IL REGALO AGLI SPOSI? UN QUARTO DI MAIALE!

0

Resiste in Campania il mito della cerimonia perfetta. Tutto lindo, ordinato e bello, tranne il pasto, considerato più o meno un optional, dal prezzo nient”affatto trascurabile.
Di Luigi Jovino

Non tutte le abitudini sono dure a morire. I dati Istat l”hanno dimostrato. Gli italiani riducono i consumi alimentari che una volta erano sacri. Addirittura intoccabili. Sorprendente è il dato da cui si evince che circa il 40 per cento dei cittadini risparmia anche sul pane, preferendo acquistare prodotti definiti di qualità inferiore. Certamente la crisi aguzza l”ingegno e molte modifiche dei comportamenti alimentari rappresentano un passo in avanti verso il risparmio e un indubbio contributo all”eliminazione degli sprechi. Le statistiche confermano anche un”altra tendenza: resiste in Campania il mito della cerimonia perfetta, consumata nei banchetti per matrimoni, battesimi, cresime e compleanni.

La Campania è la regione italiana dove ci si sposa di più e dove la gente, più che altrove, è solita affidare al ristorante (villa) la coniugazione di un rito antico, pieno di contenuti simbolici e tradizionali. I numeri, però, raccontano che anche in questo settore florido, calano vertiginosamente le presenze e la richiesta delle performance alimentari. Fra qualche decennio, senza timor di sorta, cambierà profondamente l”industria del matrimonio che pure vanta un fatturato non trascurabile nel settore della ristorazione. Ci sono, però, delle anomalie e degli errori di impostazione che andrebbero eliminati fin da subito; non fosse altro per i danni indotti agli sposi, alla famiglia, agli invitati, al ciclo dei rifiuti e all”ambiente. È capitato a molti di noi andare per cerimonie in una di queste lussuose ville, sorte come funghi tra Napoli, Caserta ed Avellino.

L”esperienza, il più delle volte è stata traumatica. La conferma arriva anche dalla testimonianza di parenti, amici e conoscenti che come noi sono stati detenuti e presi in ostaggio nelle dimore nobiliari, trasformate in manieri impenetrabili nei giorni delle cerimonie. Tra panni colorati, hostess, addobbi floreali e panorami mozzafiato il pasto è considerato un optional. Un valore di secondo piano. Niente a che vedere con il sontuoso pranzo di qualche decennio fa con immancabili fritture, anguille, mezzo pollo arrosto, lasagne e cannelloni.

Adesso propinano il solito buffet all”aperto; nei casi migliori con gli angoli dell”ostricaro, del pizzettaro, dei formaggi, dei salumi e della frutta, il tutto condito con prosecco di qualità mediocre, servito in improbabili flute. I ristoratori sanno bene che solo gli sfizi degli antipasti coprono le esigenze caloriche e azzerano l”istinto della fame anche del convitato più vorace. Si passa poi ai primi piatti, spesso più di due, in cui fanno bella mostra i risotti. Secondi a scelta di carne e pesce, con l”intermezzo del sorbetto, verdure condite e crude, ricco carrello di dolci, torta, spumante e caffè. Il costo medio, villa compresa, si aggira (quando va bene) sui 100 euro a testa. La spesa comporta più di una preoccupazione per gli sposi e i familiari. Non parliamo poi per gli invitati.

Ho visto capofamiglia (di tre o quattro persone) nel panico che, per il semplice fatto di non aver potuto mettere nella busta più di 500 euro, metà cioè dello stipendio medio di un impiegato, si sentivano dei clandestini e degli imbucati. Al massimo riuscivano a ripagare gli sposi del pranzo offerto. Neanche i soldi per il costo della bomboniera! Sarebbe il caso di chiedersi a chi serva tutto questo spreco? E quali sono i motivi per i quali siamo costretti a soffrire. Bisognerebbe invece considerare che quasi il 30 per cento degli italiani soffre di malattie del metabolismo ed anche volendo è impossibilitato a cedere alle tentazioni dei menù delle cerimonie.

Per non parlare delle persone che per problemi dietetici e salutistici neanche sono abituati a consumare un pasto completo al giorno. Partendo da queste considerazioni di fondo diventa chiaro che questo sfarzo è più che un affronto. Il trionfo degli sprechi. Uno specchietto per le allodole per gente semplice che mentre a casa risparmia sul costo del pane è costretta, durante una cerimonia, a dare un calcio a tagliate di manzo, a tartarre o a fritture di scampi e gamberoni. Io stesso ho visto alla fine di banchetti nuziali quantità enormi di cibo, pronte per la discarica che non facevano altre che aumentare il senso di disgusto provato durante tutto lo sviluppo della cerimonia.

Ma non sarebbe meglio cercare un menù alla carta? La gente mangia quello che vuole. Il portafogli è salvo e il cassonetto del riciclaggio vuoto. Alcuni titolari di ristoranti dicono che è possibile fare delle cerimonie con menù alla carta sempre che la scelta sia limitata a tre o quattro portate per i primi e per secondi. Sarebbe una decisione coerente di rispetto verso se stessi, gli invitati e l”ambiente. Potrebbe essere anche simpatico far le liste di nozze presso i salumieri o le macellerie.

Gli invitati potrebbero decidere di regalare agli sposi, il prosciutto per gli antipasti, una degna bottiglia di vino o un quarto di maiale che neanche ci starebbe male.

