SANT”ANASTASIA. L’ECONOMIA LOCALE SOSTENUTA DAI DOMENICANI DI MADONNA DELL’ARCO

I Domenicani di Madonna dell” Arco e l”economia di Sant”Anastasia tra ultimo Settecento e primo Ottocento. Di Carmine Cimmino

Per tutto il Settecento fu continuo il flusso dei forestieri che investivano capitali nell’acquisto di masserie e di case tra Sant’ Anastasia e Madonna dell’ Arco, attratti dalla fertilità della terra, dall’ordine sociale, dalle dimensioni della folla di devoti che accorrevano a visitare il Santuario. Un anonimo cronista dell’eruzione del 1794, che tra l’altro distrusse la maggior parte dell’abitato di Torre del Greco, dice che micidiali “proiettili“ e una lunga pioggia di cenere colpirono anche il “ricco casale di Santo Nastaso“.

I “capitalisti“ più importanti furono i borghesi napoletani, i quali fecero delle loro “ville“ deliziosi luoghi di villeggiatura, ma anche centri di quell’ agricoltura moderna e razionale che i Domenicani andavano sperimentando nelle loro masserie, da Barra a Ottajano. Alla fine del Settecento Elisabetta De Angelis, che aveva ereditato i beni di una grande famiglia napoletana, i Della Riccia, possedeva a Capodivilla un palazzo "con cappella pubblica a fronte di strada, e con giardino di due moggia", e poco più lontano, una taverna con due bassi data in fitto a Francesco Sbrescia. Sempre a Capodivilla la signora napoletana aveva comprato anche "un comprensorio di tre bassi, un cellaro grande, e un altro piccolo con palmento, che servono per comodità della vendemmia, e una masseria di circa 12 moggia", da cui traeva una rendita netta annua notevole, più di 150 ducati, che solo un vigneto di alta qualità poteva garantire.

Infine, nel luogo detto Sant’ Antoniello, la De Angelis possedeva un’altra taverna, affittata a Nicola Stefanile. Nell’ultimo scorcio del Settecento alcuni nobili napoletani vendettero quote anche estese delle loro masserie a “massari“ di Casalnuovo, che vi trasferirono residenza e impresa, cominciarono a sostituire i vigneti, in parte o in tutto, con i frutteti e avviarono la storia trionfale dell’albicocca di Sant’ Anastasia. Da Casalnuovo venivano Filippo Castiello, che possedeva una masseria di 36 moggia in località Cavaliere; i Romano affittuari delle masserie di Sellaro grande, di Santa Caterina, di San Martino; Filippo Romano, a cui la principessa di Roccella aveva concesso in gestione la masseria Carafa: di Casalnuovo erano anche i due garzoni, Vincenzo e Filippo Barone.

I fratelli Michele e Pasquale De Mattheis, di Resina, avevano comprato 88 moggia di terra ai Terracciani, in parte “arbustati“ con peschi e albicocchi: nella vasta parte “selvatica“ c’era il recinto che ospitava per sei mesi all’anno circa trecento pecore, protagoniste, con altre greggi, di quella transumanza interna tra Sant’ Anastasia e il Partenio, su cui si innestò la storia del capretto di Sant’ Anastasia, e di cui già abbiamo dato qualche notizia in un articolo precedente.

Le trasformazioni del modello dell’economia locale vennero sostenute dai capitali che i Domenicani di Madonna dell’ Arco prestavano generosamente, o investivano nella manutenzione di case, botteghe e selve entrate nel patrimonio del Santuario attraverso oculati acquisti, lasciti e donazioni: la masseria Borrelli, con bassi e camere, data in fitto a Gaetano Dati; un casino e una selva a Fontanarosella, affidati alla cura di Francesco Maione, detto Quattrova; un territorio paludoso in luogo detto Purchiano, locato a Domenico Incarnato; un comprensorio di case ai Portali, in cui Antonio Coppola detto Codella si era messo a vendere ricottelle, caci e salumi; il palazzo dato in fitto ai Marigliano; un comprensorio di case a Capodivilla, in cui Domenico Aliperta, detto Nottamponta, aveva aperto un negozio di zagarellaro, cioè di merciaio. L’osteria presso il Convento venne affidata prima a Domenico Pone, e dal 1807, a Andrea Liguori.

Ovviamente, non c’era, nel territorio, un ordine religioso che potesse gareggiare con il potere finanziario dei Domenicani di Madonna dell’ Arco. Dalla Masseria ricavavano, in media, 500 ducati all’anno, e altri 10 dalla vendita di minestra verde prodotta nel giardino grande annesso al Santuario. Nella prima metà del 1791 il Bancone della Spezieria, tenuto dallo speziario maggiore fra Domenico Oliverio incassò 60 ducati dalla vendita di pomate e di erbe medicamentose, che venivano raccolte sul Somma-Vesuvio e poi lavorate nell’ officina.

Nel 1792 il Bancone della Chiesa, amministrato dal sacrestano maggiore Giovanni Battista Carpano, incassò 2200 ducati, metà dei quali vennero spesi sul territorio: 450 ducati per 800 messe, celebrate nel Santuario dai sacerdoti locali, 38 ducati per le caraffine dell’olio santo fornite in grande quantità dal carrafaro Mariano Foglia, 36 ducati per le 20000 figure della Beata Vergine stampate dal figuraro Tommaso Palumbo, 256 ducati per la "rifazione e la doratura delle lampade avanti alla Cappella della Vergine".

L’orefice e indoratore di fiducia era Costanzo Mellino, napoletano, che però aveva aperto bottega anche a Sant’ Anastasia, nella casa di Vincenzo Maione, detto Abate Fummo. Ma furono cospicue anche le spese fisse e le imprevedute: mezzo ducato al garzone Giorgio che portò le candele al vescovo di Nola; 3 carlini al servitore della contessa Anguissola che aveva portato un’ elemosina di 20 ducati; 2 ducati a Giuseppe De Luca detto Picione per due frasche di seta; 5 ducati a Mastro Gerardo il Marmoraro che ogni anno interveniva sui marmi della Cappella; 2 ducati alla lavannara dei corredi di sacrestia, e 2 a mastro Ciccio Scarpinelli, addetto alla pulizia del Santuario; 10 ducati per le consuete regalie ai tribunali di Napoli; altri 10 per la squadra di campagna che manteneva l’ordine durante la Settimana Santa.

Cinque ducati vennero versati all’ "incantatore per la vendita di oro, argento, granatelli e coralli". Circa 400 ducati venivano investiti ogni anno per la manutenzione ordinaria del patrimonio immobiliare, affidata, a rotazione, a tutti i mastri muratori e a tutti i pozzari, gli esperti di pozzi, di Sant’ Anastasia.

