SE IL SUD É INFETTO IL NORD É MALATO. A BRIGANTE, BRIGANTE E MEZZO!

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Il Nord che vuole dare lezioni al Sud farebbe bene ad aprire l”armadio, scoprirebbe un ossario! Ma l”aria che tira non è buona e il codice di comportamento dei pubblici dipendenti sembra un documento di quando c”era Lui:

Caro Direttore,
in giro per lavoro, in una bella serata di quasi estate, ho avuto modo di assistere alla presentazione di un romanzo in una piccola e spocchiosa città del centro-nord. Puntualità nell”orario stampato sulle locandine, ambiente arioso, bel pubblico, presentatori scrupolosi e: autore (con relativo contesto di azione del volume) meridionale. Mi dirai: cambia qualcosa? Sì e come! Ad un iniziale panegirico, affettato e stucchevole, dell”autore ha fatto seguito un malcelato bisogno di presentare un sud (con la sua gente) arrendevole, cialtrone e senza speranza.

C”era come una necessità irrefrenabile di chiedersi (e darsi le relative e scontate risposte): in quale terra esiste l”imbroglio continuo, la corruzione, se non nel Mezzogiorno d”Italia? Dove, se non in quel martoriato territorio, si costruisce abusivamente, nasce l”inquinamento o c”è la vocazione alla superficialità? Tutto, e non per caso, avviene al sud, in quella sorta di gironi infernali pullulanti di ladri, di furbi, di uomini e donne senza dio, di imbroglioni senza speranza di potere infine uscire “a riveder le stelle”. Ma il sud mica è solo gomorra!

Capirai, Direttore, a questo punto che il dramma del tanto auspicato federalismo non sarebbe tanto nella sperequazione delle risorse quanto nelle mentalità (posso dirlo?) separatiste (o pseudoperbeniste) di molte persone. Partiamo da un ricorrente falso storico. Ti assicuro che la società “di sopra” è tale e quale a quella “di sotto”. C”è un uguale disfacimento dei costumi, un uguale cattivo funzionamento della scuola, un insistente ricorso al calcolo ed all”utile come pratica di vita consolidata. Sì, è vero, il Sarno lo abbiamo inquinato noi, ma il Po chi l”ha inquinato? Noi siamo i soliti ladri di galline che si fanno prendere con le mani nel sacco; altri, però, sono gli storici “mariuoli” ad aver fatto la storia d”Italia degli ultimi cinquant”anni!

Cosa fare, quindi, in simili occasioni? Mostrare nervi saldi, non cadere nella rete delle provocazioni e costruire un ragionamento, che confuti, con dati di fatto, i gratuiti e stucchevoli luoghi comuni sul Mezzogiorno d”Italia. “Sopporta, cuore: più atroce pena subisti/ il giorno che l”indomabile, pazzo Ciclope mangiava/ i miei compagni gagliardi, e tu subisti, fin che l”astuzia/ ti liberò da quell”antro, che già di morire credev”, (Omero, “Odissea”, XX).
La marcia su Roma partì (e parte ancora oggi) da Milano; dalla capitale meneghina sono partiti anche i maggiori sostenitori della Loggia massonica P2 di Licio Gelli. L”attuale capo del governo, per esempio, aveva la tessera numero 1816. Ma che fa? Abbiamo la memoria corta. I nostri vicini di casa possono anche ammazzare i bambini, siamo sempre disponibili a perdonare.

Ma non perchè abbiamo la vocazione al perdonismo. No, non è questo! È maggiormente perchè siamo distratti, non ci importa molto di quello accade intorno a noi; siamo superficiali, egoisti, calcolatori e indifferenti verso tutto e tutti. E, intanto, tutto intorno monta il regime. Nemmeno tanto in silenzio. Anzi con azioni chiare, fortemente volute e dichiarate. Si mette il bavaglio alla stampa, alla magistratura, ai pubblici dipendenti, alla contestazione, a tutte le libertà. Ma che fa, chi se ne importa? Ora che l”estate batte alle porte, è d”uopo pensare solo alle vacanze; poi, a settembre, si vedrà.

Così, la mia collega di Groppello Cairoli dice che andrà a rilassarsi per un paio di settimane in Tunisia; molti giovani di mia conoscenza sono indecisi cosa scegliere tra le notti in Spagna e un viaggio alle Canarie; dicono che ne hanno bisogno e i loro genitori devono sostenere qualunque sacrificio per consentire loro di riposarsi. Il meritato riposo per chi non si stanca! Sembra quasi un ossimoro pubblicitario!
Caro Direttore, come ricorderai, nell”autunno del 1931, solo dodici professori universitari, su oltre milleduecento, rifiutarono di giurare fedeltà a Mussolini. Pochi pazzi, nell”immaginario collettivo, che ebbero il coraggio di prendere una posizione assolutamente scomoda. Tutt”altro!

“S”attendono l”ostracismo sociale e la solitudine umana a cui il loro gesto li sta consegnando. E tuttavia –per chi ha seguito per qualche tratto le loro esistenze- sopravvive la certezza che un “no” forte e chiaro come quello che hanno pronunciato non possa essere proferito senza una segreta gioia. Quella che si sperimenta disaccostando la propria vita dagli altri, riapprendendo a custodirla solo da se stessi.”, (Giorgio Boatti, “Preferirei di no”, Einaudi, 2001).

In questi momenti di grande confusione, quasi da ultimi giorni dell”impero, gira, sui tavoli di tutte le amministrazioni pubbliche, il codice di comportamento dei dipendenti. Nei tredici articoli, tra l”altro, si legge che ogni dipendente pubblico deve conformare la sua condotta al dovere costituzionale di servire la Nazione; che ciascun “servitore dello Stato” non deve chiedere o accettare regali; non li deve nemmeno offrire i regali, tantomeno a un sovraordinato; non deve partecipare all”adozione di decisioni o attività che possano coinvolgere interessi propri o di familiari; non deve usare attrezzature o materiali pubblici a fini privati; in ogni comunicazione, deve adottare un linguaggio chiaro e comprensibile.

Forse che a qualcuno vengono in mente fatti o personaggi della recente storia d”Italia?
Sai, Direttore, a volte, mi chiedo se gli articoli di quel codice siano mai stati letti dai nostri amministratori, nazionali e locali! A volte, poi, mi sorprendo a pensare che nel caso si rendesse obbligatorio un giuramento di fedeltà a un capo, forse, ci sarebbe fatica ad arrivare a dodici coraggiosi dissidenti. Ovviamente, di questi tempi, i destinatari del giuramento non sarebbero milleduecento ma in numero fortemente esponenziale!

PENSARE ITALIANO

IN CHE MODO SONO CAMBIATE POLITICA E CAMORRA

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Il problema camorra è stato pressochè rimosso dal dibattito pubblico. L”intreccio con politica e affari non fa più testo. Cosa è cambiato nell”analisi sui fenomeni di questa forma di malavita? La risposta c”è, ed è terribile.
Di Amato Lamberti

La “camorra”, intesa come criminalità mafiosa che intreccia politica, affari e criminalità, negli ultimi anni, dal 1990 ad oggi, non è stata sottovalutata: è stata semplicemente cancellata dall”agenda politica, e, di conseguenza dall”agenda della comunicazione politica, dopo averla sapientemente derubricata come delinquenza organizzata e, quindi, come problema da consegnare tutto intero a polizia, carabinieri, guardia di finanza e magistratura.

