Intervista a Marco Perillo, che sta presentando il suo racconto dal gusto esoterico. La cultura del presepe e l’analisi introspettiva.
Marco Perillo è un giovane giornalista de Il Mattino di Napoli. Napoletano verace nonché autore di racconti, Perillo ieri ne ha presentato l’ultimo, a Pomigliano. Si chiama “Sogno di Natale”, breve viaggio fantastico nel “presepe” d’infanzia, un itinerario dell’immaginazione che porta alla figura del nonno, scomparso tragicamente alcuni decenni fa. Nel suo racconto l’oggetto più simbolico della Natività in chiave partenopea diventa lo strumento che porta agli affetti più cari. Un viaggio contemporaneo nel solco della millenaria tradizione napoletana del culto dei morti.
Marco, stasera nella sala in cui hai presentato il tuo “Sogno di Natale” c’erano gli zampognari e un Pulcinella, perché?
” Perché è proprio tutto questo che ha a che fare con il mio racconto, che è un viaggio nel presepe napoletano. Un presepe descritto anche dal punto di vista esoterico , quello del mondo dei morti e che è narrato in modo esemplare da Roberto de Simone. Questo mio racconto è la riscoperta del mio passato e della mia famiglia , soprattutto della sua figura centrale, quella di mio nonno, cioè di colui che mi ha educato alla napoletanità, a San Gregorio Armeno, alle tradizioni, alle radici ma che però mori in maniera drammatica , sotto i miei occhi di bambino. Da quel momento per me c’è stata una razione. Lui morì davanti a tutti, a tavola, era da tempo ammalato di cuore. Si spense durante un pranzo domenicale. Da allora mi sono ripreso soltanto dopo degli anni. Ho dovuto esorcizzare questa cosa “.
E lo hai fatto usando il presepe….
“Si. Mio nonno amava moltissimo la tradizione del presepe. C’erano tre presepi in casa sua. Uno del settecento, che poi rubarono, uno in camera da letto, in cui c’erano figure “atipiche”, un Pulcinella per esempio, oppure un pope greco, e poi c’era un presepe a forma di casa col quale io giocavo da bambino. Nel mio racconto io inizio ad entrare in questa casa-presepe mentre i vari personaggi prendono vita fino a ritrovarvi mio nonno, sotto forma di pastore. E’ un po’ come Dickens nel suo Canto di Natale, col personaggio principale che ritrova i fantasmi, in un’atmosfera sospesa”.
Dove si trova la casa di tuo nonno?
“Nel cosiddetto salotto di Napoli, in via Carlo Poerio, a pochi passi da piazza dei Martiri. Proprio lì la Napoli nobile e quella popolare si incontrano, si interfacciano. Una volta nello stesso palazzo nobiliare di Chiaia c’era il grande presepe napoletano. Le famiglie dei nobili vivevano con tutti i loro servitori, dal portiere alla sarta, dal falegname ai tuttofare. Ancora oggi molte volte la Napoli popolare e quella dei ceti più elevati comunicano tra loro e io ho imparato tutto questo, che è l’essenza della napoletanità. Non dimentichiamoci di quello che faceva re Ferdinando, anche lui popolare nel dna e che amava mescolarsi ai lazzaroni, evidentemente perché anche lui lo era. Nel presepe c’è tutto: il sacro e il profano, il cristianesimo e il paganesimo”.
Chi è l’editore di questo tuo ultimo racconto?
“E’ Alessandro Polidoro, un giovane editore napoletano, molto coraggioso. La sua casa editrice è nata da poco ma fa delle cose di qualità. Alessandro dà grande attenzione a Napoli e ai sentimenti. Questo mio è un racconto personale, che non avrei mai pensato di rendere pubblico. Però vedendo che lui ha questa collana che si chiama “I Libelluli”, piccoli raccontini di poche pagine che narrano soprattutto di affetti, di sentimenti, mi sono detto perché no, perché non provare ? Poi però è molto soddisfacente vedere come nel mio sogno di Natale si possano ritrovare tutti”.



