IL DIRITTO ALLA SALUTE IN CARCERE: QUALE TUTELA?

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Tra le mura del carcere, il diritto alla salute dei reclusi non sempre è applicato come si dovrebbe. La storia vera di R.
Di Simona Carandente

Il vasto e variegato panorama della realtà carceraria, italiana e campana in particolare, che emerge sia dai mass media che dalle esperienze concrete di tutti coloro che vi interagiscono, a diverso titolo, non è sempre incoraggiante.
Difatti, senza voler fare facile retorica nè tantomeno critica, non può non trascurarsi il dato secondo cui, a fronte di poche e limitatissime realtà senza dubbio privilegiate, sovente all”interno del carcere viene negato il riconoscimento anche dei più elementari diritti dell”individuo.

Tra quest”ultimi merita un posto rilevante il diritto alla salute, già sancito dalla Carta Costituzionale e dalla legislazione di diritto interno, il quale però tra le mura del carcere subisce, in molti casi, una profonda compressione.
In particolare, si tenga presente che l”ordinamento penitenziario, di cui alla L. 26 luglio 1975 n. 354, prevede all”art. 47 ter la possibilità per il detenuto di poter scontare la pena nella propria abitazione, o in altro luogo di cura o assistenza, qualora ci si trovi in presenza di requisiti tassativamente previsti dalla norma.

In particolare, la detenzione domiciliare può essere riconosciuta a persona in condizioni di salute particolarmente gravi, che richiedano contatti costanti con i presidi sanitari territoriali, non potendosi ricorrere in tali casi esclusivamente all”assistenza sanitaria inframuraria.
Tuttavia, anche l”applicazione del beneficio è soggetto a limiti edittali, rigorosamente previsti dalla norma penitenziaria ed insuscettibili di diversa applicazione.
Il principale, vistoso limite alla concessione della detenzione domiciliare è quello che vede il soggetto ristretto dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza, oppure condannato con l”aggravante (recidiva) di cui all”art. 99 del codice penale.

In tale ultimo caso, vi è tuttavia la possibilità di poter fruire del beneficio anche se la pena detentiva inflitta, anche se costituente parte residua di maggior pena, non superi i tre anni.
In quest”ultima fattispecie rientra il caso di R.: dal 2001 è completamente paralizzato dalla vita in giù, a causa di un conflitto a fuoco nel quale rimase, suo malgrado, coinvolto. Ulteriori complicanze della patologia hanno interessato, successivamente, anche gli arti superiori, con il risultato che R. È su di una sedia a rotelle, completamente impossibilitato a svolgere anche le mansioni più elementari.

Per R. La detenzione è ancora più afflittiva rispetto ad una persona comune: ha bisogno di un piantone che lo aiuti in tutto e per tutto, notte e giorno; non può partecipare ad alcuna opera di rieducazione; non può neanche beneficiare del sostegno esterno dei familiari, in quanto anch”essi sono gravemente ammalati ed impossibilitati ad assisterlo anche solo sporadicamente.
Tuttavia, la corretta ed univoca applicazione della norma non consente al Tribunale di Sorveglianza, pur consapevole della gravità della situazione, nonchè della dubbia compatibilità della condizioni di salute di R. Con il regime carcerario, di potersi pronunciare in senso positivo, posto che la pena residua da scontare è, per R., superiore ai tre anni.

Solo la concessione di qualche beneficio di legge, tale da ridurre la pena che R. Deve scontare, potrà permettere al Tribunale di ripronunciarsi sulla delicatissima questione: il tutto, però, decorsi i tempi previsti dalla legge che, com”è verosimile, non saranno brevissimi. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

L’IPERURANIO DEI TEMPI ANDATI:

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Gli autori del dialogo riflettono sulla difficoltà di trovare una strategia per far leggere i ragazzi. E dunque si chiedono: “perchè (leggere e scrivere), che cosa, come?” Aggiungendo anche : “dove e quando?”.
Di Giovanni Ariola

IL DIALOGO PRECEDENTE

All”elencazione delle domande del prof. Carlo, è seguito un momento di silenzio da parte dei presenti, come se ognuno si concentrasse per riflettere ed elaborare una risposta personale.
Il prof. Fantasia intanto è entrato alquanto rumorosamente, non solo annunciandosi dal pianerottolo con una ripetuta chiusura e apertura dell”ombrello per scuoterne le gocce di pioggia, ma anche con lo strusciare delle scarpe sullo stuoino nell”ingresso tirato molto per le lunghe, quindi con un certo numero di colpi di tosse, nervosa dice lui, per tutte le arrabbiature che si prende malgrado la sua pazienza di Giobbe.

– Devi ammettere – inizia il prof. Eligio rivolgendosi al collega Carlo – che sono domande le tue alle quali non si può rispondere qui su due piedi, in quattro e quattr”otto….Un tempo sapevamo rispondere senza incertezze:ma ora?
– Lungi da me l”intento di voler tentare qui e ora un”impresa alla quale hanno lavorato e continuano a lavorare fior di studiosi senza riuscire a dare risposte del tutto esaustive:Possiamo però avanzare qualche riflessione. Sì, quando eravamo studenti noi, il nostro docente di italiano si preoccupava di fornirci le risposte belle e pronte.
– Ricordo – continua il prof. Eligio – il mio insegnante di lettere del primo anno della scuola superiore, che ci lesse alcuni capitoli da “L”idioma gentile” di Edmondo De Amicis:
– Figuriamoci! – sbotta il prof. Piermario.

– Quando si nomina questo autore – risponde insolitamente calmo il prof. Eligio – si pensa subito al suo “Cuore“, del quale è stato detto tutto il male possibile e io dico a torto perchè a suo modo e con tutte le riserve che vuoi, di stile e di contenuto, è un libro che ci ha formati:perchè più degli altri ci ha fatto conoscere il piacere della lettura :senza averlo assaporato forse non avremmo continuato a leggere:con tanta passione.

– È un libro indubbiamente datato, – osserva il prof. Carlo – ma nessuno che nella sua fanciullezza l”abbia letto, può negare di averlo mai più dimenticato o che non provi, nel ricordarlo, un profondo turbamento che, solo ipocritamente e per darsi arie di intellettuale ultramoderno, si nega e si nasconde. Ringrazio ancora in cuor mio il mio insegnante di quinta elementare che ce lo lesse un quarto d”ora ogni giorno, al termine delle lezioni, a noi alunni, incorreggibili un momento prima con la testa già al dopocampanello e ora immobili e muti inchiodati nei banchi ad ascoltare e a palpitare con i piccoli eroi deamicisiani:D”altra parte di recente lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua ha dichiarato che annovera nel suo Pantheon privato, insieme con Faulkner, Kafka, Camus proprio De Amicis per il suo libro “Cuore”, perchè “convinto che il libro riuscito è quello che ti commuove”.

