L’UNSI lancia il progetto “milite ignoto 2021” nel ricordo del Sergente Maggiore Capo Roberto Valente

Giornata dedicata al ricordo dei caduti ed ai valori etici del mondo militare, quella organizzata ieri dall’Unione nazionale Sottufficiali italiani nell’incantevole cornice della scuola militare Nunziatella di Napoli. Il prestigioso Istituto di Formazione, tra i più antichi d’Europa, ha aperto le porte per accogliere tra le sacre mura (che videro qui forgiarsi personalità del calibro di Enrico Cosenza, Carlo Pisacane e Guglielmo Pepe) i Sottufficiali di tutte le Forze Armate uniti per commemorare chi sacrificò il bene prezioso della vita per la Patria. A fare gli onori di casa il Comandante della Nunziatella, il Colonnello Amedeo Gerardo Cristofaro che ha accolto le rappresentanze dell’Esercito, della Marina Militare, dell’Aeronautica, della Guardia di Finanza, della Polizia di Stato e dei Vigili del fuoco. Alla presenza della massima autorità, il Generale di Divisione Polli, si è dato inizio alla cerimonia di deposizione di una corona al “masso del Grappa” simbolo del sacrificio, sul quale sono incisi, a perenne memoria, i nomi degli allievi che si immolarono per l’Italia. Ad omaggiare i caduti, il Presidente dell’Unione Nazionale dei Sottufficiali Roberto Congedi. Lo squillo del trombettiere chiama tutti agli attenti, l’emozione sale ed il surreale silenzio è rotto dal pianto del piccolo Simone Valente e di mamma Stefania, figlio e vedova del Sergente Maggiore Capo Roberto Valente, vittima di un vile attentato in Afghanistan nel 2009. Sotto il basco amaranto da paracadutista il piccolo Simone spalanca i suoi grossi occhioni lacrimanti e cerca sollievo nelle uniformi che lo circondano. La ferita inferta è ancora grondante di dolore che viene in parte lenita, quando alla famiglia Valente si stringono le delegazioni dell’8’ reggimento bersaglieri e del 187’ reggimento paracadutisti “Folgore”, reparti nei quali Roberto Valente prestò servizio. La giornata è poi proseguita nell’aula magna della Nunziatella dove, dopo il saluto istituzionale del Col. Cristoforo è intervenuto il presidente dell’Unsi Roberto Congedi il quale ha presentato le tante attività svolte dall’associazione tese a sensibilizzare le istituzioni sul patrimonio di valori che i militari custodiscono ed esprimono. Gli ha fatto da eco il vicepresidente Vito Impagliazzo che ha presentato il progetto “Milite Ignoto 2021” con il quale UNSI vuole continuare ad operare in ambito nazionale affinché la figura e ciò che rappresenta storicamente il milite ignoto sia costantemente rinverdita ed adeguatamente valorizzata tra le giovani generazioni. Momento di grande partecipazione emotiva quando è stata conferita una targa d’argento alla memoria del Sergente Maggiore Capo Roberto Valente. A ritirare il riconoscimento i familiari del Sottufficiale accompagnati dal Col. Scapece e dal Col. Mendolisio. Successivamente sono stati conferiti attestati ai Sottufficiali delle varie forze armate che si sono contraddistinti in servizio: Lgt. Ferrillo (Nunziatella), Lgt. Iovino e Lgt. Nitti (187 rgt. Folgore), Lgt. Toscano e Serg.Magg.Ca. Zebedeo (8’ rgt. Bersaglieri). Una giornata densa di significati e valori che ha visto, in chiusura la testimonianza di un genitore di un giovane poliziotto caduto nell’assolvimento del dovere che ha voluto ringraziare l’UNSI e la Nunziatella per aver organizzato questo importante momento di ricordo. I ringraziamenti finali del Presidente Roberto Congedi al dott. Gennaro Galantuomo, responsabile della comunicazione dell’Unsi per aver dato un contributo determinante per la perfetta riuscita della manifestazione.

