Napoli, una città che parla greco: tre giorni per riscoprire le radici di Neapolis

Napoli torna a guardarsi allo specchio della propria storia più antica e lo fa attraverso la lingua greca, non come reliquia del passato, ma come chiave viva per comprendere l’identità della città. In questi giorni il capoluogo partenopeo diventa teatro di incontri, musica e riflessioni che mettono al centro il legame profondo tra Neapolis e il mondo ellenico, un rapporto che attraversa i secoli e continua a parlare al presente.     La lingua greca non viene celebrata come semplice disciplina scolastica, ma come patrimonio culturale condiviso, capace di unire generazioni diverse, studenti, docenti e cittadini. Un filo che parte dalla fondazione greca della città e arriva fino alle forme moderne del pensiero, della letteratura e del dialogo interculturale. Il cuore dell’iniziativa è affidato soprattutto ai giovani: studenti provenienti da licei italiani e greci, chiamati a confrontarsi, a leggere testi, a discutere di parole che ancora oggi definiscono concetti fondamentali come identità, patria, comunità. Napoli diventa così spazio di incontro, laboratorio culturale, luogo in cui la lingua si trasforma in esperienza concreta. Non mancano i momenti simbolici: la musica, le visite nei luoghi della Napoli antica, le attività collettive che intrecciano studio e condivisione. Un modo per ricordare che la cultura ellenica non è qualcosa di distante, ma vive nelle pietre della città, nei nomi delle strade, nel lessico quotidiano, in un modo di pensare che ha attraversato il Mediterraneo. In un tempo segnato da conflitti e chiusure, riscoprire le radici greche di Napoli significa anche ribadire una vocazione europea e mediterranea, fondata sul dialogo tra popoli e sulla forza della cultura come strumento di incontro. La lingua greca, in questo contesto, diventa simbolo di una città che non rinnega il proprio passato, ma lo usa per interrogare il presente. Napoli, ancora una volta, si conferma città di stratificazioni, di memorie che non si sovrappongono ma si parlano. E nel suono antico del greco, risuona una verità semplice e potente: conoscere le proprie radici è il primo passo per immaginare il futuro.

Ministero del Lavoro: trasparenza retributiva, primo sì del Cdm al decreto attuativo della direttiva UE

A parità di lavoro deve corrispondere pari retribuzione. In coerenza con questo principio, il Consiglio dei Ministri del 5 febbraio 2026 ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva (UE) 2023/970 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 10 maggio 2023, che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione. “Il provvedimento approvato ieri dal Consiglio dei Ministri – afferma il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Marina Calderone – rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi ulteriormente durante il passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo”. Il provvedimento mira a eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Gli annunci di lavoro dovranno indicare la retribuzione iniziale o la fascia prevista. Ai datori di lavoro sarà vietato chiedere ai candidati informazioni sui loro stipendi passati. Nel rispetto della normativa sulla privacy, i lavoratori hanno il diritto di conoscere i criteri di determinazione del proprio stipendio e i livelli retributivi medi dei colleghi che svolgono lo stesso lavoro, suddivisi per genere. Le aziende possono fornire queste informazioni in modo proattivo. Il decreto chiarisce i concetti di “stesso lavoro” e “lavoro di pari valore”, basandoli su criteri oggettivi e neutrali rispetto al genere. Previsto che la contrattazione collettiva sia il riferimento principale per la classificazione professionale e retributiva. Ove emergesse un divario retributivo di genere non giustificato pari o superiore al 5%, il datore di lavoro deve motivarlo e avviare una valutazione congiunta con le rappresentanze sindacali e l’Ispettorato del lavoro per adottare misure correttive. Le aziende dai 100 dipendenti in su dovranno comunicare periodicamente dati specifici sulla trasparenza retributiva. Inoltre, per quanto riguarda il diritto di informazione del lavoratore su particolari dati retributivi aggregati (fermi restando gli obblighi di trasparenza già previsti a legislazione vigente), per le piccole imprese (fino a 49 dipendenti) si è scelto di indicare le modalità con le quali poter fornire questi dati con un successivo decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, al fine di evitare oneri sproporzionati e al contempo garantire il rispetto della privacy degli altri lavoratori in contesti molto piccoli. Il decreto infine istituisce un organismo di monitoraggio presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, per vigilare sull’attuazione del decreto e rafforzare le tutele giudiziarie per i lavoratori discriminati.

