Presepe di Dalisi: nessuna penale dovuta dal Comune di Nola  

  Provvedimento del giudice monocratico del tribunale di Benevento. Presepe di Dalisi: nessuna penale connessa alla riconsegna é dovuta dal Comune di Nola a quello di Benevento. Lo ha stabilito il giudice monocratico del tribunale di Benevento pronunciandosi in merito alla vertenza tra le due amministrazioni. L’opera dell’importante artista, concessa in comodato dal Comune di Benevento che ne è proprietario, fu esposta a Nola nel 2012 in occasione del Natale. Il presepe di Riccardo Dalisi è stato poi riconsegnato alla città. La custodia prima della restituzione ed il trasporto sono stati a carico dell’amministrazione ospitante. Per il giudice, la penale richiesta dal Comune di Benevento non é dovuta per via del fatto che rispetto all’accordo stipulato tra le parti nel 2012, é intervenuto, infatti, un altro contratto sottoscritto nel mese di febbraio del 2014 nel quale non é stata prevista alcuna penale in caso di ritardo nella consegna del bene concesso in comodato. “Peraltro – come sottolineato nel provvedimento – al momento della riconsegna non é stata espressa alcuna riserva specifica al fine di richiedere il pagamento della penale”. “É stata confermata la nostra perfetta buona fede. Mai avremmo voluto – ha commentato il sindaco Geremia Biancardi – incrinare i rapporti di amicizia con la città di Benevento”. (Fonte foto: rete internet)

Raid al Giubileo: Garcia ruba il bus dei pellegrini. Tra Empoli e Carpi è derby della pasta

Al San Paolo Napoli e Roma pareggiano, ma i giallorossi alzano le barricate

Insomma, ci risiamo con la storiella del pullman davanti alla porta, che mister Sarri tirò fuori dopo il pareggio (0 a 0) col Carpi: una perfetta metafora per spiegare l’atteggiamento difensivo di certe squadre, più che mai decise a raggranellare almeno un punticino quando hanno di fronte il Napoli di Higuain e Insigne, attaccanti stellari anzichenò. Certo, nessuno si sarebbe aspettato un simile modo di giocare da parte della Roma, ma si è trattato di un mero errore di sottovalutazione: il Giubileo è iniziato, la capitale è affollata di turisti e pellegrini (non molti, pare, per paura del terrorismo ma comunque abbastanza) e trovare un pullman non deve essere stato affatto difficile per Garcia e soci. Ha stupito, invece, l’onesto lavoro di Rudiger, sbeffeggiato per una settimana intera dai suoi stessi tifosi oltre che dagli addetti ai lavori, preoccupati per lui e per come avrebbe mal gestito l’impeto del Pipita. Invece Rudiger ha tenuto botta: l’esatto opposto di Domizzi dell’Udinese e Astori della Fiorentina, dispensatori di papere rispettivamente contro l’Inter e la Fiorentina. Domizzi e Astori: uno ha giocato a Napoli, l’altro è stato sul punto di vestire la maglia azzurra. Domizzi e Astori: che qualcuno, prima che la cura Sarri sortisse i suoi effetti, avrebbe potuto perfino rimpiangere. Invece oggi ci teniamo stretti Albiol, Koulibaly e pure Chiriches, al punto che al mercato di gennaio, francamente, eviterei di fare acquisti in difesa (vabbè, poi si vedrà). Intanto, mentre l’Inter vede il titolo di campione di inverno e la Juve rivede le parti alti della classifica, il meglio della domenica c’è stato alle 15, con la partita tra Empoli e Carpi: da un lato Maccarone, dall’altro Lasagna. Un derby gastronomico, un match per palati fini. Alla fine ha prevalso Maccarone, autore di una doppietta: ha fatto vedere di che pasta è fatto

Il film di Jaco Van Dormael “Dio esiste e vive Bruxelles” campione di incassi in Europa.