Somma Vesuviana celebra il Giorno della Memoria

La Giornata della Memoria a Somma Vesuviana proporrà nei prossimi giorni momenti di riflessione con dibattiti e spettacoli. Il primo appuntamento è fissato il 23 gennaio al Teatro Summarte in via Roma alle ore 20:30 con musica dal vivo e disegni con la sabbia, ispirato al libro La Città che sussurrò di Jennifer Elvegren e Fabio Santomauro. Questa storia, fatta di coraggio e solidarietà, è basata su una vicenda realmente accaduta durante la seconda guerra mondiale, un episodio che tiene accesa fino ad oggi la luce della speranza nella bontà umana. Con la partecipazione di Clelia Liguori (voce), Salvatore Di Russo (clarinetto), Pietro Bentivenga (fisarmonica) e Simona Gandola (Sand Art). La manifestazione è organizzata dall’ARCI di Somma Vesuviana con il patrocinio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Il 25 gennaio, invece, a partire dalle ore 18:00 nella Sala Santa Caterina in Piazza Vittorio Emanuele III sarà la volta dell’ampio dibattito dal titolo Dire l’indicibile – Testimonianze dalla Shoah, organizzato dalla locale sezione del PD in collaborazione con l’Istituto Regionale Studi Comunità Locali. Interverranno: Giuseppe Mosca, membro dell’Istituto Regionale Studi Comunità Locali; Giuseppe Auriemma, Segretario PD Somma Vesuviana; Diana Pezza Borrelli, componente dell’ Associazione Amicizia Ebraico – Cristiana; Pasquale Lubrano, scrittore e saggista;  Ciro Raia, Presidente dell’ Irescol; Salvatore Di Fede, Segretario Nazionale Psichiatria Democratica. Il termine Shoah – Olocausto –  è un termine ebraico e si  riferisce a quel determinato periodo compreso fra il 30 Gennaio 1933, quando Hitler divenne Cancelliere della Germania, e l’8 Maggio 1945, fine della guerra in Europa: in quel periodo furono milioni le persone soppresse dalla follia razziale. Le statistiche indicano oltre 10 milioni di persone uccise dall’odio nazionalsocialista. Tra i gruppi assassinati e perseguitati dai nazisti e dai loro collaboratori, vi furono zingari, serbi, polacchi, oppositori della resistenza di tutte le nazionalità, tedeschi oppositori del nazismo, omosessuali, testimoni di Geova, delinquenti abituali, o persone definite anti sociali, come, ad esempio, mendicanti, vagabondi e venditori ambulanti. Ogni individuo, che poteva essere considerato una minaccia per il nazismo, correva il rischio di essere perseguitato, ma alla fine solo gli ebrei furono l’unico gruppo destinato ad un totale e sistematico annientamento. Per sottrarsi alla sentenza di morte imposta dai nazisti, gli ebrei potettero solamente abbandonare l’Europa. Il piano prevedeva che ogni singolo ebreo doveva essere ucciso. La spiegazione di questo implacabile odio contro gli ebrei nasceva dalla distorta visione del mondo che considerava la storia come una lotta razziale. I nazisti, infatti, consideravano gli ebrei una razza che da un momento all’altro poteva dominare il mondo e, quindi, rappresentava un ostacolo per il dominio ariano. Inoltre, ai loro occhi, l’origine razziale degli ebrei li identificava come i delinquenti abituali, irrimediabilmente corrotti e considerati inferiori, la cui riabilitazione era ritenuta impossibile. Non ci sono dubbi che ci furono anche altri fattori che contribuirono all’odio nazista contro gli ebrei ritenuti gli assassini di Cristo, inviati del diavolo e praticanti di arti magiche. Altri fattori, invece, consideravano  gli ebrei come una minaccia per la stabilità sociale ed economica. La combinazione di tutti questi fattori scatenò quella grande persecuzione, che rimane ancora oggi l’estremo orrore della storia umana.

Sant’Anastasia, Comunità Parco Nazionale Vesuvio: sui condoni la politica deve intervenire