Dal Pennello al Prompt: l’Evoluzione del Gesto Creativo nel Tempo

Benvenuti al terzo appuntamento di “Riavvolgi il Futuro”. Se nei nostri primi incontri abbiamo esplorato come i pixel stiano riscrivendo la storia della visione e come gli algoritmi siano riusciti a ridare voce a leggende del passato, oggi ci immergiamo nel cuore pulsante di tutto questo percorso: il concetto stesso di Arte e di Creatività. In questo capitolo della nostra rubrica, vogliamo chiederci cosa resti dell’anima umana quando una macchina inizia non solo a eseguire, ma a proporre, immaginare e creare.

L’essenza profonda di ogni forma d’arte risiede da sempre in quel misterioso incontro tra l’ispirazione astratta e la fatica della materia. Per decenni, abbiamo concepito la creatività come un atto esclusivamente umano che prendeva forma attraverso il “tatto”, ovvero la manipolazione fisica degli strumenti. Nel cinema e nella musica delle origini, questa artigianalità era visibile in ogni dettaglio: dai pittori di scena che creavano scenografie a mano, ai compositori che tracciavano ogni singola nota sulle partiture orchestrali. Era un’epoca in cui l’errore, come una macchia di colore o il rumore del vinile, non era visto solo come un limite, ma come il segno distintivo dell’autenticità umana che rendeva ogni opera unica e irripetibile.

Con l’avvento dell’era digitale, abbiamo assistito a una transizione che ha trasformato radicalmente la nostra “scatola degli attrezzi”. Il passaggio dai pennelli ai software e dai nastri magnetici ai banchi di mixaggio virtuali ha offerto agli artisti una libertà senza precedenti. Eppure, in questa fase, la tecnologia è rimasta un’estensione fedele della volontà dell’autore, uno strumento che lasciava intatta la centralità del genio umano nella fase di ideazione. L’artista digitale ha imparato a dominare i pixel e le frequenze, mantenendo sempre il controllo totale sulla direzione del racconto e dell’estetica.

Oggi, però, stiamo varcando una nuova frontiera: l’ingresso degli algoritmi generativi nel processo creativo. Non siamo più di fronte a semplici strumenti che eseguono comandi, ma a sistemi capaci di proporre varianti e comporre musica partendo da un semplice testo, agendo quasi come un co-pilota della mente umana. Questa evoluzione rappresenta l’ultimo capitolo di un lungo viaggio iniziato con la pellicola e il nastro magnetico. L’intelligenza artificiale non nasce per sostituire l’artista, ma per diventarne un moltiplicatore, permettendo di esplorare scenografie impossibili o di recuperare frammenti di bellezza dal passato.

In questo nuovo scenario, l’uomo non scompare ma si evolve in curatore e visionario. Il valore dell’opera si sposta dall’esecuzione tecnica al significato profondo, rendendo la sensibilità umana essenziale per guidare l’algoritmo verso un senso etico ed estetico. Accettare questa sfida significa vedere la tecnologia come un ponte per continuare a emozionare. Nonostante la velocità dei prompt, il cuore di ogni creazione resterà sempre inevitabilmente umano.