LA RUBRICA

IL LAVORO É UN BENE COMUNE E VA CONSERVATO

0

La disoccupa-
zione nell”area Ocse ha raggiunto il picco, ma la ripresa non è tanto vigorosa da limitare i danni. Ecco perchè è fondamentale conservare il bene comune del lavoro a Pomigliano.
Di Don Aniello Tortora

Tutta la città di Pomigliano (e non solo) in questi torridi giorni d”estate è ancora in ansia per i lavoratori della Fiat. Non si sa ancora quale sarà il loro futuro. Speriamo nella ragionevolezza delle parti in causa, senza irrigidimento di nessuno, perchè vengano salvati il lavoro e la dignità, che camminano sempre insieme. Proprio ieri sera ho incontrato alcuni tra i 36 “precari”, che stanno vivendo giorni terribili. A luglio, se Tremonti non metterà una firma su un accordo già preso, non percepiranno più lo stipendio. Anche qui, speriamo nella ragionevolezza: in tutti questi tagli non devono pagare sempre e solo i più deboli e i meno garantiti.

Intanto il tasso di disoccupazione – calcola l”Ocse – è cresciuto in media del 2,9% da dicembre 2007 a marzo 2010, ma l”impatto è stato disomogeneo nei diversi Paesi. A un estremo ci sono gli aumenti considerevoli di Irlanda (+8%) e Spagna (+10%), all”altro gli incrementi inferiori al punto percentuale di Germania, Austria, Belgio, Norvegia e Polonia.
La perdita di posti di lavoro, rileva ancora l”Ocse, è stata sproporzionatamente ampia per alcuni tipi di impiego e settori, come per esempio “l”edilizia, i lavoratori a termine e quelli con competenze basse, i giovani”.

Inoltre, cosa “inusuale”, “l”occupazione è diminuita più tra gli uomini che tra le donne, probabilmente a causa della natura settoriale della recessione”.
Si è dimostrata poi “molto ampia” la differenza nel rischio di perdere il lavoro tra assunti a tempo determinato e indeterminato, mentre “l”occupazione per gli autonomi è calata circa quanto quella dei dipendenti”. La disoccupazione nell”area Ocse “dovrebbe aver raggiunto il picco”, ma “la ripresa non sembra essere abbastanza vigorosa per riassorbire rapidamente gli attuali alti livelli”.

Lo afferma l”Employment outlook 2010 dell”organizzazione parigina, che prevede che “il tasso di disoccupazione dei Paesi Ocse dovrebbe ancora essere al di sopra dell”8% alla fine del 2011”.
“Il rischio che il forte aumento nella disoccupazione diventi di natura ciclica aumenta – prosegue il rapporto – Tale rischio però varia fortemente da Paese a Paese, riflettendo le diversità nelle esperienze delle varie aree durante la crisi”.
L”Ocse invita quindi i Paesi membri a “fare in modo che i fondi per i programmi di sostegno all”occupazione restino adeguati” anche se “la pressione per tagliare gli ampi deficit sta rapidamente crescendo, e con essa il bisogno di fare scelte difficili su come allocare risorse sempre più scarse”.

“Diventa essenziale – dichiara ancora nel suo rapporto l”organizzazione – focalizzarsi su programmi efficienti in termini di costi, e mirare ai gruppi più svantaggiati che sono a rischio di perdere contatto con il mondo del lavoro”.
“Mentre la ripresa accelera il passo, è essenziale creare gli incentivi giusti per far sì che le aziende assumano più lavoratori”, conclude l”Ocse, e tentare “un ri-bilanciamento delle protezioni ai posti di lavoro tra contratti a tempo determinato e indeterminato”, in modo da “consentire ai lavori temporanei di funzionare meglio come punti di passaggio nel percorso verso un impiego permanente, piuttosto che come trappole”.

“Creare nuovi posti di lavoro dev”essere una priorità per i governi”. Lo ha dichiarato il segretario generale dell”Ocse, Angel Gurria, presentando a Parigi l”Employment outlook 2010 dell”organizzazione. “Ridurre la disoccupazione e il deficit pubblico allo stesso tempo è una sfida notevole – ha aggiunto – ma dev”essere affrontata fin da ora. Nonostante i segni di ripresa nella maggior parte dei Paesi, rimane il rischio che milioni di persone possano perdere contatto con il mondo del lavoro. Una carenza di posti di lavoro elevata come quella attuale è inaccettabile, e va affrontata con una strategia politica ad ampio raggio”.

In questa ottica è importantissima la “battaglia” che tutti insieme stiamo facendo per conservare il bene comune del lavoro a Pomigliano. È fondamentale creare nuovi posti di lavoro ma è urgentissimo non perdere il lavoro che già c”è.

LA RUBRICA

ANCHE QUESTA GIUNTA REGIONALE INVOCA I TERMOVALORIZZATORI!

0

L”assessore all”Ambiente della Regione, anzichè dare ai Comuni una linea unica per la raccolta differenziata, torna a parlare di termovaloriz-
zatori.Un modo per eludere il problema e accontentare potenti lobbies.
Di Amato Lamberti

Secondo la commissione europea che è venuta in Campania a verificare la situazione del piano rifiuti, dato che per affrontarla si sono richiesti cospicui fondi europei, l”emergenza rifiuti, non solo non è stata superata, ma “giace dormiente con un alto rischio che possa scoppiare di nuovo”. Linguaggio diplomatico per dire che l”emergenza rifiuti non è stata risolta, nonostante i proclami del governo, e che il modello adottato, quello di aprire solo nuove discariche, non potrà portare ad alcun risultato definitivo. Intanto, i cittadini, possono solo registrare segnali preoccupanti, come quelli dei cumuli di rifiuti che tornano ad ammucchiarsi per le strade e che vengono dati di notte alle fiamme, con i fumi che tornano ad appestare l”aria.

