CONDIVIDI

Questa settimana la nostra rubrica posta l”attenzione su tre storie di preti e briganti. Siamo tra Somma, Pomigliano, San Sebastiano, Boscotrecase, Boscoreale.
Di Carmine Cimmino

Errico Giova, uno dei capitani della Guardia Nazionale di Somma, aveva reclutato, tra i “borbonici”, assai strani informatori: Sabatiello Di Palma, Raffaele Pipolo e Pasquale Scarpati. Il primo, sommese, era già noto alla polizia di Francesco II come contrabbandiere di armi; il secondo era a capo di un gruppo di camorristi di Pomigliano; lo Scarpati, infine, “lavoriere a giornata di San Sebastiano”, aveva assassinato nel “56 una guardia del Palazzo Reale di Portici. Condannato alla “relegazione perpetua” nel forte di Ischia, era uscito di prigione all”arrivo di Garibaldi, e aveva tentato di farsi credere un liberale, perseguitato dagli “aguzzini borbonici”.

I Piemontesi non gli avevano creduto, e tuttavia se ne servivano per “mantenere l”ordine a Massa di Somma e nei comuni del circondario”. Lo Scarpati era, in realtà, uno dei capi della camorra vesuviana, e sarebbe stato attore non secondario di quella stagione micidiale della nostra storia, il ventennio 1860 – 1880 in cui gli interessi della delinquenza organizzata e quelli della così detta società civile si intrecciarono e si strinsero con nodi che non si sono mai più sciolti. Dunque, negli ultimi giorni di marzo del 1861, i tre signori informarono Giova che i borbonici si accingevano a mettere a ferro e a fuoco Cisterna e Pomigliano.

Giova passò la notizia a Gaetano Martinez, comandante di distretto della Guardia Nazionale: un personaggio pittoresco, con la smania del condottiero: una smania nuova nella città di Napoli, che pure aveva messo insieme, e ancora esibisce, la più affollata galleria di “smaniosi” e di “strani” che mai si sia vista in Italia. Nella notte tra l”8 e il 9 aprile 1861 Martinez, alla testa di una squadra di carabinieri e di guardie “vestite alla cacciatora” piombò su Cisterna. Il posto della Guardia Nazionale era chiuso: e il piantone, mezzo addormentato, si rifiutava di aprire, sebbene Martinez glielo intimasse a gran voce. Infine, la porta si aprì, e la guardia accompagnò i guerrieri a casa del parroco Mansi, che era in cima alla lista dei catturandi, come capo del partito borbonico.

Per un”ora Mansi gridò la sua innocenza, da dietro la porta che restava sbarrata, mentre Martinez, alzando progressivamente la voce, gli intimava di arrendersi. Infine, il “pievano” suonò le campane: e i parrocchiani tutti accorsero alla chiamata, impugnando “armi di campagna e lunghe mazze”. Il comandante, impaurito, ordinò a due poliziotti di montare su un calesse e di correre a Pomigliano a chiedere aiuto, mentre lui tentava di tenere calma la folla. Ma quando si capì che i rinforzi, guardie “a piedi”, carabinieri a cavallo e militi perfino in carrozza, erano già entrati in Cisterna, Martinez cambiò tono e la folla cambiò faccia. Mansi si arrese, si accomodò in una carrozza, e partì per Napoli, scortato dai carabinieri; lo seguivano altre carrozze, con gli altri capi borbonici, il canonico Aniello De Falco, il canonico Fontana di Licignano, l”avvocato Giuseppe Cirino di Pomigliano.

Nell”agosto tre agenti “segreti” Cerulli, Migliaccio e Boccabella, accompagnati da 5 guardie di Torre Annunziata e dal caffettiere Francesco Sorrentino, che fungeva da spia, entrarono in Boscotrecase per arrestare il sacerdote Giuseppe Barritto, borbonico. Il quale, accortosi della minaccia, “saltò tre mura di giardino” e andò a nascondersi tra i rami frondosi di un fico. E mentre il Cerulli, “presolo per la sottana”, cercava di tirarlo giù, il fratello del sacerdote sparò da una finestra tre colpi di fucile, “che per grazia non fecero male a nessuno”. Però accorsero le Guardie Nazionali: e non per dare una mano ai tre agenti “segreti”, ma per invitarli rumorosamente a mollare la preda e a lasciare il paese. E così fu.

Il 12 agosto il brigante Antonio Cozzolino detto Pilone, accompagnato da Domenico figlio di Luigi La Grazia, da Carminiello figlio di Carolillo il pazzo e da Peppino figlio di Luigi il Sordolillo scese dal Vesuvio a Boscoreale, per “fare il servizio” al sacerdote Vincenzo Oliva, noto liberale. Appostati dietro il muro di cinta della masseria Auricchio, che apparteneva al Principe di Ottajano, i briganti spararono “due archibugiate”, andate a vuoto, sull”Oliva, che rientrava in casa accompagnato da due congiunti. I tre, senza perdersi d”animo, “diedero di piglio agli schioppi”, si arrampicarono sui “lastrici” della casa e risposero al fuoco. La sparatoria durò poco: arrivarono da Torre i fanti della Cuneo, e i “masnadieri” fuggirono.

I fanti, che non potevano andar via a mani vuote, arrestarono Filippo Sabatino, di Lettere, colono della masseria, con l”accusa di aver aiutato “scientemente” Pilone nel tentativo di “fare il servizio” all” Oliva. L”avverbio portò il colono a un passo dal plotone di esecuzione.

Lo salvò l”intervento di Nicola Taraschi, giudice del mandamento di Torre Annunziata, il quale ricordò all” “esimia bontà” del Comandante del 7° Reggimento di Fanteria che il Sabatino era “intestato” al potere giudiziario, e perciò doveva essere processato dalla magistratura ordinaria; lo salvarono, soprattutto, “i probi e onesti cittadini informati dei fatti pubblici”, chi garantendo che la condotta morale di Sabatino era “in ogni verso, ottima”, chi dichiarandolo “troppo sciocco” per essere tenuto dai briganti in qualche considerazione.
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI GIÁ TRATTATI