Nei primi anni del 1800 la crisi istituzionale, l’arrivo dei Francesi e il tracollo dell’economia gettarono sul lastrico grande parte della nobiltà napoletana. Anche le entrate del Santuario si ridussero. E tuttavia nel 1807 un duca, un marchese e un principe, tutti di grande nome, erano debitori dei Domenicani di Madonna dell’ Arco per una somma complessiva di 4200 ducati: una somma di poco inferiore agli introiti che il Comune di Sant’ Anastasia registrò, pochi anni dopo, nel secondo bilancio della sua storia autonoma.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

C’É POESIA, NONOSTANTE LE INSUFFICIENZE IN ITALIANO

Al via la nuova stagione del “Salotto Romano” con i giovani poeti. Di Annamaria Franzoni

Ad ottobre avviato l’“Associazione Fabrizio Romano" ha riaperto il salotto culturale della stagione 2010-2011, presso la sua sede di Napoli, con la presentazione del progetto "La poesia salva la vita", realizzato dalla prof.ssa Marilena Cicala insieme a venti alunni dell’ Istituto polivalente “Pitagora” di Pozzuoli (nella foto gli sudenti).
È stata una bella occasione di incontro tra i poeti in erba, provenienti dal Liceo classico, scientifico, socio-pedagogico e dai corsi professionali, guidati magistralmente dalla professoressa Cicala e i poeti presenti in sala, Gennaro Autoriello, Giulio Pacella, Renato Cammarota, Bianca Adele Sole, Luisa Scala, Rosario Imparato, Franco Scollo, Giuseppe Gabriele e Giuseppina Scognamiglio, docente di letteratura teatrale italiana della facoltà Federico II, che hanno dimostrato enorme interesse ed hanno valutato le poesie in modo lusinghiero.

È stata l’occasione per presentare anche il libro intitolato "Oltre le distanze" e il video di poesie transcodificate da testi figurativi, testi musicali e filmici selezionati ad arte. I giovani poeti emergenti, alla fine del video, hanno declamato alcune poesie per loro maggiormente significative sul piano emozionale.
È stata definita da tutti i partecipanti una serata magica, non solo per la bravura dei giovani poeti e della prof.ssa Cicala che è riuscita a portare fuori una sensibilità troppe volte covata in silenzio e che spesso crea atteggiamenti di chiusura nei confronti di se stessi e degli altri, ma anche per l’armonia che si è creata tra i giovani e il pubblico adulto, che ha saputo cogliere i segnali e i contenuti del mondo interiore dei giovani.

Il progetto "La poesia salva la vita" dell’ Istituto Pitagora di Pozzuoli ha vinto il premio nel dicembre 2009 presso l’auditorium della regione Campania nella decima edizione del Premio "Fabrizio Romano".
Nella stessa serata si è esibita, tra gli altri, Rita Riccio una giovane cantante che ha al suo attivo già un diploma di canto professionale ed ha partecipato al musical Mal’aria di Bruno Garofalo con musiche di Antonio Sinagra e coreografie di Franco Miseria.

La serata è quindi trascorsa tra emozioni differenti in uno scenario di realtà, storie e destini distanti che ha messo a confronto realtà, opinioni ed esperienze diverse e quando Ornella Romano ha ricordato quanto fossero infinite, per Fabrizio, le possibilità che la poesia offre agli animi sensibili, Agostino, un ex allievo del Pitagora, tornato tra i banchi per seguire il progetto, ha affermato che probabilmente lui e i suoi compagni hanno proseguito idealmente quello in cui Fabrizio credeva.

La riflessione che nasce da questa occasione d’incontro ha sottolineato quanto la poesia possa unire e per dirla con le parole della prof.ssa Cicala possa offrire, in certe realtà scolastiche, anche “la possibilità di esprimersi nonostante le insufficienze in italiano o la possibilità di essere compagni di banco nonostante si appartenga a mondi diversi, ed ancora che sia possibile parlare di poesia, nonostante tutti parlino raramente di poesia”.

LA RUBRICA

A VITA É NU MUORZO…

Quando l”intenzione viene sopraffatta dal caso, basta poco, e una frase, detta senza pretese, aiuta a riflettere sulla miseria e la rabbia antica della fame napoletana. Di Carmine CimminoDovrei scrivere un altro capitolo della filosofia dei maccheroni, ma l’ispirazione è fiacca. Dovrei parlare di Prezzolini, e del saggio sugli spaghetti che gli fu commissionato, per il pubblico americano, da Buitoni, e che egli scrisse tra il 1952 e il 1953, tirandosi addosso i rimproveri di Giovanni Papini: ma come, tu che hai scritto dei mistici tedeschi, ora ti abbassi a scrivere di spaghetti? E Prezzolini avrebbe voluto rispondere – ma si trattenne – che la mistica non riempie la pancia. Dovrei notare che in nome della pancia, e in nome delle ragioni di Buitoni, gli spaghetti di cui parla Prezzolini sono cittadini italiani: solo italiani: Napoli, l’hanno scordata.

Scriverò di maccheroni la prossima volta. E ora, invece? Penso di scrivere degli scrittori e dei giornalisti che scrivono di vino, e della caccia che essi danno all’aggettivo che illumina, all’immagine che colpisce, al sostantivo che scolpisce. Non è facile cantare le lodi di decine e decine di vini con una scorta esigua di parole e di metafore. È un articolo a cui penso da tempo. Ma ancora una volta il caso è più forte delle intenzioni.

La salumeria di cui sono cliente è un tempio dell’abbondanza lussuriosa: gli alimenti vi sono disposti non in file lunghe, magre e scarne, ma a squadroni, a torme, a cunei e a quadrati: incalzano il cliente, gli vanno addosso, lo circondano in uno sfavillio di colori, di trasparenze, di riflessi metallici, di trascoloramenti maccheronici, di brillantezze prosciuttesche. Il colore di un prosciutto di classe è un miracolo dell’arte: concorrono a formarlo i colori di Velazquez e di La Tour, e cioé il bruno Van Dick, e la terra di Siena bruciata, e il giallo aranciato, e il vermiglione, e nel filo di grasso, un bianco malinconico e misterioso, che pare il pudore di una vergine triste. Triste prima del peccato.

Ma la mano maestra del salumiere imprime forte il suo segno nel cosmo del banco dei formaggi, là dove il latte declina tutte le gradazioni del suo incantesimo, sotto la luce viva e maliziosa di un faro sapientemente orientato. Un signore, nobilmente anziano, parecchio anziano, sta osservando con occhio bramoso le forme adagiate nella voluttà della luce: cacio sardo, gorgonzola, asiago, taleggio, fontina, il vanitoso castelmagno, l’asimmetria snobistica di un camembert normanno. Pare che le forme già aperte e, diciamo così, scantucciate rispondano agli sguardi con occhiate di provocazione e di sfida. Il signore anziano supera di slancio il debole ostacolo di un dubbio: dice tra sé: il gorgonzola dolce il dottore me l’ha vietato. Ma uno strappo che fa? ‘a vita è nu muorzo’.