Di nuovo, si fa per dire, c”è solo il fatto che a Pianura come in altre zone della periferia urbana, si registra un continuo furto di centinaia di cassonetti, con il risultato che la gente, non sapendo dove buttarli, ammucchia i sacchetti sui marciapiedi in cumuli che crescono continuamente e debordano sulle strade. Le amministrazioni sono così costrette ad interventi di somma urgenza, vale a dire senza gara e chiamando le imprese disponibili, magari degli amici o degli amici degli amici, dotate delle attrezzature necessarie per la raccolta e la rimozione dei cumuli di rifiuti. Una strategia molto chiara e ben nota, messa in opera da imprese ben collegate con le amministrazioni locali, oltre che con i poteri criminali, per continuare a lucrare all”infinito su una situazione di emergenza pilotata ed orchestrata in modo che non debba mai risolversi.

In questa situazione, le amministrazioni comunali invece di costringere le loro aziende partecipate, come l”Asia, cui hanno delegato la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, a dotarsi dei mezzi necessari per rimuovere i cumuli di rifiuti e di apposite squadre di pronto intervento, continuano a discutere di improbabili piani industriali di smaltimento dei rifiuti.

Il neo assessore all”ambiente della Regione Campania, Giovanni Romano, invocato come un salvatore della situazione, perchè come sindaco di Mercato S.Severino, una civilissima cittadina della valle dell”Irno, aveva ottenuto grandi risultati nella raccolta differenziata, ha promesso: 1) di eliminare le discariche e comunque di non aprirne di nuove; 2) di completare in 120 giorni la redazione del piano regionale dei rifiuti; 3) di completare in 60 giorni la redazione del piano regionale per i rifiuti speciali; 4) di completare in 60 giorni la redazione del piano per le bonifiche; 5) l”avvio immediato delle procedure per la realizzazione di due nuovi termovalorizzatori a Napoli est e a Salerno; 6) l”avvio immediato degli interventi per la riqualificazione degli impianti di depurazione di Napoli est e S.Giovanni a Teduccio.

Un programma bello e corposo di cui verificheremo i tempi di attuazione, ma da lui ci saremmo aspettato ben altro, come, ad esempio, un indirizzo unico e stringente sulle modalità per realizzare la raccolta differenziata a tutti i comuni della Campania, con la minaccia di applicare la sanzione dello scioglimento per i comuni inadempienti. La sua esperienza avrebbe dovuto insegnargli che laddove non si organizza la raccolta differenziata non è per le difficoltà che la stessa comporta ma perchè altri interessi, spesso inconfessabili, prevalgono.

I comuni inadempienti all”obbligo, previsto dalla legge, della raccolta differenziata, sono quindi doppiamente colpevoli: in primo luogo perchè, come direbbe Tremonti, sono dei “cialtroni” che non sanno fare il proprio mestiere di amministratori della cosa pubblica; in secondo luogo, perchè, nella migliore delle ipotesi, non riescono a superare i condizionamenti ambientali che ostacolano l”avvio di una seria raccolta differenziata. Per entrambe le ragioni andrebbero severamente puniti. Ma dall”assessore Romano, che come sindaco aveva capito così bene l”importanza della raccolta differenziata, non ci saremmo mai aspettato che tornasse a parlare della necessità di altri termovalorizzatori.

Come lui sa bene, infatti, una raccolta differenziata fatta per bene, consente il recupero e la riutilizzazione di quasi tutte le tipologie dei rifiuti, compresa la parte organica, con l”esclusione della quota minima di frazione indifferenziata, che però può essere trattata anche dagli impianti di biodigestione anaerobica utilizzabili per la frazione umida. Altri termovalorizzatori non sono quindi necessari, oltre che costano troppo: uno basta e avanza, e bisognerebbe solo farlo funzionare decentemente. Non vorremmo che, ancora una volta, il richiamo alla necessità dei termovalorizzatori serva solo a spostare negli anni la soluzione del problema, oltre ad accontentare gli interessi di lobbies industriali che ormai solo nel Mezzogiorno riescono a trovare ascolto.

Non c”è più tempo per manovre dilatorie: il problema della raccolta e dello smaltimento rifiuti in Campania va affrontato rapidamente e con forza, sapendo di dover vincere grandi resistenze a molti livelli, da quello industriale, a quello politico, a quello criminale. Ma è su questo terreno che si misurano le capacità di un amministratore.

GLI ARGOMENTI TRATTATI

LA BREVE STAGIONE DI VINCENZO BARONE, BRIGANTE DI SANT” ANASTASIA. PRIMA PARTE

Il brigantaggio vesuviano fu un fenomeno molto importante nelle vicende post-unitarie perchè intrecciò gli interessi della camorra e del nuovo sistema politico, aprendo la strada all”inquinamento della società civile.
Di Carmine Cimmino

Vincenzo Barone visse una breve stagione da ribelle. Tentò di restare un ribelle politico, ma non ci riuscì. Non potè evitare che nel suo gruppo, insieme con gli “sbandati” dell”esercito borbonico, entrassero anche delinquenti comuni e picciotti di camorra, fuggiti dalle carceri del Granatello e di Barra. Mise insieme una cinquantina di “soldati”, gente di Somma, di Sant”Anastasia, di Pollena, di Ponticelli, reclutata dai suoi luogotenenti Vincenzo Terracciano, Gennaro Mauro, Filippo Rega, di Pomigliano, che portava un cappello di paglia ornato di una penna di pavone, Alfonso Aliperta il Malacciso, Alfonso Sessa, Gennaro Maione e Giovannangelo Sodano.

