I FIGLI DI MADRI DETENUTE

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Il dramma dei piccoli reclusi: i figli di madri detenute.
Di Simona Carandente

Tra gli aspetti della vita penitenziaria di cui si parla poco, e sovente anche male, vi è quello relativo alla condizione della donna- madre che si trovi, in uno o più momenti della propria esistenza, a dover affrontare il già difficile momento della detenzione.
Difatti con la legge 26 luglio 1975 n. 354, di riforma dell”ordinamento penitenziario, si è data la possibilità alle detenute madri, con prole di età inferiore ai tre anni, di poter tenere con sè il piccolo all”interno del penitenziario, allo scopo di poterlo sostenere nel proprio delicato, percorso di crescita.

Attualmente si contano sul territorio nazionale poco più di venti reparti, afferenti ad altrettanti penitenziari, che prevedono concretamente la possibilità, per le madri detenute, di poter scontare la pena assieme ai propri bambini.
Uno sguardo alla “piccola” popolazione penitenziaria italiana vede i piccoli, che finiscono in carcere assieme alle proprie madri, ancora una sparuta minoranza: se ne contano, infatti, poco più di 60, a fronte delle migliaia le cui madri hanno ottenuto di poter scontare “aliunde” la propria pena detentiva.

Difatti, la cd. Legge Finocchiaro consente alle donne, madri di prole di età inferiore ai dieci anni, di poter scontare la propria pena a casa, beneficiando così del regime detentivo speciale previsto in questi casi. Unico limite alla fruizione del beneficio, la condizione giuridica della madre detenuta.
Nel caso in cui sia da considerarsi recidiva, o da qualificarsi come “socialmente pericolosa”, per la madre detenuta si spalancheranno le porte del carcere, tenuto peraltro conto che gran parte della popolazione penitenziaria, sia maschile che femminile, è fatta proprio di persone recidive, per reati legati al patrimonio o agli stupefacenti.

Tuttavia, per la parte dell”opinione pubblica sensibile alle tematiche penitenziarie, la norma è troppo severa. Non a caso, al vaglio del Parlamento italiano da almeno un biennio, vi è una riforma che mira ad estendere la portata della norma, ampliandone i casi di applicazione e facendo sì che, nel tempo, vengano istituiti degli appositi luoghi di detenzione, noti come “case protette”, ove le madri possano scontare la propria pena in condizioni di maggior tutela.
Come spesso accade in questi casi, sono sempre i più deboli a fare le spese di un sistema non privo di buchi neri: raggiunta l”età di tre anni i piccoli devono lasciare il carcere, costretti a far ritorno alle proprie case o addirittura, nei casi estremi, affidati ad istituti o case- famiglia.

È facile immaginare quanto deleteri possano essere, sulla psiche dei piccoli, gli effetti di una simile detenzione forzata: come dimostra uno studio dell”istituto penitenziario di Rebibbia, i bambini sono perfettamente consapevoli di non vivere una situazione di normalità, nonostante la giovanissima età, sfortunate vittime di errori altrui gravati da un marchio a vita del quale sarà difficile scrollarsi. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Riviera24.it)

I BAMBINI DIFFICILI, “FIGLI DI GENITORI DETENUTI”

LA RUBRICA

DIVERSITÁ DI GENERE E PENSIERO DIVERGENTE A “SCUOLE APERTE”

Giovani studenti alle prese del complesso mondo delle diversità politiche.
Di Annamaria Franzoni

Volge al termine il Laboratorio interculturale “Indovina chi viene a cena” che, giunto al suo penultimo incontro, ha visti impegnati i giovani adolescenti del Mercalli alle prese del complesso mondo delle diversità politiche con il film di Michele Placido “Del perduto amore”,(Italia 1998) opera cinematografica che ebbe ingiustamente poca diffusione e che la critica solo recentemente ha riabilitato.

Ambientato nel 1958 in un paesino della Lucania, a cui fanno da sfondo le contrapposizioni politiche ed ideologiche complesse e articolate di quegli anni, racconta la storia, realmente accaduta, di Liliana Rossi, giovane militante comunista, morta a ventiquattro anni, che si era battuta, sfidando la chiusa mentalità del suo paesino, per affermare il diritto allo studio dei figli dei “cafoni” e la consapevolezza del pensiero politico femminile.

Al termine del film, gli allievi si sono riuniti nell”abituale circle time e sollecitati dal docente orientatore e, in questa circostanza, anche dalla presenza della Dott.ssa Francesca Cessari, presente all”incontro del Mercoledì, hanno espresso le loro emozioni, le loro riflessioni, le loro perplessità, creando uno scambio reciproco e di crescita comune sulla tematica non solo della diversità politica, ma di genere, di cultura, religione e condizione economica che era emersa dalla trama articolata del film del giorno.

Edoardo, in particolare, ha sottolineato il coraggio della maestrina comunista e del giovane Gerardo che sono riusciti a far valere, opponendosi al pensiero dominante, i propri ideali senza aver paura delle conseguenze. Sulla foglia che ha posto sull” “albero delle emozioni” ha segnato, però,la sua rabbia in riferimento all’ingiustizia e all’oppressione subite dalle donne del paese.
In quel paese, che i ragazzi hanno definito retrogrado e reazionario, le donne erano ai margini sotto ogni profilo: anche nella piazza restavano ai confini.

Ed è a loro che si rivolge Liliana, le spinge ad avanzare e loro lo faranno accorrendo al suo funerale con l”abito della cerimonia per sacralizzare il momento della loro svolta ad un mondo che le ha tenute fino ad allora da parte .
Dalle loro riflessioni, in sintesi, è emerso quanto sia importante gestire la diversità come “pensiero divergente” affinchè esso diventi una risorsa, dalla cui contaminazione possa nascere un”interazione vera e la consapevolezza di una democrazia consapevole e partecipata.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

PARLARE, SCRIVERE

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Le domande della “tribù del pollice”.
Di Giovanni Ariola

Il dibattito che precede la riflessione di oggi lo trovate a questo link: VEDI

A differenza del prof. Carlo, che si mostra piuttosto divertito nell”udire l”ennesima filippica del prof. Piermario contro l”inadeguatezza della nostra scuola, per lo più insaccata (traduzione eufemistica della parola infognata da lui usata) in un misto di conservatorismo infingardo ma anche sempre più di ignoranza autolegalizzata, aggravati l”uno e l”altra dalla mancanza di una politica culturale e di un progetto pedagogico-didattico validi da parte della nostra classe dirigente, a soddisfare le esigenze sempre mutanti e quindi sempre nuove del nostro tempo, e se la ride sornione (non si può dire sotto i baffi perchè non ce l”ha), il prof. Eligio appare invece indispettito non tanto dalle argomentazioni del giovane collega, con le quali si sente in linea di massima di concordare, quanto dal suo tono arrogante ed eccessivamente animoso.