Jaco Van Dormael racconta una favola moderna, piena di fascino e arguzia, assurda e originale che merita di soddisfare un vasto pubblico. “Dio esiste e vive a Bruxelles” (Le tout nouveau testament) è un film del 2015 diretto da Jaco Van Dormael. Il regista belga, diventato celebre per “Toto le hèros”, torna a sorprendere il grande schermo, ben sei anni dopo “Mr. Nobody” (film in cui trova la massima espressione la sua predilezione per le narrazioni epiche), con “Dio esiste e vive a Bruxelles”, una pellicola meno sovrastrutturata delle precedenti, ma non meno affascinante. Van Dormael non si limita a capovolgere l’assioma nietzschiano e a proclamare Dio vivo e vegeto, fa di più: lo accusa, sulla scia del Marchese de Sade, di essere cattivo, barbaro e inumano. Dio (Benoît Poelvoorde) vive a Bruxelles e, attraverso un computer dell’epoca, si diletta a causare catastrofi, a stabilire regole insidiose e a rendere spiacevole la vita del genere umano (da lui stesso creato in un momento di noia). La disuguaglianza di genere governa la sua casa, Dio, infatti, vive con sua moglie Dea, sfruttata per essere una casalinga svampita e sempre obbediente, la quale passa il tempo a collezionare figurine da baseball. La loro figlia Ea (Pili Frangiflutti), una ragazzina molto sveglia,  vive in perenne conflitto con il padre. Ea  ben presto si  stufa delle buffonate crudeli del padre, e, con l’aiuto del primogenito JC (Gesù Cristo) andato via di casa tempo prima, decide di rimescolare l’ordine attuale delle cose. Con l’obbiettivo di dar vita ad “Nuovo Testamento”, Ea si avventura in una missione per reclutare sei nuovi apostoli, ma, prima di uscire di casa (per la prima volta nella sua vita) e di avventurarsi tra la gente comune, compie un atto di disubbidienza contro suo padre: contatta, tramite messaggi telefonici, ogni singola anima informandola della propria data di morte. Questo atto di ribellione tanto doloroso quanto necessario, segnalato come DeathLeaks, getta i terrestri non in un vortice di caos e di nichilismo, ma piuttosto in un processo di rivalutazione sul senso della vita e dei veri valori che la compongono. Van Dormael dispiega la sua poetica inclinazione al  realismo magico in una storia che promette bene all’inizio, ma che si perde in banalità (soprattutto quando  si tratta di delineare i ritratti degli apostoli scelti da Ea). Egli abbandona il racconto epico, intorno al qaule sono costruite le sue precedenti pellicole, e costruisce una struttura antologica. I personaggi presi di mira da Ea come nuovi apostoli, a turno, rivelano i loro cattivi destini, mentre si sforzano di impostare la propria vita su un percorso rettilineo e felice: un killer rompe un matrimonio senza amore e segue il suo cuore, un giovane ragazzo sceglie di vivere la minuscola fetta rimanente della sua vita come una ragazza e via discorrendo. Il regista sembra voler dire, attraverso questa pellicola, che agli esseri umani non resta che accettare, per cercare anche solo di pensare di vivere una vita appagante, l’idea che non esiste un Dio malefico che ha creato le leggi della sfortuna e che manipola le disgrazie altrui (con il solo fine di arrecare sofferenza), ma che tutte queste convinzioni pessimistiche sono frutto di un modo errato di vedere e sentire le cose. La giovane Ea cerca di far capire ai suoi apostoli che devono condurre le loro vite ascoltando “la musica che hanno dentro”, liberandosi dai vincoli mentali in cui lo squallore della società che li circonda li ha imbrigliati. Nonostante l’ironia e l’umorismo pungente, il regista belga crea, partendo dall’idea diffusa per cui la vita è una ricerca costante e spesso inutile della felicità, una favola molto umana. Il prodotto finale circumnaviga elegantemente tra commedia e melodramma e, malgrado alcune falle nella trama, è affascinante, esilarante, dolce ed esaltante.  