– Ma c”è anche un De Amicis meno sentimentale – riprende il prof. Eligio – autore di un romanzo come “Amore e ginnastica” che è stato riscoperto qualche anno fa con un buon apprezzamento da parte della critica, e soprattutto un De Amicis studioso della lingua italiana che a mio giudizio andrebbe conosciuto:Bene ha fatto Andrea Giardina a curare la ripubblicazione appunto de “L”idioma gentile” per i tipi editoriali di Baldini Castoldi Dalai (Milano, 2006). Ho potuto rileggere ancora l”incipit del famoso capitolo intitolato “A traverso i secoli” : “A questo punto bisogna che ci fermiamo un poco a discorrere dei principali scrittori che s”hanno da leggere per imparare la lingua:” E giù tutto l”elenco dei principali classici della letteratura italiana, suddivisi per periodi in diversi paragrafi, i trecentisti, da Leonardo Da Vinci a Machiavelli, da Galileo all”Alfieri, dal Foscolo al Carducci fino al “suo” (del De Amicis) Manzoni” e all”elogio dei Promessi Sposi, ma bisogna riconoscergli l”intelligente raccomandazione conclusiva che il nostro insegnante ci leggeva e ripeteva più volte con voce solenne: “Studia il Manzoni e amalo per tutta la vita. Ma non lo adorare; ti sia maestro non idolo”.

– Citerei anche questi pensieri: – concorda il prof. Carlo che ha prelevato da uno scaffale il libro del De Amicis – “Non te lo (il Manzoni) prefiggere modello unico di prosatore, per avere il pretesto, comodo alla pigrizia, di non leggerne altri, come molti fanno; :.poichè il Manzoni mostrò ciò che può la lingua nostra, ma non in tutti i campi, nè in ogni forma della letteratura, non avendo trattato ogni argomento, nè tutto detto in tutti i modi possibili neppure nel campo suo.”(p.368)
– È una esplicita esortazione al plurilinguismo a scuola! – esclama il prof. Piermario, visibilmente infervorato – Esortazione lungimirante ma rigorosamente ignorata fino a pochi decenni fa negli atti ufficiali e in molte scuole ancora oggi.

– Sì, – ammette il prof. Carlo – Le letture che ci venivano proposte con indicazioni precise e perentorie dalla scuola erano a senso unico, letterarie e basta. Oltretutto si fermavano al primo Novecento:Solo qualche docente si spingeva fino a Vittorini e alla sua polemica con Togliatti. Il resto lo abbiamo fatto noi:eravamo assetati di libri:abbiamo letto per conto nostro il Novecento, non solo letteratura e non solo autori italiani:.leggevamo di tutto:anche robaccia bisogna dirlo:e i fumetti, di nascosto perchè non era consentito sottrarre tempo allo studio per dedicarsi a letture inutili:i fumetti erano per noi come le playstation per i ragazzi di oggi:

– Leggevamo quello che trovavamo: – interviene il prof. Fantasia – se si aveva la fortuna di vivere in un ambiente favorevole. Negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso è stata dura. Nei paesi arrivavano dal Ministero alle bibliotechine locali, spesso autentici fantasmi, se affidate a persone, per lo più insegnanti di scuola elementare, poco o per niente zelanti, un certo numero di libri (erano gialli con la copertina dura, editi da Mondadori) da distribuire gratuitamente ai lettori più assidui (sic!), ricordo “I Promessi Sposi”, “I Malavoglia”, “Le novelle” di Pirandello. Allora avevamo molto tempo a disposizione, specie nelle lunghe serate invernali, quando c”era appena la radio e non ancora la televisione. Sì, provavamo piacere a leggere.

Al di là della sete di conoscere, avvertita in modo più o meno intenso, ci affascinavano le storie raccontate e le emozioni che ci comunicavano i poeti. E tuttavia uno dei motivi che ci spingeva era anche quello di acquistarsi la considerazione dei concittadini.

Camminare per la strada, portando uno o due libri sotto il braccio, faceva un certo effetto. Per molti leggere equivaleva a studiare e basta, ossia un dovere, una necessità per farsi un avvenire diverso da quello dei genitori:quasi tutti appartenenti ai ceti più umili. D”altra parte si era drastici con quelli che non ne volevano sapere di studiare. I genitori facevano patti chiari con i figli: o studi e sei promosso o vai a lavorare. Il lavoro per i ragazzi minorenni era una cosa legale e diciamo normale. Si studiava con lo spauracchio della cardar ella (o cantarella= specie di secchio con due manici nel quale i muratori trasportano la malta) da portare in spalla lavorando alle dipendenze di un muratore o di un apprendistato sempre molto duro presso qualche masto
(= maestro, artigiano: falegname, fabbro, barbiere, sarto e simili).

– Nello stesso tempo – ricorda ancora il prof. Eligio – era molto diffusa, soprattutto negli ambienti contadini, una certa avversione alla lettura, diciamo, per diporto, ossia non legata ai compiti scolastici. Lo studio andava bene, ma oltre no, il tempo andava utilizzato per il lavoro che, in campagna, non mancava mai. Insomma al di fuori dei compiti per la scuola altre letture erano inutili e perfino dannose. Colui che s”attardava a leggere poteva perfino sentirsi dire: “Staie sempe ncoppa a sti libri. Accorto ca te se strudono ll”uocchie e “o cerviello” (Stai sempre incollato a cotesti libri. Attento che ti si consumino gli occhi e il cervello).

– Per favore, basta con questo vostro amarcord! – esplode il prof. Piermario – Vogliamo scendere dall”iperuranio dei tempi andati e tornare nella realtà presente? Per la vostra generazione e anche per la mia è stato facile avvicinarsi e poi convertirsi alla lettura dei libri, ma oggi?
– Ma tu, caro Piermario – chiede con tono grave il prof. Carlo – tu così critico verso il passato e verso il presente, hai risposte da dare alle domande che abbiamo formulato? (continua)

LA RUBRICA

“I CONTENUTI NON NEGOZIABILI”

Quanto detto dal Cardinale Bagnasco al Consiglio permanente dei Vescovi italiani ha favorito polemiche e dibattiti. Va ricordato che la Chiesa annuncia solo dei valori e nessuno deve strumentalizzare.
Di Don Aniello Tortora

Ha destato scalpore nella società italiana, soprattutto quella politica, la Prolusione del Card. Bagnasco, di lunedì scorso, al Consiglio permanente dei Vescovi italiani. Grandi titoli, in prima pagina, su tutti i giornali. Il discorso del Cardinale Bagnasco “stiracchiato” a destra, al centro e a sinistra. Ogni parte politica ha cercato di strumentalizzare le parole del cardinale, portando, come sempre, “acqua al proprio mulino”. Ma vediamo, in sintesi, cosa ha detto Bagnasco.

In primis il cardinale ha affrontato il tema della crisi economica, dicendo: “Ci sono tuttavia dei motivi di contingente quanto seria preoccupazione, dovuti in gran parte alla crisi economica internazionale, che sprigiona ora sul territorio i suoi frutti più amari. Mi riferisco in particolare alla realtà del lavoro, il lavoro che è “bene per l”uomo, per la famiglia e per la società, ed è fonte di libertà e responsabilità”. In non poche aree assistiamo ad industrie che fermano la produzione”.