– È vero – ribatte acido – che la scuola deve aprirsi al nuovo e deve prepararsi ad affrontarlo e a gestirlo, ma non bisogna provocare pericolose discontinuità con quanto la tradizione ha prodotto di positivo e di valido. Ribadisco la mia convinzione che compito fondamentale della scuola resta quello di insegnare ai ragazzi a leggere e a scrivere:.
– :e a far di conto: – incalza sarcastico il prof. Piermario.
– E perchè no? Senza con questo voler dire che bisogna farlo con i metodi tradizionali:
– Meno male!
– Resta tuttavia la necessità di impartire una istruzione sistematica di base:
– Con nuove metodologie e nuovi mezzi:è una discontinuità necessaria con il passato:

– Il problema più difficile da affrontare – interviene il prof. Carlo – credo sia quello di creare nei ragazzi e poi nei giovani non dico un”affezione, ossia un desiderio misto a piacere (sarebbe l”optimum), ma almeno una motivazione convinta al leggere che preluda anche allo scrivere. Ormai è noto dai dati Istat quanto sia bassa la percentuale degli adolescenti che leggono abitualmente e come questa sia anche in calo continuo (nel 2005 era attestato al 63 % – Cfr. A. Morrone, M.Savioli, La lettura in Italia. Comportamenti e tendenze: un”analisi dei dati Istat, Milano, Bibliografica, 2008). Che questo sia il problema più importante lo dimostra il fervore di iniziative promosse per dare ad esso una soluzione.

Non ultimo la creazione di un “Centro per il libro e la lettura“, come un organo all”interno del Ministero dei Beni culturali con il compito di elaborare e mettere in opera, con la collaborazione dell”Associazione Editori e dell”Associazione Librai, una strategia per fare aumentare il numero dei lettori che complessivamente è molto basso ( 38% degli Italiani, corrispondente a 19 milioni) e colloca l”Italia agli ultimi posti nella classifica europea. Ho letto in proposito (in La Repubblica,Giovedì, 18 Febbraio 2010, p. 45 ) un”intervista al Presidente del Centro, Gian Arturo Ferrari, già direttore della divisione libri della Mondadori e ora in pensione, nella quale l”intervistato parla di “una serie di programmi” che dovrebbero attivare “un intervento massiccio su tre province (rispettivamente Nord, centro e Sud), avendo come obiettivo soprattutto il mercato dei ragazzi:”.

– Faccio notare – osserva gongolante il prof. Piermario, al quale non par vero di cogliere in castagna il top manager di recente nomina ministeriale – la finezza della parola mercato:credo gli sia scappata involontariamente:un vero lapsus freudiano: si tratta insomma di un progetto non con finalità culturale ma di mercato e coloro che gestiscono l”operazione con milioni di finanziamenti da parte dello Stato, si capisce, o sono mercanti o hanno mentalità mercantile:perchè non darli alle scuole questi soldi ossia alle istituzioni competenti? L”ho letta l”intervista, con quanto candore il Ferrari confessa “Premetto che nessuno sa esattamente come far crescere il numero dei lettori“.

Se non ha le idee chiare perchè non passa la mano? E quando gli chiedono “L”e-book è la nuova frontiera. Come l”affronterete?” risponde “Siamo come sull”orlo di un burrone. Possiamo solo cercare di non precipitarvi dentro. Voglio dire che l”e-book è un salto enorme, un po” come fu l”invenzione della stampa:l”e-book è una svolta radicale. Il libro così come è stato è una forma definitiva:La natura del mezzo elettronico lo renderà flessibile, modificabile, adattabile:” Ha fatto la scoperta dell”acqua calda:

– La questione – concorda il prof. Carlo – è stata ampiamente affrontata da Jan-Claude Carrière e da Umberto Eco (nel libro “non sperate di liberarvi dei libri“, Bompiani, Milano, 2009). Ho qui a portata di mano il libro:vorrei leggere un passo significativo.

Umberto Eco, dopo aver sottolineato che “Le variazioni intorno all”oggetto-libro non ne hanno modificato la funzione, nè la sintassi, da più di cinquecento anni. Il libro è come il cucchiaio, il martello, la ruota, le forbici. Una volta inventati, non potete fare un cucchiaio che sia migliore del cucchiaio:”(p.16), non può non constatare che “La velocità con la quale la tecnologia si rinnova ci obbliga in effetti a un ritmo insostenibile di riorganizzazione continua delle nostre abitudini mentali:E ogni nuova tecnologia implica l”acquisizione di un nuovo sistema di riflessi, che ci richiede nuovi sforzi, e questo entro termini temporali sempre più brevi. C”è voluto più di un secolo perchè i polli imparassero a non attraversare la strada. La specie alla fine si è adattata alle nuove condizioni della circolazione. Ma noi non abbiamo a disposizione tutto questo tempo.”(pp.41-42)

– Appunto! – condivide visibilmente entusiasta il prof. Piermario – Ma si vede che il signor Ferrari questo libro o non l”ha letto o l”ha fatto frettolosamente:
– Anche io ho letto – osserva con tono ormai calmo il prof. Eligio, anche se dalla marcatura con la voce di certe parole trapela la soddisfazione di avvalorare la sua tesi di fondo – il prezioso dialogo Carriere – Eco:Vorrei anch”io leggere qualcosa:.è un”affermazione del Carriere che mi dà ragione: “:non abbiamo mai avuto tanto bisogno di leggere e scrivere quanto ai giorni nostri. Non possiamo neanche servirci di un computer se non sappiamo leggere e scrivere. E peraltro in un modo più complesso che un tempo, perchè abbiamo integrato nuovi segni, nuove chiavi. Il nostro alfabeto si è allargato .È sempre più difficile imparare a leggere:“(p.19)