Narrativa, un “Sogno di Natale” per ritrovare gli affetti perduti

Intervista a Marco Perillo, che sta  presentando il suo racconto dal gusto esoterico. La cultura del presepe e l’analisi introspettiva.     Marco Perillo è un giovane giornalista de Il Mattino di Napoli. Napoletano verace  nonché autore di racconti, Perillo ieri ne ha presentato l’ultimo, a Pomigliano. Si chiama “Sogno di Natale”, breve viaggio fantastico nel “presepe” d’infanzia, un itinerario dell’immaginazione che porta alla figura del nonno, scomparso tragicamente alcuni decenni fa. Nel suo racconto l’oggetto più simbolico della Natività in chiave partenopea diventa lo strumento che porta agli affetti più cari. Un viaggio contemporaneo nel solco della millenaria  tradizione napoletana del culto dei morti. Marco, stasera  nella sala in cui hai presentato il tuo “Sogno di Natale” c’erano gli zampognari e un Pulcinella,  perché? ” Perché è proprio tutto questo che ha a che fare con il mio racconto, che è un viaggio nel presepe napoletano.  Un presepe descritto anche dal punto di vista esoterico , quello del mondo dei morti e che è narrato in modo esemplare da Roberto de Simone. Questo mio racconto è la riscoperta del mio passato e della mia famiglia , soprattutto della sua figura centrale,  quella di mio nonno,  cioè di colui che mi ha educato alla napoletanità,  a San Gregorio Armeno, alle tradizioni, alle radici ma che però mori in maniera drammatica , sotto i miei occhi di bambino. Da quel momento per me c’è stata una razione. Lui morì  davanti a tutti, a tavola, era da tempo ammalato di cuore. Si spense durante un pranzo domenicale. Da allora mi sono ripreso soltanto dopo degli anni. Ho dovuto esorcizzare questa cosa “. E lo hai fatto usando il presepe…. “Si. Mio nonno amava moltissimo la tradizione del presepe.  C’erano tre presepi in casa sua. Uno del settecento, che poi rubarono, uno in camera da letto, in cui c’erano figure “atipiche”, un Pulcinella per esempio, oppure  un pope greco, e poi c’era un presepe a forma di casa col quale io giocavo da bambino. Nel mio racconto io inizio ad entrare in questa casa-presepe mentre i vari personaggi prendono vita fino a ritrovarvi mio nonno, sotto forma  di pastore.  E’ un po’ come Dickens nel suo Canto di Natale, col personaggio principale che  ritrova i fantasmi,  in un’atmosfera sospesa”. Dove si trova la casa di tuo nonno? “Nel cosiddetto  salotto di Napoli,  in via Carlo Poerio, a pochi passi da piazza dei Martiri. Proprio lì la Napoli nobile e quella popolare si incontrano, si  interfacciano. Una volta nello stesso palazzo nobiliare di Chiaia c’era il grande presepe napoletano. Le famiglie dei nobili vivevano con  tutti i loro servitori, dal portiere alla sarta, dal falegname ai tuttofare. Ancora oggi molte volte la Napoli popolare e quella dei ceti più elevati  comunicano tra loro e io ho imparato tutto questo, che è l’essenza della napoletanità. Non dimentichiamoci di quello che faceva re Ferdinando, anche lui popolare nel dna e che amava mescolarsi ai lazzaroni, evidentemente perché anche lui lo era. Nel presepe c’è tutto: il sacro e il profano, il cristianesimo e il paganesimo”. Chi è l’editore di questo tuo ultimo racconto? “E’ Alessandro  Polidoro, un giovane editore napoletano, molto coraggioso. La sua casa editrice è nata da poco ma fa delle cose di qualità. Alessandro dà grande attenzione a Napoli e ai sentimenti. Questo mio è un racconto personale, che non avrei mai pensato di rendere pubblico. Però vedendo che lui ha questa collana che si chiama “I Libelluli”, piccoli raccontini di poche pagine che narrano soprattutto di affetti, di sentimenti,  mi sono detto perché no, perché non provare ? Poi però è molto soddisfacente vedere come nel mio sogno di Natale si possano ritrovare tutti”.

Il modello Ercolano

Il modello Ercolano sarà ricordato dai posteri come una delle più grandi bufale dei primi decenni del ventunesimo secolo, o forse no, nessuno se ne ricorderà, perché come ogni cosa umana, lascerà il tempo che trova e cederà il passo a qualcos’altro di altrettanto nuovo e altrettanto vuoto.