Gli ufficiali del 7° fanteria già nel maggio del “61 dicevano che dietro Barone c”era un comitato filoborbonico, composto da “galantuomini” di Somma e di Cercola, soprattutto, e dai nobili e dai funzionari “della passata tirannia” che possedevano ville, “casini” e masserie nel territorio. Questo comitato, se mai esistette, cessò di funzionare già nel giugno, quando Silvio Spaventa dispose che le Guardie Nazionali dei Comuni ad est del Vesuvio venissero sostituite, nel controllo dell”ordine pubblico, da fanti e da bersaglieri.

Per procurarsi il danaro necessario a mantenere la banda, Barone fu costretto a inviare “biglietti” estorsivi ai più facoltosi proprietari del territorio, senza far distinzione tra liberali e borbonici. Contemporaneamente si infiltrarono nel suo gruppo spie e doppiogiochisti, al soldo non solo dei “piemontesi”, ma anche della camorra, diciamo così, ufficiale, che non sopportava l”ingombrante concorrente, ritenendolo, tra l”altro, responsabile primo della massiccia militarizzazione del territorio.

Il brigantaggio vesuviano fu un fenomeno di cruciale importanza nelle vicende post-unitarie, perchè strinse in un viscido intreccio gli interessi della camorra e del nuovo sistema politico, e aprì la strada a quell”inquinamento della società civile, che è, a parer mio, il problema vero della nostra storia. Penso che sia venuto il momento di scrivere, dopo tante storie più o meno folcloristiche della camorra, una storia vera e cruda della società civile napoletana.

Il 19 agosto del “61 Barone entrò nel territorio di Ottajano per consegnare “un biglietto estorsivo” con la richiesta di 2000 ducati a Raffaele Saggese Matafone, ricchissimo costruttore di botti e sensale onnipotente di “partite” di uva. Ma il colpo fallì. Cavalcava al fianco del brigante la sua donna, Luisa Mollo, “vestita alla maschile” – lo scrivano della Guardia Nazionale ottajanese sentì il bisogno di sottolineare con un grosso tratto le tre parole – e con due pistole infilate nella cintola: una pittoresca Bonnie vesuviana. Il giorno dopo, Barone scese a Pollena, dal suo rifugio in montagna, e penetrò, con quattro dei suoi, nella casa dell”ottantenne Felice Miceli, che era stato, sotto i Borbone, importante funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia.

Mentre i suoi tenevano fermi la moglie del Miceli, che si chiamava Teresa Buonincontri, la cameriera e un ospite, Antonio Filosa, Barone, bestemmiando come un ossesso, puntò il pugnale sul petto del vecchio e gli intimò di consegnare i 30000 ducati che, secondo le spie della banda, conservava in un cofanetto. Miceli stava per rispondere, probabilmente, che gli informatori lo informavano male, ma non gli fu dato nemmeno il tempo di aprir bocca: il più giovane del gruppo, Modestino Martinelli, di Ponticelli, lo “crivellò” con otto pugnalate: e quando il vecchio cadde supino nel suo sangue, il giovanotto si fece passare “tra le labbra” “il filo del pugnale insanguinato”: secondo Vincenzo Vecchione detto il Foriere, di Pollena, “per acquistar coraggio”, ma, secondo Raffaele Di Marzo detto Canesca, “in atto di bravura, per aguzzar la punta” che negli otto colpi si era smussata.

I briganti portarono via “un abito completamente scuro, biancheria, un orologio da tavolo, un cannocchiale, due papare, alcuni pezzi di baccalà e di lardo”, e pantaloni e mutande, che Modestino tenne per sè. Il Foriere permise al compaesano Filosa, che piangeva e tremava, di andar via, mentre la moglie di Miceli e la cameriera vennero costrette a seguire il gruppo. Poi, quando la strada incominciò a salire, alle due donne venne consentito di tornare indietro. Il comandante della compagnia di fanti che era di stanza a Sant” Anastasia scrisse, nella sua relazione, che la moglie del Miceli trovò la casa piena di persone che si erano precipitate a saccheggiare il palazzo incustodito: intorno al cadavere del vecchio, immerso nel sangue, si disputavano le ultime spoglie.

Intanto, alcuni briganti festeggiavano l”impresa a casa di un “manutengolo” di Pollena, che già nel pomeriggio aveva fatto provvista di pasta e pane. Il resto della banda salì con Barone in località Sant”Angelo. Qui, mentre si esaminava il bottino, uno dei suoi gli domandò che fine avessero fatto gli orecchini di brillanti che egli aveva strappato dalle orecchie della moglie di Miceli. Barone rispose che li aveva persi lungo la salita. Egli capì che il suo prestigio si stava dissolvendo: e per misurare quanto gliene restasse, ordinò di giustiziare i 4 sommesi che si erano rifiutati di partecipare alla spedizione in casa del funzionario borbonico.

Protestò uno dei condannati, Arcangelo Parisi, una guardia campestre che si era dato alla macchia dopo aver ucciso un proprietario terriero di Somma, Alfonso Di Madero: ma il sommese Alfonso Sessa, offrendosi “spontaneo ai bisogni” del capo, appoggiò la pistola sulla tempia del suo concittadino e sparò. Venne ricompensato con l”abito scuro di Miceli. Quella notte di sanguinaria follia mise fine alla storia di Barone. Pochi giorni dopo il capo-brigante venne ucciso dai soldati: e i modi, i tempi e i meccanismi di questa “esecuzione” di Stato prefigurano altre oscure vicende di morte, di cui è disseminata la storia italiana: la storia di una democrazia imperfetta.