Non è facile rendere l’intensità e le sfumature di tono della sua voce che scorre su muooorz’.: la vita diventa un frammento strappato a forza di denti dalla ruota gigantesca di un compatto e tenace grana padano, o da uno scoglio di gorgonzola dolce. Noto che nel pronunciare il motto che lo scusa e lo giustifica ha chiuso gli occhi, come se un ricordo improvviso gli attraversasse il pensiero. L’ immagine straordinaria di questo muorzo, tutta napoletana, solo napoletana, porta in sé la rabbia antica della fame napoletana, che è l’altra faccia dello stereotipo nascosto nel piatto ricolmo di maccheroni. Il napoletano, immortalato da disegni e da fotografie mentre afferra con la mano gli spaghetti, e li solleva in alto, prima di calarli e immergerli lentamente nella gola aperta, ama e odia quegli spaghetti: li ama perché lo sfamano e lo deliziano, li odia perché gli ricordano che egli convive con la fame.

È Perseo vincitore che solleva la testa tronca di Medusa. La vita è nu muorzo, perché è breve, e perché è un lampo che si consuma nella ricerca del muorzo che consente di campare. La fame di Napoli, la sua guerra per sopravvivere e il complicato rapporto tra i napoletani e il cibo sono concentrati in modo sublime nella scena memorabile di Miseria e Nobiltà: le sedie che avanzano, lo spiarsi degli affamati che ancora non credono ai loro occhi, l’assalto alla zuppiera, la conquista degli spaghetti, la spartizione del bottino in cui ognuno pensa solo a sé stesso, gli spaghetti messi in tasca, nascosti, conservati: l’illusione di una inesauribile cuccagna, costruita sul cibo più esposto alla tirannia dell’istante.

‘A vita è nu muorzo, scrisse Raffaele Viviani in una poesia del 1947, in cui invitava i Napoletani a “sollevarsi“, con la sola forza delle loro braccia, dal disastro della guerra e dal dramma della miseria. Sedici anni prima egli aveva scritto la poesia Faciteme magna’, in cui cercava di demolire un fastidioso luogo comune della fastidiosa oleografia napoletana: il connubio tra gli spaghetti e il mandolino, l’idillio sciropposo in cui la musica dello strumento caccia via la presenza della fame vorace e trasforma il piatto in un ornamento della tavola, in una portata coreografica, che non si divora, ma che si assaggia e si pilucca. Il protagonista, che ha fatto il mestiere del cantante, alla Santa Lucia delle canzoni preferisce quella delle vongole sui vermicelli e del pesce fresco cucinato con l’olio e con il limone.

La vera poesia, dice, non è la “posteggia“, ma “nu vermicello a vongole abbundante / cu’o ppetrusino cruro e’ addore ‘e scoglie, / e a’ primma forchettata, t’ hé ‘ a scusta’/, si no svenisce, mentre l’arravuoglie.“.

Arravuglià: corrisponde all’italiano avvolgere. Più o meno. Ma in avvolgere c’è un movimento elegante e misurato, non c’è l’impeto della voglia famelica di arravuglià, la rabbia che doma i vermicelli e li avviluppa e li ingoia. L’anziano signore s’è fatto staccare uno spicchio di gorgonzola, i suoi occhi hanno seguito con piacere il coltello che spaccava la crosta e tagliava, lungo la linea del verde muffoso, la pasta molle, che, come tutte le cose molli, resisteva fingendo di cedere.

Non appena tacciono i mandolini, dice il personaggio di Viviani, “me spacco ‘o merluzziello“: e il verbo, sostenuto dal totale coinvolgimento del pronome, scende oltre il sapore e gli odori, e tocca il ritmo profondo del piacere e della sofferenza del mangiare. Il ritmo della gola.
(Fonte foto: Rete Internet)

CIBI E RITI VESUVIANI

TERZIGNO: IDENTIKIT DI UNA PROTESTA

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Nella lotta dei cittadini vesuviani vi è l”affermazione di valori ed esigenze collettive che sembravano dimenticate. Nella presa di coscienza di massa si intravvedono i segni di una possibile rinascita. Di Luigi Jovino

La lotta dei cittadini di Terzigno e di altri paesi vesuviani è eroica e contiene nella sua stessa essenza lo stravolgimento di elementi negativi della cultura partenopea, duri a morire. Intanto si comincia a parlare di Parco. Sarà anche strumentale e finalizzato a qualificare una protesta, ma nella gente si sta diffondendo l’idea del Parco, inteso come territorio di elezione che bisogna assolutamente difendere. L’istituzione del Parco nazionale del Vesuvio, è sembrata un’esigenza imposta dall’alto contro il cattivo costume degli amministratori napoletani che, incuranti di ogni forma di rispetto dell’ambiente e di prevenzione, avevano favorito l’edificazione di interi villaggi sulle pendici del Vesuvio e addirittura di un ospedale pubblico su un cratere avventizio.

L’idea dell’istituzione del Parco naturalmente è stata favorita e salutata con piacere dall’oligarchia intellettuale napoletana, ma è stata considerata una scelta scellerata da gran parte della popolazione. Ricordo quando con gli ideatori del Comitato di promozione del Parco Vesuvio: Felleca e Weger, un trentino trapiantato a Portici, andavamo nelle scuole o per convegni pubblici a cercare adesioni. Con noi c’erano anche rappresentanti della Provincia di Napoli, del mitico giornale Paese Sera e dell’osservatorio vesuviano. Grandi apprezzamenti, pacche sulle spalle, ma liti a non finire negli incontri con le singole realtà produttive. I partiti politici, sempre attenti agli interessi elettorali, si tenevano alla larga. Molto utile, ad onor del vero, è stato l’impegno del senatore Gaspare Papa, schieratosi a favore dell’istituzione dell’area protetta.

Adesso invece la gente di Terzigno si convince che il Parco conviene e si attacca strenuamente a questa concezione sperando di avere partita vinta. Si ha quasi l’impressione che stia passando l’ipotesi che conviene di più un’area protetta che una casa abusiva. I valori sociali un punto in più rispetto all’esigenza particolare. Per televisione, nonostante i gufi del regime cerchino di svilire ogni forma di protesta, i cittadini si presentano con le facce migliori: i contadini, le professoresse che non sbagliano la perifrastica, le donne vulcaniche e i capipopolo corretti, agguerriti e convincenti. E stavolta sembra che non vincano le esigenze della camorra che nel business dei rifiuti ha fondato il suo impero economico. Nessuno, neanche la stampa berlusconizzata, si è permessa (fino ad ora) di insinuare che ci siano infiltrazioni malavitose tra le fila della protesta.

Al massimo qualcuno ha parlato di azioni dei centri sociali, ma stavolta è la massa che diventa protagonista, ben decisa a lottare allo stremo per imporre un valore collettivo. Sono rimasto anche colpito da alcune affermazioni, rilasciate in video dai contadini e da altri piccoli produttori. Hanno detto: «La roba che nasce nelle nostre terre non la mangiamo neanche noi, tanto è forte la paura dell’inquinamento». Anche queste affermazioni sembrano contraddire il concetto dell’autoreferenzialità, ben insito nella mentalità partenopea. Ma come noi che andiamo “pazzi” per la pizza napoletana, per le mozzarelle e per tutto quello che è cucina tipica, stavolta promoviamo in tv la disfatta delle nostre produzioni che giudichiamo insicuri e contaminati?