Se i gamberi portano sfortuna, immergiamoli in un bagno di vino vesuviano

Secondo qualche gastronomo, il gambero porta sfortuna, perché si muove all’indietro e si protegge con il guscio. Io penso che nessun prodotto della Natura sia veicolo di malocchio, ma chi crede il contrario può “proteggersi” bagnando i gamberi con vino vesuviano, che De Renzi considerava una “magica essenza dionisiaca”, e coprendoli con un velo di pepe, di zafferano, di timo e di rosmarino, simboli della buona sorte. Correda l’articolo l’immagine di una “Natura morta” di De Pisis.   Ingredienti: kg. 1 di gamberi, Coda di volpe vesuviano, prezzemolo, 1 cipolla, 1 carota, un gambo di finocchio tritato, aglio, brodo, rosmarino, timo, 1 bustina di zafferano, olio, sale e pepe. Prima di tutto, i gamberi appena sgusciati vanno “girati” con mano rapida nel “coda di volpe”, perché si colorino del suo profumo.  In una casseruola fate dorare l’aglio e il trito di cipolla, di carota e del gambo di finocchio. Aggiungete il rosmarino e il timo, e irrorate il tutto versando, in tre momenti successivi, le tre parti di un bicchiere abbondante di coda di volpe. Evaporato il vino del secondo versamento, aggiungete lo zafferano e il pepe, e, conclusa tutta l’operazione, i gamberi. Dopo un quarto d’ora, scolate, filtrate il brodo, mettetelo da parte, togliete l’aglio, “passate” metà dei gamberi e una buona parte delle verdure e delle erbe. Rimettete tutto nel brodo messo precedentemente da parte, aggiungete il trito di prezzemolo, il sale e il pepe. Dopo qualche minuto, collocate in una zuppiera i gamberi interi e circondateli con la “zuppa” di brodo, di erbe e di gamberi “passati”.  Le porzioni vanno servite in piatto largo su pane abbrustolito. I passaggi importanti di questa versione originale della nota ricetta sono l’operazione iniziale che “colora” i gamberi con il sapore del vino, e l’uso del gambo del finocchio tritato, del timo e del rosmarino, i cui profumi sono intensi senza essere acuti, e soprattutto si accordano bene tra di loro.  La presenza del timo e del rosmarino consente di “accompagnare” il piatto, e nella fase di preparazione e a tavola, con un bianco vesuviano vigoroso e nello stesso tempo fresco, il “coda di volpe” vesuviano. Tutti gli ingredienti della ricetta sono di buon augurio: il rosmarino, il timo, l’aglio, e, soprattutto, lo zafferano, il cui colore gli antichi collegavano al dio del matrimonio.  Nel segno di una simmetria frequente nella cultura popolare, lo zafferano, segno festoso delle nozze, fu anche simbolo funerario: poiché la vita nasce dalla morte. E del resto, i Napoletani di un tempo dicevano che “quanno se magna, si combatte c’ ‘a morte”.  Ci sono i gamberi, ovviamente, ai quali, come a tutti i crostacei, viene riconosciuta una incisiva “virtù” afrodisiaca. Contribuisce a completare il sistema simbolico anche il “coda di volpe” vesuviano, a cui noti medici dell’Ottocento attribuivano il potere di regolare al meglio il flusso degli umori maschili. Mi auguro che qualcuno scopra la grandezza di un genio napoletano, G.B. Basile, e che di Basile si parli molto. Mi piace ricordare che i gamberi vengono citati, per il loro colore, nel primo racconto della prima giornata di “Lo cunto de li cunti – overo lo trattenemiento de peccerille”. Basile sceglie come protagonista di questo racconto, “Dell’orco”, un giovanotto di Marigliano, Antonio, che è “l’arcifanfaro de li catammare”, e cioè il numero uno dei villani e degli screanzati e che, cacciato di casa dalla madre, va a fare il servo di un orco. Poiché nella casa dell’orco “lo magnare se iettava pe facce”, come nel Paese di Cuccagna, Antonio in pochi giorni diventa “grasso come un turco”, “tunno comm’ a boie”, tondo come un bue, ardito come un gallo, rosso come un gambero, verde come aglio “chiatto comm’a bàllana”, panciuto come una castagna lessa.  Tutta l’opera di Basile è una fiammeggiante invenzione linguistica che si alimenta senza sosta di metafore gastronomiche. In questo racconto, per esempio, un “tavernaro” è un “saraco de puerto”, e cioè un furbacchione: perché con prudenza e con astuzia devono muoversi, necessariamente, quei saraghi che, invece di frequentare il mare aperto, si avventurano nelle affollate e pericolose acque del porto. Ma questa zuppa di gamberi più che con il fasto linguistico di Basile, si accorda con lo scarno tessuto cromatico del quadro di De Pisis. Qui il giallo dei limoni e il vermiglio e il rosa dei gamberi tentano di alzare il tono della sinfonia, ma il bianco, strusciato di celeste, della conchiglia e il trattamento “in grigio” dei colori di terra smorzano l’entusiasmo dell’orchestra.Nel quadro come nella zuppa l’eleganza viene proprio dalla sobrietà.  