LA STORIA MAGRA

DEL COME SI É BLOCCATA L’APERTURA DELLA DISCARICA DI TERZIGNO

Il secondo approfondimento sulle vicissitudini delle cave vesuviane trasformate malgrado tutto e tutti in discariche. All”interno la fotogallery

Eccoci a discorrere con l”Avvocato Perna, inusuale figura di legale ecologista. Persona a dir poco appassionata del suo Vulcano, uno che ama, oltre che discorrere, toccare con mano la realtà vesuviana. Entriamo, con quest”intervista in un aspetto più tecnico che apre spiragli sconosciuti e interessanti sull”aspra vicenda.

Avvocato Perna, lei è stato parte in causa nel blocco dell”apertura della discarica in località Pozzelle può raccontarci com”è andata?
“In località Pozzelle a Terzigno ci sono due cave, la SARI e la Vitiello, in merito a queste cave ci sono state tre conferenze dei servizi. Sulla base della legge speciale, la 90 del 2008, i due siti sono stati individuati in zona di interesse strategico nazionale, quindi una normativa che dava pieni poteri a causa dell”emergenza e abrogava tutte le norme ordinarie. Si attribuiscono quindi poteri straordinari alla protezione civile, superando tutte quelle difficoltà che scaturivano nell”aprire questi siti.

Ma cosa è successo, si è tenuta una prima conferenza dei servizi, per la cava SARI dove sulla problematica del superamento dei problemi concernenti l”impatto ambientale a maggioranza si è decisa l”apertura della discarica. Dopo di che si sono resi conto, la presidenza del consiglio e il sottosegretariato, che la viabilità esterna non era sufficiente per poter raggiungere le cave, per cui è stata necessaria un”ulteriore conferenza dei servizi. Il problema però sta nel fatto che queste aree previste per la viabilità sono all”esterno del perimetro ad interesse strategico nazionale, quindi noi come Ente Parco e Comune di Boscoreale abbiamo ritenuto che non s”applicasse la normativa, la 90 del 2008, ma bisognava applicare tutte le procedure normali e ordinarie previste dalla legge. E quindi abbiamo impugnato i risultati di questa conferenza.

Tra l”altro nella conferenza non era stata messa preventivamente a disposizione del Parco lo studio d”incidenza, il TAR ha quindi sospeso inizialmente l”esito del confronto. L”Ente Parco è un ente di gestione, trattandosi poi di zona ZPS, Zona a Protezione Speciale, si applicano anche le direttive comunitarie e l”ente di gestione deve essere informato preventivamente su ogni intervento fatto in quella determinata zona. Il sottosegretariato a indetto una terza conferenza dei servizi, il 31 dicembre, ottenendo nuovamente la maggioranza. Noi abbiamo impugnato nuovamente la cosa per una serie di irregolarità formali.”

Chi componeva questa maggioranza, oltre al sottosegretario, il Parco Nazionale e i comuni interessati?
“In effetti noi abbiamo proprio contestato il fatto che non erano stati convocati tutti i comuni interessati, molti soggetti chiamati a intervenire erano poi ininfluenti come Telecom, Gori, Corpo Forestale dello Stato che, per la stessa legge 90 del 2008, in loro assenza o con il mancato pronunciamento questa valeva come voto favorevole. Quindi chiamando alla conferenza soggetti totalmente disinteressati questi non si presentavano e automaticamente la maggioranza era assicurata e anche questo è stato impugnato con ricorso al TAR.

Cosa più importante per quanto riguarda la conferenza relativa a cava Vitiello, tenutasi a fine dicembre, ultimi giorni utili prima che intervenisse la legge 195 del 2009, che sanciva la fine dell”emergenza appunto al 31 dicembre, demandando le competenze a provincia e regione. Si indice dunque la conferenza con argomento anche la cava Vitiello, una megadiscarica che a regime avrebbe potuto contenere tre milioni e mezzo di tonnellate di rifiuti talquale. Una delle discariche più grandi d”Europa. Basti pensare che la discussa discarica di Chiaiano dovrebbe contenerne cinquecentomila.

In tutta la regione è previsto uno smaltimento di 5 milioni di tonnellate di rifiuti, di questi cinque milioni, nel piano elaborato sulla base delle indicazioni commissariali tre milioni e mezzo devono andare nella cava di Terzigno, i due terzi di tutti i rifiuti campani devono andare nel Parco Nazionale del Vesuvio.”

È specificato quanti di questi rifiuti sono prodotti nella provincia di Napoli e quanti nelle altre province?
“No! Posso darti però tutti i dati per singola provincia. Nella provincia di Avellino, a Savignano Irpino è prevista una discarica da 300.000 tonnellate, per Benevento a Sant”Arcangelo Trimonte 165.000 tonnellate, Caserta San Tammaro 800.000 tonnellate, Napoli Chiaiano 500.000 tonnellate, Napoli/Terzigno (Sari/Vitiello) 3.500.000 tonnellate, Salerno 150.000 tonnellate, per un totale di 5.415.000 tonnellate di rifiuti.”

I due terzi nel Parco Nazionale. E si sa almeno il perchè?
“Sono i rifiuti che vengono da Napoli e che è comodo buttare lì. Ma tornando alla conferenza dei servizi, il commissariato di governo è andato sotto, c”è stato voto negativo.”