Certo è che ci vuole una bella faccia tosta da parte di tutti nel voler sostenere a spada tratta un qualcosa di poggiato sul nulla, o meglio, un qualcosa che non può sostenere il nulla. Che lo facciano gli ercolanesi, ci può anche stare, poiché il loro campanilismo, non difforme da quello di altri comuni italiani, sembra tanto naif quanto scontato ma ciò che ci fa più specie è l’obbedienza assoluta ai dettami governativi di un certo tipo di stampa che, senza verificare la sussistenza del “modello Ercolano”, ne intesse le lodi, come ad esempio accade con gli ormai quotidiani spot del TGR o come ha fatto il Mattino di ieri, sostenendo, non si sa con quanta ironia, che la cittadina degli Scavi sia il fiore all’occhiello del PD, del Vesuviano tutt’al più! Ci vien da dire. Ma non certo di un partito che mai come in questi tempi propone fuffa a tutta forza.

È ormai chiaro che l’investimento di Renzi, Boschi e soci vada ben oltre l’amministrazione di Ercolano e guardi più lontano del Vesuvio; pare infatti che le ambizioni del primo cittadino di Resina mirino a Roma più che a Napoli e che il suo “modello” non sia altro che il suo curriculum per ben altri panorami politici. Fin qui stiamo nelle legittime aspirazioni di un politico che, per quanto badi all’estetica più che ai fatti, e che vada avanti più per spot che per seri provvedimenti, fa tutto sommato il suo mestiere ma, quel che più ci cruccia è la campagna mediatica che si sta costruendo attorno a lui e al suo fantomatico modello. Sì perché se questo esiste ci si chiede in che cosa consista perché, magari per nostra ignoranza o nostra miopia, di innovazione e miglioramento non se ne vede proprio per niente. Anzi, c’è molto di passato.

Basti pensare alla già evidenziata inopportunità politica nello schierare in giunta persone dalle ingombranti parentele, così come pure l’assistenza legale che un noto  studio offre, proprio a suddetti parenti, non ci è mai sembrata in verità opportuna. Ma anche il ruolo di legale della GORI del sindaco mal si addice a un’amministrazione e un partito che si dichiarano a favore dell’acqua pubblica. Ma non solo, non basta fare marce per la legalità e sbandierare l’assenza di racket ed usura quando, ad Ercolano, queste regnano sovrane come altrove e con l’aggravante che qui lo si nega a suon di stampa partigiana, associazioni dalla dubbia consistenza e testimonial d’eccezione. Inoltre, dal punto di vista dell’ambiente, anche in questo caso, nulla è cambiato e l’immondizia regna sovrana, nelle discariche, così come per le strade della città, fermo restando che non si voglia credere a quel che si sente più di quel che si vede. Tutto questo però non basta perché se una cosa la dicono tutti, questa diventa vera, soprattutto se fa piacere che questa verità diventi tale, salvo trovare prima o poi un altro sogno in cui credere.

Ciò che importa però non è quello che vendi, ma come lo vendi, e in questo caso, il PD, ha imparato bene la lezione del fintamente odiato Berlusconi e, come lui, imbonisce l’invendibile capitale della cultura al Paese intero. Ed anche quando questo s’accorge che forse i conti non tornavano, si punta al rialzo per gli anni a venire e si continua col bluff finché qualcuno no si degnerà di scoprirlo. Ercolano non è certo priva di cultura, di storia, di natura e paesaggio e i cittadini ercolanesi, come l’Italia intera, meriterebbero di fruire degnamente delle sue bellezze ma, come ogni buon venditore sa fare, anche l’amministrazione locale, esaltando le pur reali ricchezze, ne nasconde però le pecche, che sono tante e che rischiano di rimanere sotto al tappeto per sempre se si continua a credere nella meravigliosa illusione dell’inesistente modello Ercolano.