Se ne vogliamo discutere, a sinistra come al centro e a destra, dobbiamo avere il coraggio di fare i conti con questa operazione, contemporaneamente, di spostamento e di occultamento del problema camorra. Dico questo perchè alla fine degli anni “70 e agli inizi degli anni “80 non ero il solo a puntare il dito sugli intrecci e sui legami tra clan e gruppi camorristici e blocco di potere (come si diceva allora) politico ed economico. Si trattava di una consapevolezza diffusa, anche in seguito alla nascita di una apposita Commissione Parlamentare Antimafia che si sarebbe dovuta occupare di un fenomeno criminale giudicato pericoloso perchè, in alcune aree del Paese, mirava a sostituirsi allo Stato, anzi a farsi Stato, a partire dall”occupazione delle Amministrazioni locali.

Nel convegno pubblico, per fare un solo esempio, “Camorra e mercato dell”edilizia in Campania”, promosso dalla Federazione Lavoratori delle Costruzioni di CGIL, CISL, UIL, all”Antisala dei Baroni, al Maschio Angioino, il 12 dicembre 1979, in seguito all”omicidio di un delegato sindacale del cantiere SLED a Villa Literno, ad opera di una camorra che, come diceva il volantino,”vuole governare il mercato del lavoro e il subappalto cottimismo”, Carlo Cinicolo, Segretario generale reg.FLC Campania, metteva in evidenza che, “per camorra si intende una organizzazione criminale che, in genere, non si trova in una situazione di contrapposizione costante e puntuale alla società legale; al contrario, per vivere ha bisogno della società legale, essa si interseca con le situazioni sociali, interagisce con i gruppi e gli individui circostanti.”

Il nodo centrale, per le costruzioni, era individuato nelle procedure di appalto dei lavori, perchè, “proprio nel meccanismo dell”aggiudicazione degli appalti risiedono le ragioni per la presenza camorrista nei cantieri”. Infatti, si sosteneva allora da parte anche delle forze sindacali, “non si possono passare sotto silenzio le evidenti distorsioni che senza dubbio chiamano in causa anche responsabilità politiche”. Nelle conclusioni del Convegno, Aldo Giunti, Segretario generale FLC, affermava che si doveva “alzare il tiro politico di questa battaglia e vedere il collegamento tra i diversi aspetti di questo complessivo fenomeno e riuscire a: impegnarci nella battaglia contro i fenomeni camorristici e contemporaneamente ad accentuare la nostra iniziativa per la trasformazione, il progresso delle nostre istituzioni”.

L”allora pretore di Nocera Inferiore, Massimo Amodio, magistrato fortemente impegnato nel contrasto dei collegamenti politica e camorra, aggiungeva: “La criminalità oggi è forte ed è “pagante”. La camorra è intimidazione, taglieggiamento, violenza, ma anche gestione scorretta di interessi pubblici, assistenzialismo clientelare, appalti poco puliti, e, quindi, robusto sostegno di un sistema di potere che non intende mutare”.

In tutti questi anni, in Campania, sono cambiate molte cose a livello di partiti e di rappresentanti delle istituzioni, ma la camorra non è cambiata, anzi ha esteso la sua presenza e il suo potere; la politica non ha cambiato modalità e strategie di gestione del potere e della spesa pubblica: siamo sempre nella situazione che Biagio de Giovanni illustrava nella sua introduzione al Convegno sulla camorra organizzato dal Comitato Regionale Campano del PCI nel 1982; “In effetti la diffusione dell”illegalità e l”idea-limite che l”illegalità possa essere gestita da chi detiene legittimamente il potere, creano una cultura dell”inganno e contribuiscono alla formazione di corporazioni di potere che, oltre un certo punto, intendono crearsi la propria legge.”

Cosa è cambiato, viene da chiedersi, per cui, oggi, non siamo -come studiosi, sindacalisti, intellettuali- più capaci di analisi sulla camorra, che partano dai centri del potere e indichino la strada della battaglia democratica da portare avanti, limitandoci alla richiesta di più carcere, più polizia e magari dell”esercito? Una domanda per la quale, purtroppo, a mio avviso, c”è una sola risposta: la camorra è diventata la forma della politica, per lo meno in alcune aree del Paese.

Si è trasformata, la politica, in una industria della protezione dell”illegalità e del malaffare, esattamente come la camorra. L”unica differenza è che la politica non ha bisogno di usare la violenza fisica. Quando la ritiene necessaria, il lavoro sporco lo affida ai soggetti criminali della camorra, vale a dire, al suo braccio armato.

CITTÁ AL SETACCIO

L’UNITÁ D”ITALIA FATTA DA DELUSI E “MORIBONDI”

Questi “napoletani”! Sono camorristi, sfaticati, e così ignoranti che credono che “l” Italia sia la moglie di Garibaldi”. Così scrivevano al Nord nel 1861.
Di Carmine Cimmino

Proclamata la nascita del Regno d”Italia, subito i politici e i giornalisti del Nord cercarono di far passare la tesi che, senza l”intervento di piemontesi e di lombardi, il Sud non si sarebbe mai liberato, per difetto di energia morale, dalla tirannia dei Borbone. A questo “mito” i “napoletani” opposero un altro “mito”: quello del Sud spogliato e saccheggiato dai presunti liberatori. La polemica non si è più spenta, da allora: e oggi è un incendio gigantesco. Perciò, bisogna ripartire dal principio, bisogna scoprire quanta verità ci sia nei due “miti”. In questa rubrica di storia “magra”, di storia liberata dal grasso dei preconcetti, della retorica e delle chiacchiere, pubblicheremo i documenti, i dati dell”agricoltura, le cifre del commercio, i bilanci delle imprese: cercheremo di capire, quale fosse lo stato dell”economia e della società nelle terre vesuviane e nell”agro nolano alla vigilia dell” Unità.

Il tutto sarà fatto – si tenterà di farlo – con stile leggero: racconteremo storie di uomini, poichè la storia la fanno gli uomini, gli individui.
Che aria si respirasse nelle prime sedute del primo Parlamento dell”Italia unita, ce lo racconta un testimone eccellente. Ferdinando Petruccelli della Gattina, di Moliterno, medico, giornalista, romanziere, patriota amico di Mazzini, di Garibaldi e di briganti lucani e calabresi, partecipò come deputato alla seduta del Parlamento in cui, il 14 marzo 1861, fu approvato il decreto che proclamava la nascita del Regno d”Italia. Avendo un temperamento che facilmente si infiammava, il Petruccelli si aspettava che tutti i colleghi, che erano stati protagonisti e testimoni di un evento così solenne, ribollissero di entusiasmo, di idee e di speranze. Ma restò deluso, e quel giorno, e nei giorni successivi.