– Ancora più difficile – interviene con voce lievemente tremolante il dottorino – anzi una vera fatica d”Ercole trovare una strategia per far leggere:le nuove generazioni, la tribù del pollice, come chiama Manuela Trinci i ragazzi di oggi:(in LIBER/Libri per bambini e ragazzi, N. 85, Gennaio – Marzo 2010, p.53-54)
– Leggere e scrivere:– osserva il prof. Carlo – due attività parallele ma distinte:dobbiamo trovare risposte convincenti per le domande che da sempre ci poniamo e soprattutto ci pongono i nostri ragazzi: perchè (leggere e scrivere), che cosa, come? E ci aggiungerei anche: dove e quando? (continua)

UNA MAMMA SERIAMENTE PREOCCUPATA PER LA FIGLIA

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Una nostra lettrice si chiede come aiutare la figlia di 16 anni, che è alle prese con le dolorose e angoscianti problematiche adolescenziali connesse alla difficoltà di accettare sè stessa, la propria immagine, il proprio corpo e la propria vita…

In un precedente articolo (VEDI) ho già avuto modo di considerare i disagi, i disturbi e le principali sofferenze psicologiche che caratterizzano l”età adolescenziale.

Il rapporto madre-figlia è un rapporto assai complesso e dalle più difficili e molteplici sfaccettature, non sempre di facile lettura e non sempre dai risvolti positivi, specie, se visti nell”ottica del futuro divenire donna della figlia, che dovrà rendersi indipendente e autonoma proprio dall”affettività e dal vincolo materno. La relazione madre-figlia, a differenza della relazione e del rapporto madre-figlio, che è più lineare, autonomo e facilitante la crescita e l”autonomia affettiva di quest”ultimo, è una relazione strettissima, viscerale e simbiotica che resterà basilare per tutta la vita delle due donne influenzando tutte le scelte, le decisioni e la realizzazione della figlia, specie le scelte, in ambito relazionale-affettivo e relazionale-amoroso.

Nonostante la figlia diventi madre e la madre diventi nonna, le aspettative emotive insite in questo rapporto non cambieranno granchè, infatti, tutto ciò che la mamma, fin dalla nascita della figlia, si sarà augurato, desiderato e atteso dalla, e per la figlia, non svaniranno, anzi, continueranno ad essere un preciso e, spesso, ineluttabile e latente imperativo categorico morale per la condotta e la vita della figlia, seppur diventata, donna, moglie e madre. Le aspettative della mamma per la figlia, quindi, anche quelle non chiaramente espresse, interagite, volute, o incoraggiate hanno un grande peso per la figlia e, spesso, diventano la principale causa dei disturbi e del malessere adolescenziale e della mancata autorealizzazione affettiva ed emotiva della crescita dell”adolescente.

Quando nasce un figlio, la madre non desidera affatto che il figlio sia, come lei spera, o lo vorrebbe, anzi, il più delle volte la madre vuole che il figlio sia esattamente il contrario di com”è lei, soprattutto, per quanto concerne le debolezze, le limitazioni e le defezioni emotive, affettive, amicali e sociali.

La figlia, invece, deve essere simile a lei, soprattutto per quanto riguarda la sensibilità, l”emotività, i principi, i valori, le idee e il comportamento affettivo, amoroso, amicale e sociale. Insomma, la figlia, per la mamma deve diventare “l”altro mè”. Ora, è vero che una delle principali tappe della crescita personale dell”adolescente-figlia, è quello d”identificarsi con la mamma e trovare, con il tempo della propria maturazione, il sostituto del padre così, come per l”adolescente-figlio, la crescita personale consiste nell”identificarsi con il padre e trovare, con il tempo della propria maturazione, la sostituta della mamma; tuttavia, se l”identificazione della figlia con la mamma coinciderà con le aspettative deluse che la mamma ripone nella figlia, esse diventeranno irrealistiche, problematiche e nevrotiche e finiranno per compensare e riempire i “buchi neri” della mamma, nella figlia.

Sarà proprio questo irrealistico e insano bisogno affettivo e amoroso della mamma che creerà, con la figlia, un rapporto conflittuale, rancoroso e aggressivo. Nessuna figlia, potrà mai sopportare e tollerare, in eterno, peraltro, rinnegando continuamente sè stessa, le “proiezioni”, le “aspettative” e le “vessazioni” materne, anche se, proprio ribellandosi a tutto questo, si sentirà rifiutata, non riconosciuta e, soprattutto, non libera di essere cosi com”è, quindi, diversa dalla madre, provando, per questo, colpevolezza, malessere esistenziale e comportamentale, disorientamento e insicurezza, inferiorità e giudizio.

Ecco perchè i dissensi, le liti e i contrasti tra madre-figlia nascono nell”età adolescenziale, perchè è proprio in questo periodo che la figlia comincia a prendere coscienza di sè desiderando, non senza disagio, dolore, difficoltà e sensi di colpa, di distaccarsi e diversificarsi dalla mamma, proprio per quanto concerne il proprio look, il mangiare, il pensare, il comportarsi, il vivere e l”interagire con gli altri.

L””attaccamento alla madre“, quindi, specie quello esistente, nel rapporto madre-figlia, come sosteneva lo psicanalista John Bowlby , è parte integrante del comportamento umano dalla culla alla tomba, All”inizio della vita l”essere nutriti equivale all”essere amati, il bisogno biologico legato all”alimentazione è presente insieme a un altro bisogno, anch”esso fondamentale, quello di essere amati, nutriti d”amore, di essere desiderati, voluti, accettati per quello che si è. Gli effetti nocivi della deprivazione materna, l”importanza del legame tra genitori e figli, il bisogno di una base sicura e il sentimento di attaccamento, determina l”origine delle principali patologie adolescenziali, come per esempio, le nevrosi, le isterie, l”apatia, l”anedonia, la depressione, l”anoressia e/o bulimia.