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Spetta alla politica ed al governo affrontare e risolvere il problema dei condoni del 1985 e del 1994, che nei comuni vesuviani e del Parco Nazionale del Vesuvio non trovano da decenni una possibilità di soluzione. E’ quanto emerso dall’incontro dei sindaci della Comunità del Parco e riferito dal vice-Presidente Lello Abete, sindaco di Sant’Anastasia. Sul tema occorre ricordare quanto le Amministrazioni Comunali di Sant’Anastasia hanno fatto negli ultimi anni, mettendo a fuoco tutte le criticità della legge regionale sulla “zona rossa” a rischio Vesuvio, sui mancati programmi alternativi di sviluppo delle vie di fuga e dei servizi a sostegno delle comunità penalizzate dalla stessa legge; molti consigli comunali hanno fatto il punto della situazione sui condoni, sugli abbattimenti, sugli abusi di necessità, proponendo percorsi risolutivi, leggi nazionali e regionali più adeguate alle diverse realtà territoriali dei paesi vesuviani e dei paesi prossimi al golfo di Napoli; non sono mancati studi e pareri di esperti sulla vocazione dei napoletani e vesuviani a restare nella propria terra ed a cercare sempre lo sviluppo e la crescita economica e sociale; ed anche i troppi vincoli sulle costruzioni che hanno portato ad una stagnazione dello sviluppo territoriale per le piccole e medie imprese, peggio ancora per i costruttori che hanno dovuto cercare lavoro in altre regioni o addirittura chiudere l’attività. E’ evidente che l’azione dei sindaci diventa importantissima per ridiscutere la questione dei condoni e far orientare la mentalità politica verso la ricerca concreta di una soluzione. “Abbiamo riunito la comunità del Parco, composta dai sindaci della Città Metropolitana, per affrontare alcuni di problemi storici ed atavici di questo territorio. Uno dei tanti e molto sentito è quello dei condoni edilizi, che per varie vicende succedutesi negli anni, tra sentenze, approvazioni, blocchi, è un problema risalente al1985. Insieme, abbiamo deciso di seguire quotidianamente la questione, costituendo un tavolo permanente con la Città Metropolitana e la Regione Campania, interloquendo direttamente con i ministeri delle infrastrutture e delle politiche sociali. Vero è che il problema investe l’urbanistica, ma è anche e soprattutto un problema sociale quello di sanare, credo – dice il sindaco Lello Abete – più di 30000 pratiche di condono per abusi edilizi commessi per lo più da chi ha costruito o ampliato la propria casa in cui abita ormai da più di trent’anni. E’ dunque un problema sociale che mette in seria difficoltà le comunità dei nostri comuni, una situazione che tante amministrazioni succedutesi negli anni hanno cercato di affrontare senza giungere a qualcosa di concreto. La realtà è questa: ci sono famiglie che abitano case da quarant’anni, abusi per lo più sanabili con i condoni del 1985 e 1994. Quindi, abbiamo deciso di attenzionare il problema e cercare di portarlo ad una soluzione definitiva, che potrà dare uno svolta sia perché ci sarà un’entrata nelle casse comunali, sia porterà alla serenità queste famiglie,  che hanno migliorato o costruito la loro prima casa di residenza. Il problema va raffrontato e risolto politicamente, strade diverse personalmente non ne vedo e per questo motivo abbiamo deciso di interloquire direttamente con i vertici a livello nazionale, per portare alla attenzione dei ministeri questo problema che, forse, anche a livello governativo molti non conoscono approfonditamente e realmente”.