Era il primo ad entrare nell”aula, e ne usciva per ultimo, dopo aver svegliato il Ranieri -Antonio Ranieri, l”ultimo amico di Leopardi- che a una certa ora reclinava la testa sul banco e si addormentava. Immancabilmente. Dopo alcune sedute, in cui l”assemblea espresse con chiara evidenza tutti i soliti vizi della politica: l”avidità, la doppiezza, l”attaccamento alla sedia, Petruccelli decise che tentar di capire quei colleghi era molto più interessante che seguire le fasi del dibattito. Cedette all”istinto del polemista, e schizzò ritratti corrosivi e implacabili dei membri del primo Parlamento dell”Italia unita. L”anno dopo pubblicò il tutto in un libro che intitolò “I moribondi di Palazzo Carignano”. Il termine “moribondi” gli parve il più adatto per rappresentare quell” espressione mista di insoddisfazione, di delusione e di stanchezza che vedeva stampata sulla faccia della maggior parte dei deputati e dei senatori.

Erano scontenti gli uomini di Cavour, che avrebbero voluto un”Italia più ristretta, Piemonte, Lombardia, Romagna, Toscana, e, quando fosse stato liberato, il Veneto; mugugnavano i federalisti; erano confusi i liberali, perchè le idee e gli interessi – interessi legittimi e non – dei liberali del nord non coincidevano con gli interessi e le idee dei colleghi del Sud; tenevano il broncio i mazziniani, che avevano sognato la Repubblica e si sentivano traditi da Garibaldi; Garibaldi, dal canto suo, non si fidava più di nessuno. C”erano poi i nemici dichiarati dell”unità d”Italia, e cioè i clericali e i borbonici. I borbonici gridavano al complotto, alla “macchinazione universale”: Napoli e il Sud erano stati venduti a Garibaldi, massone, da una congiura orchestrata dalla Massoneria, dagli Inglesi, e dai traditori interni.

Fatta l”Italia, bisognava fare gli Italiani. Ma si partì col piede sbagliato. Per dieci anni le consorterie dei parlamentari del Nord e del Centro misero le mani sulla maggior parte degli investimenti per le opere pubbliche: strade, porti, ferrovie. Nel 1873, quando il Senato bocciò la legge a favore del porto e dell”arsenale di Taranto, l”on.Billia non potè trattenersi dal dichiarare che le province meridionali erano state trattate “quasi fossero un accessorio del Paese”. La campagna elettorale per le fondamentali elezioni del “74 fu un furioso duello di artiglieria tra i giornali del Nord e i fogli napoletani, “il Pungolo” in particolare. Le accuse lanciate dal Nord erano le solite: il Sud vuole tutto dallo Stato, il Sud non è capace di iniziativa privata, il Sud non paga le tasse. Il riferimento alle tasse faceva andare in bestia gli onorevoli napoletani, che vedevano come al danno si aggiungesse la beffa.

In un”infuocata seduta che la Camera tenne nel maggio del “74 Mariano Englen dimostrò che, in rapporto alla rendita dei fondi, le province meridionali pagavano le tasse più delle altre, e l”on. Sorrentino accusò il governo di aver fatto, per motivi elettorali, “questo brutto gioco di far intendere alle popolazioni dell”Italia superiore che nell”Italia meridionale non si pagano i tributi”. Ma nella seduta del 13 giugno il Senato prima bocciò i provvedimenti proposti a favore dei porti di Napoli, Castellammare, Salerno, Girgenti e Palermo e subito dopo approvò la legge a favore dei porti di Genova, Venezia e Livorno. Intanto un giornaletto emiliano accusava sarcasticamente le genti del Sud di non sapere cosa fosse l”Italia, e di pensare, tutt”al più, che potesse essere la moglie di Garibaldi.

Un articolista del foglio “La Provincia di Belluno” svelava ai lettori che “i meridionali non hanno nessuna abitudine al lavoro e al risparmio”, e non su un giornale qualsiasi, ma sulla prestigiosa “La Nuova Antologia” ( XXVII, 12, 1874), Diomede Pantaleoni si preoccupava, bontà sua, dei molti problemi dei meridionali: “diversa istruzione, diverso grado del morale sentimento, diverse condizioni fisiche, civili, sociali, insomma, diversa cultura”. Ovviamente, il delicato Pantaleoni scriveva “diverso”, e intendeva dire “inferiore”. Come si vede, non c”è nulla di nuovo sotto il sole.
(Nell”immagine francobolli commemorativi. Fonte L.P.)

IL SESTO SENTIERO DI “PASSEGGIATE VESUVIANE”

Una lunga passeggiata risalendo quella che per molto tempo è stata l”unica strada d”accesso al Gran Cono del Vesuvio. L”ascensione al cratere, tra pini e ginestre, un”immagine antica e da riscoprire del nostro patrimonio ambientale.

Il sentiero n°6 “Lungo la Strada Matrone” è un percorso, pur se in salita (700 m di dislivello) che non rappresenta grandi difficoltà, se escludiamo infatti la sua lunghezza di circa 16 km (A/R) e il calore dei mesi estivi, non si riscontrano grandi ostacoli lungo il suo cammino. Cosa più complessa potrebbe invece risultare, per i non avvezzi ai luoghi, il raggiungimento dell”ingresso a valle. L”itinerario più semplice per arrivarvi e valido un po” per tutti è quello che, dall”uscita dell”autostrada A3, Torre Annunziata Sud, ci conduce, seguendo le indicazioni dei numerosi ristoranti (insufficiente la segnaletica del Parco Nazionale) verso via Cifelli. Di qui ci si inoltra nella splendida pineta, fino a raggiungere la “casermetta” del Corpo Forestale dello Stato (353 mslm.) dove inizierà il nostro sentiero.

La strada Matrone fu costruita negli anni venti del secolo scorso dai fratelli Matrone vitivinicoltori del luogo ed è stata, fino alla costruzione della provinciale 140, quella dal lato di Ercolano, l”unica via d”accesso “carrozzabile” al vulcano.
“Questo compito se l”assunsero due animosi, i fratelli matrone di Boscoreale che, invece di godersi in pace la rendita dell”uva e delle albicocche, vollero misurarsi con il Vesuvio.” Così raccontava Amedeo Maiuri nelle sue Passeggiate Campane (pagg. 269-271) narrandoci di un”epopea tanto pionieristica quanto pittoresca. “Han lavorato prima d”amore e d”accordo alla strada di Boscotrecase, risalendo il fiume di lava del 1906 fino alla bocca d”uscita, e affidando i turisti alla locanda di “Paneperso”” ove, a dispetto di quel nomignolo scanzonato, l”oste vesuviano preparava con pizze infuocate e generose bevute di Lachryma Christi, il miglior viatico per l”ascensione; poi ognuno ha preso la sua via, uno a ponente, l”altro a levante, e il Vesuvio restò spartito fra due strade rivali e fraterne.”