“I giovani che già costituivano la fascia di popolazione più in sofferenza perchè meno garantiti e poco sussidiati nel loro tuffo verso la vita, oggi rischiano di demoralizzarsi definitivamente. Se sono meridionali tendono a trasferirsi al Settentrione, ma già è iniziato il fenomeno inverso, quello della gente del Sud che, perdendo il lavoro al Nord, torna a casa. Mentre un numero crescente di giovani – del Sud come del Nord – guarda oltre il confine nazionale: un dinamismo interessante nella misura in cui non è unidirezionale e obbligato.
Le crisi non si superano tagliando semplicemente i posti di lavoro e arrendendosi alla logica della remunerazione di breve periodo. Oggi troppe famiglie sono in ansia. Resistiamo insieme, pensiamo insieme, industriamoci insieme. E insieme, dopo la crisi, ripartiamo più forti”.

Bagnasco, poi, dopo aver trattato il tema dell”immigrazione, richiamando il principio dell”accoglienza e dell”integrazione, è passato a riflettere sul tema che, in questi giorni di campagna elettorale, sta scatenando furiose polemiche: quello dell”aborto. Il Cardinale, nel suo discorso, ha riportato delle cifre:

“Il rapporto, predisposto dall”Istituto per le politiche familiari a proposito dell”aborto in Europa, illustrato di recente a Bruxelles, forniva dati agghiaccianti: quasi tre milioni di bimbi non nati solo nel 2008, ossia ogni undici secondi, venti milioni negli ultimi quindici anni”.
A questo punto il Cardinale afferma quello che poi è diventata la polemica “politica” del momento:

“In questo contesto, inevitabilmente denso di significati, sarà bene che la cittadinanza inquadri con molta attenzione ogni singola verifica elettorale, sia nazionale sia locale e quindi regionale. L”evento del voto è un fatto qualitativamente importante che in nessun caso converrà trascurare. In esso si trasferiscono non poche delle preoccupazioni cui si è fatto riferimento, giacchè il voto avviene sulla base dei programmi sempre più chiaramente dichiarati e assunti dinanzi all”opinione pubblica, e rispetto ai quali la stessa opinione pubblica si è abituata ad esercitare un discrimine sempre meno ingenuo, sottratto agli schematismi ideologici e massmediatici. C”è una linea ormai consolidata che sinteticamente si articola su una piattaforma di contenuti che, insieme a Benedetto XVI, chiamiamo “valori non negoziabili”, e che emergono alla luce del Vangelo, ma anche per l”evidenza della ragione e del senso comune”.

“Essi sono: la dignità della persona umana, incomprimibile rispetto a qualsiasi condizionamento; l”indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale; la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica; la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna. È solo su questo fondamento che si impiantano e vengono garantiti altri indispensabili valori come il diritto al lavoro e alla casa; la libertà di impresa finalizzata al bene comune; l”accoglienza verso gli immigrati, rispettosa delle leggi e volta a favorire l”integrazione; il rispetto del creato; la libertà dalla malavita, in particolare quella organizzata. Si tratta di un complesso indivisibile di beni, dislocati sulla frontiera della vita e della solidarietà, che costituisce l”orizzonte stabile del giudizio e dell”impegno nella società. Quale solidarietà sociale infatti, se si rifiuta o si sopprime la vita, specialmente la più debole”?

Concludendo, poi, il suo discorso, il cardinale ha fatto un accenno alla “questione morale”, richiamando la politica a perseguire la giustizia ed evitare nel modo più assoluto la corruzione.
“Noi Vescovi – ha detto Bagnasco – ci sentiamo di dover chiedere a tutti, con umiltà, di uscire dagli incatenamenti prodotti dall”egoismo e dalla ricerca esasperata del tornaconto e innalzarsi sul piano della politica vera. Bisogna che, al di fuori delle vischiosità già intraviste e della morbosità per un certo accaparramento personale, si recuperi il senso di quello che è pubblico, che vuol dire di tutti e di cui nessuno deve approfittare mancando così alla giustizia e causando grave scandalo dei cittadini comuni, di chi vive del proprio stipendio o della propria pensione ed è abituato a farseli bastare, stagione dopo stagione”.

“C”è un impegno che, a questo punto, non può non riguardare proporzionatamente tutti, politici e cittadini, e che ciascuno nel proprio ambito è chiamato ad onorare: mettere fine cioè a quella falsa indulgenza secondo la quale, poichè tutti sembrano rubare, ciascuno si ritiene autorizzato a sua volta a farlo senza più scrupoli. Non cerchiamo alibi preventivi nè coperture impossibili: sottrarre qualcosa a ciò che fa parte della cosa pubblica non è rubare di meno; semmai, se fosse possibile, sarebbe un rubare di più. A qualunque livello si operi e in qualunque ambiente. Per i credenti poi, questo obbligo assurge alla dignità di comando del Signore, dunque non si può venir meno”.

Sono, queste, solo alcune riflessioni tratte dal lungo discorso di Bagnasco. Ovviamente i mass-media hanno riportato solo i passaggi che riguardavano il voto e le elezioni.
Per la mia sensibilità ecclesiale, anch”io penso che forse sarebbe stato meglio non fare l”accenno al voto, perchè i più hanno avuto l”impressione che la Chiesa ufficiale sia dalla parte politica che è per la famiglia e contro l”aborto. La Chiesa non ha nessun partito, annuncia solo dei valori, e a nessuna parte politica è lecito strumentalizzare “ad usum delphini” i suoi pronunciamenti sociali.

La storia mostra che spesso, proprio chi è pubblicamente contro l”aborto, poi, privatamente consiglia e pratica l”interruzione volontaria della gravidanza; come anche, chi “politicamente” è a favore della famiglia, spesso, poi, nel privato, assume comportamenti che la offendono.
(Fonte foto: Rainews24)

LA RUBRICA

ELEZIONI REGIONALI. NON ASTENERSI MA VOTARE!

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In questi ultimi giorni di campagna elettorale sembra di essere all”Apocalisse: c”è tutto e il suo contrario. Ma l”astensione no! Quella non è una scelta, sarebbe un danno. Votiamo per le persone oneste e che hanno dimostrato di saperci fare.

Caro Direttore,
nei “Mimi Siciliani” di Francesco Lanza (1897-1933) si racconta di una massaia, solita abbigliarsi con un grembiule vecchio e pieno di toppe ormai consunte. Si racconta, inoltre, che un giorno, quando qualcuno si decise a donarle un grembiule nuovo, la massaia, felicissima, lo adoperò per ricavarne toppe un po” più integre per il suo vecchio grembiule.

Mi sembra, quella del grembiule della massaia, una giusta e calzante metafora del nostro territorio. Martoriato, mortificato, sodomizzato, turlupinato. Poi, un giorno, accade qualcosa o compare qualcuno, in grado di dare una scossa, di imprimere una svolta. Dappertutto si inneggia alla novità, alla speranza del cambiamento. Ma, in un niente, il nuovo viene fagocitato dal vecchio, sedimentato, digerito ed anche evacuato. Al massimo di quel nuovo resta un colore, un odore, un veloce passaggio, quasi una meteora, di qualcosa che poteva essere e non è stato; un sogno, un”utopia.