Nola, furto d’auto in pieno giorno ripreso dalle telecamere

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  Nola, furto d’auto in pieno giorno ripreso dalle telecamere di sicurezza. La vittima invia il video a Borrelli (Avs): “Ladri scatenati non temono nulla, agiscono a volto scoperto con la luce del sole. Pene certe, basta impunità”   Un cittadino si è rivolto al deputato di Alleanza Verdi Sinistra Francesco Emilio Borrelli dopo aver subito il furto della propria auto in pieno giorno, in via Marciano a Nola. Il colpo è stato interamente ripreso dalle telecamere di videosorveglianza della zona. Dalle immagini, inviate dalla vittima al deputato Borrelli, si vedono chiaramente due uomini scendere da una jeep di colore scuro e, armati di piede di porco, forzare con rapidità la portiera del veicolo. In pochi minuti l’auto viene portata via, sparendo nel nulla. La vittima si è immediatamente recata presso il più vicino commissariato di polizia per sporgere regolare denuncia, allegando i filmati.   “Queste immagini – dichiara il deputato Francesco Emilio Borrelli – dimostrano come i ladri siano ormai scatenati e non temano più nulla. Agiscono a volto scoperto, in pieno giorno, con la luce del sole, forti di un senso di impunità dilagante che va fermato immediatamente. Non è accettabile che bande criminali possano colpire con tale disinvoltura, seminando paura e provocando seri danni economici ai cittadini onesti. Servono pene certe e controlli costanti. Questi criminali non possono continuare a circolare liberamente nelle nostre strade, mettendo a rischio la sicurezza e la serenità delle persone perbene, che sono stanche di subire. Serve dare risposte chiare, rapide ed efficaci: tolleranza zero verso chi vive di illegalità”.   Link al video: https://www.facebook.com/reel/872518878970948/?s=single_unit  

Sorella uccisa, gip non crede a Giuseppe: spunta una testimone

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Il 4 gennaio una tragedia ha colpito la famiglia Musella: Giuseppe Musella, 28 anni, è accusato di aver ucciso la sorella Jlenia al termine di una lite domestica. Secondo le prime ricostruzioni investigative, la discussione sarebbe iniziata per la musica ad alto volume e sarebbe poi degenerata, coinvolgendo anche il ferimento del cagnolino da parte della giovane. Il ragazzo, che stava riposando e si sarebbe scagliato contro la sorella. Dopo essersi recati in ospedale insieme alla madre, i medici non hanno potuto fare altro che constatare il decesso della giovane. Giuseppe Musella si è poi costituito alle autorità. Nella casa del rione Conocal pare fosse presente un testimone oculare: una donna che aiutava con le pulizie domestiche e che avrebbe contribuito a ricostruire la dinamica dei fatti. Secondo quanto riferito, Giuseppe Musella avrebbe preso un coltello e lo avrebbe lanciato contro la sorella, colpendola alla schiena senza l’intenzione di ucciderla. Il gip Maria Rosaria Aufieri, tuttavia, non ha ritenuto credibile questa versione, convalidando il provvedimento di fermo per omicidio volontario aggravato e disponendo la custodia cautelare in carcere per il 28enne. Gli avvocati Leopoldo Perone e Andrea Fabbozzo, al termine dell’interrogatorio, hanno chiesto una riqualificazione del reato da omicidio volontario a preterintenzionale, ritenendo necessario attendere l’esito di tutti gli accertamenti. A causare il decesso della giovane sarebbe infatti stata la lesione dell’aorta, secondo gli avvocati, è plausibile che il colpo sia stato inferto dal lancio del coltello e non dall’uso diretto e volontario dell’arma Il quadro completo della vicenda si avrà a seguito del deposito della relazione previsto entro 60 giorni. Intanto, le esequie si terranno oggi alle 16.30 nella chiesa della Sacra Famiglia, al rione Luzzatti, mentre Giuseppe Musella resta detenuto nel carcere di Poggioreale.

