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Questi “napoletani”! Sono camorristi, sfaticati, e così ignoranti che credono che “l” Italia sia la moglie di Garibaldi”. Così scrivevano al Nord nel 1861.
Di Carmine Cimmino

Proclamata la nascita del Regno d”Italia, subito i politici e i giornalisti del Nord cercarono di far passare la tesi che, senza l”intervento di piemontesi e di lombardi, il Sud non si sarebbe mai liberato, per difetto di energia morale, dalla tirannia dei Borbone. A questo “mito” i “napoletani” opposero un altro “mito”: quello del Sud spogliato e saccheggiato dai presunti liberatori. La polemica non si è più spenta, da allora: e oggi è un incendio gigantesco. Perciò, bisogna ripartire dal principio, bisogna scoprire quanta verità ci sia nei due “miti”. In questa rubrica di storia “magra”, di storia liberata dal grasso dei preconcetti, della retorica e delle chiacchiere, pubblicheremo i documenti, i dati dell”agricoltura, le cifre del commercio, i bilanci delle imprese: cercheremo di capire, quale fosse lo stato dell”economia e della società nelle terre vesuviane e nell”agro nolano alla vigilia dell” Unità.

Il tutto sarà fatto – si tenterà di farlo – con stile leggero: racconteremo storie di uomini, poichè la storia la fanno gli uomini, gli individui.
Che aria si respirasse nelle prime sedute del primo Parlamento dell”Italia unita, ce lo racconta un testimone eccellente. Ferdinando Petruccelli della Gattina, di Moliterno, medico, giornalista, romanziere, patriota amico di Mazzini, di Garibaldi e di briganti lucani e calabresi, partecipò come deputato alla seduta del Parlamento in cui, il 14 marzo 1861, fu approvato il decreto che proclamava la nascita del Regno d”Italia. Avendo un temperamento che facilmente si infiammava, il Petruccelli si aspettava che tutti i colleghi, che erano stati protagonisti e testimoni di un evento così solenne, ribollissero di entusiasmo, di idee e di speranze. Ma restò deluso, e quel giorno, e nei giorni successivi.

Era il primo ad entrare nell”aula, e ne usciva per ultimo, dopo aver svegliato il Ranieri -Antonio Ranieri, l”ultimo amico di Leopardi- che a una certa ora reclinava la testa sul banco e si addormentava. Immancabilmente. Dopo alcune sedute, in cui l”assemblea espresse con chiara evidenza tutti i soliti vizi della politica: l”avidità, la doppiezza, l”attaccamento alla sedia, Petruccelli decise che tentar di capire quei colleghi era molto più interessante che seguire le fasi del dibattito. Cedette all”istinto del polemista, e schizzò ritratti corrosivi e implacabili dei membri del primo Parlamento dell”Italia unita. L”anno dopo pubblicò il tutto in un libro che intitolò “I moribondi di Palazzo Carignano”. Il termine “moribondi” gli parve il più adatto per rappresentare quell” espressione mista di insoddisfazione, di delusione e di stanchezza che vedeva stampata sulla faccia della maggior parte dei deputati e dei senatori.

Erano scontenti gli uomini di Cavour, che avrebbero voluto un”Italia più ristretta, Piemonte, Lombardia, Romagna, Toscana, e, quando fosse stato liberato, il Veneto; mugugnavano i federalisti; erano confusi i liberali, perchè le idee e gli interessi – interessi legittimi e non – dei liberali del nord non coincidevano con gli interessi e le idee dei colleghi del Sud; tenevano il broncio i mazziniani, che avevano sognato la Repubblica e si sentivano traditi da Garibaldi; Garibaldi, dal canto suo, non si fidava più di nessuno. C”erano poi i nemici dichiarati dell”unità d”Italia, e cioè i clericali e i borbonici. I borbonici gridavano al complotto, alla “macchinazione universale”: Napoli e il Sud erano stati venduti a Garibaldi, massone, da una congiura orchestrata dalla Massoneria, dagli Inglesi, e dai traditori interni.

Fatta l”Italia, bisognava fare gli Italiani. Ma si partì col piede sbagliato. Per dieci anni le consorterie dei parlamentari del Nord e del Centro misero le mani sulla maggior parte degli investimenti per le opere pubbliche: strade, porti, ferrovie. Nel 1873, quando il Senato bocciò la legge a favore del porto e dell”arsenale di Taranto, l”on.Billia non potè trattenersi dal dichiarare che le province meridionali erano state trattate “quasi fossero un accessorio del Paese”. La campagna elettorale per le fondamentali elezioni del “74 fu un furioso duello di artiglieria tra i giornali del Nord e i fogli napoletani, “il Pungolo” in particolare. Le accuse lanciate dal Nord erano le solite: il Sud vuole tutto dallo Stato, il Sud non è capace di iniziativa privata, il Sud non paga le tasse. Il riferimento alle tasse faceva andare in bestia gli onorevoli napoletani, che vedevano come al danno si aggiungesse la beffa.

In un”infuocata seduta che la Camera tenne nel maggio del “74 Mariano Englen dimostrò che, in rapporto alla rendita dei fondi, le province meridionali pagavano le tasse più delle altre, e l”on. Sorrentino accusò il governo di aver fatto, per motivi elettorali, “questo brutto gioco di far intendere alle popolazioni dell”Italia superiore che nell”Italia meridionale non si pagano i tributi”. Ma nella seduta del 13 giugno il Senato prima bocciò i provvedimenti proposti a favore dei porti di Napoli, Castellammare, Salerno, Girgenti e Palermo e subito dopo approvò la legge a favore dei porti di Genova, Venezia e Livorno. Intanto un giornaletto emiliano accusava sarcasticamente le genti del Sud di non sapere cosa fosse l”Italia, e di pensare, tutt”al più, che potesse essere la moglie di Garibaldi.

Un articolista del foglio “La Provincia di Belluno” svelava ai lettori che “i meridionali non hanno nessuna abitudine al lavoro e al risparmio”, e non su un giornale qualsiasi, ma sulla prestigiosa “La Nuova Antologia” ( XXVII, 12, 1874), Diomede Pantaleoni si preoccupava, bontà sua, dei molti problemi dei meridionali: “diversa istruzione, diverso grado del morale sentimento, diverse condizioni fisiche, civili, sociali, insomma, diversa cultura”. Ovviamente, il delicato Pantaleoni scriveva “diverso”, e intendeva dire “inferiore”. Come si vede, non c”è nulla di nuovo sotto il sole.
(Nell”immagine francobolli commemorativi. Fonte L.P.)