Caro Direttore, fra tre giorni siamo chiamati al voto regionale. Con tutto quello che abbiamo dovuto sopportare nei mesi scorsi (rifiuti, Global Service, corruzione, peculato ed altro), ciascuno di noi, in cuor suo, aveva, forse, già deciso di astenersi dall”esercitare un diritto sacrosanto. Per protesta. Se la vedessero loro, i politicanti di mestiere, con le beghe, gli imbrogli, le ruberie: noi non ne vogliamo sapere più; vogliamo marcare le distanze, vogliamo sottolineare un dissenso. Era questo, più o meno, la decisione assunta alla fine di un ragionato percorso di sconforto. Poi, era successo qualcosa. Ci eravamo illusi, avevamo sperato, sognato. Poteva esserci qualcosa di nuovo, si poteva mettere da parte un grembiule vecchio e rattoppato. Meno male, c”era un nuovo grembiule!

Invece, quel po” di nuovo è servito solo a rattoppare un vestito logoro, vecchio, sgualcito, inservibile. Quasi un costume d”Arlecchino: toppe di tutti i colori. E qualcuno, poi, abbigliato da maschera multicolore, non ha disdegnato trasformarsi, da subito, in servo di due padroni o anche di tre. C”è sempre una spiegazione a tutto. Per cui ci si trova a dover ingoiare che i socialisti siano a destra, perchè non possono convivere con una sinistra giustizialista. Che sedicenti strateghi di sinistra, con assurdi progetti di riscossa e rinnovamento, abbiano finito con cancellare ogni traccia della stessa sinistra. Che mazzieri e buttafuori di mestiere, per una vita vestiti d”orbace, si siano ritrovati, poi, a essere stimati statisti in doppiopetto.

“Il Negus, spiega la maestra, è un selvaggio ignorante, come i suoi sudditi, nonostante pretenda di fare l”imperatore:Spiega che autarchia significa fare da soli, senza più dipendere da quelle nazioni che odiano l”Italia, perchè anche lei ha voluto conquistarsi il suo impero. I nostri geniali scienziati hanno fatto invenzioni sensazionali, come quella di ricavare la lana dal latte, proprio come dal latte si ricava il burro. E invece del burro (o con il burro? non era ben chiaro) si costruivano i cannoni.”, (Elena Gianini Belotti, “Pimpì Oselì”, Feltrinelli, 1995).

A dirla tutta, gli statisti veri (“uomini di stato, il cui apporto alla vita politica di un paese, ha rivestito o riveste un”importanza di grande rilievo o addirittura storica”, G. Devoto e G. C. Oli, “Il dizionario della lingua italiana”, pag. 1882), quelli con le palle (come si dice oggi), abbondano, quasi si buttano. Solitamente si interessano di mettere a posto le loro cose, i loro processi; si preoccupano di intervenire sull”Agcom, per mettere a tacere l”informazione; si battono per emendare la Costituzione. Ma, soprattutto, tesaurizzano il potere: a destra e a sinistra, senza differenza. Chi detiene il potere deve anche guadagnare bene. E sì! Devono rientrare, con gli interessi, i capitali messi in gioco per conquistare uno scranno in un qualsiasi luogo di potere. Di destra o di sinistra, senza differenza!

Caro Direttore, allora che facciamo? La voglia è quella di mandare tutto a puttane: bruciamo le schede, boicottiamo le urne, asteniamoci. Anche perchè, in questi ultimi giorni, sembra quasi di essere all”apocalisse. Politici condannati e politici assolti col dubbio, preti pedofili e preti santi, colletti bianchi truffati e colletti bianchi truffatori, donne eroine e donne escort, giudici inquirenti e giudici inquisiti. Insomma, un continuo gioco degli opposti. Insieme a un continuo lavoro di rattoppo. Però, non possiamo demordere. Non possiamo decidere di astenerci, per scelta, per punizione, per protesta o per altro.

“Non sono d”accordo con chi sostiene che è meglio astenersi nella prossima campagna elettorale, perchè il rifugio nell”astensionismo, pur essendo un segnale forte di presa di distanza da una modalità di azione politica e amministrativa che non si condivide, può avere come risultato solo quello di consegnare l”amministrazione della città proprio a coloro che, con il ‘beau geste’, si vorrebbe delegittimare. Non si può infatti immaginare che, dal confronto elettorale, si tirino fuori coloro che della politica fanno una professione o una strada per acquisire visibilità e potere, nè, tantomeno, quelli che, della politica, fanno solo lo strumento per coltivare affari e clientele: resterebbero fuori solo le anime belle e disgustate di un certo modo di fare politica.”, (Amato Lamberti, “Lazzaroni, Napoli sono anche loro”, Graus editore, 2006).

Diciamo che ci dobbiamo impegnare a votare gli onesti e non i mestieranti. D”altra parte, le qualità di un candidato dovrebbero essere sempre la prima preoccupazione dell”elettore. Nell”antica Pompei, per esempio, pesavano solo le testimonianze di moralità piuttosto che quelle di capacità precise. In altre parole, da sempre (anche nella corrotta Pompei antecedente al 79 d.C.), per essere degni di amministrare gli affari pubblici, bisognava essere onesti. Chi chiedeva un voto per qualcuno “Oro Vos Faciatis” (vi prego di votare per:), lo chiedeva perchè il candidato era semplicemente “Dignum Rei Publicae” (degno di amministrare gli affari municipali).

Così, caro Direttore, nel segnare la scheda –bandita la tentazione dell”astensione-, invece di votare i candidati vasa-vasa, puttanieri, mestieranti, equilibristi, trapezisti, imprenditori di sè stessi, potremmo fare la scelta (un voto utile, questa volta, però, a modo nostro) di “omni bono meritus iuvenis” (giovane degno di ogni bene), “frugi” (un brav”uomo), “iuvenis inocuae aetatis” (giovane irreprensibile), “adulescens probus” (giovane onesto), “verecundissimus” (fra i più riservati), “sanctissimus” (fra i più virtuosi). A forza di insistere, sempre qualcosa potrà cambiare!
(Fonte foto: Rete Internet)

POCHE IMPRESE E POLITICA DISTORTA

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Nel sud la voglia di fare impresa c”è. Quello che manca sono le opportunità pur non avendo grossi capitali a disposizione.
Di Amato Lamberti

Nella campagna elettorale in corso, a livello regionale ma anche comunale, le parole d’ordine sono sempre le stesse per tutti, destra, centro e sinistra: innanzitutto, il lavoro; poi, l’occupazione, soprattutto giovanile, anche per evitare la fuga dei “cervelli”; a seguire, lo sviluppo industriale, il sostegno alle imprese, il rilancio del turismo, l’innovazione tecnologica, le infrastrutture materiali e immateriali (trasporti e banda larga). La ricetta sul come realizzare questi obiettivi è più o meno sempre la stessa: investire fondi pubblici, soprattutto quelli europei.