Torre del Greco, TogOrione: i bambini per i bambini, parte la settima edizione

Martedì 15 Dicembre 2015 ore 20:30 Teatro San Luigi Orione a Torre del Greco. La diversità arricchisce la nostra esistenza, è bellezza, è forza.Tutti dovremmo nascere liberi! Tutti dovremmo avere le stesse opportunità! Il progetto TogOrione nato nel 2009 proprio con l’evento i bambini per i bambini giunto alla sua settima edizione è un progetto di solidarietà che vuole far conoscere la difficile situazione in cui versa tutto il territorio africano e in particolare quella del Togo ma la “Missione” non termina qui: il fine del progetto non è solo quello di fornire sostegno materiale, oltre che morale, ai nostri amici togolesi, bensì anche infondere, sin dalle scuole primarie, un sentimento di solidarietà, impegno civico e cittadinanza attiva, nelle persone coinvolte negli eventi programmati. Il nostro obiettivo è creare una mentalità di impegno, solidale e collaborativo, che crei un filo invisibile ma resistente tra Italia e Togo.  Il progetto TogOrione ogni anno organizza vari eventi collaborando con associazioni, enti, scuole presenti sul territorio. I bambini per i bambini è frutto di un gemellaggio tra il Centro Don Orione di Ercolano e la scuola Don Lorenzo Milani di Torre del Greco, che va avanti da sette anni. I ragazzi del Don Orione e i bambini della scuola primaria insieme agli insegnanti, genitori, volontari, amici hanno preso molto a cuore il progetto, mettendo in gioco tutte le capacità di cui dispongono, impegnandosi nello stare insieme, nel condividere valori puri: quali la solidarietà, l’abbattimento delle diversità, la fratellanza e lo spirito di condivisione.  La scuola è il futuro, è la possibilità di crescere e di cambiare, la continuità che si è data e si vuole dare al progetto va dall’educazione alla preghiera, dallo spettacolo alla formazione, all’accettazione delle differenze che coinvolge tutte le fasce d’età e tutti coloro disposti a mettere il proprio cuore al servizio della solidarietà. Noi di TogOrione crediamo che se si riuscisse a percepire le “differenza” e la “diversità” non come un limite ma come un “valore” una “risorsa” un “diritto” l’incontro con l’altro potrebbe essere in certi casi anche scontro avendo sempre rispetto l’un per l’altro ma non sarebbe mai discriminazione. I bambini per i bambini è un appuntamento imperdibile a ridosso del Natale, una serata spettacolo in cui a parlare sono le immagini dei bambini del Togo accompagnate dalle voci dei bambini italiani, loro sostenitori a distanza, sul palco è un susseguirsi di emozioni, canti, poesie, lettere, testimonianze che rendono possibile la riuscita dell’evento. Insieme si può fare tanto si può andare lontano.    