La Matrone è inoltre percorsa dalla Busvia del Vesuvio, un servizio di navette 4×4 che, dallo stazionamento di Boscotrecase (via Passanti) o dalla stazione SFSM di Pompei/Villa dei Misteri, collega la “Città Vesuviana” al Cratere. Per questa ragione e ufficialmente per la salvaguardia del territorio, l”accesso alla Matrone è consentito solo attraverso una specifica autorizzazione o usando suddetta Busvia (il prezzo del biglietto, incluso l”accesso al cono e con relativa guida è di €10,50 per i residenti e di €18,50 per i non). Il servizio è attivo tutti i giorni dalle 8.30 alle 16.00, tenendo presente che l”orario può variare in relazione a quello delle guide vulcanologiche, in ordine al fatto che l”ultimo viaggio partirà mezz”ora prima dell”ultimo servizio delle guide. Sarà utile quindi consultare il sito internet delle guide vulcanologiche per regolarsi su un orario che può variare stagionalmente.

Detto questo, sento il bisogno d”esprimere un”opinione a riguardo; tale servizio andrebbe elogiato in quanto esempio di libera imprenditoria, in sintonia con le necessità economiche di un territorio notoriamente depresso. Rimango però perplesso quando si impedisce l”accesso a chi, certo in maniera più pulita dei grossi diesel (anche se definiti ecologici avranno il loro impatto sull”ambiente circostante), decide di risalire, a piedi o in bicicletta, la strada Matrone. Concordo con la possibilità sacrosanta di creare lavoro e di differenziare l”offerta turistica ma, allo stesso tempo, non credo che tale opportunità debba cozzare con il diritto altrui di muoversi liberamente sul territorio.

Ma passiamo al tema principale del nostro percorso. Varcato il cancello verde della caserma della forestale ci inoltriamo, in salita, in una splendida pineta. Le condizioni della strada non sono delle migliori, in effetti è in cemento, spesso rattoppato d”asfalto, e in tale stato seguirà fino ai 4,68 km dove cederà finalmente il passo allo sterrato e al basolato, che si intervalleranno fino in cima. La Matrone, in questo primo tratto è ombreggiata e piacevole per il profumo della pineta, ma già dopo circa tre chilometri, all”incrocio (sulla sinistra) col sentiero n°5 (Pineta del Tirone) il tragitto incomincia ad essere più esposto e la macchia si sostituirà alla pineta. È quindi opportuno, con la buona stagione, metter mano a cappello e crema protettiva e, ovviamente, non dimenticare mai l”acqua (anche due litri a persona d”estate).

Come s”è accennato a quota 824 si lascia l”asfalto e ci si inoltra nel sentiero propriamente detto, dove a farci compagnia saranno solo le simpatiche lucertole campestri (podarcis sicula). Con molta attenzione potremmo anche incontrare qualche intorpidito biacco (coluber viridiflavus, serpente non velenoso molto diffuso nell”area del Parco) che cerca il sole con la sua nera e rilucente livrea. A quota 859, dopo 5,26 km, incrociamo, sulla destra, il sentiero n°1 (Valle dell”Inferno). Ai 921 mslm, a breve distanza dal bivio, c”è una capanna, utile per chi necessita di un po” d”ombra e per rinfrancarsi dalla fatica. Poco distante anche uno splendido punto panoramico che s”affaccia sull”Agro Nocerino/Sarnese, la Penisola Sorrentina e Capri.

A quota 1.002, dopo 6,84 km, incrociamo il bivio che, a destra, in lieve pendenza, segue con il sentiero n°1 e la parte discendente del n°5 (Il Gran Cono) a sinistra invece si prosegue in salita verso lo stazionamento dei grossi Mercedes della Busvia. Qui a 1.050 mslm, dopo circa otto chilometri, termina l”andata della nostra escursione, ora non ci resta che scendere seguendo a ritroso il percorso o, avendone il permesso, guadagnare il cratere seguendo lo stradello che sale dal rifugio prospiciente lo stazionamento; impresa non impossibile anche se le vostre gambe non saranno d”accordo ma il tesoro che troverete in vetta ne varrà di certo la pena; così come la diversa prospettiva della Matrone in discesa, con la sirena caprese a portata di mano, vi gratificherà il ritorno a casa.

IL PERCORSO

“VERTIGINE” DA LIBRI

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Dove va il libro e cosa lo salverà? Ne discutono i protagonisti dei dialoghi della nostra rubrica. Il rischio della dromomania generale!
Di Giovanni Ariola

Il prof. Carlo, molto rammaricato di non aver potuto partecipare alla kermesse del Salone del libro di Torino (13 – 17 maggio), per una fastidiosa influenza che lo ha colpito proprio il giorno in cui aveva deciso di partire e per le condizioni meteorologiche, a dir poco sfavorevoli, si consola passando in rassegna sui vari quotidiani e riviste che arrivano nell”Istituto i resoconti delle varie manifestazioni, dei tanti incontri che si sono tenuti nei cinque giorni della mostra. Intanto lo accompagna il ricordo, a volte confortante a volte doloroso, di un amico scomparso qualche anno fa, suo compagno di iniziative/avventure culturali, Aristide La Rocca, medico e poeta, che del Salone annuale era assiduo frequentatore e poi commentatore sulla rivista HYRIA.

Si era tracciato, il prof. Carlo, un itinerario tutto suo, una sorta di rotta nella mappa molto fitta di appuntamenti culturali, tutti di grande rilievo ma troppi per potervi partecipare nella misura che avrebbe desiderato, ne aveva scelto solo alcuni per le personalità che vi erano impegnate e per l”argomento trattato.
Sicuramente avrebbe voluto essere presente sabato 15 maggio scorso alla Sala Rossa all”incontro con Gian Luigi Beccarla che presentava il suo ultimo libro, pubblicato quest”anno da Einaudi “Il mare in un imbuto. Dove va la lingua italiana“.
Lo stesso giorno aveva progettato di incontrare, alla Sala dei 500, Umberto Eco in dialogo con Maurizio Ferraris e Patrizia Violi sull”avvenire della memoria, che è stato il tema conduttore del Salone.

Tema attualissimo, bisogna dire, e per questo scelto ad oggetto di numerosi incontri nei quali sono stati presentati libri di grande interesse. (Si segnalano Lete di Harald Weinrich, Il Mulino editore, 1999; La memoria e l”oblio, a cura di Franco Rella, Pendragon editore, 2002).
L”illustre semiologo Eco si era già interessato di questo argomento e in particolare dell”ars oblivionalis (arte dell”oblio) in un convegno agli inizi degli Anni “90 in cui aveva affrontato il problema che assilla il mondo di oggi che non è più quello di ricordare quanto quello di dimenticare. Insomma nella nostra era digitale si è scoperto un”esigenza e, di conseguenza, un diritto all”oblio: abbiamo anzi la necessità di dimenticare, di lasciarci indietro un certo carico di informazioni che potrebbe costituire un ostacolo per l”agire quotidiano.