Per sostenere i settori e le imprese in difficoltà e per salvaguardare innanzitutto i posti di lavoro, obiettivo certamente encomiabile, il rimedio proposto è sempre quello dell’iniezione di fondi pubblici. Ma se l’impresa è in crisi per ragioni di mercato, come avvenne con l’Italsider di Bagnoli quando, per tentare di salvarla, si investirono centinaia di miliardi di lire, il rischio è prolungare solo l’agonia dell’impresa senza aprire nessuna seria prospettiva per i lavoratori.

Di esempi se ne potrebbero fare tanti, anche relativamente alla situazione di oggi, ma il problema del Mezzogiorno resta sempre lo stesso: una grave mancanza di imprenditorialità privata e un ruolo distorto della politica che invece di sostenere l’iniziativa dei privati tende a sostenere un modello d’intervento fondato sulle sovvenzioni, gli incentivi a pioggia, le pensioni di invalidità, i contributi a persone, gruppi, associazioni, nella logica di un rapporto personale con finalità di consenso elettorale. Un modello che condanna il Mezzogiorno alla logica dell’assistenza e che è stato talmente interiorizzato da cittadini ed imprese da sembrare l’unico realmente praticabile.

Qui sta la fondamentale differenza tra il Sud e il resto dell’Italia. Quando ho fatto l’esempio dell’iniziativa da me promossa a Casola di Napoli, quella del “vieni a fare il maiale da noi”, (VEDI) non ho detto che l’idea mi era venuta osservando quanto era accaduto a Castelnuovo Rangone, un piccolo Comune alle porte di Modena, che sul maiale ha costruito in una decina di anni un vero e proprio distretto industriale. Sono partiti da una festa del maiale per dar vita ad alcuni salumifici che di prodotti artigianali con lunga tradizione ne hanno fatto una industria. Oggi sono 60 i salumifici a Castelnuovo Rangone, danno lavoro direttamente a 1700 persone e, indirettamente, nell’indotto commerciale e dei trasporti, ad altre 1000 persone.

Senza contare le centinaia di addetti nel settore dell’allevamento dei maiali. Il paese ha tremila abitanti che non sanno cosa significhi la disoccupazione, molti hanno anche un doppio lavoro e il reddito pro capite è tra i più alti in Italia. Al maiale, in segno di riconoscenza, hanno addirittura dedicato un monumento nella piazza principale del paese.
Ma gli esempi potrebbero essere praticamente infiniti, a partire dal consorzio per la produzione delle mele in Val di Non, in Trentino, a quelli per la produzione del culatello a Zibello, in Emilia, del parmigiano reggiano, del grana padano, del prosciutto di San Daniele, dell’asparago a Treviso.

Tutte iniziative consortili di imprenditori che alle istituzioni hanno chiesto solo autorizzazioni, normative e controlli di qualità. In Campania, solo per la valorizzazione di un prodotto di eccellenza, come la mozzarella, associazioni imprenditoriali e istituzioni sono riusciti a costruire una sinergia fatta di disciplinari e controlli di qualità, senza essere però capaci di intervenire sulla regolamentazione di un settore nel quale la fanno da padrone una imprenditoria non sempre di chiare origini e il lavoro nero.

Con la legge sull’imprenditoria giovanile il Governo Prodi aveva tentato di promuovere anche nel Sud uno spirito imprenditoriale fatto di idee, innovazione, creatività, assunzione in prima persona del rischio d’impresa, ma l’esperimento che pure aveva dato eccellenti risultati, anche nel Sud, non è stato portato avanti, nè le Regioni meridionali, tranne qualche tentativo, hanno ritenuto opportuno portare avanti l’esperimento che pure stava dando risultati interessanti. Basti pensare che più di 20.000 sono state le richieste di giovani aspiranti imprenditori che sono rimaste inevase. Questo significa che non manca nel Sud la voglia di impresa: quello che manca sono le opportunità di fare impresa pur non avendo ingenti capitali a disposizione.

Un esempio interessante è stato quello delle attività di bed & breakfast che si sono rapidamente moltiplicate soprattutto ad opera di giovani e donne di un ceto borghese professionale che in questa attività, come anche nel settore dell’agriturismo, hanno trovato una fonte di reddito ma anche di soddisfazione della propria creatività. È stata sufficiente una legge regionale che facilitasse l’iter delle autorizzazioni e concedesse anche piccoli incentivi per far esplodere la voglia di impresa che covava in tanti giovani e tante donne, anche laureati.

Questa è la strada, a mio avviso, che le istituzioni politiche dovrebbero portare avanti nel Mezzogiorno, rinunciando per sempre ai modelli e metodi clientelari finora utilizzati e che, almeno finora, lo hanno strozzato, nell’assistenzialismo e nel sottosviluppo.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÁ AL SETACCIO

LA CIRCONVENZIONE DI INCAPACE. UN CASO CONCRETO

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Spesso succede che la persona anziana venga strumentalizzata al fine di disporre del suo patrimonio. Gli aspetti civili e penali.
Di Simona Carandente

Con l”avanzare dell”età ed il naturale mutare delle stagioni umane, è normale che ciascuno di noi perda, oltre alle forze fisiche, anche l”autonomia nel poter disporre liberamente della propria persona e del proprio tempo libero.
Difatti, capita sovente che la persona anziana, sempre meno autosufficiente e capace di badare ai propri interessi con lucidità, venga considerata dagli stessi familiari come un ingombro, difficile da gestire poichè necessitante, nella maggior parte dei casi, di una continua assistenza notturna e diurna.

Molte di queste situazioni, pur se in apparenza tranquille, sono per natura voltate a degenerare, con delle conseguenze spesso di difficile gestione, e per tal motivo portate sovente innanzi alle aule di giustizia.
Nel caso di specie, il sig. C. si è rivolto al legale per esporre una questione di non facile soluzione: il proprio padre F., quasi vicino al secolo, è praticamente gestito da A., unico figlio non sposato che, da qualche anno, è rimasto il solo all”interno della casa familiare a prendersene cura.

Il vero, serio problema di C. è proprio nel modo in cui il fratello si occupa del loro padre: non solo riscuote la pensione del genitore, ed i relativi arretrati, in maniera del tutto indisturbata, ma da qualche tempo ha anche convinto l”anziano, debole fisicamente e peraltro allettato da un po”, a vietare l”accesso alla casa familiare agli altri fratelli.
C. è preoccupato sotto un duplice punto di vista: da una parte crede che il padre sia stato plagiato, nel corso del tempo, da parte dell”altro fratello, approfittando della sua sudditanza morale e psicologica; dall”altra teme che il fratello A., lasciato libero di agire, possa continuare ad appropriarsi dei redditi del padre nonchè, ipotesi più grave, vendere con un artificio la stessa casa familiare intestata al genitore.