In pratica facciamo capire che all’insalata prodotta in un orto a Terzigno, preferiamo i cavoli di Bruxelles. Al di là delle metafore credo che la dolorosa ammissione dei nostri contadini sia dovuta all’accettazione dell’idea che oramai la nostra terra, Campania Felix, sia stata violentata, distrutta e annichilita da interessi particolari, imposti da gruppi delinquenziali in combutta con il potere politico. Se questa presa di coscienza diviene collettiva e se viene instradata in un progetto politico di cambiamento si può tentare la risalita, come ha fatto tante volte il popolo vesuviano dopo che era stato toccato il fondo.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

I PROBLEMI SOCIALI: VIVERLI DA PROTAGONISTI E DA TESTIMONI

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La 46esima settimana sociale dei cattolici italiani: un”agenda di speranza per l”Italia. Di Don Aniello Tortora

Ho partecipato all’ultima settimana sociale dei cattolici italiani a Reggio Calabria. Come sempre è stata un’esperienza di chiesa, attenta ai problemi sociali dell’Italia, bellissima. Ho auto modo, ancora una volta, di conoscere tanti cristiani, soprattutto laici, veri testimoni e alla ricerca del bene comune per l’amata nostra nazione, che sta vivendo uno dei periodi più travagliati della sua storia.

Riporto di seguito le sintesi delle assemblee tematiche, partecipate da più di mille delegati di tutte le diocesi italiane. Nel dialogo e nell’ascolto abbiamo affrontato i problemi sociali più emergenti ed attuali.
Politica, educazione, immigrazione, lavoro, sviluppo: sono alcuni dei temi al centro delle sessioni tematiche, i cui contenuti sono stati illustrati il 17 ottobre, nella giornata conclusiva della 46a Settimana sociale dei cattolici italiani che si è svolta a Reggio Calabria.

Completare la transizione politica. “Completare la transizione politico-istituzionale con tutti, senza lasciare ‘al di qua’ nessuno, senza lasciare indietro i poveri, i giovani, i non qualificati: si è detto. In questo laboratorio è stata richiamata la proposta di don Sturzo di cambiare l’art. 49 della Costituzione per fare dei partiti delle “associazioni di diritto pubblico”. Si è poi affermato con forza l’auspicio che “si torni a dare all’elettore un reale potere di scelta di indirizzo e di controllo sull’eletto, come cuore della democrazia”. Tra le modifiche chieste sui temi politico-istituzionali, si è richiamato quella “sul numero dei mandati, sulla ineleggibilità di chi ha problemi con la giustizia, di una maggiore ‘gratuità’ nell’impegno politico”.

L’assemblea, inoltre, non ha taciuto sui rischi del federalismo ma ha condiviso la visione che esso costituisca “una grande chance se vissuto davvero come opportunità di nuova unione e non di una nuova frattura ancor più insanabile tra nord e sud”.

Coniugare crescita e solidarietà. Elaborare “un modello di sviluppo in cui coniugare crescita e solidarietà”. È uno dei suggerimenti emersi dall’area tematica su “slegare la mobilità sociale”, i cui partecipanti si sono dimostrati “particolarmente attenti alle dinamiche nuove della vita sociale”. “L’università è il luogo e tempo decisivo per favorire la mobilità sociale”, è stato detto dai partecipanti, che hanno esortato a “prendersi cura dell’università italiana per sostenere con forza il suo contributo alla crescita del Paese, anche attraverso una diversa interazione con il territorio”. Di qui la necessità di “ripensare all’idea stessa di università a partire dal sistema Paese”, potenziando “il legame tra scuola e università” e lavorando di più “perché diminuisca la distanza tra scuola e lavoro”.

Cambiare la legge sulla cittadinanza. “La paura dello straniero, il rifiuto ed i pregiudizi non possono trovare casa nella comunità ecclesiale che anche attraverso i suoi pastori è chiamata ad un di più di accoglienza, di rispetto e di condivisione. Il riconoscimento della dignità della vita del migrante è l’esplicita declinazione di un valore non negoziabile e premessa indispensabile per la costruzione di un bene comune”. È la riflessione di quanti sono intervenuti alle sessione tematica sul tema “Includere le nuove presenze”.

I partecipanti al laboratorio hanno ribadito la necessità di “cambiare la legge sulla cittadinanza con particolare riferimento agli oltre 600 mila minori nati in Italia e figli di stranieri”, riducendo “i tempi, la discrezionalità e l’eccessiva e pericolosa burocrazia”. Inoltre, si avverte “la necessità di predisporre specifici percorsi per l’inclusione e l’esercizio della cittadinanza: diritto di voto almeno alle elezioni amministrative, servizio civile, coinvolgimento nelle associazioni ecclesiali e nelle aggregazioni giovanili”.

L’identikit dell’educatore cattolico. “Persone solide, credibili, autorevoli, significative”, che possano essere “un riferimento concreto e incisivo sia per i ragazzi, sia per gli altri adulti”. È l’identikit dell’educatore cattolico, così come è stato delineato nella sessione tematica su “Educare per crescere”. In questa assemblea tematica è stata auspicata la presenza di percorsi di “sostegno alla genitorialità” per padri e madri ed è stata ribadita “l’importanza della funzione pubblica della scuola, sia statale che paritaria”, il cui “ruolo insostituibile” nell’educazione dei giovani richiede di “investire tutte le risorse disponibili”.

“Creare occasioni di incontri” tra le associazioni ecclesiali, “rilanciare” le scuole di formazione alla politica, dare più importanza ai media come “luogo educativo informale che permea la nostra società, sia per la fascia giovanile che per la fascia adulta”: queste altre proposte dei partecipanti, che hanno chiesto anche per i giovani “spazi educativi di cittadinanza attiva”.

No all’evasione fiscale. “Una chiara condanna del fenomeno dell’evasione fiscale”, che si conferma "un macigno che pesa sulla crescita e condiziona il cammino dello sviluppo dell’intera società": questo uno dei pensieri centrali della sintesi della quinta sessione tematica sull’"intraprendere". Circa l’evasione fiscale, dall’assemblea dei delegati è venuta "la richiesta all’intera Chiesa di un intervento più incisivo su questa materia". Un altro aspetto che i partecipanti hanno particolarmente evidenziato ha riguardato il lavoro, ricordando la "precarietà" in cui si trovano soprattutto i giovani.

Hanno infine posto l’accento sulla necessità che "il lavoro non contraddica le logiche della famiglia ma le sostenga", auspicando la "riforma dell’intero sistema fiscale verso la famiglia e il lavoro" e "rapportando il carico fiscale al numero dei componenti della famiglia stessa".

Certamente su questi temi dobbiamo soffermare ancora ulteriormente la nostra riflessione, per perseguire il bene comune, da protagonisti e, per noi cristiani, da testimoni.
(Fonte foto: settimanesociali.it)

LA RUBRICA

LA STORIA DI O. STRANIERA, LAVORATRICE, MALTRATTATA DAL MARITO

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Oggi trattiamo di un caso di maltrattamenti, o meglio di violenza sulle donne e la tutela penale, sempre più chimera. Di Simona Carandente

Se le disfunzioni del pianeta giustizia sono sotto gli occhi di tutti, parimenti può sostenersi circa la fiducia delle masse verso la giustizia stessa, vista oramai dai più come una sorta di chimera, più che un modo per risolvere i conflitti o per infliggere le giuste punizioni ai rei.
Purtroppo, se tale senso di frustrazione comincia a dominare anche gli "addetti ai lavori", la situazione diventa ben più complessa, denotando che i dubbi e lo scetticismo delle masse hanno matrici profonde e reali, al di là di ogni rosea previsione.