Come mai quest”inversione di tendenza?
“Perchè evidentemente è cambiata la sensibilità del territorio, alcuni che non s”erano presentati sono intervenuti, la Provincia di Napoli a votato negativamente alla realizzazione della discarica. Andando sotto, come previsto dalla 90 del 2008, la competenza passava al consiglio dei ministri che esprimeva il suo parere il 28 gennaio: “valutato prevalente l”interesse pubblico e per riavviare l”esecuzione dei lavori in un sito considerato di valenza strategica per il superamento del contesto di emergenza dei rifiuti nella regione Campania”.

Il governo ha dato parere favorevole.
Noi l”abbiamo impugnato al TAR perchè il 28 gennaio erano scaduti i termini del decreto e quindi c”è un profilo d”incompetenza per il consiglio dei ministri nel pronunciarsi in questo senso ma anche sotto il profilo motivazionale v”è una motivazione contraddittoria, perchè se tu emani un decreto legge, poi convertito (il195 del 2009), dove mi dici che il 31 dicembre è finita l”emergenza non puoi dire il 28 gennaio del 2010, quando l”emergenza rifiuti è cessata, che devi realizzare quella discarica per superare il contesto dell”emergenza dei rifiuti della regione Campania. Se tu, per legge, hai dichiarato che è stato superato non mi puoi poi emettere un provvedimento in contraddizione col decreto legge che tu stesso hai emanato.

Cosa ha fatto poi il TAR? Ha chiesto con un”ordinanza istruttoria al consiglio dei ministri una relazione dove si dicesse che cosa si stava facendo. L”ultima nota del consiglio demanda tutto alla competenza ordinaria, quindi anche un eventuale appalto dei lavori rientra nelle competenze ordinarie, risulta evidente che in tal caso subentrerebbero difficoltà per la Legge dell”Ente Parco (la 394 del 1991), che vieta la realizzazione della discarica e poi tutte le direttive comunitarie in materia che sono di rango costituzionale, e la conseguente possibilità di incostituzionalità della legge 90/08.”

GLI “EROI” D”ITALIA (UTINAM!)

0

I protagonisti dei nostri dialoghi itineranti, il prof. Eligio, il prof. Carlo e il dottorino Michele, questa settimana discutono dell”Italia calcistica ma anche della necessità di rispettare la lingua. I libri consigliati.
Di Giovanni Ariola

IL DIALOGO PRECEDENTE

Ancora un mese di giugno all”insegna di condizioni meteorologiche instabili, mutevoli: si è passato dal caldo estivo dei primi giorni a temperature autunnali della seconda quindicina con piogge anche violente, ingrossamento di fiumi, talvolta accompagnato da esondazioni disastrose, e nevicate sulle Alpi a quote medioalte.
– Ogni anno che passa è sempre peggio – commenta il prof. Eligio – Son dovuto andare d”urgenza a Roccaraso per far riparare un paio di finestre del mio appartamento completamente divelte dal vento durante il temporale della settimana scorsa:

– Sì, il processo di reazione della natura – osserva il prof. Carlo – all”aggressione dell”uomo sta subendo una continua accelerazione. La cosa grave è che non si manifesta nessun segnale di una controreazione positiva e significativa da parte dell”uomo che faccia prevedere un miglioramento futuro. Colgo invece in giro una inerzia generale in concomitanza di un isterilirsi crescente dei messaggi verbali.
– Se posso osare – prosegue il prof. Eligio con amarezza – un paragone con il mondo calcistico:la nostra nazionale a Johannesburg: in campo undici uomini che si muovevano come automi, non solo senza entusiasmo ma, cosa ancora più grave, disorientati, pervasi come da una sorta di stordimento, quasi di terrore paralizzante: non è così l”Italia di oggi?

– Sì, – concorda il prof. Carlo – i nostri “campioni del mondo” son partiti avvolti in un alone di gloria e sprizzanti promesse di altri splendidi allori, accompagnati da così tante parole elogiative che hanno creato nei connazionali aspettative di un successo sicuro; tutti si aspettavano “eroi” e invece si son dovuti ingoiare “maccheroni scotti” come è stato scritto con una bella e significativa metafora:.(“Il Manifesto”, 26 giugno 2010).
È entrato intanto il dottorino Michele con sul volto un”espressione non si sa se più preoccupata o più mesta. Viene a salutare. No, non parte per le vacanze, bensì per la Germania, per raggiungere un cugino che vive da qualche anno a Monaco con la prospettiva di un dottorato in Filologia classica in quella Università. Ormai ha perso ogni speranza di poter fare la stessa cosa in Italia e alla fine ha ceduto ai pressanti inviti del cugino.

– Sono tuttavia molto preoccupato – confessa con la sua voce tremolante – soprattutto per la lingua:Conosco bene e parlo correntemente la lingua francese. Dell”inglese so molto poco, e quel poco in modo piuttosto superficiale:quanto al tedesco, zero assoluto:
– Potrai sempre utilizzare, – interviene il prof. Eligio – in ambito accademico dico, il latino..
Utinam id sit! (Voglia il cielo che ciò sia! O più semplicemente, con una parola moderna, Magari!)
– Per le relazioni ordinarie – osserva alquanto sornione il prof. Carlo – ti basterà il globish:
– :il globish? Che lingua è? – chiedono contemporaneamente il prof.Eligio e il dottorino.

