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martedì, Ottobre 19, 2021

Il film di Jaco Van Dormael “Dio esiste e vive Bruxelles” campione di incassi in Europa.

Jaco Van Dormael racconta una favola moderna, piena di fascino e arguzia, assurda e originale che merita di soddisfare un vasto pubblico.

“Dio esiste e vive a Bruxelles” (Le tout nouveau testament) è un film del 2015 diretto da Jaco Van Dormael. Il regista belga, diventato celebre per “Toto le hèros”, torna a sorprendere il grande schermo, ben sei anni dopo “Mr. Nobody” (film in cui trova la massima espressione la sua predilezione per le narrazioni epiche), con “Dio esiste e vive a Bruxelles”, una pellicola meno sovrastrutturata delle precedenti, ma non meno affascinante.
Van Dormael non si limita a capovolgere l’assioma nietzschiano e a proclamare Dio vivo e vegeto, fa di più: lo accusa, sulla scia del Marchese de Sade, di essere cattivo, barbaro e inumano.
Dio (Benoît Poelvoorde) vive a Bruxelles e, attraverso un computer dell’epoca, si diletta a causare catastrofi, a stabilire regole insidiose e a rendere spiacevole la vita del genere umano (da lui stesso creato in un momento di noia). La disuguaglianza di genere governa la sua casa, Dio, infatti, vive con sua moglie Dea, sfruttata per essere una casalinga svampita e sempre obbediente, la quale passa il tempo a collezionare figurine da baseball. La loro figlia Ea (Pili Frangiflutti), una ragazzina molto sveglia,  vive in perenne conflitto con il padre. Ea  ben presto si  stufa delle buffonate crudeli del padre, e, con l’aiuto del primogenito JC (Gesù Cristo) andato via di casa tempo prima, decide di rimescolare l’ordine attuale delle cose. Con l’obbiettivo di dar vita ad “Nuovo Testamento”, Ea si avventura in una missione per reclutare sei nuovi apostoli, ma, prima di uscire di casa (per la prima volta nella sua vita) e di avventurarsi tra la gente comune, compie un atto di disubbidienza contro suo padre: contatta, tramite messaggi telefonici, ogni singola anima informandola della propria data di morte. Questo atto di ribellione tanto doloroso quanto necessario, segnalato come DeathLeaks, getta i terrestri non in un vortice di caos e di nichilismo, ma piuttosto in un processo di rivalutazione sul senso della vita e dei veri valori che la compongono.

Van Dormael dispiega la sua poetica inclinazione al  realismo magico in una storia che promette bene all’inizio, ma che si perde in banalità (soprattutto quando  si tratta di delineare i ritratti degli apostoli scelti da Ea). Egli abbandona il racconto epico, intorno al qaule sono costruite le sue precedenti pellicole, e costruisce una struttura antologica. I personaggi presi di mira da Ea come nuovi apostoli, a turno, rivelano i loro cattivi destini, mentre si sforzano di impostare la propria vita su un percorso rettilineo e felice: un killer rompe un matrimonio senza amore e segue il suo cuore, un giovane ragazzo sceglie di vivere la minuscola fetta rimanente della sua vita come una ragazza e via discorrendo.

Il regista sembra voler dire, attraverso questa pellicola, che agli esseri umani non resta che accettare, per cercare anche solo di pensare di vivere una vita appagante, l’idea che non esiste un Dio malefico che ha creato le leggi della sfortuna e che manipola le disgrazie altrui (con il solo fine di arrecare sofferenza), ma che tutte queste convinzioni pessimistiche sono frutto di un modo errato di vedere e sentire le cose. La giovane Ea cerca di far capire ai suoi apostoli che devono condurre le loro vite ascoltando “la musica che hanno dentro”, liberandosi dai vincoli mentali in cui lo squallore della società che li circonda li ha imbrigliati.

Nonostante l’ironia e l’umorismo pungente, il regista belga crea, partendo dall’idea diffusa per cui la vita è una ricerca costante e spesso inutile della felicità, una favola molto umana. Il prodotto finale circumnaviga elegantemente tra commedia e melodramma e, malgrado alcune falle nella trama, è affascinante, esilarante, dolce ed esaltante.

 

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