Somma sotto choc: giovane imprenditore muore all’improvviso a 32 anni

  Somma Vesuviana si è svegliata questa mattina avvolta da un silenzio irreale, spezzato da una notizia che ha colpito tutti come un pugno allo stomaco. La morte improvvisa di Giuliano Cefalo, appena 32 anni, ha lasciato la città sotto choc, incredula e profondamente addolorata. Giuliano era un giovane imprenditore conosciuto e stimato, figlio di Maria Pangiroli, segretaria cittadina del Partito Socialista Italiano. Ma prima ancora dei ruoli e dei cognomi, Giuliano era un ragazzo perbene, come in tanti oggi lo ricordano con la voce rotta dall’emozione. Un giovane pieno di valori, educato, rispettoso, capace di lasciare un segno autentico in chiunque lo abbia incrociato sul proprio cammino. Sportivo, appassionato di tennis, Giuliano incarnava l’energia e la voglia di vivere dei suoi 32 anni. Il campo da gioco era per lui uno spazio di libertà, sacrificio e passione, gli stessi principi che portava nella vita quotidiana e nel lavoro. Una vita che sembrava appena cominciata e che invece si è interrotta troppo presto, lasciando un vuoto difficile anche solo da raccontare. La notizia si è diffusa rapidamente in tutta Somma Vesuviana, rimbalzando di telefono in telefono, di messaggio in messaggio. Le serrande alzate a metà, gli sguardi bassi, le parole sussurrate: la città si è fermata, stringendosi attorno alla famiglia Cefalo in un abbraccio collettivo fatto di rispetto e dolore. In momenti come questi non esistono spiegazioni che possano lenire la sofferenza. Resta solo il ricordo di un sorriso, di una vita spezzata troppo presto, e il silenzio composto di una comunità che piange uno dei suoi figli migliori. Somma Vesuviana oggi è più triste. E non lo nasconde.

Parole in trasformazione: come è cambiato il nostro modo di comunicare negli ultimi 30 anni?

La domanda è inevitabile: come è cambiata la società e, di conseguenza, il nostro linguaggio? Lo vediamo insieme attraverso la lettura di questo articolo che nasce da un “trend” sui social e da una domanda che mi sono posta. Se potessimo riascoltare oggi una cena di famiglia del 1996, probabilmente ci stupiremmo. Niente telefoni sul tavolo, poche interruzioni, la TV magari accesa in sottofondo, ma le voci che si intrecciano davvero sono quelle delle persone sedute attorno al tavolo. Oggi, quello stesso momento è attraversato da notifiche, chat di classe, gruppi WhatsApp di lavoro, Reel che scorrono veloci. Il tema che ho deciso di trattare oggi, per la rubrica ComunichiAmo, è nato proprio da un “trend” che da qualche giorno gira sui social. Ma iniziamo proprio da qui: cos’ è un trend?… Trend è definito come “contenuti, formati, hashtag, suoni o sfide (challenges) che si diffondono rapidamente e vengono riproposti da un alto numero di utenti su piattaforme social” quindi qualcosa che trent’anni fa, appunto, non c’era. Da qualche giorno sulle piattaforme social è comparso questo “gioco” del mettere a confronto l’anno 1996 con l’anno 2026, trent’anni di tempo, trent’anni di cambiamenti che sono visibili in noi (il confronto più diffuso è fotografico), trent’anni della nostra società ed io mi sono chiesta: come e quanto sia cambiata la nostra comunicazione e, quindi il nostro modo di relazionarci, in questo tempo. Vediamolo insieme. Negli ultimi trent’anni è cambiato tutto: gli strumenti, i tempi, i ruoli, le aspettative. E il modo di comunicare non poteva restare immobile. Proviamo a guardare alcune aree chiave.

Il linguaggio in famiglia: dal “si parla a tavola” al “ti scrivo su WhatsApp”.

