La figura dell’ “interposta persona”. Onorevoli e sindaci “dimezzati”. La strepitosa abilità di un sindaco vesuviano nel “costruire la pax camorristica”. Ancora qualche nota sulla “ ‘mmasciata”.
Nella trasmissione televisiva “C’è posta per te” Piero Chiambretti, vestito da postino, consegnava una lettera a noti personaggi e dalla lettera partiva l’intervista. Un giorno, all’ingresso del Tribunale di Napoli, il postino Chiambretti incrocia don Lorenzo Nuvoletta che su una sedia a rotelle viene condotto in aula, dove dovrà difendersi dalle accuse di associazione criminale e di voto di scambio. Il conduttore televisivo fa il “simpatico”, si avvicina a don Lorenzo e gli domanda: “E’ lei Lorenzo Nuvoletta?”. E Lorenzo Nuvoletta gli risponde con una domanda: “E lei vuole continuare ad essere Chiambretti?”. Bruno De Stefano e Roberto Saviano sono certi che don Lorenzo usò il “lei”, io ero e sono convinto di aver sentito un glaciale “tu”. E’ una delle più famose “ ‘mmasciate” dirette. Ma sull’argomento della “ ‘mmasciata” tornerò: ci sono storie di camorra in cui colui che riceve “ ‘a ‘mmsciata” si sente offeso non dalla “’mmasciata” in sé, ma dalla “statura” di chi la porta. Quando agli inizi degli anni ’80 la mafia siciliana decise di comunicare ai capi della “Nco” e della Nuova Famiglia che non gradiva, in quel momento, una guerra di camorra, a portare a Napoli “’a ‘mmasciata” fu, secondo i pentiti, Totò Riina in persona.
Secondo gli studiosi, la camorra napoletana incominciò a interessarsi di politica nei giorni di Liborio Romano, di Garibaldi, di Silvio Spaventa, soprattutto per difendere gli spazi e i varchi del contrabbando, e per assicurarsi che mentre sembrava che tutto cambiasse, in realtà non cambiasse nulla, che il mondo continuasse ad andare come andava prima. Poi incominciò la stagione dei grandi appalti, strade, ferrovie, opere di risanamento urbano, e la camorra comprese che i camorristi più presentabili dovevano incominciare a frequentare i salotti, che bisognava “tenere in mano” gli amministratori: e gli amministratori “si tenevano in mano” solo con i voti. Partì il gioco del “voto di scambio”. Ma questo schema tiene conto solo della camorra napoletana. Nel Vesuviano e in Terra di Lavoro già durante il regno di Ferdinando II i clan famigliari che guidavano l’amministrazione dei Comuni più importanti a tutti i livelli, spesso anche nella scelta dei parroci e dei priori delle congreghe, condividevano la cultura della violenza e cercavano di conquistare con ogni mezzo il controllo dei grandi affari: i mercati ortofrutticoli, le aste dei cavalli dell’esercito, la produzione del vino, i “tagli” dei boschi e gli appalti comunali, che erano, anche allora, come la grotta di Alì Babà.
Costretti dalle circostanze a procurare voti ai politici, la camorra inventò la figura dell’interposta persona”. A Napoli “le scale del Municipio, della Prefettura, le anticamere degli Istituti di credito e della Tesoreria, le sale della stazione ferroviaria e le calate del porto…” vennero invase da un esercito di intermediari e di faccendieri, che promettevano, garantivano, si impegnavano, in cambio di voti, e talvolta, di soldi. (F. Barbagallo, Storia della camorra, 2010, p.37). Dal 1948 fino agli anni ’90 ci fu la seconda fase: in alcuni Comuni la camorra pretese che proprio i sindaci facessero da “interposta persona”, che fossero sindaci “dimezzati” o senza testa, come le figure nel quadro di Grosz.
Di un personaggio che fu sindaco di un importante Comune del Vesuviano tra il 1980 e il 1985 così scrive il Barbagallo: “(Egli) aveva teorizzato il principio della tranquillità del territorio, che si realizzava con uno stabile rapporto tra gli esponenti politici e imprenditoriali e la criminalità organizzata”. L’abilità di questo sindaco era tale che, “dopo aver favorito la pax camorristica”, riusciva a accontentare i “tre clan mafiosi” cittadini “sia quando erano uniti, sia quando si scontravano tra di loro. Gli elementi fondativi “di questo sodalizio” erano “i grossi appalti dei lavori pubblici…e il voto di scambio”.
Nelle elezioni amministrative del 1990 il sindaco riuscì ad ottenere dai due clan “che erano in guerra tra di loro il sostegno elettorale a due diverse quartine di candidati, tutti scelti da lui”. ( F. Barbagallo, op.cit., p.144-145). Anche i tre personaggi che dopo di lui occuparono la sedia di Primo Cittadino, scrive Barbagallo (op. cit. pag. 145), erano “legati” ai clan, ognuno a un clan diverso: bisognava accontentare tutti.
Dalla fine degli anni ’90 del sec. XX incomincia la terza fase. Alle amministrative si vota con una sola preferenza, e il voto di scambio diventa un’operazione assai difficile. La camorra, pur continuando a controllare sindaci e onorevoli, e a pretendere che siano dimezzati e senza testa, cerca “l’interposta persona” soprattutto tra i funzionari dei livelli più alti della burocrazia: gli affari della ricostruzione dopo il terremoto dell’ ’80, il piano nazionale delle infrastrutture e quella terra di Bengodi che sono, a tutti i livelli, da Roma all’ultimo dei Comuni, le “somme urgenze” hanno fatto capire alle organizzazioni criminali chi ha veramente e saldamente in mano le leve del potere.
I comizi che i capi di Mafia Capitale tenevano per telefono, sicuri che nessuno avrebbe mai osato intercettarli, sono una nitida fotografia dello stato delle cose. Sostengono molti che, poiché sarebbe una vergogna nazionale sciogliere il consiglio comunale della Capitale per infiltrazioni mafiose, Marino resta sindaco, ma è un sindaco “dimezzato”. La sera in cui appresi dalla TV che Marino, sebbene tutti, dopo i funerali di Casamonica, lo sollecitassero a interrompere le vacanze, sarebbe rimasto nei Caraibi a scrivere un libro di “memorie”, mi dissi, istintivamente: “Dice che sta scrivendo un libro di memorie? Allora non scioglieranno il Comune di Roma”.
Le categorie inquinate della mia mente mi avevano indotto a vedere in quella precisazione, “sto completando un libro di memorie”, un messaggio, “ ‘na mmasciata” politica: io so cosa è successo in questi anni a Roma, io so tutto, io ho le carte, anche le vostre, di parecchi di voi che chiedete le mie dimissioni…
Mi vergogno di questo volgare sospetto, e chiedo scusa al sindaco Marino. Per tentare di giustificarmi gli ricordo l’amara e cristiana riflessione di Giulio Andreotti: a pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina la verità.