Legata a questa, c”è l”altra esigenza di trovare un mezzo alternativo al libro per conservare i testi scritti e per migliorarne la fruizione. Continuerà ad esistere il libro di carta o sarà sostituito dal libro elettronico, dall”e-book? Si è trattata tale questione, al Salone, durante la presentazione dei libri: La quarta rivoluzione – Sei lezioni sul futuro del libro (Laterza editore, 2010), di Gino Roncaglia e Che fine faranno i libri? (Nottetempo editore, 2010) di Francesco Cataluccio.

– A me questo e-book sembra ancora più fragile e quindi più deperibile del cartaceo – confida il prof. Carlo al collega Eligio che intanto è sopraggiunto e si è informato sull”esito della mostra torinese – Tuttavia, molti leggono ormai sul computer, non solo notizie e informazioni da Wikipedia e da altre enciclopedie presenti sul web, gratis o a pagamento, ma articoli di giornali e riviste. Pare che aumenti sempre più il numero di questi mezzi di informazione e comunicazione che si trovano solo on-line. I giovani poi maneggiano con grande sicurezza questi nuovi strumenti tecnologici e non ne vogliono più sapere del cartaceo. Anche perchè hanno scoperto i vantaggi offerti dalla natura digitale dei nuovi mezzi, primo di tutti la possibilità di una lettura ipertestuale. Noi siamo abituati, mentre leggiamo un libro, ad alzarci per consultare altri testi o vari dizionari di cui si sente il bisogno a seconda del caso. Con l”e-book la consultazione è contestuale e quindi immediata:.

– Sai come la penso in proposito – risponde il prof. Eligio – Sono molto perplesso su questa velocizzazione della lettura che è una diretta conseguenza della dromomania generale che caratterizza la nostra epoca e che non sempre risulta vantaggiosa ai fini di una assimilazione e rielaborazione di quello che si legge:

– È vero, – continua il collega – il nostro cervello ha i suoi ritmi, i suoi tempi, la sua capacità ricettiva, per cui, a pretendere che accolga più di quanto può contenere, ossia a rovesciargli dentro una montagna di nozioni e, attraverso i libri, di storie e di questioni, si rischia, come si è detto in altra occasione, la saturazione e l”impossibilità di una utilizzazione e di una sistemazione logica e organica delle informazioni e delle conoscenze attinte. Mi viene in mente, a tal proposito, il termine “vertigine” che Umberto Eco ha usato nel titolo del suo ultimo libro (La vertigine della lista, Bompiani, 2009), ecco si rischia la “vertigine” da libri:

– Proprio così – concorda il prof. Eligio – D”altronde gli editori chiedono agli autori sempre nuove opere, da produrre a getto continuo, a volte anche un libro all”anno, e questo comporta tutta una serie di problemi tra i quali uno molto grave che è lo scadimento della qualità dei testi prodotti. Ha ragione (questa volta!) Giuliano Ferrara, quando scrive: “La verità, a me sembra, è che i libri sono troppi, sono troppi gli scrittori e le scrittrici, troppi i premi, troppi i festival:.siamo al solito rimescolio di mezzacalzettaggine alla portata di tutte le borse, ma su una scala inverosimile di possibilità estreme: tutti autori, tutti scrittori, tutti produttori di libri:È un problema di etica della lingua, del pensiero e della sensibilità che sottopongo a:tutti coloro che hanno la tentazione del libro, come incitazione a non scrivere troppo, e agli utenti dell”auratico librarismo per tutte le borse che – anche loro – dovrebbero leggere meglio, e meno, meno e meglio.” (da “Il Foglio”, 17 maggio 2010).

– Questa volta non possiamo – ammette il prof. Carlo – non essere d”accordo con il “sulfureo” giornalista (nel senso positivo e cordiale di “vivace”, “effervescente”, noi nel nostro dialetto diremmo metaforicamente “nu micciariello = un fiammifero”, che si appiccia = si accende facilmente, per un nonnulla). Inutile dire che troviamo efficace il neologismo mezzacalzetaggine con il suffisso –aggine che, aggiunto a mezzacalzetta, ravviva un termine, originariamente efficace metafora, in seguito catacresizzata, e ha il potere di aumentare, in senso peggiorativo e deiettivo, il suo significato già di per sè, negativo.

– Si aggiunge – continua divertito il collega – alla lunga serie di parole in –aggine: balordaggine, fanciullaggine, goffaggine, lungaggine, scioperataggine:

– :e fessaggine che dalla lingua italiana è passata pari pari nel nostro dialetto napoletano ed è comunemente usata (anche se non è registrata come lemma dialettale sia da Altamura che da D”Ascoli nei loro dizionari). Come pure scemitaggine, termine anch”esso entrato nell”uso quotidiano della parlata vernacolare al posto, come termine emergente o a fianco, in semplice funzione sinonimica, degli altri lemmi omologhi: scemità (stupidaggine) e scemarla (scempiaggine). (continua)

LINGUA IN LABORATORIO

LOTTA ALLA POVERTÁ

Il 2010 è stato proclamato dal Parlamento Europeo “Anno Europeo della lotta alla povertà e all”esclusione sociale”. Con la speranza che dalle parole si passi ai fatti.
Di Don Aniello Tortora

Con decisione del Parlamento Europeo e del Consiglio del 22 ottobre 2008 il 2010 è stato proclamato “Anno europeo della lotta alla povertà e all”esclusione sociale” per promuovere e dare spinta a politiche di inclusione attive in quanto strumenti di prevenzione della povertà e dell”emarginazione.

L”obiettivo generale dell”Anno europeo della lotta alla povertà e all”esclusione sociale è quello di ridare impulso a politiche di inclusione attive in quanto strumenti atti a prevenire la povertà e l”esclusione sociale e contribuire a promuovere le migliori prassi per imprimere una svolta decisiva alla lotta contro la povertà entro il 2010.

Vi sono poi alcuni obiettivi specifici sui quali tutti dobbiamo riflettere. Il primo è il riconoscimento di diritti. Riconoscere, cioè, il diritto fondamentale delle persone in condizioni di povertà e di esclusione sociale di vivere dignitosamente e di far parte a pieno titolo della società. Un altro punto importante è la responsabilità condivisa e la partecipazione. Lo scopo è quello di aumentare la partecipazione pubblica alle politiche e alle azioni di inclusione sociale, sottolineando la responsabilità collettiva e individuale nella lotta alla povertà e all’esclusione sociale e l’importanza di promuovere e sostenere le attività di volontariato. Altro obiettivo dell”Anno è la coesione. Promuovere, cioè, una società più coesa, sensibilizzando i cittadini sui vantaggi offerti a tutti da una società senza povertà, che consente l’equità distributiva e nella quale nessuno è emarginato.

L’Anno europeo promuoverà una società che sostiene e sviluppa la qualità della vita, ivi compresa la qualità delle competenze e dell’occupazione, il benessere sociale, ivi compreso il benessere dei bambini e la parità di opportunità per tutti. Tale società garantirà inoltre lo sviluppo sostenibile e la solidarietà intergenerazionale e intragenerazionale nonchè la coerenza politica dell’azione intrapresa dall’Unione europea su scala mondiale. Infine, attraverso un impegno e delle azioni concrete, si cerca di riaffermare il fermo impegno politico dell’Unione europea e degli Stati membri ad attivarsi con determinazione per eliminare la povertà e l’esclusione sociale e promuovere tale impegno con azioni a tutti i livelli del potere.