Dal punto di vista del diritto penale, in casi del genere, è possibile fare ben poco: infatti, reati quali la circonvenzione di incapace (art. 643 c.p.), rientrante nella categoria dei delitti contro il patrimonio, non sono punibili qualora commessi a danno di prossimi congiunti, come nel caso di specie, posto che la legge, con una logica non sempre comprensibile, tende comunque a salvaguardare l”unità familiare ed il buon andamento di quest”ultima.

L”unica strada concretamente percorribile, dal punto di vista legale, è quella fornita dal diritto civile attraverso la procedura di interdizione (art. 414 e ss c.c.): quest”ultima, che passa necessariamente per l”esistenza di un”incapacità di intendere e di volere del soggetto, tende a far sì che a questo venga inibita la capacità di porre in essere atti giuridici, nè di ordinaria nè di straordinaria amministrazione, per i quali si procede alla formale nomina di un tutore, scelto preferibilmente in ambito familiare.

Nei casi meno gravi, sarà comunque possibile ricorrere alla figura dell”amministrazione di sostegno, nata allo scopo di affiancare l”incapace nella cura dei propri interessi, senza privarlo del tutto di ogni potere decisionale. La nomina, a cura del giudice tutelare, dura dieci anni, e può essere utile anche a tutte quelle persone, non necessariamente anziane o incapaci, che possano aver bisogno di sostegno nell”esercizio dei propri atti di autonomia negoziale. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

ADOLESCENTI CHE DISCUTONO DI DIVERSITÁ

Lo scorso mercoledì si è tenuto, nell”aula multimediale dell”Istituto Mercalli di Napoli, l”ultimo incontro del laboratorio interculturale di Scuole Aperte, intitolato “Indovina chi viene a cena” che ha coinvolto, in uno stimolante dibattito sulla …

È stata la volta dello splendido film “Il colore della libertà” a fare da stimolo alla riflessione verso il dialogo e ad introdurre l”attività guidata dalla dott.ssa Alessia Agrippa, del Gruppo Eas Ciss, che, coadiuvando il lavoro dell”orientatore, ha coinvolto i ragazzi in un laboratorio di disegno, scrittura e drammatizzazione riguardante la relazione con la diversità. Tale proposta operativa ha chiuso il ciclo delle attività proposte fin dal primo incontro di tale modulo, che hanno avuto tutte l”obiettivo di favorire il processo di coesistenza tra le singole individualità e le molteplicità fisiche, psichiche, sociali, religiose, culturali e di genere proposte di settimana in settimana.

È sembrato opportuno proporre l”esperienza di James Gregory, carceriere di Nelson Mandela , che narra la sua presa di coscienza di bianco sudafricano, fortemente convinto delle proprie idee razziste fino a quando la frequentazione con il suo eccezionale prigioniero lo porterà pian piano a sostenere le prime elezioni multirazziali del Sud Africa e l”elezione a Presidente, raccontate magistralmente nel film “Invictus” che sta registrando tanto successo di pubblico.

Il circle time e “il viaggio in treno” raccontato dai ragazzi nel gioco di ruolo che ha fatto seguito alla raccolta delle emozioni ha fatto emergere riflessioni profonde e interessanti:
Roberta ha sottolineato che la visione di questo e dei precedenti film, nonchè il “Viaggio in treno”, l”hanno aiutata a capire davvero, quanto spesso la diversità venga vista nei suoi aspetti negativi dei quali avere paura e quanto questo riduca l”interazione con le culture diverse da cui si possono, invece, trarre tante positività.

Maria Carla dice di aver ragionato molto sulle azioni di James (la guardia carceraria di Nelson Mandela) che combattendo con i pregiudizi dei colleghi, del tenente e anche della moglie, riesce a dimostrare la validità dei principi sostenuti da Mandela. Inoltre ha trovato molto utile l”esperienza del “viaggio in treno” perchè l”ha aiutata a ragionare sulla la paura del diverso.

Luca infine ha dichiarato di non poter accettare che il colore della pelle debba segnare il destino di un uomo: la democrazia è un diritto che spetta ad ogni uomo, al di là delle sue diversità. Inoltre ha aggiunto che l”esperienza vissuta in questi incontri pomeridiani del mercoledì hanno arricchito il suo animo aprendolo alla diversità e mostrandogli che ciò che prima poteva apparirgli un limite è, invece, il modo giusto per scoprire ed apprezzare attraverso le cose semplici, infinite verità, che rendono la vita migliore.

I prossimi appuntamenti con Scuole Aperte al Mercalli si svolgeranno, sempre di mercoledì, a partire dal 14 Aprile e proseguiranno fino al 19 Maggio con il modulo dall”intrigante titolo “Adolescente:.mente”.

LA RUBRICA

SI PUÃ’ USCIRE DAL NOSTRO QUOTIDIANO INFERNO SOCIALE?

L’arroganza del potere e gli interessi personali ci condannano al baratro. Va trovata la chiave per reagire, per praticare una sensata opposizione.
Di Michele Montella

Abbiamo riflettuto, la volta scorsa, sull’egoismo che caratterizza i rapporti umani e sulle scelte che ciò comporta, attraverso la mediazione della lettura del testo teatrale di J. P. Sartre “A porte chiuse”, riferendoci all’inferno ivi descritto.
Uno degli aspetti del lavoro teatrale che ancora può aiutarci a sviluppare qualche pensiero è il baratro a cui ci autocondanniamo scegliendo gli interessi personali e l’arroganza del potere.

Infatti Garcin, il protagonista traditore e disertore e primo responsabile del suicido della moglie, ad un certo punto, quasi alla fine dell’azione scenica, si rende conto che la porta è sempre stata aperta ed è lui che non riesce più ad uscire dalla stanza, avviluppato com’è dai rapporti delittuosi e miseri che ha costruito con gli altri ospiti della casa.

Basta guardare gli avvenimenti politici di questi ultimi giorni per renderci conto di quanto il filosofo avesse visto giusto nella sua amara descrizione di un inferno senza demoni, in cui la colpa principale è trovarsi, senza scampo, torturati dalla propria stessa crudeltà. Il campionario è vasto e va dal proporre agli elettori tristi figuri collusi con le mafie, all’utilizzo della televisione pubblica come proprio feudo privato (nella foto, Vespa fa il baciamano a Berlusconi).

Convivere in una stanza che solo all’apparenza è chiusa, mentre all’opposto, è angosciosamente aperta, sembra essere il panorama consueto nel quale siamo costretti a vivere: lo scempio di rapporti sociali orfani di regole veramente democratiche fa da contesto aberrante al silenzio di tutti noi che guardiamo inchiodati e quasi intontiti dagli ultimi imbonitori.
Ci chiedevamo, l’ultima volta, quali possono essere le speranze in questo marasma.