La figura della madre, per la figlia, almeno, nel periodo adolescenziale, ma può anche durare tutta la vita, è un modello a cui riferirsi per apprendere e per imparare a sapersi comportare, in relazione alla vita, all”inserimento sociale, al futuro lavorativo, affettivo e, soprattutto, nella scelta del partner e nel tipo di relazione da instaurare e mantenere con lo stesso. La figura della madre costituisce, per la figlia, anche, il principale, se non l”unico, fondamentale riferimento per dare le risposte alle prime significative domande che si pone l”adolescente: come amare, come vivere il sesso e l”amore, sesso e amore vanno separati? vanno tenuti uniti? come vincere le paure, l”istinto? saprò essere una buona madre, come lo è la mia? saprò crearmi le amicizie, come fa mia madre, saprò comportarmi nella società, come sa comportarsi lei?

Le aspettative sono enormi e le figlie basano la propria futura autostima e sicurezza di sè su “come” esse vengono “accettate”, “amate”, “percepite”, “riconosciute”, “stimate”, “trattate” e “rispettate”. Ogni madre, infatti, si preoccupa sul “come” la propria figlia riuscirà a superare le difficoltà della vita e gli ostacoli che essa pone alla serena ed efficace autorealizzazione. Ogni madre, spera, che la propria figlia riesca meglio di lei, nella vita e, soprattutto, nella scelta del partner, nel crearsi una famiglia, prendersi cura dei propri figli, garantendo, peraltro, alla madre, di poter fare l”agognata nonna. Ma sono proprio tutte queste aspettative materne, di cui la figlia si farà inevitabilmente carico, per essere amata, accettata, considerata e rispettata dalla mamma, che le impediranno di vivere sè stessa al meglio possibile, e senza la nevrotica e fallimentare corsa al volere essere e rimanere, “come piace alla mamma”.

Questo è il compito più difficile di una mamma, che desideri davvero la piena realizzazione e la serena esistenza della figlia, “lasciare vivere la figlia, come Persona” e non controllarne, gestirne la crescita e la vita, come figlia.

Ciò che le figlie vogliono, nella fase adolescenziale, è una madre che le ascolti, che le supporti, che dia loro l”approvazione e che le aiuti a trovare la propria strada. In questa fase nascono i maggiori conflitti che lasciano entrambe amareggiate. Emergono rabbia, senso di colpa, il senso di non essere capite, di essere sottilmente manipolate, ricattate usando l”affetto. In questa fase il ruolo della madre è quello di aiutare, con la sua esperienza esistenziale, affettiva e amorosa la figlia, è necessario ascoltare più che parlare, giudicare, criticare o consigliare. Ascoltare, senza volere aver sempre ragione e a tutti i costi, ascoltare e accettare una visione del mondo completamente diversa dalla propria.

Solo il rispetto, la fiducia, l”amore e l”accettazione fra le due donne, in quanto persone, e non in quanto madre-figlia, può segnare il positivo, efficace e sereno passaggio dall”adolescenza all”età adulta.
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ALTRI ARGOMENTI TRATTATI

CHIESA E MAFIA

La nota pastorale della Conferenza Episcopale Italiana su Chiesa e Mezzogiorno ha favorito una riflessione sulla “timidezza della chiesa di fronte alla criminalità mafiosa”.
Di Don Aniello Tortora

Sull”ultimo numero di Famiglia Cristiana vengono riportati gli interventi di alcuni vescovi che, con passione, commentano la Nota Pastorale della CEI su Chiesa e Mezzogiorno.

Sono commenti, a mio avviso, molto severi, durissimi, ma veri e da approfondire. I vescovi, tra l”altro, riflettono sul rapporto tra la Chiesa e la criminalità organizzata. Ne viene fuori un quadro non proprio esaltante: una Chiesa spesso poco coraggiosa e che, in alcune manifestazioni religiose, non riesce ad essere libera dalle cosche mafiose. La Chiesa è stata “a volte troppo timida di fronte alla mafia, ed è ora di scelte coraggiose per il Sud”: hanno affermano tre vescovi del Sud.

“La nostra gente deve ridiventare protagonista”, dice il vescovo di Locri. “Forse bisognava essere più chiari, anche nelle responsabilità di una Chiesa troppo timida”.

Ecco il punto, che il vescovo di Agrigento, spiega così: “A volte manca il coraggio. Ci chiudiamo nelle chiese, non ci sporchiamo le scarpe a camminare nelle strade. Dobbiamo impegnarci a costruire comunità cristiane antagoniste, alternative alla cultura della rassegnazione, della violenza, dell”usura, del pizzo, del lavoro nero”. Il vescovo di Agrigento ha proposto di “abolire ogni festa religiosa nei paesi dove si contano gli omicidi”.

Ma c”è anche altro che il vescovo di Agrigento sottolinea: “Ci siamo occupati del sacro e non della fede. La gente ci chiede sacramenti e noi glieli diamo. Ma nascondiamo la parola di Dio e sosteniamo un”idea di Chiesa intrecciata attorno alle devozioni, che possono consolare, ma non incidono e non cambiano i comportamenti”.

Riprende l”autocritica della nota della Cei sul fatto di non aver accolto, fino in fondo, la lezione di Giovanni Paolo II alla Valle dei Templi e il suo grido contro le mafie: “Non tutti siamo sulla stessa lunghezza d”onda. Non abbiamo avuto il coraggio di dirci la verità per intero, siamo noi i primi a non essere stati nemici della corruzione e del privilegio. Non va moralizzata solo la vita pubblica, ma anche quella delle nostre chiese. E la parola terribile “collusione” deve far riflettere anche nelle nostre comunità”.

Anche Mons. Riboldi, che noi campani conosciamo bene, è intervenuto dicendo: “Le mafie hanno avuto terreno fertile, arato dallo Stato e da un sistema di corruzione e di collusione impostato con straordinaria efficacia e la gente ha subìto e si è rassegnata. Ma la cultura dell”illegalità è stata diffusa dallo Stato. E non mi consola vedere che proprio chi ha contribuito alla logica della corruzione propone una legge contro di essa”.

La Chiesa accusa oggi un indubbio ritardo culturale sul fenomeno mafioso. Dopo la fase della denuncia all”epoca dei grandi delitti eccellenti, tra la fine degli anni “70 e l”inizio degli “80, fino alla vigilia del martirio di don Pino Puglisi, si è nuovamente instaurata, negli ambienti ecclesiastici, la tendenza a trattare Cosa Nostra e tutta la criminalità organizzata come fenomeno marginale, epidemico, della società meridionale, una organizzazione criminale ed un problema tra i tanti.
Occorre convincersi che la mafia non è solo un effetto ma principalmente una causa (se non La Causa) dei mali, anche morali, del Sud. Dal punto di vista teologico ciò significherebbe rendersi conto che la criminalità organizzata è una forma di apostasia che persegue un progetto diametralmente opposto a quello che Cristo affida alla comunità ecclesiale.