Natale sicuro: telecamere governative in deroga alla privacy

I commercianti di Pomigliano stipulano la convenzione con Securchop, azienda partner del ministero dell’Interno: occhi indiscreti direttamente collegati alla questura.  Più telecamere e più tecnologia per difendersi sempre meglio dalla criminalità. Va in questa direzione la convenzione stipulata tra il Caip-Aicast, l’associazione dei piccoli commercianti di Pomigliano, e Securshop, società italiana partner del ministero dell’Interno per l’installazione di sistemi speciali di video allarme direttamente collegati alla polizia ed ai carabinieri. L’idea di Ciro Esposito, presidente dei molti commercianti della città delle fabbriche aderenti ad Aicast, è proprio quella di sfruttare il partenariato tra Securshop e il ministero dell’Interno. Si tratta di un protocollo particolare che consente alla ditta di Treviglio di installare davanti ai negozi telecamere collegate a internet e che sono in grado di fare riprese di tipo info-investigativo, vale a dire capaci di riprendere in diretta e in deroga alla legge sulla privacy. Telecamere che, nel caso dell’area metropolitana di Napoli, sono collegate a un monitor installato nella questura sorvegliato h 24. “Si – conferma Salvatore Vecchione, esponente di Securshop per la Campania – nel caso della provincia di Napoli c’è un nostro monitor all’interno della questura, costantemente sorvegliato. Stiamo tentando – aggiunge Vecchione – di diffondere anche in questo territorio questo tipo di sistema di ultima generazione di video allarmi. Sistema che è stato già adottato da molti commercianti del Napoletano e, venendo a questa zona, anche da diversi esercenti del Nolano”. “E’ un sistema innovativo – spiega Ciro Esposito, presidente del Caip Aicast di Pomigliano – che sostituisce al meglio la spesso inutile, costosa e antiquata sorveglianza delle guardie giurate armate. Con una spesa annuale inferiore a quella destinata alle società di vigilanza notturna potremo ottenere risultati nettamente superiori”. Il nuovo sistema di video allarme direttamente collegato, attraverso internet, alle forze dell’ordine sarà dunque il frutto di un autofinanziamento da parte dei commercianti. L’Aicast però conta anche sull’aiuto delle istituzioni locali e regionali. “Grazie al partenariato con il ministero dell’Interno – aggiunge Esposito – le telecamere del sistema Securshop non solo sorvegliano l’esterno di un negozio ma pure interi pezzi di strada, rendendo tutta l’area più sicura. Vale a dire che una volta diffuso questo sistema almeno lungo intere strade o tratti di esse noi commercianti potremo garantire sicurezza non solo a noi stessi ma anche agli altri cittadini”. La speranza di Esposito è di ottenere dal comune sgravi fiscali per i commercianti sul fronte del pagamento delle tasse municipali, quando cioè il nuovo sistema di video allarme avrà raggiunto una certa diffusione nel territorio. “Pensiamo inoltre – conclude Esposito – di partecipare ai bandi europei “Pon” allo scopo di sostenere meglio le nostre iniziative sulla sicurezza”. E’ da alcuni mesi che il territorio compreso tra Pomigliano e Castello di Cisterna sta conoscendo una vera e propria escalation delle telecamere. Un impulso decisivo è stato dato dal ministro dell’Interno, Angelino Alfano, che ha dotato Castello di Cisterna di un sofisticato e capillare impianto di telecamere subito dopo l’omicidio di Antaloij Korol, l’immigrato eroe ucciso ad agosto nel tentativo di sventare una rapina in un noto supermercato della zona.          

San Vitaliano e l’emergenza ambientale

Il Gruppo Consiliare San Vitaliano Rinasce in un’interpellanza al sindaco Falcone. Sindaco Falcone, senza giri di parole, vuole spiegare ai Cittadini e alle famiglie Sanvitalianesi cosa ha fatto per contrastare l’allarmante stato dell’aria che ogni giorno respiriamo? Sono passati mesi dall’impegno che Lei si prese pubblicamente nella seduta della Conferenza dei Servizi del 24/04/2015 ( e attraverso manifesti-volantini) ma “tutto tace” e niente si muove fuorché le dannose Polveri Sottili che si moltiplicano nell’aria; la Centralina, posta in San Vitaliano (Scuola Marconi) registra, in questi giorni, ulteriori sforamenti dei valori limite per PM 10 e PM 2.5, oltre agli sforamenti già registrati in giugno-luglio-agosto, altro che stagionalità del problema!; Sindaco, Lei pensa veramente di andare avanti così, ignorando – di fatto – le sacrosante attese di difesa della salute che vengono dai concittadini, dalle Associazioni Territoriali e  dal nostro Gruppo Consiliare? Sindaco, LE chiediamo la convocazione urgente di una seduta straordinaria del Consiglio Comunale per informare i cittadini ; Adesso dia un segnale della Sua presenza Istituzionale a difesa del Nostro Paese! (Fonte foto: rete internet)