Lo scrittore Saviano, in un articolo su Repubblica di qualche giorno fa, alludeva al ritorno nella Campania delle forze intellettuali per scongiurare il pericolo di una rassegnata acquiescenza. La diaspora delle menti pensanti, che è sotto gli occhi di tutti, non ci permette di avere strumenti per resistere al nostro inferno quotidiano.
Credo proprio che si tratti di questo: rimpossessarci di strumenti, perchè senza di essi ci è difficile poter reagire; come abbiamo detto più volte: senza una chiara visione prospettica, la nostra sarebbe una scomposta ribellione e non una sensata opposizione.

Torneremo ancora sull’argomento dell’uscita dall’inferno, perchè nessuno di noi può esimersi dall’avere ancora speranza. In questo senso sperare oggi è la scelta più coraggiosa che possiamo intraprendere.
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA BRUTTA IDEA CHE HANNO I GIOVANI DELLA POLITICA

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Non c”è più la partecipazione di una volta. Molti giovani sono attratti dalla politica solo per avere benefici: le colpe degli adulti.

Caro Direttore,
Come ben sai, sono stato giovane un po” di tempo fa. I miei coetanei ed io partecipavamo alla vita di partito (ognuno aveva scelto il proprio, liberamente!), alle attività delle associazioni culturali, ricreative e sportive sparse sul territorio, ai ritiri dell”Azione Cattolica. Studiavamo e ci interessavamo, in maniera critica, alle vicende della scuola e delle sue sempre (e, talvolta, solo) annunciate riforme. Allora, non erano stati ancora introdotti i Decreti Delegati e, perciò, la sola conquista di un”assemblea ci appariva come la più alta forma di democrazia partecipativa.

All”Università, poi, in pieno “68, bruciavamo le bandiere americane, ma solo per protestare contro la guerra nel Vietnam. Avevamo, come miti, Martin Luther King e Che Guevera (d”importazione), don Milani e Franca Viola. Nelle campagne elettorali facevamo propaganda per i nostri candidati di riferimento, organizzavamo manifestazioni, azzecavamo, con la colla più scadente esistente, i manifesti e, spesso, quando non riuscivamo a scappare in tempo, venivamo anche alle mani, avendone la peggio, con quelli che allora si chiamavano picchiatori fascisti.

Spesso, partecipavamo, gomito a gomito, alle assemblee e ai movimenti, che avevano come protagonisti i lavoratori più umili, quelli che lavoravano la terra, si massacravano in turni pazzeschi nelle fabbriche, si spaccavano la schiena e le mani nel campo dell”edilizia, contraevano malattie letali. “Le fiamme viola dei forni, i bracci delle gru, le tonnellate dei metalli imbragati ai becchi dei paranchi. La serie sterminata dei capannoni, delle officine, dei bunker : Cosa significa crescere in un complesso di quattro casermoni, da cui piovono pezzi di balcone e di amianto, in un cortile dove i bambini giocano accanto a ragazzi che spacciano e vecchie che puzzano?”, (Silvia Avallone, Acciaio, Rizzoli, 2010).

Però, eravamo pienamente consapevoli del significato di termini quali Libertà, Costituzione, Riforma, Politica, Partecipazione. E non avevamo, ovviamente, possibilità di programmare vacanze (pasquali, estive, natalizie) in luoghi da sballo, non possedevamo l”auto, non vestivamo griffati. Eppure, molti di noi hanno fatto, come si dice di solito, una buona riuscita. Sono diventati (“Eravamo quattro amici al bar”) classe dirigente: alcuni, calpestando ideali e valori giovanili; altri, scegliendo di mantenersi lontani dai compromessi richiesti dal cosiddetto sistema.

Oggi, c”è qualcosa che non va. Direttore, ma è vero o no che i giovani sono lontani da ogni tipo di partecipazione? A parte quelli impegnati nel volontariato, non ci sono masse (ma nemmeno piccoli gruppi) che partecipano alla vita politica, a quella culturale e ricreativa e, forse, neanche all”Azione Cattolica (che non so nemmeno se esiste ancora). I nostri territori sono asfittici, non hanno linfa, sono vecchi. Ma solo perchè sono stati abbandonati a tutti i perversi sentimenti di pochi e vecchi decisori di ogni scelta, che possa riguardare la comunità. La nobiltà d”animo della gioventù, gli ideali alla “cavaliere senza paura e senza macchia”, la decisa convinzione di poter cambiare il corso della storia o i destini del mondo non albergano più dalle nostre parti, tra la nostra gente, tra i costruttori del nostro futuro.

Molti giovani, in verità, sono ancora attratti dalla politica, ma solo per averne benefici. Pensano –ma solo perchè sono stati educati così da noi adulti- che la politica è terreno di scambio, è mercificazione, è contrattazione, è l”infausta teoria del do ut des. Ed allora si fanno vedere nelle loro camicie a collo alto, con la loro espressione da spaesati (anche un po” ebete) in un mondo di furbi, con i loro progetti poco chiari ma tutti molto personali: un buon posto di lavoro, un concorso ad hoc, l”arruolamento, per i più fortunati, nell”esercito dei peones. E, perciò, sono cambiate anche le parole, l”uso di un lessico di frequenza. A quelle che evocavano valori ed ideali, oggi, si sono sostituite parole come Raccomandazione, Ricostruzione, Emergenza, Alternativa, ciascuna destinata a diventare un cuneo, per aprire una breccia, un varco, che possa immettere nella tranquillità della vita o, per dirla più terra terra, che consenta di conquistare una posizione di comodo (di preminenza, di potere) ma senza sacrificio e senza merito.

“Mamma glielo aveva spiegato: esistono due classi sociali. E le classi sociali sono in lotta fra loro perchè c”è una classe bastarda e nullafacente che opprime la classe buona che si dà da fare. Così andava il mondo. Mamma era di Rifondazione Comunista, apparteneva al 5% della popolazione italiana. E Alessio, per questo, le dava della sfigata. Suo padre aveva il mito di Al Capone e del Padrino, quello di Francis Ford Coppola. Suo fratello era iscritto alla Fiom, ma votava Berlusconi. Perchè Berlusconi di sicuro non è sfigato.”, (S. Avallone, “Acciaio”).

No, non penso che si stia tanto male. In fondo, c”è ancora la possibilità di andare in vacanza, di comprarsi l”auto nuova, di avere soldi in tasca senza avere lavoro. A fronte di una società incapace di costruire il proprio futuro, c”è un esercito di imbelli, che scherza, ride, balla, sballa e se ne fotte di ciò che potrà accadere il giorno dopo. Il razzismo? È che cos”è? La camorra, la mafia? Mai esistite. Il bullismo? È solo divertimento. Ogni cattiva azione, la più bieca, nasce da puro divertimento. Così è bello ubriacarsi, dare fuoco ai barboni, impiccare cani e gatti, vendersi il proprio voto alle elezioni. Non c”è niente da fare.

Chi è accusato di corruzione dai giudici può tranquillamente essere indicato come statista; chi è al capo di un ministero può facilmente schiaffeggiare un giornalista o sberleffare la bandiera italiana; chi ruba, tutto sommato, è solo un furbo; chi si comporta da ribaldo –in politica o in finanza- è considerato uno che “ha due palle così”. Che bel paese, il nostro! Non viene mai meno la fiducia, il riso, la speranza-certezza di metterlo a “quel servizio” al prossimo, che, specie come sono soliti dire i preti pedofili, deve essere amato “come noi stessi”.