A Napoli uno spettacolo sulle donne tutto al femminile: “Audizioni” di Carlo Cerciello

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Titolo indovinato quello che Carlo Cerciello ha dato alla sua ultima creazione, in scena a Napoli al Teatro Elicantropo fino al 3 febbraio. ‘Audizioni”, spettacolo liberamente ispirato a testi di Gloria Calderon Kellett, richiama alla mente due diverse idee. La prima è la prova, la breve esibizione di un artista che aspira a far parte di un organico, di una produzione. La seconda è l’atto dell’ascoltare. Entrambi i significati calzano a pennello a questa ironica, scoppiettante, sorprendente galleria di personaggi femminili. Cerciello ha creato una struttura, un filo conduttore, che dal primo monologo, La Dea, infila l’uno dopo l’altro altri ben sedici personaggi. Una figura zoppicante attraversa un corridoio su cui sono proiettate in rapida successione tracce di sangue, immagini patinate e ossessive dello showbiz, brevi video del mondo dell’informazione che sovrappongono barche di villeggianti a barche di migranti e, quando la scena si fa chiara, è Dio in persona che ci parla. E ci rivela che lui, in realtà, è una lei, anzi non ha sesso, ma se deve apparire in pubblico preferisce di gran lunga le sembianze femminili. L’uomo sì, ha un suo valore, ma la donna, dice, “è un capolavoro”. La Dea si dichiara disponibile ad ascoltare le creature, le loro lamentele e le loro domande. E qui parte un’irresistibile galleria di personaggi che porta in scena le conseguenze dell’innaturale sovraesposizione delle donne e dei loro corpi e le nevrosi generate dalle forzature dei loro ruoli. Si comportano tutte non solo come persone che chiedono ascolto, ma proprio come aspiranti attrici a un’audizione: la scena è una passerella, tutto è sopra le righe, tutto è spettacolo. Come non riconoscere una critica feroce del nostro mondo contemporaneo, che Cerciello chiama giustamente “blob”, dove la sofferenza umana reale viene sovraesposta, divorata e digerita per essere infine cancellata e dimenticata. Le cinque straordinarie attrici a cui è affidato questo compito sono Mariachiara Falcone, Fabiana Fazio, Ianua Coeli Linhart, Cecilia Lupoli, Sefora Russo, che si sono formate al Laboratorio permanente teatrale dell’Elicantropo. Sono intensi e divertenti tutti i personaggi. Colpiscono la brava ragazza che ha ucciso lo zio molestatore, la spigliata pattinatrice sexy, la tenera e impertinente disabile (tutte interpretate dalla bravissima Cecilia Lupoli) che battibecca con una suora imprevedibilmente spregiudicata ( Fabiana Fazio che ci regala anche La Dea e la Donna in carriera).  Ianua Coeli Linhart, dopo La Straniera e la Santa interpreta un’esilarante Prima Donna, Eva, e Mariachiara Falcone la Remissiva e L’Ottimista. L’ultimo monologo è di Sefora Russo, la martire, che chiede quante volte ancora deve morire prima di essere ascoltata. E qui si chiude il cerchio, si chiudono le audizioni. Uno spettacolo da non perdere, che fa il punto sulla situazione attuale, sulle false libertà e i veri nodi da sciogliere. L’allestimento scenico di Audizioni è a cura di Andrea Iacopino, il trucco di Vincenzo Cucchiara, coadiuvato dall’aiuto regia di Cinzia Cordella e l’assistenza alla regia di Elisa Buttà.