Trent’anni fa, molte conversazioni importanti avvenivano in presenza: a tavola, in salotto, in macchina. Oggi, una parte crescente del dialogo familiare passa anche dai messaggi: genitori che scrivono ai figli nella stanza accanto, aggiornamenti su orari, impegni, permessi gestiti con brevi chat. È un bene o un male? Come spesso mi trovo a scrivere, dire ed anche pensare, la parola magica è “dipende”. Dipende da come lo usiamo e, aggiungo, quanto lo utilizziamo. Da un lato: – aiuta a coordinarsi velocemente; – permette di restare in contatto anche a distanza; – offre ai più timidi un canale per esprimersi. Dall’altro: – rischia di sostituire il confronto faccia a faccia; – favorisce malintesi (un “ok” può sembrare freddo, un silenzio può essere letto come rifiuto); – riduce gli spazi di ascolto profondo. In molte famiglie il linguaggio è diventato più orizzontale, meno gerarchico: si parla maggiormente di emozioni, si spiegano le regole, si argomenta. Allo stesso tempo, si è perso a volte il coraggio del “no” chiaro, sostituito da lunghi giri di parole o da silenzi pieni di risentimento. La comunicazione tra i giovani: velocità, sintesi e codice condiviso. Tra i ragazzi, lo abbiamo osservato tante volte durante la lettura di questi articoli, il cambiamento è ancora più evidente. Il linguaggio giovanile di oggi è: – ibrido: italiano, inglese, slang, meme; – velocissimo: frasi brevi, risposte istantanee, voice da pochi secondi; – visivo: emoji, GIF, sticker, video. La chat è diventata il “luogo” in cui si conoscono, litigano, si innamorano, si chiariscono. Un “visualizzato e non risposto” può pesare più di mille parole. Per gli adulti, questo codice sembra spesso superficiale. In realtà ha regole precise: – il tempo di risposta comunica interesse o disinteresse; – la scelta dell’emoji modula il tono; – il passaggio dalla chat alla telefonata o all’incontro “dal vivo” segna un salto di intensità nella relazione. Il rischio? Che tutto si giochi sul piano dell’immediato e del reattivo, con poca allenata capacità di stare nelle conversazioni lente, scomode, complesse.

La comunicazione online: da marginale a centrale.

Trent’anni fa internet era per pochi. Oggi, la nostra identità passa anche da: profili social, commenti, recensioni, mail e newsletter. La stessa informazione – e se siamo su un giornale on-line ne siamo consapevoli – è completamente cambiata, nella forma oltre che nei contenuti. La comunicazione online ha alcuni tratti distintivi: – è potenzialmente permanente: ciò che scriviamo può restare, essere salvato, condiviso; – è pubblica o semi-pubblica: spesso non parliamo solo a una persona, ma a un pubblico; – è misurabile: like, visualizzazioni, condivisioni influenzano cosa e come diciamo. Questo ha cambiato il linguaggio: – più orientato all’immagine e alla “presentazione di sé”; – più polarizzato (o bianco o nero, giusto o sbagliato); – più esposto al giudizio immediato. La tentazione è quella di comunicare per “piacere” e non per capirsi. Ma gli stessi strumenti, se usati con consapevolezza, possono diventare spazi di confronto, divulgazione, relazione autentica. Dal monologo al dialogo, quanto questa forma di comunicazione ci ha resi migliori interlocutori? Rispetto a trent’anni fa, oggi: – i dipendenti parlano di più con i datori di lavoro; – i pazienti fanno domande ai medici; – i clienti contestano, chiedono spiegazioni, recensiscono; – i cittadini dialogano (anche duramente) con istituzioni e aziende. La comunicazione si è “democratizzata”: più voci, più canali, più possibilità di esprimersi. Ma non sempre più capacità di ascoltare. Qui entra in gioco una competenza che considero decisiva: la comunicazione consapevole. Non basta avere strumenti e canali; serve chiedersi: – che effetto avranno le parole che sto per usare? – sto reagendo o sto davvero rispondendo? – questo messaggio costruisce o distrugge la relazione? Tre domande per comunicare meglio in un mondo cambiato. Il motivo stesso per cui tengo questa rubrica di comunicazione ed il motivo stesso per cui insegno la comunicazione efficace alle persone e nelle aziende è questo: aiutare le persone ad essere competenti al punto da guidare il cambiamento culturale, sociale, comunicativo (senza subirlo); ad essere consapevoli di ogni scelta comunicativa e relazionale. Come possiamo aiutarci? Attraverso semplici domande.
  1. Ho scelto il canale giusto? Una critica forte è meglio a voce che in un commento pubblico.
Un chiarimento delicato merita una telefonata, non solo una riga secca in chat. Sto parlando o sto anche ascoltando? In famiglia, al lavoro, online: mi accorgo di come rispondono gli altri, delle loro emozioni, o penso solo a “dire la mia”? Questo messaggio mi rappresenta? Se qualcuno rileggesse tra dieci anni ciò che sto scrivendo ora, mi riconoscerei? O sto solo seguendo la fretta, la rabbia, la moda del momento? In trent’anni sono cambiati i mezzi, i ritmi, i codici. La vera sfida, oggi, è non perdere l’essenziale: usare parole e strumenti per avvicinarci, non per allontanarci. Allenare un linguaggio che tenga insieme velocità e profondità, libertà e responsabilità, spontaneità e cura.        