Lo so, Direttore, hai diritto a lamentarti e a redarguirmi. Ma questo sfogo se non lo faccio con te, con chi lo posso mai fare? Di te si è sempre detto in giro “Flecti non potest, frangi potest” (Non può essere piegato, può essere spezzato). E questo si dice solo di personaggi dalla tempra un po” ribelle ma di grande onestà e lealtà. Non è che, anche tu, sei un po” sprecato in questo nostro bel Paese?
(Fonte foto: Rete Internet)

PENSARE ITALIANO

PER SCEGLIERE BENE IL CANDIDATO DA VOTARE:

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Per votare bene bisogna tenere conto di chi parla del territorio e di come migliorarlo. In particolare: come renderlo attrattivo; come promuoverne le potenzialità; come migliorare la qualità della vita.
Di Amato Lamberti

In Italia, le campagne elettorali per le elezioni amministrative sono sempre più simili a quelle per le elezioni politiche, con il risultato di far passare in secondo piano i problemi concreti delle comunità locali chiamate a rinnovare l”amministrazione comunale, provinciale o regionale. Spostare tutta l”attenzione sugli schieramenti politici contrapposti, recitando tra l”altro slogan (come lavoro, occupazione, sviluppo) usati come bandiere solo da sventolare, favorisce anche una selezione dei candidati alle elezioni amministrative attenta più alla fedeltà e all”appartenenza dei partiti che ai problemi reali della comunità che si intende amministrare e governare.

La conseguenza più vistosa, evidente soprattutto nelle realtà meridionali, è che città, province, regioni, sono amministrate guardando, prima di tutto, alla raccolta di consensi personali, da parte degli amministratori, utilizzabili per fare carriera politica e assumere posizioni sempre più significative nello schieramento politico di riferimento, anche a livello nazionale, oltre che a livello locale. Naturalmente questo significa che i problemi del territorio e delle comunità locali passano in secondo piano perchè al di là di generiche affermazioni di volontà non si parte mai dall”analisi delle esigenze reali per giungere alle risposte concrete e percorribili.

Prendiamo come esempio la provincia di Napoli. Ad un qualsiasi osservatore esterno appare evidente che il problema comune a tutte le città è il disordine urbanistico, il degrado degli edifici privati e quello delle infrastrutture pubbliche, come strade, marciapiedi, aree a verde, alberature stradali, impianti di illuminazione, scoli fognari. Una impressione di disordine, fatiscenza e inciviltà diffuse che colpisce anche l”osservatore più disattento e che contrasta visibilmente con l”immagine di ordine, pulizia, cura dell”ambiente che invece viene fornita dalle città dell”Italia centrale e settentrionale.

È difficile comprendere come sia possibile che nella stessa nazione siano possibili situazioni così diverse. Le leggi sono le stesse, le normative amministrative sono eguali, i fondi a disposizione delle amministrazioni sono regolati, per quanto riguarda trasferimenti statali e regionali e fonti locali di approvvigionamento, dalle stesse norme e regole.

Non si comprende come mai a Modena, a Gubbio, a Pienza, tanto per fare riferimento a Comuni delle stesse dimensioni di quelli grandi e piccoli della nostra provincia, le strade siano in ordine, come le alberature stradali e le aree a verde, senza parlare delle facciate dei palazzi, mentre nella nostra realtà provinciale solo alcune località turistiche di importanti tradizioni, come Sorrento, Capri, Lacco Ameno, Massalubrense, riescono a presentarsi in modo curato e ordinato almeno nei luoghi frequentati dai turisti, mentre realtà di straordinaria importanza storica e archeologica, come Pompei, Pozzuoli, Nola, riescono solo a dare l”idea di inciviltà dilagante a livello pubblico e privato.

Per non parlare dei Comuni dell”area Nord di Napoli, la cosiddetta “corona di spine”, nei quali viene sempre da chiedersi come sia possibile abitare e vivere. Il problema è evidentemente quello dell”utilizzazione dei fondi pubblici non per migliorare la qualità della vita dei cittadini ma per favorire clientele, interessi particolari, magari attraverso la distribuzione di incarichi, consulenze e prebende di varia natura. Di queste cose bisognerebbe parlare quando si rinnovano le amministrazioni locali: come migliorare la qualità della vita dei cittadini; come rendere attrattivo, anche per investimenti esterni, un territorio; quali idee mettere in campo per promuoverne le potenzialità spesso inutilizzate.

Quando ero Presidente della Provincia ho voluto fare un esperimento di valorizzazione delle risorse di un piccolo paese dei monti Lattari, Casola (nella foto il panorama). Una delle risorse economiche era l”allevamento dei maiali e la produzione di una pancetta arrotolata molto nota nel circondario. Proposi al Sindaco una manifestazione dal titolo “Vieni a fare il maiale da noi”, che chiaramente giocava sul possibile doppio senso, ma che si articolava, come manifestazioni analoghe in Umbria, sulla possibilità di attivare un flusso turistico, anche residenziale, interessato ai rituali dell”uccisione e della lavorazione del maiale in un contesto dove sopravvivono antiche tradizioni.

Tutto il paese avrebbe potuto partecipare all”organizzazione e alla gestione della manifestazione. L” iniziativa “Vieni a fare il maiale da noi”, interamente sostenuta dalla presidenza della Provincia di Napoli, ebbe uno straordinario successo, più di trentamila visitatori ed esaurimento di tutte le disponibilità di carne di maiale, salsicce, pancetta, ma anche pane cotto a legna e altre specialità locali. L”anno successivo, sempre la presidenza della Provincia di Napoli, finanziò e sostenne l”iniziativa “Torna a fare il maiale da noi”. Anche questa edizione ebbe uno straordinario successo, superiore a quello dell”anno precedente. L”anno successivo, senza il sostegno dell”amministrazione provinciale, nel frattempo rinnovata, l”amministrazione comunale non fu in grado di riproporre l”iniziativa dandole un carattere di stabilità e continuità, con forti ricadute sull”economia locale non solo di carattere saltuario ed episodico.

Il contributo della presidenza della Provincia che copriva tutte le spese organizzative, compresi manifesti e comunicazioni, era di 2.000 euro. Una cifra risibile che il Comune, per ragioni che non conosco, non ritenne utile investire facendo così terminare una esperienza che poteva aprire prospettive interessanti di sviluppo economico e turistico. È solo un esempio che serve a sostenere la tesi che mi è cara e che ho verificato in tante realtà italiane, purtroppo solo nel Centro-Nord: amministrare significa amare il proprio territorio; far partecipare tutti i cittadini; partire dalle potenzialità anche minute che ogni territorio ha e valorizzarle coinvolgendo tutti in un progetto di crescita e sviluppo collettivo. Solo nel Sud questo percorso è sempre difficile e accidentato. Di chi la colpa?
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÁ AL SETACCIO