– È un termine coniato da Jean-Paul Nerriere, un ingegnere informatico della IBM, per indicare il “global english“, ossia una sorta di lingua inglese ridotta all”osso, al minimo di lessico indispensabile (si parla di circa 1500 parole del milione di cui si compone la lingua di Shakespeare nella sua interezza) e che viene usata da circa quattro miliardi di persone in tutto il mondo per poter comunicare tra di loro. Per illustrare questa sua tesi il Nerriere ha anche scritto e pubblicato un libro e aperto un sito su Internet.
– Cercherò di procurarmi questo libro – dice il dottorino – augurandomi che mi sia d”aiuto nell”appropriarmi di questo globish:

– Sono sicuro – lo interrompe il prof Eligio – che il collega non diceva seriamente:ha parlato più per celia:Credo che come me sia convinto che vada condannato qualsiasi tentativo di storpiatura della lingua, di qualsiasi lingua. Le lingue invece vanno rispettate e soprattutto si deve fare di tutto per farle vivere quanto più a lungo possibile:
– Non posso che essere d”accordo, – ribatte serio il prof. Carlo – L”uso la fa da padrone si sa e bisogna rassegnarsi a processi irreversibili di obsolescenza e cadute in disuso. Per non parlare della erosione da parte dei dialetti e dei gerghi. Ma le persone colte devono impegnarsi nella conservazione della lingua, sforzandosi di pronunciare le parole in modo corretto, utilizzando anche nel parlare quotidiano tutta la gamma di costrutti morfologici e sintattici e una tastiera lessicale ricca e varia:

So che spesso è impresa ardua quanto vana ma, ecco, bisogna esercitare tutta la resistenza di cui si è capaci:.. Ma basta, il nostro caro Michele ha premura di andare e a noi il compito di augurargli buon viaggio e buona fortuna
– Bona verba dicamus – augura il prof. Eligio.
– Gratias maximas vobis
– Ecco, porta con te – continua il prof. Carlo – questi due libri che avevo acquistato per me. A ricordo di noi e del nostro laboratorio:Il primo “Dove lei non è” (Einaudi, 2010) è il diario che Roland Barthes compone giorno dopo giorno nei mesi successivi alla morte della madre.

“Questo libro – si legge nella quarta di copertina – finora inedito, parla:di un dolore assoluto e di un amore senza fine. Ci dice l”amore per la madre e il dolore per la sua perdita. Un dolore e un amore fatti di frammenti e di illuminazioni, di pensieri e di poesia. È un libro che aiuta a vivere:”. Insomma Barthes fa come Leopardi, ti mette in contatto con il dolore della vita, ma, attraverso le vie misteriose e prodigiose della poesia, ti fa amare e gustare, come ebbe già a notare il De Sanctis, per il poeta recanatese, la vita stessa nella sua essenza più peculiare che è l”amore.

Il secondo libro è di Franco Marcoaldi, che già conoscevo come poeta (“Animali in versi”), “Viaggio al centro della provincia” (Einaudi, 2009). Si può considerare come una continuazione, in forma ridotta, del “Viaggio in Italia” di Guido Piovene, “È così che ho stretto con Piovene – si legge nell”Avvio introduttivo – un”amicizia fiduciosa, e quel libro l”ho portato con me come un viatico, quando ho deciso che avrei fatto anch”io un viaggio in Italia. Molto più limitato nel tempo, molto più circoscritto nello spazio. Senza alcuna ambizione da inventario generale, animato piuttosto dal semplice desiderio di osservare da vicino le parti più periferiche di un paese “confuso, inconsapevole”; un “paese attivo, la cui azione rimane buia”.” (pp.VII – VIII) Ti sia “viatico” questo libro e ti aiuti a superare i momenti di nostalgite acuta. In particolare ti segnalo il capitolo dedicato a “Benevento tra janare e high-tech”:

– :le janare? – interviene il prof. Eligio – quelle della leggenda? Delle streghe che “sotto all” acqua sotto a “o viento/ sotto “o noce e Beneviento“?
– Sì, proprio quelle. Il Marcoaldi ha raccolto una testimonianza in proposito. “Ho sentito:contadini sostenere di aver trovato al mattino con le criniere intrecciate a tre fili, prova provata che la strega nel corso della notte aveva utilizzato gli animali per qualche malefica scorribanda”(p. 46).
– Lo stesso racconto che ho udito da mia madre:pare che si trovassero i cavalli tutti sudati:e soprattutto si constatava che erano usciti, pur essendo le porte delle stalle chiuse, anzi sbarrate dall”interno:

Anch”io voglio farti dono di un libro:questo “Amor fati” di Marcello Veneziani (Mondadori, 2010). Permettimi di indicarti un passo sul quale ti invito a riflettere: “Caso, anagramma filiale del Caos. Il destino ha due possibilità, dar senso al mondo e alla vita o non darlo. Il caso ne ha una sola. Chi ritiene che l”avvento del caso incrementi le chance di libertà non ha che da valutarne l”impoverimento:Il caso è il dio del relativismo, la sua fonte primaria:Preferendo la spiegazione senza spiegazione del caso rispetto al destino abbiamo forse guadagnato qualcosa sulla via della verità?….” (pp. 46-47).

– Allora, di nuovo, – il prof. Carlo abbraccia il dottorino visibilmente commosso – buon viaggio e facci avere buone notizie di te:
– Ad maiora! – augura il prof. Eligio stringendo il giovane collega in un abbraccio altrettanto caloroso.
– Semper, semper! Conserverò nel cuore e nella mente, con affetto e gratitudine, la vostra “cara e buona immagine paterna“.