Pizzeria Sorbillo, aperti dopo la bomba: “Viva Napoli!”

Riapre da questa mattina la storica pizzeria Sorbillo a Napoli. Ad annunciarlo è stato proprio Gino Sorbillo, durante una manifestazione davanti al locale. Un cartello con su scritto: “Napoli non abbassa la testa. #iostoconsorbillo” appare sopra le teste dei manifestanti, accorsi in via dei Tribunali per offrire sostegno e solidarietà ad una delle pizzerie più amate di Napoli. A destabilizzarne l’equilibrio era stato lo scoppio di una bomba fuori il locale, avvenuto nella notte fra martedì e mercoledì scorso. Un gesto che fa scattare l’allarme fra tutti i commercianti del luogo e che in tanti hanno interpretato come un chiaro segno di minaccia.

Maryam Tancredi all’evento che celebra la carriera di Al Bano

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Tra gli amici che il maestro di Cellino ha voluto intorno a sé, anche la giovane artista nata a Somma Vesuviana, oggi voce dalla forza internazionale.

 Una carriera lunga una vita, per l’esattezza 55 anni. Tutti quelli che un giovane pieno di speranze ha riposto in una valigia che da Cellino San Marco, terra di contadini, fatica e orgoglio, portava a Milano, a rincorrere una strada che gli avrebbe permesso di far conoscere la sua voce. Timbro potente, un dono divino, voce unica al mondo per l’estensione, la potenza, l’emozione capace di suscitare. Dalla Cina alla Russia, all’America, non c’è luogo che non abbia incantato il suo viso gioviale, il cappello bianco a tesa larga fisso sulla testa, il sorriso perenne e pieno di sole della sua Puglia. Al Bano Carrisi, classe ’43 e radici profondissime legate alla sua terra, proprio come gli alberi di ulivo che egli stesso coltiva, oggi fiero patriarca di una famiglia cresciuta immersa nei valori, accarezzata dalla gloria e mai sfuggita ai dolori più grandi. Al Bano è la trasformazione dell’Italia cresciuta con lui quando dal ‘64 cominciava a mostrare le sue capacità. I primi musicarelli, il colpo di fulmine che gli regalava un palcoscenico ancor più universale, quella telenovela infinita con Romina dall’allure internazionale adattatasi in qualche modo alla vita semplice dell’uomo al suo fianco. Vicini anche quando il matrimonio vacillava sotto i colpi del dolore per la scomparsa della figlia Ylenia svanita nel nulla a New Orleans nel dicembre del ’93. Al Bano stretto alle sue radici, alla sua terra, ai suoi vini, racconta tutto questo, in due serate evento per Canale 5, per due mercoledì, il 23 e il 30 gennaio: “55 passi nel sole” che ha nel titolo il primo successo importante, quel “Nel Sole” che ancora oggi canta con la stessa intensità di quegli anni. L’immensa carriera sarà ripercorsa con la voce narrante della figlia Cristèl, la figura sempre presente di Romina, tra i luoghi attraversati, gli aneddoti e i ricordi più importanti come, a pochi giorni dall’infarto, quell’incontro con Papa Bergoglio voluto fortemente. Come una grande festa, intorno al cantante di Cellino ci saranno tutti gli amici con cui ha stretto nel tempo un sodalizio artistico e insieme di amicizia: Lino Banfi, Pippo Baudo, J-Ax, i Ricchi e Poveri, Toto Cutugno, Pupo, Alex Britti, Fabrizio Moro, Gabriele Cirilli; e ancora Michele Placido, Beppe Fiorello, Mario Biondi, Roberto Vecchioni, Gigliola Cinquetti, Raimondo Cataldo, i The Kolors, i Gemelli Diversi la giovane Maryam Tancredi voce sommese che a grandi falcate conquista palcoscenici sempre più internazionali  e che al fianco di Al Bano e nel suo team, raggiungeva la vittoria al Talent “ The Voice of Italy” nell’ultima edizione. «Per lo spettacolo di Albano ci sarò anche io- Commenta Maryam- come ho detto sempre Al Bano è una persona fantastica e lo dimostra ogni giorno. Mi ha reso partecipe di questo spettacolo meraviglioso dove duetterò con lui. Sono davvero felice di rivederlo e spero che sarete tutti li incollati a guardare la tv, perché ne vedrete delle belle».

Wellness and Health, Cioccolato PINK: derivazione e proprietà benefiche

Dopo oltre ottant’anni dall’introduzione del cioccolato bianco –  terza varietà dopo il cioccolato fondente e quello al latte -, la società svizzera Barry Callebaut ha lanciato  sul mercato un cioccolato che farà la gioia del marketing: è PINK!! Privo di aromi, coloranti e additivi (cosi ci dicono) è un punto a favore di un sapore ai frutti di bosco, dolce e un filo acidulo. Quanti di voi in calza hanno trovato Baci Perugina e kit-kat… rosa ? La Nestlè ha voluto lanciare il famoso cioccolato da subito! Il colore rosa proviene dalla sua fava. Ruby Cocoa Beans, questo il suo nome e le fave di questo cacao sono  color rubino.  E’ doveroso, a questo punto, aprire una parentesi su cosa sono le fave di cacao e quanto questo cioccolato è naturale. Le fave di cacao sono i semi dei frutti della pianta del cacao o Theobroma cacao, appartenente alla famiglia delle Sterculiaceae, originaria del Sud America. Il Theobroma cacao è un albero sempreverde, caratterizzato da un’altezza che varia dai 5 ai 10 metri. I frutti della pianta del cacao sono allungati e ricordano le forme del cedro. Il loro colore in un primo momento risulta verde-giallo ma poi, con la maturazione, si colora di un rosso tendente al bruno. Questi frutti (o baccelli) prendono il nome di “cabossa” e al loro interno possono contenere da 25 a 40 semi (o fave). Questi semi, racchiusi all’interno di una polpa aspra, sono di un colore bruno-violaceo perché contengono grassi, zuccheri, coloranti, alcaloidi e albuminoidi. Essi acquisiscono il loro colore marrone dopo un processo di fermentazione naturale a cui vengono sottoposte in apposite vasche. Durante questo periodo le fave conservano la loro cuticola, che viene rimossa soltanto durante la spulatura, qualora si scelga di tostarle. Le scimmie della foresta tropicale ci hanno permesso la loro scoperta perché, essendo molto ghiotte della sostanza zuccherina che riveste tali semi, spaccavano i cabossi tralasciando i chicchi al loro interno perché amari a causa degli alcaloidi contenuti in essi. Ma allora? Il cioccolato Pink? Qual è la sua provenienza?…è solo Marketing? Definito “cioccolato di quarta generazione”, poiché nato dopo il cioccolato fondente, quello al latte e quello bianco (ultimo in ordine di tempo e risalente agli anni ’30 del Novecento), il pink chocolate è ottenuto da alcune differenti specie botaniche di alberi di cacao provenienti dalla Costa d’Avorio, dal Brasile e dall’Ecuador e, attraverso un processo in grado di selezionare e lavorare la specifica fava rossa, denominata Ruby Cocoa Bean, il gruppo di lavoro del reparto R&D della Barry Callebaut di Louviers è stato in grado di esaltarne la fragranza e il tono di colore rosa intenso grazie a un nuovo ed esclusivo sistema di produzione capace di attivare i precursori presenti in queste bacche. Per la prima volta in assoluto dalla Barry Callebaut il 5 settembre 2017, Ruby ha fatto il proprio ingresso nel mondo del cioccolato grazie ad un evento ad hoc organizzato a Shanghai. Ma se è “reale” e senza “artefatti o coloranti aggiunti”, quali sono le sue proprietà e i suoi benefici? Le fave di cacao contengono poche calorie, sono ricche di vitamine e minerali e, cosa ancora più rilevante, contengono ingenti quantità di antiossidanti, flavonoidi e polifenoli che fungono da protezione contro i radicali liberi, responsabili dell’invecchiamento delle cellule ma anche di alcune patologie come tumori e artrite. Questo prodotto si rivela anche un prezioso alleato in grado di proteggere il sistema cardiocircolatorio, nonché un mezzo capace di diminuire il livello di colesterolo LDL (colesterolo cattivo). Inoltre, al loro interno, contengono un’alta quantità di minerali, tra cui il magnesio, che risulta un elemento importantissimo per il cuore, poiché è in grado di aumentare il suo vigore. Esso risulta altrettanto efficace anche come anticoagulante del sangue e, di conseguenza, il suo supporto diventa importante anche per regolarizzare la pressione arteriosa. Secondo alcuni studi, le fave di cacao sono l’alimento con il più alto contenuto di antiossidanti. Il rapporto, infatti, è di 1 a 10: in 100 grammi di cioccolato, 10 grammi sono di antiossidanti. Essi agiscono per limitare o bloccare l’azione dei radicali liberi, che sono i maggiori responsabili dell’invecchiamento delle cellule e della conseguente comparsa di malattie degenerative. Tra esse possiamo menzionare la cardiopatie, l’abbassamento delle difese immunitarie, malattie cerebrali e, perfino, il cancro. MA FACCIAMO ATTENZIONE, PERCHÉ STIAMO PARLANDO DELLE FAVE DI CACAO E NON DEL PRODOTTO CIOCCOLATO FINITO, DOVE LA LAVORAZIONE IMPONE UTILIZZO DI ALTRI INGREDIENTI COME IL BURRO! Nelle  fave di cacao, inoltre, la presenza di  feniletilammina, dopamina e serotonina, consente al nostro organismo di produrre endorfine, aiutandoci a contrastare gli stati d’animo negativi definito, cosi,  “antidepressivo naturale” modulando l’umore e appagando il senso di sazietà. Ecco perché sono in molti a sostenere che mangiare cioccolata fa dimagrire! Quindi, Buon Pink Chocolate a tutti…almeno per un assaggio!

La “zuppa di cavolfiore e baccalà” vi farà capire, forse, perché quel tale di Afragola ha baciato la mano al ministro Salvini

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L’ intenzione  da cui nasce quel baciamano può essere “scoperta” non dalla ragione, bensì da quel tipo di intuizione che si sprigiona dal candore prelogico di un fanciullo. A questo candore  può riportarci, diceva uno studioso decadente del primo Novecento, una zuppa di baccalà e cavolfiore. Quattro sono le possibili spiegazioni di quel baciamano. La quinta la citiamo per dovere di cronaca, ma è da scartare “senza se e senza ma…”. La zuppa permetterà di intuire qual è la spiegazione vera e fondata?   Qualunque verità può essere contemplata dal fanciullo interiore (G. Pascoli)   Ingredienti per 6 persone: kg. 1,5 di baccalà; 2 cavolfiori; 6 pomodorini maturi; 1 acciuga; 1 cipolla; 2 spicchi d’aglio; 1 carota; 1 gambo di sedano; 1 peperoncino forte; un pugno di uva sultanina; un ciuffo di prezzemolo; un cucchiaio di pinoli; 3 cucchiai di olio d’oliva; sale q.b. Questi sono gli ingredienti suggeriti da Domenico Manzon. Ad essi lo chef Biagio aggiunge mezzo bicchiere di vino bianco, preferibilmente “coda di volpe del Vesuvio”.  In una casseruola fate imbiondire nell’olio la cipolla e l’aglio tritati, aggiungete l’acciuga, e quando questa si sarà dissolta, aggiungete i pomodorini, e. dopo un poco, due litri e mezzo di acqua. Subito dopo versate tutte le verdure tagliate in piccoli pezzi, il prezzemolo e il peperoncino tritati. Quando il tutto incomincia a bollire, calate il baccalà, spellato, deliscato e tagliato in cubetti. Dopo una decina di minuti aggiungete le cime di cavolfiore, l’uvetta, precedentemente lavata e ammollata, e i pinoli; fate bollire per venti minuti circa. Sugli ultimi bollori versate il mezzo bicchiere di vino bianco, regolate il sale, servite la zuppa calda su crostini di pane, condita con un filo d’olio, a crudo.   Dunque,  venerdì mattina il ministro Salvini va ad Afragola, a confermare la solidale presenza dello Stato, “lo Stato c’è”, a una città scossa dalle bombe e dalle estorsioni della camorra. La folla applaude, esulta, ringrazia: all’improvviso, un tale (v.foto in appendice) afferra la mano del ministro, e stampa sul dorso di essa un bacio pieno e schioccante.  Immediatamente dilaga nelle piazze reali e virtuali il gioco delle interpretazioni: tutti a chiedersi il senso di quel baciamano che un “napoletano” fa a un ministro che, come si sa, fino all’anno scorso non è stato tenero con le genti del Sud, e con i napoletani in particolare.  La fotografia e il video non aiutano a capire le intenzioni e i sentimenti dell’uomo: e a ciò si aggiungono gli impedimenti e gli sviamenti prodotti in noi napoletani dal pregiudizio, dalle reazione emotive e intellettive che in ciascuno di noi nascono dalle immagini dei “leghisti” che sparlano del Sud, che invocano contro Napoli l’ira del Vesuvio, che non sono favorevoli al “reddito di cittadinanza” perché credono che sia un omaggio dell’on. Di Maio al suo popolo di sfaticati. Scrisse Giovanni Afanès, intellettuale “decadente”, amico di Pascoli e di D’Annunzio, che quando non riusciamo a capire ciò che sta sotto i nostri occhi dobbiamo farci aiutare da una “zuppa di baccalà e cavolfiore”. Grande  fu la mia meraviglia, alla prima lettura del suggerimento dell’ Afanés: perché a Napoli le parole “baccalà” e “cavulisciore” (cavolfiore) servono a indicare gli stupidi, gli sciocchi, i babbei. Ma è proprio questo il punto. Spiegava Afanés, nel pieno rispetto della sua cultura “decadente”, che gli umori “bianchi” del cavolfiore e del baccalà ci purificano da tutte le scorie delle nostre inquinate passioni, dei nostri ragionamenti distorti, dai preconcetti, dalle fisime, e ci riportano all’indietro, verso la semplicità e il  candore della fanciullezza, verso quella condizione prelogica “d’’e criature” che secondo qualche teologo cristiano e secondo gli intellettuali decadenti  consente ai fanciulli di  “intuire”  verità  che sfuggono all’intelletto di chi non è più fanciullo. Quattro sono le possibili spiegazioni di questo baciamano. Il gesto è dettato da puro lecchinaggio: il lecchino lecca la mano a chiunque abbia in mano un briciolo di potere. Ma è una spiegazione che non mi piace. Forse il baciante, chiamiamolo così, è un cittadino atterrito dalla delinquenza organizzata, e la ricerca di qualcuno che lo protegga è diventata per lui un’ossessione: la  presenza del ministro, la possibilità di toccarlo materialmente producono una suggestione liberatoria, e da qui l’impulso a baciare la mano del Salvini, come se quella “presenza” avesse una connotazione mistica. Non è una esagerazione, può capitare. C’è la spiegazione politica. L’uomo è un afragolese “leghista”, che ringrazia il “capitano” per il lavoro che sta facendo, e che per farsi notare da lui, in quella folla, in quello scrosciare di applausi e di encomi, sceglie un gesto che Salvini non dimenticherà, anche perché il bacio verrà registrato da fotografie e da video. Non si può escludere – siamo capaci di qualsiasi stranezza – che il baciante venga da un paese confinante, che non sia un ammiratore di Afragola, e che perciò decida – un piano maligno –  di collegare la città a un gesto che in Campania ha suscitato, ovviamente, molti commenti negativi.” ‘A visto ch’è succies’ a ‘Fravola?”. Qualcuno ha osato pensare che il baciante, ricordando che il baciamano è un segno della riverenza dovuta ai capi della camorra – “Baciamo le mani a Vossia” – abbia voluto, con quel gesto, oltraggiare il ministro Salvini. Ma è un’ipotesi “cinematografica”,  partorita, forse,  dal cervello di un  iscritto al PD. Chi vuole “intuire” la verità metta in pratica il suggerimento di Afanès, consumi una abbondante zuppa di cavolfiore e di baccalà, e, se viene folgorato da una “illuminazione”, la comunichi a tutti, specialmente a quelli che, come me, non gradiscono nessuno dei due ingredienti principali. Da questa zuppa destinata a ripristinare il candore della fanciullezza io toglierei il peperoncino, perché gli umori “rossi”, coniugandosi con quelli dell’acciuga, possono mettere in moto l’intelletto e le passioni: e invece, per tentare di svelare il mistero, è necessario il candore assoluto del fanciullo pascoliano. Intanto io cerco di immaginare i commenti che alla fotografia del baciamano sono stati dedicati nella Padania….  

