gli errori di tanti giovani”.  Poco più avanti il vescovo cammina e pensa. E’ solo. Tignoso come sempre ribadisce tornando sul punto, tirando in ballo gli “esempi che mancano “: “Questo è il tempo in cui le parole devono finire, perché ne abbiamo dette tante e non siamo riusciti a convincere nessuno. Ci vogliono testimoni credibili, disposti a dare il massimo, donando la propria vita”.
C’è chi ringrazia il vescovo per quella frase “i giornalisti devono far aprire gli occhi”. “Si perché – chiarisce Depalma – ognuno deve fare la sua parte: lottare contro il male significa lottare tutti insieme”.
La fiaccolata si sposta verso i luoghi del disagio estremo, il rione della ricostruzione, le case popolari della “Cisternina”. Ma la folla non passerà davanti alla casa dove abitano Marco e Gianluca, ora in carcere, i fratelli assassini di Anatoliy. A un certo punto infatti il corteo viene deviato verso una traversa successiva, per poi confluire nell’ultima tappa, il supermercato in cui l’immigrato ucraino ha trovato la morte mentre  faceva la spesa con  la sua bambina di un anno e mezzo. E’ l’ultima stazione: la gente saluta l’immagine di Anatoliy impressa su un poster, accanto a un corona di fiori piazzata sotto la saracinesca del negozio. Poco dopo il corteo si scioglie e le fiaccole si spengono. E tornano le preoccupazioni. Una signora accenna una smorfia di disappunto: “Speriamo che ora non si spengano i riflettori, come succede sempre”.

 

      

 

 

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