Casalnuovo, omicidio Ilardi: ritrovati scooter e arma del delitto

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Il mezzo era nei pressi del rione della ricostruzione di Pomigliano.   Omicidio per il controllo della cocaina: i carabinieri hanno trovato lo scooter dei sicari e l’arma del delitto. La notizia è trapelata ieri pomeriggio ma il doppio ritrovamento è stato fatto dai militari poche ore dopo l’assassinio di Giuseppe Ilardi, avvenuto giovedi, in pieno giorno, intorno alle 12 e 40. Il giovane, 26 anni, sposato e con un bambino di 2 anni, è stato freddato con quattro colpi di pistola sparati all’interno dell’auto che stava guidando, davanti alla scuola elementare Antonio De Curtis, zona centralissima di Casalnuovo, mezz’ora prima che venissero aperti i cancelli del plesso per far uscire centinaia di bambini al termine delle lezioni. Qualche ora dopo i carabinieri hanno trovato uno scooter bruciato, un Honda Sh, in via Principe di Piemonte, a Pomigliano, arteria di periferia nei pressi del rione della ricostruzione. Lo scooter è quello usato per l’agguato. Era stato rubato a Casoria. Via Principe di Piemonte è una zona distante appena mezzo chilometro dall’altro complesso della ricostruzione finito al centro delle indagini, il rione post terremoto di Casalnuovo, base territoriale dello spaccio di cocaina. Di quest’area sono due soggetti finiti venerdi nella rete dei controlli scaturiti dalla delicata indagine. Uno guidava una vecchia Punto blu priva di assicurazione. Aveva con sé della droga. L’auto è stata sequestrata. L’altro personaggio è quello fortemente sospettato di aver partecipato al raid di morte o comunque di aver avuto un ruolo nel delitto. I carabinieri lo stanno tenendo sotto pressione. Nel frattempo è stata ritrovata anche l’arma del delitto. E’ una pistola di piccolo calibro. Non si sa dove sia stata rinvenuta di preciso ma quel che è certo è che non è stata trovata in mezzo alla strada. A ogni modo le indagini, condotte dal capitano Tommaso Angelone, comandante della compagnia carabinieri di Castello di Cisterna, sono avvolte nel più stretto riserbo. Le notizie trapelano col contagocce. Finora è emerso che Giuseppe Ilardi era persona di fiducia di Antonio Barone, elemento di spicco che gli inquirenti legano al clan Veneruso di Volla. Quando è stato ucciso Ilardi guidava l’auto di Barone, che da alcuni mesi è stato scarcerato. E’ stato assolto dall’accusa di aver preteso il 30 % sui proventi dello spaccio di cocaina che, sempre il base alle accuse, è gestito dal clan Gallucci, la cui “centrale” si trova nel rione della ricostruzione di Casalnuovo. Grande accusatrice di Barone è Raffaella Gallucci, sorella del boss Vittorio, ucciso dai killer nel 2003.                                                                              

Il quartiere San Giovanni, cuore antico di Ottaviano: l’ultimo saluto a Nonna Maria e l’omaggio dei contadini a Santa Barbara