Riguardo al fenomeno mafioso, il compito dei cristiani è quello di destrutturare gradualmente la sua natura peccaminosa, facendo leva appunto sulla sua radice umana deviata, risanandola. Un lavoro assai complesso che prevede l”elaborazione di una completa strategia: lo sviluppo di tutta una cultura della responsabilità politica dei cristiani, l”elaborazione di pedagogie, metodi di lotta e persino linguaggi radicalmente liberati da ogni ombra di violenza. Oggi risulta oltremodo chiaro che il fenomeno mafioso, in quanto esplicitazione di un”antropologia aberrante, ha una sua rilevanza morale e teologica. La pregiudiziale antimafiosa diventa sempre più preliminare in qualsiasi progetto di nuova evangelizzazione che voglia applicarsi seriamente a ricristianizzare il meridione.

Un autentico salto qualitativo dell”azione ecclesiale contro la mafia avverrà quando si sarà effettivamente preso atto che la mafiosità rappresenta, rispetto all”evangelizzazione, un vero e proprio controprogetto, che persegue interessi e scopi programmatici diametralmente opposti a quelli della comunità ecclesiale e rappresenta perciò un oggettivo e formidabile impedimento per la salvezza integrale dell”uomo e per lo sviluppo della società meridionale.

Rispetto alla religiosità popolare da parte della chiesa si è abbassata da una decina d”anni l”attenzione a questi fenomeni. Vi sono forme scandalose di feste patronali gestite da settori della criminalità organizzata. La devozione popolare deve essere purificata dal dio denaro e da infiltrazioni malavitose. Sulle collusioni ecclesiali della mafia si deve avere il coraggio di dire di più e di prendere finalmente le distanze.

“Bisogna tagliare i ponti tra le nostre chiese e la cultura mafiosa, che spesso dimostra di essere devota” – ha detto Mons. Riboldi. I cristiani (vescovi, parroci e laici) al Sud devono svegliarsi e, con coraggio, dare il loro concreto contributo per “osare la speranza” e creare condizioni di liberazione dall”illegalità diffusa e da atteggiamenti mafiosi che stanno dentro ciascuno di noi.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

ABUSI DI POTERE

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C”è poco da fare: siamo vittime di abusi di potere ma reagiamo poco perchè ci affascina il forte e non il giusto. Questa è sindrome di Stoccolma!

Caro Direttore,
secondo me, il nostro paese è affetto dalla “sindrome di Stoccolma”. Sta accadendo, infatti, a noi, strani abitanti del Bel Paese -delle più avveniristiche città o delle più sperdute contrade-, ciò che capitò, nel 1973, ai dipendenti della Kreditbanken di Stoccolma vittime di una rapina. Tenuti in ostaggi, per ben sei giorni, non appena furono liberati, essi manifestarono un attaccamento emotivo nei confronti dei banditi, tanto da implorare, per loro, clemenza alle autorità.

Fu allora che il criminologo Nils Bejerot, per descrivere uno stato di sottomissione psicologica di una vittima di un sequestro nei confronti del suo rapitore, coniò l”espressione “sindrome di Stoccolma”. Che sta, poi a significare un atteggiamento di comprensione, che può, talvolta, sfiorare anche sentimenti di innamoramento; e non sono stati rari, infatti, i casi in cui tra vittima e carnefice è sbocciato anche del tenero.

È innegabile che, oggi, siamo un po” tutti tenuti in ostaggio da un manipolo di uomini, potenti quanto arroganti. Con modalità e tempi diversi essi tengono prigionieri i nostri destini, la nostra libertà, le nostre libere scelte, i nostri diritti, il nostro futuro. Ma è altrettanto innegabile che tutto ciò ci piace e, maggiormente, ci piacciono gli uomini che lo sanno fare. Tanto da essere –per le nostre azioni, i nostri comportamenti, il nostro modo di pensare, le nostre scelte elettorali- caratteristici esemplari affetti da sindrome di Stoccolma. E se il passato serve per capire meglio il presente, ciò che sta accadendo l”ho ritrovato, passo passo, in uno scritto del 1945, che, però, parlava di un certo Benito Mussolini:

“Il capo del governo si macchiò ripetutamente, durante la sua carriera, di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perchè il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto”. (Elsa Morante, Opere, vol. I, 1988, L-LII).

In effetti, caro Direttore, a noi –il popolo- è riservato il compito di scrivere la storia; a loro –a quel manipolo di uomini, potenti quanto arroganti- il compito di come scriverla. In altre parole, se c”è la possibilità di cambiare un percorso, quella passa solo attraverso le nostre scelte. Una volta decretati gli eletti (nel significato di scelti, nominati non in quello di predestinati!), poi, sono solo questi ultimi a decidere come procedere. Certo, tutti immaginano che la storia debba essere scritta senza disprezzo per i più deboli, per gli onesti, per quanti rispettano la legge, per quanti pagano le tasse, per quanti lavorano, non rubano, non appartengono a cosche, non vivono di espedienti e di malaffare.

Come fare a spiegare che c”è una sostanziale differenza tra l”affermazione di un diritto e quella di un sopruso, tra un abuso ed un condono.
Sai, Direttore, credo che da domani mattina avrai difficoltà maggiori anche ad insegnare. Come farai a spiegare ai tuoi alunni che per diritto si deve intendere soltanto: “complesso di norme regolanti la vita sociale di una comunità indipendente (e sono caratterizzate dall”esistenza di sanzioni esterne e regolate, predisposte per garantirne l”osservanza)”? Attento che qualcuno di quei tuoi attenti pargoli, scatenati ma intelligenti, magari già predestinato ad un futuro da politico, ti potrà contestare, ricordandoti, in ordine, che:

1) non tutti gli adulti fanno così; 2) è prassi ormai consolidata recuperare dalla pratica del “diritto” il meglio per sè stessi; 3) che la legge e la democrazia, negli ultimi tempi, sono due cose diverse e contrastanti. In tale evenienza, cosa risponderai? Se posso azzardarmi, ti suggerirei di avviare con loro una riflessione su un altro pezzo della Morante, sempre scritto nel 1945.
“Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquio volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe tutto al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po” ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente, e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. È difficile trovare un più completo esempio italiano. Ammiratore della forza, venale, corruttibile, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori e si immagina di essere sempre il personaggio che vuole rappresentare”.