Recentemente mi è capitato di imbattermi nella difesa di una povera donna straniera, tale O., venuta in Italia con tante belle speranze che, come spesso capita, sono diventate solo illusioni.
O. è una donna laboriosa, lavora come badante e collaboratrice domestica presso alcune famiglie, si fa in quattro per sbarcare il lunario ed arrivare, come può, a fine mese. Ad attenderla a casa un marito nullafacente e sempre ubriaco, privo di alcuno spessore, che ama vivere le giornate nell’inerzia contando sui guadagni di O.
Quest’uomo però non si limita a sottrarle denaro: pur di finanziare i propri vizi, giunge più volte a massacrare di botte la povera O. , sia in casa che fuori, addirittura alla presenza delle signore benestanti per le quali ella presta servizio e presso le loro abitazioni.

Più di una volta O. è stata costretta ad andar via di casa, a dormire in strada, a chiedere aiuto ad amiche e persone di buon cuore, pur di sfuggire alla violenza di un orco che, giorno dopo giorno, aumenta in lei il senso di terrore ed il timore per la propria vita.
Un giorno l’orco arriva ad aggredirla in strada, in pieno giorno, strappandole l’unico braccialetto che aveva indosso ed addirittura la fede nuziale, con lo scopo di rivenderli l’indomani per finanziarsi un nuovo acquisto di alcool. Viene tratto in arresto ma liberato dopo pochi giorni, ed il processo penale inizia il suo corso.

Volontariamente ho anteposto l’aspetto più importante della vicenda, ovvero l’epoca dei fatti: il tutto avveniva tra l’anno 2003 ed il 2006, il processo di primo grado è ancora in corso e neanche in fase avanzata. Ovviamente l’imputato è a piede libero.
Ad O. non è rimasto che farsi giustizia da sola: ha fatto rientro al suo Paese, facendo perdere in Italia ogni traccia di sé e lasciando un marito violento e perennemente ubriaco. Nella speranza che il processo penale, per quanto lento, faccia con giustizia il proprio corso. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DELL’AVVOCATO CARANDENTE

LA SECONDA DISCARICA É UNA SCELTA DA REGIME AUTORITARIO

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Le forme di ribellione cui stiamo assistendo in questi giorni nell”area del Parco del Vesuvio hanno una loro giustificazione, perchè le scelte del Governo sono state fatte senza ascoltare i cittadini. Di Amato Lamberti

La rivolta della popolazione di Terzigno contro l’apertura di una seconda discarica nell’area del Parco del Vesuvio occupa ormai stabilmente le prime pagine dei quotidiani nazionali e tutti i telegiornali. Il fatto che alle notizie che si leggono si accompagnino le immagini trasmesse dai telegiornali ha come effetto uno straordinario impatto emotivo che però si sta via via modificando agli occhi di giornali e televisioni. Frequentando paesi e persone dell’area vesuviana interessata vedo montare insieme alla rabbia una sorta di soddisfazione per i risultati mediatici raggiunti.

Il fatto che se ne parli in tutta Italia e che giornali e televisioni si siano gettati a capofitto sugli autocompattatori dati alle fiamme, sulle ruote tagliate per bloccare i camion, sugli scontri tra manifestanti e polizia, sembra alimentare l’escalation della protesta con sempre nuove iniziative di carattere simbolico e chiaramente rivolte ad attirare l’attenzione dei media, come quella, tanto per fare un esempio, delle "mamme vulcaniche". Si respira aria di grande soddisfazione tra la gente per aver raggiunto la ribalta nazionale, per aver costretto l’onnipotente Presidente del Consiglio ad occuparsi dei problemi di piccoli paesi come Terzigno e Boscoreale, per aver messo in crisi un progetto di smaltimento dei rifiuti che non contemplava neppure l’ascolto degli abitanti delle zone interessate.

Ora, sia ben chiaro che la gente ha ragione di non volere nuove discariche davanti all’uscio di casa, tanto più se la casa è nel Parco Nazionale del Vesuvio, un’area tutelata da precise leggi sul piano ambientale e paesistico. La protesta è pienamente legittima ma le forme della protesta avranno ricadute negative che a tutt’oggi non possiamo neppure chiaramente definire. Basta leggere i giornali nazionali per rendersi conto che sta passando l’idea di un Sud in preda a forme di ribellismo sociale con istituzioni totalmente delegittimate che non riescono in alcun modo a far fronte ai problemi che la loro stessa incapacità ha generato e fatto esplodere.

Il ribellismo sociale, promosso e partecipato dai cittadini, ha sempre caratterizzato la storia del Mezzogiorno, insieme ad una debolezza endemica delle istituzioni, sia di quelle locali che di quelle dello Stato, grazie a rappresentanze politiche e amministrative incapaci di gestire i problemi del territorio, nella loro dinamicità come nella loro conflittualità con gli ordinamenti e le leggi. Dire che le proteste popolari, sempre legittime perché partono da problemi che i cittadini vivono sulla loro pelle, si tratti di pane, di lavoro, di casa, di salute, di rifiuti che marciscono per strada e appestano l’aria, possono essere infiltrate da forme, anche organizzate, di illegalismo anche criminale, è quasi una tautologia perché la ribellione del popolo si indirizza sempre contro ordinamenti, decisioni e leggi che vengono giudicate sbagliate quando non ingiuste.

Quando Bertolaso ricorda a sindaci e cittadini che la decisione di aprire due discariche nel Parco del Vesuvio è contenuta in una legge approvata dal Parlamento, non fa altro che giustificare le forme di ribellione che condanna perché nessuna altra strada è stata lasciata aperta e praticabile per i cittadini. Solo nei regimi autoritari si può pensare di prendere decisioni così importanti per la vita dei cittadini, e prima ancora di un intero territorio, senza consultazioni, senza verifiche, senza accordi e senza neppure una conoscenza superficiale delle situazioni anche dal punto di vista simbolico ed emotivo. I rifiuti della città di Napoli sono un problema della città di Napoli.

Nessuno in Campania è disposto a prenderseli sul proprio territorio sia perché inquinano e sia perché le cose buone (i fondi pubblici, gli investimenti) Napoli le tiene per sé, mentre le cose cattive (i rifiuti, i delinquenti) le rifila, anche con la forza, a paesi e città della provincia. Il sindaco di Napoli continua a dichiarare che Napoli ha già dato perché per molti anni tutti i rifiuti della Campania erano sversati a Pianura, ma nessuno le ha spiegato che quella decisione fu presa dal Comune di Napoli, perché permetteva allo stesso Comune di incassare, da tutti i Comuni della Campania, le royalties per il conferimento dei rifiuti in discarica. A pagare per quella scelta scellerata sono stati i cittadini di Pianura che, non a caso, si sono ribellati quando qualche anno fa si è parlato di una possibile riapertura della discarica.

L’emergenza non può continuare a giustificare la mortificazione e il danno alla salute e alla vivibilità di intere popolazioni. Sono necessarie soluzioni definitive ad un problema che si è trascinato anche troppo a lungo e che non poteva non sfociare nelle proteste a cui oggi assistiamo. Una soluzione del problema dello smaltimento dei rifiuti in forme accettabili dalla popolazione è possibile anche in Campania utilizzando le tecnologie ampiamente disponibili, senza fare ricorso né a discariche né a termovalorizzatori.

Una soluzione che deve essere rapida anche per non condannare il Mezzogiorno ad una immagine di ribellismo e di violenza che non le appartiene e che è solo frutto dell’incapacità dei politici e degli amministratori che lo governano.
(Fonte foto: Repubblica.it)

CITTÀ AL SETACCIO

LO SCHERZO DI TEANO: IL “PACCO” DI GARIBALDI A VITTORIO EMANUELE II

Svelerò presto cosa veramente disse Garibaldi dopo Teano, e sarà una novità assoluta. Quell”incontro avrebbe dovuto avviare la costruzione dell”identità nazionale, ma l”occasione non è stata ancora sfruttata! Di Carmine Cimmino

Dunque, l’Amministrazione Comunale di Somma Ves.na intitola una strada a una data, il 26 ottobre 1860, che non fu un giorno qualsiasi. Fu il giorno in cui Garibaldi e Vittorio Emanuele II si incontrarono dalle parti di Teano, e Garibaldi salutò il Savoia come primo re d’Italia. Fu un incontro che la diplomazia di oggi definirebbe solo cortese. Non ci furono né abbracci né salamelecchi. I due cavalcarono uno accanto all’altro senza quasi rivolgersi la parola, mentre alle loro spalle garibaldini e ufficiali piemontesi si guardavano con occhio obliquo e con muso cagnesco.

Quando si congedarono, Vittorio Emanuele sussurrò nell’orecchio dell’ Eroe: “Caro Garibaldi, da domani la direzione della guerra passa nelle mani dei miei generali, Cialdini e Della Rocca.”. Insomma, è venuto il momento che tu e i tuoi vi togliate dalle scatole. La storiografia ufficiale è sostanzialmente d’accordo: i fatti si svolsero così. Grosso modo. Su qualche particolare è ancora aperto il dibattito: ma si tratta di cosucce insignificanti: se i due si incontrarono a Teano, o a Taverna della Catena, o a Caianiello; se Garibaldi portava il poncho, se il re si era sforbiciato i baffi, e di che colore erano i cavalli, e se Garibaldi caracollò a destra o a sinistra di Vittorio. Anche sulla incazzatura del Generale tutti sono d’accordo: e pare ovvio: io ti regalo un regno, e tu non solo non mi dici grazie, ma mandi a quel paese me e questi infelici in camicia rossa.

Garibaldi, impetuoso e sanguigno com’era, non nascose a nessuno la sua rabbia. Era così incazzato, Garibaldi, che fu brusco anche con i messaggeri del re, che erano venuti a domandargli in quale villa volesse trascorrere i suoi ultimi giorni in città. Vittorio gliele metteva a disposizione tutte, come se fossero sue. Invece il Generale prese alloggio all’Albergo d’Inghilterra, sulla Riviera di Chiaia. Qui andò a fargli visita il marchese Pallavicino, un monumento nazionale, un nemico mortale degli Austriaci, che gli avevano fatto gustare le delizie del tetro carcere dello Spielberg, il carcere di Silvio Pellico. Ma non so se ci sia ancora qualche professore di storia che ai suoi alunni parli di Silvio Pellico.

E se non c’è, la colpa è di Silvio Pellico, che si mise a fare il carbonaro, invece di darsi al commercio del grana padano. Ne avrebbe guadagnato in soldi e in salute. Il marchese Pallavicino si presentò orgogliosamente ornato del collare del Supremo Ordine dell’ Annunziata, la massima onorificenza di Casa Savoia, che Vittorio Emanuele II gli aveva appena concesso. Come Garibaldi vide il collare, prima si rabbuiò, poi esplose: "Vergogna, da uno che è stato allo Spielberg non me lo sarei mai aspettato che desse importanza a questi gingilli". Il vecchio patriota rimase di sasso: gli venne da piangere: non se l’aspettava, una simile accoglienza. Il 9 novembre, nero come il mare in tempesta, Garibaldi si imbarcò nel porto di Napoli, per tornarsene a Caprera. E fin qui c’è tra gli storici un accordo quasi totale.

Ma cosa accadde sulla nave che portava Garibaldi a Caprera? Nessuno ne ha parlato. E invece proprio su quella nave si svelò il mistero più ingombrante di tutta la storia italiana. Non appena il vascello prese il largo, non appena fu certo che da terra nessuno avrebbe potuto vederlo o sentirlo, Garibaldi si rasserenò, cancellò l’ombra nera che gli aveva offuscato negli ultimi dodici giorni la faccia e lo sguardo,- ma ora si capiva che era stata tutta una scena – e incominciò a sorridere: poi dal sorriso passò al riso, e rise di gusto, e a poco a poco la risata divenne un tuono, una scarica di cannone, un boato. Rideva e gridava, come un ossesso:

“Vittorio, ci sei cascato. Io me ne vado a Caprera, a fare l’eroe in esilio, a riposarmi sul piedistallo, a coricarmi sugli allori, a intrattenere a turno, sugli allori, le ammiratrici, e a te lascio Lombardi, Fiorentini, Napoletani, Casertani e Siciliani: te la sbrogli tu, la matassa per metterli d’accordo; te la spicci tu, la faccenda”.

Un marinaio del vascello, che forse era una spia di Cavour, raccontò la scena incredibile in una lunga lettera indirizzata alla sua amante, che forse era una spia di Napoleone III. La lettera l’ho trovata io, in un archivio privato. Il marinaio era un vesuviano. Non dirò di quale paese. Non dirò il nome, non dirò nulla. Per ora. Non voglio immischiarmi nelle vicende della guerra che questo benedetto centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia ha scatenato tra gli storici locali, che già per virtù di natura sono inclini a considerare proprietà personale la storia paesana: guai a chi gliela tocca. Quando finiranno le celebrazioni, e sbollirà il fervore degli entusiasmi, e le penne degli storici locali torneranno nel fodero, allora pubblicherò il mio libro, e sarà un fracasso, una bomba, una tonnellata di tritolo sotto il castello delle bugie.

Per ora dico solo che la sera del 30 agosto 1860, mentre si muoveva tra Eboli e Salerno con i Mille diventati trentamila, Garibaldi venne informato da una nobildonna palermitana, che era forse una spia degli Inglesi e certamente se l’intendeva con un capo della mafia, che Cavour non voleva Napoli: Cavour voleva Firenze e Venezia: ma Napoli, no. Cavour aveva detto ai suoi: "Garibaldi ha conquistato Napoli, e Garibaldi se la gusti, se la goda". Ma Cavour aveva una debolezza, che l’Eroe sfruttò. Gli mandò a dire: "se Napoli non la vuoi, la do a Mazzini. Te la immagini una Repubblica del Sud, con Napoli capitale e con Mazzini Presidente?". Glielo mandò a dire ad alta voce, perché tutti sapessero. Fu il subbuglio.

I clan dei galantuomini borbonici, i camorristi, i mafiosi, gli affaristi della sanità pubblica e della monnezza, i falsi invalidi, i falsi ciechi, i funzionari, gli uscieri, i gestori del lotto clandestino, i contrabbandieri, i manutengoli, i papponi di ogni risma, e perfino alcuni giornalisti di cronaca nera, e tutti gli scrittori che nutrivano il conto in banca e l’ispirazione con i molteplici orrori di Napoli, i politici, gli attori, i commediografi, i cantanti e gli autori di canzoni: tutti furono sconvolti e tramortiti. Ma furono scioccati anche piemontesi e lombardi: e dove porteremo i rifiuti radioattivi? E come metteremo le mani sugli appalti dei dopoterremoto, degli inceneritori, delle autostrade e dei porti? A quali terroni faremo la morale?

Napoli in mano a Mazzini: ma vi rendete conto? Quel tipo è capace veramente di trasformare i napoletani in Tedeschi Svizzeri e Norvegesi. Allora, che sarà di noi? Il grido d’allarme si propagò come un fulmine da Palermo a Bergamo, congiunse intenti, interessi, progetti e maneggi dell’Italia unita. Cavour mandò a Napoli il re e l’esercito, con un solo ordine: bloccare quel pazzo di Garibaldi, rispedirlo a Caprera. Liberare Napoli non dai Borbone, ma da Garibaldi, e soprattutto, da Mazzini.

Torniamo alle cose serie. Intitolare una strada al 26 ottobre 1860 è una scelta di alto valore simbolico. L’incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, due uomini coraggiosi, fu l’immagine sintetica dell’occasione che la storia offriva agli Italiani perché incominciassero a costruire l’identità nazionale. Non è colpa della storia se quell’occasione aspetta ancora di essere sfruttata.

LA STORIA MAGRA

QUANDO BOSSI PARLA DI POLITICA MEGLIO USARE LA SCOPA DELL’IRONIA

La filosofia dei maccheroni IV parte. Contro i sofismi della polenta e della coda alla vaccinara, l” ironia socratica degli spaghetti aglio, olio, prezzemolo e peperoncino. Di Carmine CimminoSocrate usava, e consigliava di usare, l’ironia come una scopa e come un randello. Una scopa implacabile e un randello elegante, usati, l’una e l’altro, con mano abile e ferma, per spazzare via le chiacchiere dei chiacchieroni che si spacciano per filosofi, e per scrostare il cervello dei presuntuosi, degli arroganti e di coloro che da ogni poro trasudano – è un sudore insopportabile – la persuasione di essere i più furbi e i più intelligenti. Anche in filosofia, se si vuole costruire qualcosa di nuovo, bisogna sgombrare il campo da carcasse e rottami. I maccheroni filosofi affidano questo compito delicato agli spaghetti aglio olio prezzemolo e peperoncino. E vediamo perché.

Vediamolo subito, prima che mi vinca la voglia di affrontare il tema eroico del duello che in questo nobile piatto combattono l’aglio, il prezzemolo e il peperoncino, sciorinando tutte le loro virtù, quelle manifeste e quelle segrete. Ma rinviamo il racconto ad altro tempo. Ora, e qui, prendiamo le mosse da Giuseppe Marotta, il quale scrisse, in una fragrante poesia, che sugli spaghetti aglio e olio il prezzemolo è sfuttente. In questo aggettivo denso di significati, un aggettivo degno di Platone e di Kant, Nello Oliviero vide “un senso mordente, piuttosto terroso, ritornante, insistente”. Insomma, per Oliviero, sugli spaghetti aglio e olio il prezzemolo esiste non in sé, ma solo in funzione dell’aglio. Mi permetto di dissentire.

Lo sfuttente di Marotta significa proprio sfottente, che sfotte, che piglia in giro. E questa sua virtù, questa sua ironia, il prezzemolo la trasmette a tutto il piatto, all’aglio, agli spaghetti, anche al noioso peperoncino, perfino all’olio, che per sua natura è invece pacioso, e perciò non urta, non sfida, non punge, ma lubrifica, unge e smussa: insomma fa scivolare.

Qualche settimana fa, durante un comizio, l’on. Bossi ha offeso i Romani interpretando l’acronimo S.P.Q.R. (senatus populusque romanus) con quella versione, Sono porci questi Romani, che risale, si fa per dire, ai tempi di Viridomaro, di quel condottiero di Galli Cisalpini, che sono più o meno gli avi dei Lombardi, di cui i Romani fecero polpette due secoli prima di Cristo, dalle parti di Casteggio, nell’Oltrepò pavese: lì il console Marcello uccise di sua mano Viridomaro, o Virdumaro, o come si chiamava. Una interpretazione che già 22 secoli fa, si fa per dire, non faceva ridere ha fatto ridere, una volta si diceva a crepapelle, un giovanotto che stava sul palco accanto al capo della Lega, mentre il capo della Lega illustrava al pubblico in delirio la sua traduzione dal latino.

Mi dispiace di non conoscere il nome e l’indirizzo del giovanotto: vorrei regalargli la copia di un certo acquerello di Giacinto Gigante: in segno di gratitudine. Perché la sua incredibile, intraducibile, indescrivibile risata -un misto di ammirazione frenetica di stupore esplosivo di cosmico compiacimento per il suo capo- quella sua risata, che sgorgava e zampillava dalle sorgenti profonde della cultura celtico-padana, mi ha commosso, addolcito, consolato. Ero nella tenebra, e sono stato illuminato, anzi folgorato. Ero abbattuto, e mi sono risollevato; avevo un qualche timore, e ora sono pieno di coraggio. Un grazie sincero al giovanotto. Un giorno svelerò quali tesori di verità e di conforto mi ha regalato la sua risata.

Per fortuna, i Lombardi dell’on. Bossi e i Romani dell’on.Alemanno hanno fatto la pace. È stato consumato un pranzo di amicizia e di unità, davanti a Montecitorio: non si poteva scegliere luogo più consono: forse solo il Campidoglio avrebbe potuto accogliere altrettanto degnamente un banchetto di tale portata e di tali portate. I Romani e il loro sindaco hanno mangiato anche polenta, l’on. Bossi e i suoi hanno mangiato anche rigatoni e coda alla vaccinara. Uno scambio culturale, insomma. L’opposizione, come al solito, ha protestato, ha strepitato: insomma ha preso sul serio la cosa, e ha dimostrato, ancora una volta, di non conoscere Socrate.