Bisogna pur dire, però, che a dieci anni dal varo della strategia di Lisbona che aveva l”obiettivo di “imprimere una svolta decisiva alla lotta contro la povertà in Europa entro il 2010”, i dati affermano che il 17% della popolazione dei cittadini dell”Unione è a rischio povertà: si tratta di 84 milioni di persone, delle quali 19 milioni sono minorenni. Nel 2003 il rischio povertà interessava 56 milioni di persone: è quindi aumentato, invece di diminuire, sebbene nelle cifre vadano considerati i cittadini dei paesi che sono entrati nell”Unione in questo arco di tempo. Essere a rischio povertà significa, convenzionalmente, avere un reddito che non raggiunge il 60% del reddito nazionale medio del proprio paese.

L”Anno europeo contro la povertà dovrà necessariamente essere uno strumento per approfondire la conoscenza di un fenomeno che mette a rischio di vulnerabilità sociale strati sempre più ampi di popolazione e per impegnare l’agenda politica europea e nazionale su questi temi oltre il 2010.
Anche la Chiesa è coinvolta in questo impegno. L”attenzione alla povertà e all”esclusione fa parte del dna dei cristiani e delle chiese. L”anno europeo contro la povertà servirà ulteriormente a provocare la capacità di discernere le sfide che ci stanno di fronte e alcune attenzioni da far crescere, tra le quali quella educativa e l”agire per il bene comune. Alla società civile, in particolare, occorre chiedere la presa di coscienza di un rischio povertà che riguarda tutti e che sollecita alla ridefinizione di alcuni stili di vita collettiva insieme alla consapevolezza del proprio ruolo di cittadini in questa strategia a più livelli.

La Chiesa, tra le altre cose, durante l”Anno, darà il suo contributo per una iniziativa concreta. Si impegnerà per la sottoscrizione della petizione popolare per il raggiungimento di quattro obiettivi entro il 2015: dimezzare il numero di minori che vivono in famiglie il cui reddito è al di sotto della soglia di povertà; garantire a tutti un livello minimo di protezione sociale; aumentare la fornitura di servizi sociali e sanitari; far scendere la disoccupazione sotto il 5%, garantendo a tutti un lavoro decoroso.
Con la speranza che dalle parole, dalle manifestazioni e dai convegni si passi finalmente ai fatti, che cioè avremo nel prossimo futuro meno poveri e più gente felice.

LA RUBRICA

“FESSI! IL PAESE É IN RIPRESA! LO GIURO!”

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Il nostro bel Paese è abitato da fessi e furbi. I secondi prevalgono e i primi aumentano di numero senza sosta. Ma forse, la Madonna ci aiuterà.

Caro Direttore,
siccome mi hanno insegnato che l”onestà è un valore assoluto, per tutta la vita sono passato per un fesso. Ho occupato un posto di lavoro con molti sacrifici e a qualche soddisfazione (un profilo professionale di livello più alto) ci sono arrivato in tarda età. Perchè? Semplice. Perchè non ho chiesto di essere raccomandato -o se vuoi, garantito- nei vari concorsi che ho sostenuto. L”altrui appartenenza -una volta ai partiti, una volta alla chiesa, una volta alla malavita- ha fatto in modo che vere cape di c: mi superassero in ogni situazione di possibile avanzamento di carriera. Una volta, in un concorso, mi passò davanti anche un candidato, che sosteneva di non poter rispondere a una domanda su Gramsci, “perchè nel programma non erano previsti gli autori stranieri”!

In un tempo lontano mi chiesero di candidarmi a una carica amministrativa elettiva. Ci provai, perchè dissero che c”era bisogno di persone oneste e dalla faccia pulita. Ci credetti e mi derisero, perchè –mi dissero, subito dopo- non avevo capito che la politica era compromesso, compravendita, firma di cambiali in bianco, prostituzione, trasformismo. Oltre che “merda e sangue”, come aveva sostenuto, anni prima, l”indimenticato Rino Formica. La verità che mi sfuggiva era non aver compreso la politica come investimento, come risorsa e tesaurizzazione del consenso.

Quando, dopo anni di sacrifici, potevo, finalmente, pensare di costruirmi una casa di proprietà, mi dissero che il suolo individuato non era edificabile, cadeva nella zona rossa o all”interno del Parco del Vesuvio o era sottoposto a vincolo paesaggistico. O non ricordo bene che altro impedimento. Anche allora ci credetti e mi fermai. I miei vicini di casa, invece, fecero di tutto e di più: costruirono abusivamente, innalzarono mansarde, coprirono terrazzi, si inventarono lussuose ville. E, poi, rivolti a me, commentarono: “scemo! Lo vuoi capire che presto ci sarà un condono?”. Io non lo avevo capito e restai, ovviamente, senza casa di proprietà. Ovviamente un nuovo condono giunse puntuale.

Con molti anni all”anagrafe e sul libretto di lavoro, me ne sarei potuto andare in pensione tranquillamente. Anzi, l”avrei potuto fare già da qualche anno. Mi dissero, però, che la rovina del Paese erano i cosiddetti baby-pensionati. Pensai che era vero e decisi di lavorare fino all”ultimo giorno. Oggi che, mio malgrado, mi spetta la pensione d”anzianità, mi hanno appena detto che c”è una stretta sulle finestre d”uscita. Ed hanno anche aggiunto che per la liquidazione si raddoppiano i tempi d”attesa: dagli iniziali tre ai possibili sei mesi. A mia moglie, invece, che è più giovane di me e lavora alle dipendenze dello Stato, avrebbero dovuto rinnovare il contratto di lavoro scaduto nel 2009. Ma, mi hanno detto che per la firma di questi contratti c”è uno slittamento a una data da definire! Direttore, ne sono convinto, non sono un uomo sfortunato. Sono proprio un fesso!

“Il mio paese, sai, era tutto un formicaio di comunisti: l”ho ridotto che pare un convento, l”ho ridotto: Prima della mia ci sono state due amministrazioni comuniste: niente opere pubbliche, niente lavori; il bilancio del comune era così dissestato che gli impiegati stavano persino sei mesi senza ricevere lo stipendio. Finalmente tutti in paese capirono la musica, hanno votato per noi nelle ultime elezioni:Chi aveva voglia di lavorare doveva portarmi la tessera di comunista e della CGIL, vennero tutti che pareva una processione.”, (Leonardo Sciascia, Ritratto di un capo (1956), in “Il fuoco nel mare”, Adelphi, 2010).

Caro Direttore, che bello, però, questo nostro Paese! Ce lo ripetono ogni giorno: siamo in ripresa. Sì. Siamo in ripresa. E nella ripresa i lavoratori dipendenti sono chiamati a pagare anche per gli speculatori, gli evasori e i tangentisti. Secondo dati attendibili, nei primi quattro mesi del 2010 ben un milione e seicentomila lavoratori hanno fatto i conti con la cassa integrazione. Bazzecole! È anche vero che un numero altissimo di aspiranti lavoratori non ha mai goduto della cassa integrazione, solo perchè non è mai entrato nei circuiti produttivi. Bazzecole e quisquiglie!