Sono in molti, ormai, a sostenere che lo studio della storia serve a poco. Bisogna sfrondare quella materia di molta zavorra, bisogna rileggerla, rivederla e commentarla diversamente da come ci è stata tramandata nei documenti. Probabilmente, sono assertori di questa linea gli stessi che hanno già sfrondato lo studio della geografia, delle scienze, del latino. L”annuncio delle riforme epocali, in materia scolastica, appare sempre più un rimaneggiamento del sapere che non un approfondimento.

Tanto, a che (e a chi) serve il sapere? Ognuno si bea della propria ignoranza e si inventa anche un alibi: la vita è breve, la morte è sempre in agguato, il riso fa buon sangue, sono già tante le preoccupazioni di un uomo, Franza o Spagna purchè se magna..!

Direttore, non ho capito cosa stai dicendo. Dici che mi faccio, inutilmente, il sangue amaro, che mi rovino il fegato, che continuo a vivere male? Dici che, tanto, ci sono le leggi a regolare il nostro paese? Sì, hai ragione. Mi pare Tacito abbia scritto: “Corruptissima in re publica plurimae leges” (Le leggi abbondano negli stati dei corrotti). Che è un po”, nella nostra più volgare lingua, “fatta la legge, trovato l”inganno”. Tanto, chi se ne fotte?
(Fonte foto: Rete Internet)

PENSARE ITALIANO

LE CONTRADDIZIONI DELLA CAMPANIA

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La regione Campania ha un”alta percentuale di aree protette, ma anche di territori inquinati da rifiuti tossici e nocivi. Il nodo fondamentale è il controllo del territorio, ma la politica si nasconde.
Di Amato Lamberti

Una delle contraddizioni forti che caratterizza la regione Campania: è la regione con la percentuale più alta di aree protette dal vincolo paesaggistico di aree parco, sia nazionali che regionali; ma è anche la regione con la più alta percentuale di territorio inquinata dagli sversamenti abusivi di rifiuti tossici e nocivi, come testimoniano ampiamente i dati di Legambiente e quelli dei carabinieri del NOE.

Inoltre, la Campania è la regione con il più alto numero di abusi edilizi accertati dalla Magistratura, frutto generalmente della mancata approvazione da parte dei Comuni dei piani regolatori, pure previsti obbligatoriamente dalle leggi urbanistiche, e del mancato intervento delle Province attraverso la nomina di Commissari ad acta che provvedessero alla loro redazione.

Come possa spiegarsi questa evidente contraddizione tra una altissima coscienza ambientale di tutela del territorio, che porta a vincolare a parco anche aree molto vaste, come il Cilento, il Vesuviano, il Matese, e i tassi di inquinamento da sversamenti e costruzione abusivi, è un problema di non facile soluzione. Generalmente la politica, nel mentre si accredita di una elevata coscienza ambientale, si nasconde, per quanto riguarda l”inquinamento da rifiuti industriali tossici, dietro la presenza di organizzazioni criminali che dello smaltimento illegale di rifiuti, di ogni specie e di ogni provenienza hanno fatto il loro principale business criminale.

Come se il contrasto delle organizzazioni criminali e dei loro sporchi affari spettasse ad altri e non alle amministrazioni pubbliche, alle istituzioni, alla politica. Il nodo fondamentale è il controllo del territorio. Finora a spadroneggiare sono state le organizzazioni criminali che sembrano potersi muovere a proprio piacimento godendo della protezione dei cittadini come delle amministrazioni locali e di spezzoni deviati delle istituzioni. Con le tecnologie, anche satellitari, oggi a disposizione, appare francamente incredibile che non si riescano ad interrompere traffici che utilizzano anche mezzi di grandi dimensioni.
A parte il fatto che bisognerebbe anche decidersi ad intervenire sulle fonti dei rifiuti tossici, vale a dire sulle industrie che li producono e che sono dislocate in tutta Italia.

Allo stesso modo, per quanto riguarda l”abusivismo edilizio, che in alcune zone del territorio – si pensi solo a luoghi come Ischia e Casalnuovo assurti agli onori delle cronache – si preferisce fare a scaricabarile dalla Regione, alla Provincia, ai Comuni e viceversa, senza mai affrontare la questione vera che è quella di una regolamentazione edilizia adeguata alle esigenze e alle aspettative delle popolazioni interessate. Il bisogno di casa, anzi il diritto alla casa, si configura in maniera diversa a seconda delle concrete situazioni territoriali, e, quindi, dovrebbe essere diversamente affrontato. In una area caratterizzata da forte spopolamento antropico si possono rendere più rigidi ed estesi i vincoli ambientali, come si può decidere di favorire il ritorno della popolazione, per evitare la desertificazione e l”abbandono, con opportune misure e adeguati incentivi.

È una decisione politica, meglio se supportata da ipotesi di sviluppo e di riqualificazione. In un territorio caratterizzato da forte e costante incremento della popolazione, anche per la particolare struttura economica e produttiva, bisognerebbe saper conciliare esigenze della popolazione e tutela del territorio, come delle attività economiche che ne costituiscono la peculiarità. Pensare ad un modello unico di intervento per la tutela urbanistica e paesaggistica di tutta la Regione o di ciascuna Provincia o di ogni singolo Comune è sbagliato oltre che velleitario, come dimostra il fallimento di tutte le politiche urbanistiche finora adottate.