Divani, targhe rubate e rifiuti: blitz sull’Alveo Quindici

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  Marigliano – Un’importante operazione di controllo del territorio è stata condotta nei giorni scorsi lungo l’alveo Quindici, dove la Polizia Locale di Marigliano, in collaborazione con l’Esercito, ha scoperto una vasta discarica abusiva estesa per circa cinquanta metri. Durante il sopralluogo gli agenti hanno rinvenuto un ingente quantitativo di rifiuti, tra cui numerosi divani dismessi, materiali ingombranti e scarti di varia natura, abbandonati senza alcun rispetto per l’ambiente e per la sicurezza dell’area. Una situazione di degrado che da tempo rappresentava una criticità per il territorio, ora finalmente riportata all’attenzione delle autorità competenti. Nel corso delle verifiche, poco distante dal punto principale dell’abbandono, sono state inoltre trovate cinque targhe di autoveicoli, tutte risultate rubate. Il ritrovamento ha fatto scattare ulteriori accertamenti per ricostruire eventuali collegamenti con attività illecite e per risalire ai responsabili. Alla luce di quanto emerso, è stato disposto l’immediato sequestro dell’intera area da parte della Polizia Locale del Comune di Marigliano, al fine di impedire nuovi sversamenti e avviare le procedure necessarie alla messa in sicurezza dei luoghi. «Si tratta di un altro sequestro importante – ha dichiarato il comandante della Polizia Locale, Nacar – che porterà alla bonifica delle aree interessate. Il nostro impegno è costante e mira a tutelare l’ambiente e la salute dei cittadini». Negli ultimi anni, grazie a controlli mirati e interventi continui, sono state rimosse complessivamente circa cinque tonnellate di rifiuti e il fenomeno dell’abbandono indiscriminato è stato quasi azzerato. Un risultato significativo che conferma l’efficacia delle azioni di prevenzione e repressione messe in campo dalle forze dell’ordine sul territorio

Giornate Raccolta del Farmaco, 26ª edizione: nessuno debba scegliere se mangiare o curarsi

Dal 10 al 16 febbraio 2026 tornano le Giornate di Raccolta del Farmaco (GRF), giunte alla 26ª edizione, uno degli appuntamenti di solidarietà più rilevanti per il mondo della farmacia italiana. Durante la settimana di raccolta, sarà possibile andare nelle farmacie che aderiscono, e donare un medicinale per chi ha bisogno. I dati più recenti delineano un quadro che richiede un impegno corale: in Italia le persone che non riescono ad accedere alle cure necessarie sono 502.000, con un aumento dell’8,4% rispetto al 2024; di queste, 145.000 sono minori. Numeri emersi durante la presentazione del 12° Rapporto sulla Povertà Sanitaria, svoltasi lo scorso 2 dicembre presso AIFA. Serve un gesto corale di gratuità perché anche loro possano curarsi in maniera dignitosa. La  presenza dei farmacisti, aiutati dai volontari, rappresenta un volto conosciuto per i cittadini, un segno di fiducia che consente di donare con serenità, sapendo che i farmaci saranno custoditi correttamente prima di essere consegnati agli enti assistenziali. I risultati dell’ultima edizione confermano l’impatto concreto dell’iniziativa: grazie all’adesione di 5.909 farmacie, al coinvolgimento di oltre 20.600 farmacisti e 26.500 volontari, sono state raccolte 653.339 confezioni di farmaci, per un valore complessivo di quasi 6 milioni di euro. Le farmacie che aderiscono sul nostro territorio e che conferiranno i farmaci raccolti allo studio medico “Suor Regina” della locanda S. Vincenzo (già mensa fraterna), sita in via Duomo 22 Nola (NA), sono: Farmacia Franzese di Saviano, Farmacia Nazionale di San Vitaliano, Farmacia Pesce di Marigliano e Farmacia Terracciano, Castello di Cisterna. Le farmacie partecipano fattivamente e concretamente alla raccolta di farmaci. Le Giornate di Raccolta del Farmaco si svolgono sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e con il patrocinio di AIFA e in collaborazione con Cdo Opere Sociali, Federfarma, FOFI, Federchimica Assosalute, Egualia – Industrie Farmaci Accessibili. Perché nessuno debba più scegliere se mangiare o curarsi!