Direttore, sono davvero un fesso! Mi consola, però, aver letto sul tuo giornale online che in un centro dell”entroterra vesuviana, la Madonna di Castello ha fatto sosta nel cortile del municipio. Il sindaco di quel paese ha dichiarato che quella Madonna “doveva entrare nella casa comunale, perchè ci incoraggia al senso del dovere, ad operare per il bene comune della città”.

Ora, vedrai, su quest”ultimo esempio, ripartiranno le processioni delle Madonne in tutti paesi d”Italia. Ogni luogo toccato dalle sacre immagini cambierà faccia, identità e prospettive; si risolverà, così, ogni problema. Anzi, quasi sicuramente, anche le Madonne cadranno nella rete del federalismo. Quelle dai tratti da madri contadine rimanderanno ai valori poveri della tradizione; quelle dai tratti da nobildonne indicheranno soluzioni più borghesi o progressiste. Le Madonne nere (ce ne sono tante: da Loreto a Longobucco a Tindari), invece, staranno dalla parte degli extracomunitari di colore.

Una bella gara tra Madonne; senza scommesse, altrimenti si scoprirà qualche altro italo imbroglio.
Però, Direttore, ti assicuro che il Paese è in ripresa. O almeno così ci dicono. E il bello (o lo strano) è che molti di noi ci credono!

PENSARE ITALIANO

I NOMI E I COGNOMI DEI CAMORRISTI

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Nei nostri paesi tutti sanno chi sono i camorristi, ne conoscono i nomi, le attività, le ricchezze nate dal nulla. A troppe persone è permesso di vivere impunemente nell”illegalità.
Di Amato Lamberti

Il caso di Luigi Orsino, imprenditore di S.Sebastiano al Vesuvio, con attività commerciali a Portici, strozzato dal racket e dall”usura, fino al punto da dover chiudere tutte le attività e vedersi venduta anche la casa ad un” asta fallimentare a cui hanno partecipato gli stessi usurai che l”hanno portato al fallimento, non è un caso limite ma solo l”esempio di una realtà quotidiana che sta portando al collasso l”economia nella provincia di Napoli.

Ho sentito, direttamente e indirettamente, infinite storie di intimidazioni, ricatti, richieste estorsive che aumentano continuamente, usurai in combutta con gli estorsori che si gettano famelici sulla preda, con il risultato di chiusura dell”attività, licenziamento del personale, fallimento economico e disperazione di persone colpevoli solo di aver tentato di fare impresa, di creare posti di lavoro, di raggiungere il successo con il lavoro e con l”impegno. Una piaga, è bene dirlo una volta per tutte, sottovalutata dagli apparati di controllo dello Stato che dedicano una ben diversa attenzione allo spaccio e al commercio di droga, con l”impegno di centinaia di uomini e mezzi, per una attività che ha un impatto sociale molto meno devastante.

Gli inquirenti si nascondono dietro il fatto che non ci sono denunce da parte degli imprenditori intimiditi e ricattati, come se il problema fossero i singoli episodi e non il sistema di controllo violento del territorio da parte di bande criminali ben note, conosciute nei loro aderenti, dai capi ai manovali. Conosciuti da tutti, così bene e così certamente che, la maggioranza delle persone si chiede continuamente perchè sia così difficile intervenire nei confronti di persone senza mestiere e senza attività che acquistano case, aprono negozi, comprano automobili e motociclette, e vivono comunque lasciando intendere notevole disponibilità di denaro.

Anni fa feci un esperimento, durante un incontro sulla legalità e contro la camorra, in una città dell”agro nocerino. Stanco della solita piega rituale che l”incontro stava prendendo, chiesi alle persone presenti di scrivere sul muro tutto bianco della sala consiliare in cui si svolgeva il dibattito il nome dei camorristi che conoscevano senza ombra di dubbio. Sotto lo sguardo esterrefatto del sindaco (che non me l”ha mai perdonato) la parete cominciò a riempirsi di nomi, cognomi e soprannomi di persone che tutti conoscevano come affiliati attivi ai clan criminali operanti nella città. Non mancavano professionisti, imprenditori, consiglieri comunali.

Il maresciallo dei carabinieri prendeva appunti su fogli bianchi che si era affrettato a recuperare presso qualche impiegato e annuiva ad ogni nome che registrava. La cosa più interessante è che, quando si trovava già scritto il nome, chi lo condivideva si limitava a sottolinearlo, per cui si evidenziavano nomi con decine di sottolineature.

Quando nessuno si avvicinava più alla parete per aggiungere nomi proposi una verifica: avremmo lasciato scritti sul muro solo i nomi su cui tutti erano d”accordo e nessuno sollevava dubbi. Su 170 nomi ne furono cancellati solo 3. Centosettanta nomi, scritti da una ottantina di persone, uomini e donne, giovani, adulti e anziani, presi da un entusiasmo che non mi sarei mai aspettato. Il gioco continuò specificando, per ciascun nome, l”attività criminale per la quale era conosciuto: boss, manovale, usuraio, estorsore, killer, picchiatore, rapinatore di tir, trafficante di rifiuti, costruttore abusivo, distributore di appalti e forniture, trafficante di droga. Intanto nella sala arrivava sempre nuova gente, forse avvisata da qualcuno, e l”entusiasmo della partecipazione scemava a vista d”occhio.

Molti cominciarono a sgattaiolare via e la seduta ebbe termine per estinzione delle presenze in aula più che per lo sbracciarsi degli uscieri che sembravano aver fretta di chiudere. Una riflessione mi venne spontanea: avevano avuto il coraggio di scrivere il nome sulla parete e anche di sottolinearlo più volte, ma quando se lo sono visto arrivare alle spalle è ritornata la paura. Neppure la presenza del maresciallo dei carabinieri in divisa li ha rassicurati. Non parliamo poi della presenza del sindaco e di qualche assessore e consigliere comunale. Padrone del territorio non è lo Stato ma la malavita. Questa convinzione nella testa della gente condanna il nostro territorio.

Per eliminare la scelta di vita criminale lo Stato non dovrebbe consentire a nessuno di vivere di illegalità. Non si può affermare, su qualsiasi territorio, il dovere del rispetto delle regole quando a vincere sono sempre quelli che visibilmente e impunemente le aggirano o le calpestano, anche con grande tracotanza. Forse, bisognerebbe cominciare a colpire, insieme agli atti criminali, ma prima, l”attività criminale diventata mestiere e professione, stabilendo il principio che non si può vivere di attività illegali, singole e/o associate.