Certamente dei criteri generali sono necessari, in una Regione che ha nel patrimonio paesaggistico, archeologico e monumentale la sua principale forza e ricchezza, ma la loro declinazione non può essere astratta rispetto alle esigenze concrete di ogni singola porzione di un territorio così ricco di peculiarità e diversità, storiche e ambientali.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

GIORGIO LA PIRA, SINDACO VERO

Da cittadini, usiamo la potente arma del voto per sfuggire ai lestofanti che si servono del popolo. Sul modello di La Pira, abbiamo bisogno di sindaci che “servono il popolo”.
Di Don Aniello Tortora

È in atto la campagna elettorale. Non ci sono progetti concreti. Quanti slogan, quante promesse, quante parole, per “abbagliare” gli elettori. Quanta gente, tenuta nel bisogno, è “costretta” a credere alle lusinghe dei candidati nei vari schieramenti. Ma la politica non è “servirsi della gente o dei poveri”: è avere i poveri come “nostri padroni”, direbbe S. Vincenzo De” Paoli.
Nella vita tutti abbiamo bisogno di testimoni-modelli da imitare. Questa settimana vorrei presentare a tutti i candidati la figura di un vero sindaco, che ha vissuto la sua vita politica a servizio del bene comune, della sua città, dei poveri ed è morto povero: La Pira.

Tra le tante preoccupazioni di Giorgio La Pira la casa e il lavoro occuparono il primo posto. Anche oggi, nel nostro territorio, soprattutto per le giovani coppie, comprare o affittare una casa sembra diventato un sogno e il lavoro precario impedisce a tanti giovani di realizzarsi.
Nel 1954 La Pira inaugurava la città satellite dell’Isolotto, una importante risposta data dalla sua amministrazione al gravissimo problema abitativo (“non case ma città”, un esempio di buona edilizia residenziale pubblica).

Nel consegnare le chiavi ai primi inquilini disse: “Amate questa città come parte integrante, per così dire, della vostra personalità . Voi siete piantati in essa e in essa saranno piantate le generazioni future che avranno in voi radice. È un patrimonio prezioso che voi siete tenuti a tramandare intatto, anzi migliorato ed accresciuto, alle generazioni che verranno”. “Ogni città – aggiunse – racchiude in sè una vocazione ed un mistero: ognuna è nel tempo una immagine lontana della città eterna. Amatela dunque come si ama la casa comune destinata a voi e ai vostri figli”.

“La città è una casa comune –dice ancora La Pira – in cui tutti gli elementi che la compongono sono organicamente collegati; come l’officina è un elemento organico della città , così lo è la Cattedrale, la scuola, l’ospedale. Tutto fa parte di questa casa comune. Vi è dunque una pasta unica, un lievito unico, una responsabilità unica che è collegata ai comuni doveri”. “Il nostro compito di guide delle città è pensare, è essenzialmente quello di meditare: se non meditiamo siamo soltanto dei direttori generali”.

I diritti sociali sanciti dalla Costituzione non possono restare, per La Pira, sulla carta. Il concreto impegno -prima nel governo, poi nella amministrazione della città- lo mettono a confronto con le realtà della disoccupazione, della malattia, dei problemi abitativi ecc.: “Ho un solo alleato” (scrive nei suoi appunti nel 1961 in preparazione della visita di Gaitskell in Palazzo Vecchio): “la giustizia fraterna quale il Vangelo la presenta. Ciò significa:
1) lavoro per chi ne manca
2) casa per chi ne è privo
3) assistenza per chi ne necessita
4) libertà spirituale e politica per tutti
5) vocazione artistica e spirituale di Firenze nel quadro universale della città cristiana ed umana”.

Mentre procedeva il vasto programma di costruzione di alloggi popolari, la città si trovava di fronte all”emergenza degli sfratti e, in generale, della carenza di alloggi. Dopo aver chiesto una graduazione degli sfratti per poter governare l”emergenza, e non aver ottenuto risposta positiva, La Pira si rivolse ai proprietari di affittare al Comune un certo numero di abitazioni non utilizzate. In mancanza di una disponibilità in tal senso, ordinò la requisizione degli immobili stessi, basandosi su una legge del 1865 che dà la facoltà al Sindaco di requisire alloggi in presenza di gravi motivi sanitari o di ordine pubblico.
È l”amico magistrato Gian Paolo Meucci che lo aiuta a scovare questo appiglio giuridico che è alla base della ordinanza di requisizione. Naturalmente l”iniziativa scatenò polemiche violentissime alle quali La Pira rispose con un appassionato intervento in Consiglio Comunale.
Quanto alle denunce che furono sporte in quella occasione (tutte peraltro successivamente archiviate perchè giudicate infondate), La Pira così si espresse in una lettera aperta ad Ettore Bernabei direttore del “Giornale del Mattino”:

“Devo lasciarmi impaurire da queste denunce penali che non hanno nessun fondamento giuridico –e tanto meno morale- o devo continuare, e anzi con energia maggiore, a difender come posso la povera gente senza casa e senza lavoro? (:) Un sindaco che per paura dei ricchi e dei potenti abbandona i poveri –sfrattati, licenziati, disoccupati e così via- è come un pastore che, per paura del lupo, abbandona il suo gregge”.

Per La Pira il diritto al lavoro è, dal punto di vista sociale, uno dei fondamentali diritti di cittadinanza posti dalla Costituzione alla base della comunità civile; da un punto di vista economico (seguendo la scuola di Keynes) è il cardine di un sano stimolo della produttività (la disoccupazione di massa provoca una circolazione monetaria senza corrispettivo di produzione ed è, perciò, quando si prolunga, causa di inflazione).

Da un punto di vista morale e religioso, infine, esso è un imperativo categorico (“Se io sono uomo di Stato il mio no alla disoccupazione ed al bisogno non può che significare questo: -che la mia politica economica deve essere finalizzata dallo scopo dell”occupazione operaia e della eliminazione della miseria: è chiaro! Nessuna speciosa obbiezione tratta dalle c. d. “leggi economiche” può farmi deviare da questo fine”).

E a De Gasperi, che lo accusava di fare con le sue prese di posizione a fianco degli operai il gioco dei comunisti, risponde: “Il gioco dei comunisti lo fanno tutti coloro – operatori economici ed uomini politici – che disconoscendo la santità e l”improrogabilità del pane quotidiano (procurato col lavoro) gettano nella disperazione e nella radicale sfiducia i deboli”.
Numerose sono le occasioni in cui La Pira si è trovato a fronteggiare situazioni in cui la difesa di questi diritti si urtava ad ostacoli formidabili. Emblematico è rimasto il caso Pignone.