Gli Ottavianesi e le campane a festa salutano Maria Catapano, uscita di vita a 103 anni, vista come simbolo  di generazioni di donne che fecero grande la città. Anche l’omaggio dei contadini a Santa Barbara è stato un’ esortazione alla speranza.   Il quartiere San Giovanni, scrissi qualche tempo fa, si dispone intorno alla piazza come una rete di spigoli e di squarci, di curve cieche e di “cupe”, invase dal respiro della vicina campagna: alcune  case dai muri scabri vennero ricostruite con la cenere del vulcano che le aveva distrutte. E’ un quartiere “sospeso”: sta tra il centro e la periferia, osserva in silenzio, giudica con gli sguardi che non è facile interpretare. Ottaviano ha due centri storici: il Vaglio e San Giovanni, ma nel primo la storia è come rappresa per sempre in un inerte silenzio, mentre San Giovanni ha ancora voce e cuore, è un registro di pietra su cui generazioni di uomini vivi lasciarono e lasciano i segni delle loro vicende, e i nomi delle famiglie, di tutte le famiglie, sono nobili di una nobiltà democratica, che attraversa il tempo dal passato al presente. Sotto i basoli delle strade incise tra i palazzi si aprono antiche cantine, che in un’epoca remota il monastero napoletano dei Santi  Severino e Sossio dava in affitto ai produttori di vino del territorio: questi luoghi “segreti”,  colmi di storia e di vita, sono il simbolo di un quartiere che ha saputo conservare la sua identità. E quanto preziosi siano i valori di questa identità  i Sangiovannari l’hanno dimostrato nell’ultima settimana. Venerdì 11 hanno dato l’ultimo saluto a Maria Catapano, la Nonna del quartiere e di Ottaviano tutta, che ha concluso il percorso terreno a 103 anni. A questa età non si muore, si esce dalla vita: e la dipartita di Nonna Maria gli intellettuali la chiamerebbero, con un prezioso nome latino, “exitus”, un’ “uscita” dalla vita carica di significato, un simbolo. In un simbolo l’ha trasformata la folla  degli Ottajanesi che hanno sentito il bisogno di portare l’ultimo saluto alla signora Maria, sollecitati non tanto dalla sua età, ma dalla coerenza con cui la linea della sua vita ha percorso, senza incertezze e contraddizioni, un secolo difficile e, per Ottaviano, drammatico. Nonna Maria ha visto gli ultimi bagliori della grandezza della nostra città, il pomeriggio intenso dell’ultima luce, e poi il tramonto, e poi la sera. Ma lei è rimasta serena fino all’ultima ora, e serena è entrata nell’ultimo sonno, pronta a dar conto al Giudice Supremo di una vita consacrata al lavoro, ai figli, ai nipoti, al coraggio silenzioso di chi affronta i problemi quotidiani con il dovere di risolverli per costruire il presente e il futuro della famiglia. Nonna Maria è stata l’ultima testimone di generazioni di donne forti e sagge che hanno fatto grande la nostra città e l’hanno tenuta a galla negli anni terribili della seconda guerra mondiale e del dopoguerra, tanto da meritare l’elogio commosso che don Pietro Capolongo affidò alle pagine del suo diario. Un mio carissimo amico ha pensato che fosse giusto che nel salutare l’ “ uscita “ di Nonna Maria  le campane suonassero a festa, e non a lutto: e il parroco di San Giovanni ha fatto suo il suggerimento. Così il simbolo si è completato con la nota della speranza: perché la serenità di Nonna Maria è un’esortazione alla speranza. Ed è naturale, per chi conosce la storia di Ottaviano, che questa esortazione venga dal quartiere  San Giovanni. Un’esortazione alla speranza è stato l’omaggio che anche quest’anno i contadini ottavianesi hanno tributato, nella Chiesa di San Giovanni, a Santa Barbara.  La tradizione di questo culto, di antica data, venne ripresa e rinnovata, qualche anno fa, dal parroco don Antonio Fasulo: il parroco di oggi, don Savino,  e Vincenzo Caldarelli, che cura l’organizzazione della cerimonia “laica”, mirano a interpretare il rito in una prospettiva non solo storica e religiosa, ma anche sociale, nella speranza che l’agricoltura, affidata al lavoro dei giovani, possa ancora salvare l’economia della città. Certo, i cesti sono stati portati nella chiesa ( vedi foto in appendice) dagli stessi contadini “storici” che vedemmo l’anno scorso, Alfonso e Giovanni ‘ e cinquanta, zio Pietro  ‘e Laveliveto, Mimì ‘e Tummasella, Pasquale ‘e Mesollino, ma quest’anno l’atmosfera ci è sembrata diversa, quasi che la folla dei fedeli riscoprisse all’improvviso, negli scintillanti colori della frutta vesuviana, la bellezza e la fertilità del territorio. Sarebbe bello se anche la Sagra, che ogni anno si tiene in piazza San Giovanni, venisse dedicata ai prodotti della nostra terra, e se l’ Ente Parco del Vesuvio e le istituzioni locali aprissero il dibattito sugli orti, sui giardini e sulle selve montane abbandonati all’invasione delle erbe maligne. Dunque, nell’ultima settimana il quartiere San Giovanni ha invitato gli Ottajanesi a riflettere, ancora un volta, sulle immagini di vita e di morte che senza sosta si alternano, e spesso si sovrappongono, lungo il filo del nostro vivere quotidiano. E perciò mi è sembrato opportuno corredare l’articolo con l’immagine della “ canestra “ di Caravaggio,  sfavillante repertorio della vitalità della Natura, in cui  la mela, bacata, già porta in sé il segno del disfacimento.