GLI APPROFONDIMENTI

CARCERI. SENZA SEGUITO IL DECRETO LEGGE SUGLI ARRESTI DOMICILIARI

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Anche se il Governo ha messo da parte l”approvazione di un provvedimento d”urgenza, il Tribunale di Sorveglianza di Napoli ha deciso di intervenire in via autonoma.
Di Simona Carandente

Sembrava vicinissimo alla definitiva approvazione il decreto legge sugli arresti domiciliari, promosso sia da Berlusconi che da Alfano, che avrebbe consentito ai detenuti con solo un anno di pena da scontare, sia in via principale che come residuo, di poterlo fare presso la propria abitazione o altro luogo di privata dimora.
Il provvedimento d”urgenza, pur senza avere la pretesa di esaurire la problematica del sovraffollamento carcerario, sarebbe stato di per sè idoneo ad arginarne gli effetti dirompenti, soprattutto in vista dell”avvicinarsi della stagione estiva.

In mancanza di validi provvedimenti “dall”alto”, il Tribunale di Sorveglianza di Napoli, nella persona del presidente Dott.ssa Angelica di Giovanni, ha deciso di provvedere in via autonoma, pur se limitata agli istituti di pena afferenti alla Corte di Appello di Napoli.
Nel comunicato inviato alle carceri campane il Magistrato, sulla scorta delle direttive emanate in ambito europeo, evidenzia come risulti prioritaria la creazione di spazi di vita sufficienti, la possibilità di usare i servizi igienici in modo privato, l”accesso a luce ed aria naturali, l”uso dell”acqua corrente per l”igiene personale, la predisposizione del riscaldamento ed il rispetto delle norme sanitarie di base.

Viene altresì evidenziato che la Corte Europea dei diritti dell”uomo, attraverso l”art.3 della propria Convenzione, proibisce in termini assoluti i trattamenti inumani o degradanti, imponendo allo Stato di garantire, in prima persona, che il detenuto sia ristretto in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana, facendo sì che a quest”ultimo non vengano inflitte sofferenze maggiori a quanto già comporti il proprio status.

Basti pensare che, in casi precedenti, in relazione poi allo spazio vitale necessario a ciascun detenuto, la Corte Europea ha già dedotto la violazione della Convenzione anche nei casi in cui ogni soggetto ristretto, approssimativamente, potesse godere di uno spazio compreso tra i 3 ed i 4 metri quadri, posto che in tali casi la mancanza di spazio si accompagnava a quella di ventilazione e luce
(caso Moisseiev c. Russia del 9 ottobre 2008 e Vlassov c. Russia del 12 giugno 2008).

Sulla scorta di tali premesse, il Magistrato di Sorveglianza ha disposto che gli istituti di pena campani, ed in particolare la struttura di Napoli-Poggioreale, si attivino con sollecitudine per eliminare ogni situazione di contrasto non solo con l”articolo 3 della Convenzione, ma anche con l”art. 27 della Carta Costituzionale, secondo cui le pene non devono essere contrarie al trattamento di umanità, e tendere alla rieducazione del condannato.

Sulla scia di tale provvedimento, è stata ribadita la possibilità che gli stessi detenuti, attraverso un reclamo redatto ai sensi dell”art.35 della legge penitenziaria, possano denunciare direttamente al Magistrato di Sorveglianza le violazioni di cui il carcere si renda responsabile, denunciando eventuali condizioni di detenzione non conformi alla legge. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ALTRI ARGOMENTI TRATTATI

IL QUINTO SENTIERO DI “PASSEGGIATE VESUVIANE”

Finalmente giungiamo al pezzo forte della nostre passeggiate, l”emblema del Parco Nazionale, il sentiero n°5 ovvero il Gran Cono del Vesuvio.

Con i suoi scarsi 4 km non è il più lungo e impegnativo dei sentieri ma ha tutto il fascino che un vulcano può offrire. Gioia per gli esperti vulcanologi e fonte di grande interesse per i curiosi d”ogni età e nazionalità. Vale la pena quindi affrontarne la lieve salita che dopo quattro tornanti sale dritto in vetta al famosissimo cratere.

Al sentiero vi si giunge attraverso la provinciale del Vesuvio, che da Torre del Greco o da Ercolano conduce allo spiazzo di Quota 1000. La strada è buona e la si deve seguire senza svoltare mai sulla destra (esistono solo due deviazioni, la prima porta a quota 500, all”Osservatorio Vesuviano, la seconda, a quota 831, superato colle Umberto, porta invece là dove in passato partiva la seggiovia). La strada termina come s”è detto nello spiazzo di Quota 1000 dove c”è un ampio parcheggio (a pagamento) e la biglietteria dove pagare i 6,50 € d”ingresso (4,50 € per i gruppi) comprensivi di servizio guida.

Il sentiero sale, con un dislivello di 175 m, fino al cono ma non al suo punto più alto di 1.281m il quale si può raggiungere solo con particolari permessi. Gli stessi necessari per scendere dalla vetta fino a incrociare i sentieri 1 e 6; il primo, una volta raggiunto dal prolungamento del nostro sentiero, segue la base del Cono fino al rifugio Imbò (chiuso) e un cancello che rimette sulla provinciale; il secondo sentiero è invece accessibile solo con autorizzazione del Corpo Forestale o attraverso la Busvia del Vesuvio che lo percorre e che, in tal caso, concederà l”accesso al cratere dal versante meridionale.

Tornando al nostro tragitto che, nella sola andata, avrà la lunghezza di circa un chilometro e ottocento metri, costeggerà buona parte del ciglio del cratere con la possibilità d”affacciarci nella bocca assopita del Vulcano (il fondo è a 951m slm.) e di osservarne le fumarole, col tempo a favore si potrà inoltre osservare il profilo d”indiano del Nasone e la caldera dei Cognoli. Il panorama sul golfo di Napoli è, con l”aria tersa, garantito nella sua bellezza e con un po” d”attenzione, a fine percorso, si potranno intravedere anche gli scavi dell”antica Pompei.

La stradina, non sempre agevole, pretende, anche in questo caso, un minimo d”attenzione e soprattutto l”uso di scarpe adatte all”occasione (raccomandazione mai fin troppo attesa. Ma si sa, alla moda non si comanda!). Un ulteriore consiglio consiste nel non sottovalutare il tempo atmosferico; a mille metri d”altezza, anche d”estate, l”aria è fresca e in primavera non è detto che non faccia addirittura freddo. In cima sarà possibile ristorarsi e se proprio non se ne può fare a meno, soffermarsi a dare un”occhiata all”onnipresente chincaglieria turistica.

Dopo la seconda delle tre costruzioni presenti in vetta si possono notare, sulla destra, delle strutture in cemento armato che in maniera discontinua scendono a valle. Questa struttura scende fino ai 754 m, ricalcando il percorso della vecchia seggiovia e dell”antica funicolare. Contrariamente a quanto spesso s”è letto, non corrispondono ai resti di “Funiculì Funiculà” ma a un abortito progetto di strada ferrata previsto per i mondiali di Italia “90 e mai portato a termine per scontri di competenze e veti politici. L”ultimo edificio, la Capannuccia (quota 1.170), è sede di un presidio permanente delle guide vulcanologiche e segna la fine del sentiero ufficiale, da qui si volge a ritroso verso il parcheggio e alla fine della passeggiata.