La nostra gente ha bisogno di nuovi “La Pira” e non di lestofanti che “si servono del popolo”, ma non “servono il popolo”. E quindi:non servono alla società e al nostro territorio. È compito anche di noi cittadini “aprire gli occhi” e usare bene, con libertà e coscienza la grandissima arma che la democrazia mette ancora una volta nelle nostre mani: il voto.
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI STUPRI IN CARCERE

Torniamo a parlare di realtà socio-penitenziaria, ed in particolare degli aspetti che fanno di essa un vero e proprio mondo a parte rispetto alla società civile.

Legato a filo doppio al problema dei suicidi in carcere, aumentato negli ultimi anni in misura esponenziale, vi è una problematica spesso sottovalutata: questa ha come scenario le quattro mura di un penitenziario e concerne gli stupri e gli abusi sessuali sui detenuti.
Oltre al problema del sovraffollamento, della mala-organizzazione, della mancanza di una vera rieducazione all”interno della struttura carceraria, maggiormente noti ai più, vi è difatti quello degli abusi sessuali, talvolta ripetuti, del quale spesso e volentieri omettono di parlare anche le stesse associazioni umanitarie, nel tentativo di celare una realtà gravemente intollerabile.

Il gruppo Everyone (fonte igmpress.it) ha raccolto una serie di dati impressionanti, attraverso interviste e dichiarazioni rilasciate da detenuti delle più svariate carceri italiane, che hanno raccontato storie di abusi sessuali e maltrattamenti, i quali crescono in misura esponenziale quanto più il detenuto è giovane d”età, esteticamente gradevole e, soprattutto, neorecluso.
Addirittura è possibile sostenere che, in relazione alla percentuale di stupri che si registrano ogni anno in tutta Italia, ben il 40% si verifichi all”interno delle case circondariali italiane, dove è possibile registrare qualcosa come tremila casi di abuso, e riduzione alla schiavitù sessuale, nell”arco di un anno.

Come alcuni, giovanissimi detenuti hanno raccontato a EveryOne il giovane ristretto, specie se di aspetto gradevole, viene costretto a subire una volta entrato in carcere tutta una serie di violenze, essendo costretti a diventare la “donna” di un detenuto, solitamente quello con maggiore potere coercitivo all”interno del penitenziario, o in alternativa di venir sottoposto a continui abusi sessuali, da parte di più detenuti, sempre sulla scorta di presunti ruoli gerarchici che individuano la vittima ed il relativo carnefice.

Per questi giovani, spesso l”unico modo per cercare di sottrarsi al crescendo di violenza è l”autolesionismo: in una forma di reazione assolutamente estrema, ci si taglia il viso, le braccia, le mani, fino a giungere a gesti estremi nei casi più gravi.
L”aspetto più grave del problema, tuttavia, è quello che vede la violenza esercitarsi sotto gli occhi dell”intera popolazione carceraria, guardie penitenziarie comprese, ritenendola probabilmente una specie di “accessorio” della pena da scontare nonchè, ed è l”aspetto più preoccupante, espressione del potere maschile ed esercizio legittimo di quest”ultimo.

Nonostante diversi, innumerevoli studi abbiamo dimostrato la forte correlazione tra abusi sessuali e tasso di suicidi all”interno della struttura penitenziaria, la cosiddetta società civile continua ad essere sorda a queste, ed alle altre problematiche, che restano relegate in un angolo, nelle coscienze e nella penna del legislatore.

Spesso difatti in situazioni come questa si preferisce far finta di nulla, rimanere a guardare, facendo si che la realtà penitenziaria rimanga avulsa rispetto alla società civile, cementando la propria natura di “mondo a parte” dove tutto è permesso, dove tutto viene legittimato, ma dove nessuna reale, concreta opera di rieducazione avverrà mai. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet. Fonte info: Il Carcere Possibile Onlus- Napoli).

GLI ARGOMENTI TRATTATI

DAL BUIO AL SILENZIO: SCOPRIRE REALTÁ COMPLESSE E PROFONDE

Parlare della sordità come una diversa abilità e non come una disabilità.
Di Annamaria Franzoni

“Figli Di Un Dio Minore”, il film drammatico dell”allora esordiente regista R. Haines, sensibile e intenso, ha parlato al cuore degli adolescenti / spettatori del liceo Mercalli sia per la sua capacità di presentare la sordità, davvero come una “diversa abilità” e non come una “disabilità”, sia per l”efficacia della sua trama coinvolgente e per la simpatia che James e Sara hanno stimolato nei giovani allievi.

Nel corso della raccolta delle riflessioni, che seguono quelle dei giorni passati su “Rosso come il cielo” (VEDI), Luca ha sostenuto che questo film è stato coinvolgente e toccante, poichè ci ha fatto riflettere su come si può amare una persona, nonostante ci sia una diversità, l’ importante è che essa non prenda il sopravvento e si trasformi in un limite.

Per Ciro ha costituito la possibilità di riflettere sulle condizioni di vita delle persone non udenti e di quanto sia lontano da lui “il mondo del silenzio”. Ha pensato a come la sua giornata sia scandita dai suoni: dalla sveglia del mattino, al telegiornale mentre si prepara,alla voce della mamma, ai clacson e ai rumori delle macchine mentre raggiunge la scuola, alle parole dei professori e dei compagni a scuola, al caos dell”intervallo. Ha ricordato la casa invasa da voci e suoni: alla televisione accesa l”intera giornata, alle parole scambiate con gli altri, al telefono che squilla. Il pensiero di una vita senza suoni lo impaurisce.

Inoltre è stato anche sottolineato che la società moderna pur facilitando la vita dei non udenti attraverso le tecnologie, si è, tuttavia, allontanata da queste persone affidando solo ad ausili tecnologici il compito di avvicinarli al nostro stile di vita, ormai sempre più distante dal loro.
Roberta, infine ci ha offerto la sua emozione di dispiacere provata quando Sarah, si è sentita non accettata da James nonostante egli ritenesse di fare il massimo per accoglierla con la sua difficoltà.

Con diverse parole e tra una riflessine e l”altra abbiamo infine condiviso il pensiero che l”amore , la tenacia e la costanza riescono a superare , anche se talvolta con grandi sofferenze , ogni difficoltà e su questa riflessione ci siamo salutati in attesa del prossimo appuntamento dei Mercoledì di scuole aperte al Mercalli.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI