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I Domenicani di Madonna dell” Arco e l”economia di Sant”Anastasia tra ultimo Settecento e primo Ottocento. Di Carmine Cimmino

Per tutto il Settecento fu continuo il flusso dei forestieri che investivano capitali nell’acquisto di masserie e di case tra Sant’ Anastasia e Madonna dell’ Arco, attratti dalla fertilità della terra, dall’ordine sociale, dalle dimensioni della folla di devoti che accorrevano a visitare il Santuario. Un anonimo cronista dell’eruzione del 1794, che tra l’altro distrusse la maggior parte dell’abitato di Torre del Greco, dice che micidiali “proiettili“ e una lunga pioggia di cenere colpirono anche il “ricco casale di Santo Nastaso“.

I “capitalisti“ più importanti furono i borghesi napoletani, i quali fecero delle loro “ville“ deliziosi luoghi di villeggiatura, ma anche centri di quell’ agricoltura moderna e razionale che i Domenicani andavano sperimentando nelle loro masserie, da Barra a Ottajano. Alla fine del Settecento Elisabetta De Angelis, che aveva ereditato i beni di una grande famiglia napoletana, i Della Riccia, possedeva a Capodivilla un palazzo "con cappella pubblica a fronte di strada, e con giardino di due moggia", e poco più lontano, una taverna con due bassi data in fitto a Francesco Sbrescia. Sempre a Capodivilla la signora napoletana aveva comprato anche "un comprensorio di tre bassi, un cellaro grande, e un altro piccolo con palmento, che servono per comodità della vendemmia, e una masseria di circa 12 moggia", da cui traeva una rendita netta annua notevole, più di 150 ducati, che solo un vigneto di alta qualità poteva garantire.

Infine, nel luogo detto Sant’ Antoniello, la De Angelis possedeva un’altra taverna, affittata a Nicola Stefanile. Nell’ultimo scorcio del Settecento alcuni nobili napoletani vendettero quote anche estese delle loro masserie a “massari“ di Casalnuovo, che vi trasferirono residenza e impresa, cominciarono a sostituire i vigneti, in parte o in tutto, con i frutteti e avviarono la storia trionfale dell’albicocca di Sant’ Anastasia. Da Casalnuovo venivano Filippo Castiello, che possedeva una masseria di 36 moggia in località Cavaliere; i Romano affittuari delle masserie di Sellaro grande, di Santa Caterina, di San Martino; Filippo Romano, a cui la principessa di Roccella aveva concesso in gestione la masseria Carafa: di Casalnuovo erano anche i due garzoni, Vincenzo e Filippo Barone.

I fratelli Michele e Pasquale De Mattheis, di Resina, avevano comprato 88 moggia di terra ai Terracciani, in parte “arbustati“ con peschi e albicocchi: nella vasta parte “selvatica“ c’era il recinto che ospitava per sei mesi all’anno circa trecento pecore, protagoniste, con altre greggi, di quella transumanza interna tra Sant’ Anastasia e il Partenio, su cui si innestò la storia del capretto di Sant’ Anastasia, e di cui già abbiamo dato qualche notizia in un articolo precedente.

Le trasformazioni del modello dell’economia locale vennero sostenute dai capitali che i Domenicani di Madonna dell’ Arco prestavano generosamente, o investivano nella manutenzione di case, botteghe e selve entrate nel patrimonio del Santuario attraverso oculati acquisti, lasciti e donazioni: la masseria Borrelli, con bassi e camere, data in fitto a Gaetano Dati; un casino e una selva a Fontanarosella, affidati alla cura di Francesco Maione, detto Quattrova; un territorio paludoso in luogo detto Purchiano, locato a Domenico Incarnato; un comprensorio di case ai Portali, in cui Antonio Coppola detto Codella si era messo a vendere ricottelle, caci e salumi; il palazzo dato in fitto ai Marigliano; un comprensorio di case a Capodivilla, in cui Domenico Aliperta, detto Nottamponta, aveva aperto un negozio di zagarellaro, cioè di merciaio. L’osteria presso il Convento venne affidata prima a Domenico Pone, e dal 1807, a Andrea Liguori.

Ovviamente, non c’era, nel territorio, un ordine religioso che potesse gareggiare con il potere finanziario dei Domenicani di Madonna dell’ Arco. Dalla Masseria ricavavano, in media, 500 ducati all’anno, e altri 10 dalla vendita di minestra verde prodotta nel giardino grande annesso al Santuario. Nella prima metà del 1791 il Bancone della Spezieria, tenuto dallo speziario maggiore fra Domenico Oliverio incassò 60 ducati dalla vendita di pomate e di erbe medicamentose, che venivano raccolte sul Somma-Vesuvio e poi lavorate nell’ officina.

Nel 1792 il Bancone della Chiesa, amministrato dal sacrestano maggiore Giovanni Battista Carpano, incassò 2200 ducati, metà dei quali vennero spesi sul territorio: 450 ducati per 800 messe, celebrate nel Santuario dai sacerdoti locali, 38 ducati per le caraffine dell’olio santo fornite in grande quantità dal carrafaro Mariano Foglia, 36 ducati per le 20000 figure della Beata Vergine stampate dal figuraro Tommaso Palumbo, 256 ducati per la "rifazione e la doratura delle lampade avanti alla Cappella della Vergine".

L’orefice e indoratore di fiducia era Costanzo Mellino, napoletano, che però aveva aperto bottega anche a Sant’ Anastasia, nella casa di Vincenzo Maione, detto Abate Fummo. Ma furono cospicue anche le spese fisse e le imprevedute: mezzo ducato al garzone Giorgio che portò le candele al vescovo di Nola; 3 carlini al servitore della contessa Anguissola che aveva portato un’ elemosina di 20 ducati; 2 ducati a Giuseppe De Luca detto Picione per due frasche di seta; 5 ducati a Mastro Gerardo il Marmoraro che ogni anno interveniva sui marmi della Cappella; 2 ducati alla lavannara dei corredi di sacrestia, e 2 a mastro Ciccio Scarpinelli, addetto alla pulizia del Santuario; 10 ducati per le consuete regalie ai tribunali di Napoli; altri 10 per la squadra di campagna che manteneva l’ordine durante la Settimana Santa.

Cinque ducati vennero versati all’ "incantatore per la vendita di oro, argento, granatelli e coralli". Circa 400 ducati venivano investiti ogni anno per la manutenzione ordinaria del patrimonio immobiliare, affidata, a rotazione, a tutti i mastri muratori e a tutti i pozzari, gli esperti di pozzi, di Sant’ Anastasia.

Nei primi anni del 1800 la crisi istituzionale, l’arrivo dei Francesi e il tracollo dell’economia gettarono sul lastrico grande parte della nobiltà napoletana. Anche le entrate del Santuario si ridussero. E tuttavia nel 1807 un duca, un marchese e un principe, tutti di grande nome, erano debitori dei Domenicani di Madonna dell’ Arco per una somma complessiva di 4200 ducati: una somma di poco inferiore agli introiti che il Comune di Sant’ Anastasia registrò, pochi anni dopo, nel secondo bilancio della sua storia autonoma.
(Fonte foto: Rete Internet)

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