Il ministro e il colonnello dedicano la caserma di Nola a Michele Liguori. Ma sindaco e polizia di Acerra non partecipano

Ricordo quando mi vedevo con il poliziotto municipale di Acerra, Michele Liguori, il vigile “acchiappa discariche”, tra gli anni Novanta e i primi Duemila.  << Guarda giornalista – mi diceva in municipio – mi hanno relegato in questa specie d’ufficio. Mi fanno fare sempre meno cose, quasi niente. Qui non mi vogliono: gli amministratori locali mi boicottano >>.  Passarono i mesi e Michele venne costretto alla totale inattività in un altro “ufficetto”, ubicato nell’allora cadente Castello di Acerra. Poi del poliziotto municipale non si seppe più nulla. Fino all’inverno del 2014, quando un video del Corriere della Sera fece il giro del web con l’immagine del povero casco bianco morente in un letto. Aveva un doppio tumore mortale, che se lo portò via in poco tempo. Un cancro terribile che solo in maniera molto tardiva lo Stato ha appena riconosciuto come il risultato delle “scorrerie” solitarie di Michele tra gli scarichi abusivi del territorio (decine i sequestri messi a segno dall’eroe della Terra dei Fuochi per altrettanti sversatoi illeciti). Un territorio che purtroppo invano Michele voleva proteggere dall’ecomafia. Ora intanto nella sua Acerra comandano sempre gli stessi.  Stamattina però il comandante della polizia municipale di Nola, il colonnello Luigi Maiello, amico di Liguori, ha voluto dedicare a lui la caserma della polizia municipale di Nola. Alla cerimonia ha voluto partecipare il ministro dell’ambiente Sergio Costa, che da alto ufficiale del Corpo Forestale dello Stato ha conosciuto personalmente il vigile morto di cancro. Stamane c’era ovviamente anche la moglie del poliziotto eroe acerrano, Maria Di Buono. Ha detto poche ma significative parole. Poi s’è emozionata. E’ stata consolata dagli abbracci del ministro e della brava e onesta commissaria prefettizia del Comune di Nola, Anna Manganelli. C’è un dato importante emerso da questo evento. << Spero che il Parlamento approvi la legge Terra Mia >>, l’appello del ministro. Legge Terra Mia, ovvero: pene più dure per gli ecomafiosi e obbligo perentorio di bonificare i siti inquinati. Speriamo bene. Ma la realtà è troppo spesso più dura della gioia che può darti la speranza, la voglia di cambiare. Stamattina infatti il corpo della polizia municipale e il sindaco di Acerra, Raffaele Lettieri, non hanno partecipato all’evento organizzato a Nola per il grande personaggio acerrano scomparso drammaticamente, a soli 57 anni. Sono  venuti soltanto l’assessore all’ambiente, Cuono Lombardi, e l’assessore alla polizia municipale, Vincenzo Iorio, accompagnati da due vigili urbani. Secondo indiscrezioni il sindaco di Acerra si è recato a un altro evento sulla polizia locale, a Benevento.  << E’ una cosa vergognosa – ha affermato Alessandro Cannavacciuolo, giovane ambientalista coraggioso di Acerra – questa è stata un’ altra offesa, l’ennesima, a un uomo che ha dato la sua vita per il prossimo, per tentare di salvaguardare la salute di tutti >>.

Saviano, abbandonati due esemplari di tartaruga in via di estinzione: riportate lesioni

Due esemplari di tartaruga testudo hermanni, specie a grave rischio di estinzione, sono state abbandonate da ignoti all’esterno di una clinica per animali di Saviano. Appena i titolari della clinica hanno trovato i due animaletti, hanno immediatamente richiesto l’intervento dei Carabinieri. Sul posto è intervenuto il nucleo C.I.T.E.S. (acronimo che sta per Convention on International Trade of Endangered Species) e da un primo esame i Carabinieri hanno rilevato gravi lesioni al carapace (compatibili con morsi di cane e carenza di luce e vitamine). Le due tartarughe sono state poste sotto sequestro e affidate alle cure dei medici della struttura.