Nei nostri paesi tutti sanno chi sono i camorristi, ne conoscono i nomi, le attività, le ricchezze nate dal nulla. A troppe persone è permesso di vivere impunemente nell”illegalità.
Di Amato Lamberti
Il caso di Luigi Orsino, imprenditore di S.Sebastiano al Vesuvio, con attività commerciali a Portici, strozzato dal racket e dall”usura, fino al punto da dover chiudere tutte le attività e vedersi venduta anche la casa ad un” asta fallimentare a cui hanno partecipato gli stessi usurai che l”hanno portato al fallimento, non è un caso limite ma solo l”esempio di una realtà quotidiana che sta portando al collasso l”economia nella provincia di Napoli.
Ho sentito, direttamente e indirettamente, infinite storie di intimidazioni, ricatti, richieste estorsive che aumentano continuamente, usurai in combutta con gli estorsori che si gettano famelici sulla preda, con il risultato di chiusura dell”attività, licenziamento del personale, fallimento economico e disperazione di persone colpevoli solo di aver tentato di fare impresa, di creare posti di lavoro, di raggiungere il successo con il lavoro e con l”impegno. Una piaga, è bene dirlo una volta per tutte, sottovalutata dagli apparati di controllo dello Stato che dedicano una ben diversa attenzione allo spaccio e al commercio di droga, con l”impegno di centinaia di uomini e mezzi, per una attività che ha un impatto sociale molto meno devastante.
Gli inquirenti si nascondono dietro il fatto che non ci sono denunce da parte degli imprenditori intimiditi e ricattati, come se il problema fossero i singoli episodi e non il sistema di controllo violento del territorio da parte di bande criminali ben note, conosciute nei loro aderenti, dai capi ai manovali. Conosciuti da tutti, così bene e così certamente che, la maggioranza delle persone si chiede continuamente perchè sia così difficile intervenire nei confronti di persone senza mestiere e senza attività che acquistano case, aprono negozi, comprano automobili e motociclette, e vivono comunque lasciando intendere notevole disponibilità di denaro.
Anni fa feci un esperimento, durante un incontro sulla legalità e contro la camorra, in una città dell”agro nocerino. Stanco della solita piega rituale che l”incontro stava prendendo, chiesi alle persone presenti di scrivere sul muro tutto bianco della sala consiliare in cui si svolgeva il dibattito il nome dei camorristi che conoscevano senza ombra di dubbio. Sotto lo sguardo esterrefatto del sindaco (che non me l”ha mai perdonato) la parete cominciò a riempirsi di nomi, cognomi e soprannomi di persone che tutti conoscevano come affiliati attivi ai clan criminali operanti nella città. Non mancavano professionisti, imprenditori, consiglieri comunali.
Il maresciallo dei carabinieri prendeva appunti su fogli bianchi che si era affrettato a recuperare presso qualche impiegato e annuiva ad ogni nome che registrava. La cosa più interessante è che, quando si trovava già scritto il nome, chi lo condivideva si limitava a sottolinearlo, per cui si evidenziavano nomi con decine di sottolineature.
Quando nessuno si avvicinava più alla parete per aggiungere nomi proposi una verifica: avremmo lasciato scritti sul muro solo i nomi su cui tutti erano d”accordo e nessuno sollevava dubbi. Su 170 nomi ne furono cancellati solo 3. Centosettanta nomi, scritti da una ottantina di persone, uomini e donne, giovani, adulti e anziani, presi da un entusiasmo che non mi sarei mai aspettato. Il gioco continuò specificando, per ciascun nome, l”attività criminale per la quale era conosciuto: boss, manovale, usuraio, estorsore, killer, picchiatore, rapinatore di tir, trafficante di rifiuti, costruttore abusivo, distributore di appalti e forniture, trafficante di droga. Intanto nella sala arrivava sempre nuova gente, forse avvisata da qualcuno, e l”entusiasmo della partecipazione scemava a vista d”occhio.
Molti cominciarono a sgattaiolare via e la seduta ebbe termine per estinzione delle presenze in aula più che per lo sbracciarsi degli uscieri che sembravano aver fretta di chiudere. Una riflessione mi venne spontanea: avevano avuto il coraggio di scrivere il nome sulla parete e anche di sottolinearlo più volte, ma quando se lo sono visto arrivare alle spalle è ritornata la paura. Neppure la presenza del maresciallo dei carabinieri in divisa li ha rassicurati. Non parliamo poi della presenza del sindaco e di qualche assessore e consigliere comunale. Padrone del territorio non è lo Stato ma la malavita. Questa convinzione nella testa della gente condanna il nostro territorio.
Per eliminare la scelta di vita criminale lo Stato non dovrebbe consentire a nessuno di vivere di illegalità. Non si può affermare, su qualsiasi territorio, il dovere del rispetto delle regole quando a vincere sono sempre quelli che visibilmente e impunemente le aggirano o le calpestano, anche con grande tracotanza. Forse, bisognerebbe cominciare a colpire, insieme agli atti criminali, ma prima, l”attività criminale diventata mestiere e professione, stabilendo il principio che non si può vivere di attività illegali, singole e/o associate.