Il problema è che Casini e Bersani sono emiliano- romagnoli- romani: e dunque frequentano, anche loro, rigatoni, coda alla vaccinara, polenta e ragù alla bolognese. Ignorano, purtroppo, le virtù degli spaghetti aglio olio ecc.ecc.. Se non le ignorassero, invece di sbraitare e di incazzarsi contro i Lombardi dell’on. Bossi e contro i Romani dell’on. Alemanno, sarebbero scesi in piazza, in corteo, e mentre quelli consumavano i loro piatti di taglia forte, avrebbero silenziosamente, socraticamente, polemicamente mangiato spaghetti aglio e olio e prezzemolo e peperoncino. Ma non è mai troppo tardi per convertirsi. Mi auguro che l ’on. Bersani e l’on. Casini vengano illuminati dalle riflessioni di Paolo Monelli, che non era napoletano, ma modenese, e confessava e ammetteva:

“Emiliani e romagnoli considerano la pasta soltanto come veicolo, per così dire, di cibi vari e essenziali, saporitissimi, di salse di ogni genere, di funghi, di fegatini, di tritati di pancetta e di carne di piccione: insomma si può dire che la pasta sia soltanto condimento di quei polpettoni, di quelle salse, di quei guazzetti molteplici. Per un napoletano, invece, tutte le paste lunghe e corte sono un cibo sovrano, fondamentale, che va condito con quanto basta per insaporirlo”.

E l’essenzialità estrema, la logica più affilata, l’ironia più socratica, si trovano negli spaghetti aglio, olio, prezzemolo e peperoncino, nell’estro dei tre odori che scrostano, bruciano, spazzano, smacchiano, puliscono, mettono a nudo la sostanza delle cose, squagliano i riboboli delle chiacchiere. Non è un piatto, quello, è una battuta di spirito, amara e beffarda: anche dopo un pranzo lussurioso, anche se il ventre è gonfio più di un otre gonfio, in quel ventre un piatto di spaghetti aglio e olio trova ancora uno spazio. Altri cibi – non mi chiedete quali, sono un uomo di pace – , altri cibi si ammassano sullo stomaco e sugli occhi, e non li sciogli nemmeno con l’acido: producono assopimenti improvvisi e irresistibili, e dal ribollio dell’interno pantano esalano i fumi di parole e di gesti che vorrebbero apparire segni veri dell’ amicizia conviviale.

Vorrebbero, ma non ci riescono. Se gli onn. Casini e Bersani avessero mangiato un bel piatto di quegli spaghetti di cui stiamo trattando, se avessero aperto cuore e mente alla forza combinata degli odori sfuttenti, avrebbero all’improvviso sentito le pietre della Roma segreta parlare, per esortarli alla calma:
“Non preoccupatevi di noi. Ne abbiamo visto di tutti i colori. E tutti i colori e le cose a cui i colori stavano attaccati sono scomparsi, sono annegati nel fiume del tempo, si sono sciolti in un’alluvione di sugna e di lardo. Noi invece stiamo ancora qua”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DI CARMINE CIMMINO 

LA CITTADINAZA AL VESCOVO É MOLTO PIÙ DI UN ATTO SIMBOLICO

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Riconoscere al Vescovo Depalma la cittadinanza onoraria di Boscoreale significa essere consapevoli che la chiesa non tace di fronte alle ingiustizie, pronta a schierarsi contro lestofanti e affaristi. Di Don Aniello Tortora

Mercoledi 13 Ottobre il Vescovo mi ha chiesto di accompagnarlo a Boscoreale, per ricevere insieme al Procuratore Capo della Repubblica di Napoli Lepore la cittadinanza onoraria e le chiavi della città.
La manifestazione, in un primo momento pensata all’aperto, si è dovuta tenere, per il cattivo tempo, nell’Aula consiliare. C’era tantissima gente. Tutti volevano vivere insieme questo momento di festa, di pace, di riflessione e di distensione, pausa benefica tra le continue lotte e proteste contro l’apertura della seconda discarica.

Mentre aspettavamo l’arrivo del Procuratore Lepore, nello studio del sindaco abbiamo ascoltato il grido di dolore suo personale e della sua gente. Era un po’ scoraggiato per l’andamento delle cose e soprattutto per il silenzio delle Istituzioni.
Siamo scesi, poi, nell’Aula Consiliare, gremitissima. Ai primi posti le “mamme vulcaniche”, che hanno gridato ancora una volta il loro impegno a non arrendersi per assicurare un futuro più roseo ai loro figli.

Ha preso subito la parola il sindaco Langella, il quale, commosso, ma deciso ad andare avanti con coraggio, ha spiegato il motivo per cui il vescovo e Lepore erano degni dell’alta onorificenza:
Hanno con coraggio difeso il popolo di Boscoreale, e per aver allontanato dagli assalti mediatici (e di qualcun altro) lo spettro che dietro la protesta di gente onesta e pacifica ci fosse la camorra”.

Lepore, ringraziando il sindaco e la città di Boscoreale, nel suo “sfizioso” italiano-napoletano ha ribadito con chiarezza che “l’alibi della camorra serve a Napoli per giustificare tante cose. Anzi la camorra, che gestisce i rifiuti in Campania, avrebbe tutti i motivi per aprire altre discariche”.
Continuando, poi, il suo discorso, da uomo che conosce molto bene, per il suo ufficio, i problemi sociali della Campania, ha sostenuto altri concetti molto importanti: “Le discariche sono dispositivi provvisori che non possono e non devono diventare definitivi. Questa protesta civile è lecita e deve continuare, anche se bisogna rifiutare ogni forma di violenza”.

È stata in seguito la volta del vescovo, il quale, come sempre, con il suo alto intervento magisteriale, ha toccato il cuore e la mente di tutti. Ha detto con forza: ”La gente di Boscoreale è onesta e dignitosa, perché ha avuto il coraggio di indignarsi davanti ad una palese ingiustizia. Io come Pastore e tutta la chiesa saremo sempre con il nostro popolo, senza ricorrere alla violenza, nella lotta contro le ingiustizie. Da questo momento mi sento più impegnato a stare con la mia gente e a portare con loro il peso della croce e la gioia della speranza. Non potrò, come dice il profeta Isaia, mai tacere finchè su questo territorio non sorgerà la giustizia”.

Alla conclusione del suo intervento ha invitato tutti, e particolarmente il sindaco, a non scoraggiarsi davanti alle sordità delle Istituzioni, e ha rincuorato tutti alla speranza.
Al vescovo e a Lepore è stato consegnato il busto di un uomo che emerge dalla lava pietrificata (eruzione del 1870) e che rappresenta lo sforzo e la sofferenza dei cittadini boschesi, preoccupati per la salute propria e dei loro figli: segno di riscatto e di speranza.
Alla fine della manifestazione il sindaco ha annunciato una “marcia su Roma” nella prossima settimana, per far sentir ancora la propria voce al Governo e alle Istituzioni.

Intanto la situazione a Terzigno e a Boscoreale diventa sempre più drammatica.
Si parla di falde acquifere inquinate, di veleni sversati che arrivano anche dal Nord. Come a Tufino e a Boscofangone per il passato.
La chiesa farà sentire sempre la sua voce per difendere questo territorio dagli assalti di politici e lestofanti che, con scelte scellerate, mirano a perseguire solo clientelismo ed affari e continuano ad offendere la dignità di gente onesta e laboriosa.
(Fonte foto: Ufficio stampa Comune di Boscoreale)