LA RUBRICA

A CENA DA UN CAFONE ARRICCHITO

Questa settimana “Cibi e riti Vesuviani”, la nostra officina dei sensi, ci parla della volgarità del denaro ostentato dal cafone arricchito. E dove dà il “meglio” di sè? Ma in un banchetto, ovviamente.
Di Carmine CimminoPetronio, l”arbitro dell”eleganza, il Lord Brummel della corte di Nerone, conosceva bene Napoli. Mi piace immaginarlo mentre, affacciato al balcone di una villa, là in cima a San Martino, ascolta, come farà mille ottocento anni dopo Ferdinand Gregorovius, le voci che vengono da giù: l”armonia rumorosa, il caos ordinato dell”ultima città greca. A Napoli egli vide il trionfo di un nuovo ceto sociale, i liberti, gli schiavi liberati, che avevano messo le mani sul mercato dell”olio, del vino, della lana, e muovevano navi colme di merci da un porto all”altro del Mediterraneo.

Petronio, che dormiva di giorno e consumava la notte nel lavoro e nei piaceri, notò che da quella varia umanità era nato uno straordinario modello umano: il cafone arricchito, il pidocchio infarinato. E l”aristocratico provò, per il tipo, ripugnanza e attrazione, nello stesso tempo: osservò, notò, raccolse immagini di forme e memorie di parole, e poi disegnò Trimalchione: ed è il disegno perfetto di una figura immortale, come immortale è la volgarità del danaro ostentato. Petronio intuì che il banchetto era il “luogo” in cui l”uomo avrebbe sciorinato tutto sè stesso: e in un banchetto affollato di liberti lo fa esibire, sotto lo sguardo curioso e ironico dei protagonisti del Satyricon.

Trimalchione non entra in scena subito: ma già parlano di lui le “cose”. L”antipasto rivela la stoffa del padrone di casa: ghiri glassati di miele e di papavero, e salsicce che sfrigolano su una graticola: la graticola è d”argento, e il fuoco si alimenta di susine di Siria e di chicchi di melagrana. Poi compare Trimalchione, trasportato a spalla, a suon di musica. È un fagotto di panni, avvolto da un mantello rosso: dal fagotto vengono fuori la testa rasata e il collo, stretto in un tovagliolo listato di porpora e ornato di frange. Ma Petronio cerca il gesto, la nota visiva, che fissi per sempre nella nostra memoria il personaggio: e finalmente lo pesca mentre fa la pulizia dei denti con uno stecchino inevitabilmente d”argento: no, non fa la pulizia dei denti, “dentes perfodit”, i denti, li scava, ne scandaglia a bocca aperta la carie.

E dopo i gesti, le parole. L”ex schiavo Trimalchione fa notare che ogni ospite dispone di un tavolino per le stoviglie: così “la folla dei servi ci tormenterà di meno, con il suo fetore”. Poi fa servire un vino Falerno di cento anni, e dopo aver filosoficamente notato che un vino vive più di un uomo, conferma ai presenti che è Opimiano garantito: il Falerno fu, diciamo così, imbottigliato sotto il consolato di Opimio: e, a rigor di numeri, ha non cento, ma quasi duecento anni. “Sappiate che ieri avevo a cena persone molto più importanti di voi, eppure ho fatto servire un vino inferiore a questo”. Un ospite, il liberto Seleuco, racconta ai suoi vicini che non si lava ogni giorno: “l”acqua ha i denti, e il nostro cuore vi si scioglie giorno dopo giorno. Non potevo lavarmi proprio oggi: vengo da un funerale”.

L”immagine dell”acqua con i canini è di una potenza ineguagliabile. La battuta di Seleuco prepara un assolo spettacolare del padrone di casa: egli autorizza i presenti a scoreggiare come e quando vogliono, senza muoversi dal loro posto: “io non proibisco a nessuno di fare i suoi comodi, poichè anche i medici proibiscono di trattenersi”. A ogni battuta, la cafonaggine dell”uomo si espande, si gonfia come una bolla, si fa epica: Petronio si diverte, ma la sua invenzione, prima ancora che altissima letteratura, è scoperta antropologica: un uomo così, lui l”ha veramente incontrato, da qualche parte, e studiato. Le parole si alternano con le “cose”, e si accordano con luminosa coerenza.

Petronio, che dava alla sua eleganza la forma della naturalezza, trova la nota più alta della cafonaggine del liberto nelle portate. Una gallina di legno cova, in una cesta, uova di pavone rivestite di pasta frolla. Rotto il guscio, i commensali trovano immerso nel tuorlo pepato un beccafico, “ficedulam, “a fucetola”, bello grasso. Poi arriva in tavola la femmina di un cinghiale che porta appesi alle mammelle cinghialetti di pasta dura. Lo scalco immerge il pugnale da caccia nel fianco dell”enorme animale e dal taglio escono in volo dei tordi: ma sono già pronti gli uccellatori che li catturano con le canne. Infine i servi portano, su un”alzata, uno smisurato maiale.

Il cuoco finge di aver dimenticato di sventrarlo: e c”è tutta una pantomima tra Trimalchione e gli ospiti che chiedono il perdono per il finto smemorato. Infine, il cuoco, ottenuto il perdono, afferra il coltello e incide in più punti il ventre del porco: e dai tagli che a poco a poco si allargano vengono fuori salsicce e ventresche. Qui sta il “centro” del ritratto: il cafone è un plateale che non ha senso della misura: esiste per sorprendere e meravigliare: è un niente, e vuole apparire un tutto. Non ha rispetto nè di sè nè degli altri: manipola perfino gli odori e i sapori della natura, non rispetta i nomi delle cose.

“Il mio cuoco di una vulva ti fa un pesce, di un pezzo di lardo un colombo, di uno zampone una gallina”. Chi vive per ostentare il suo danaro si porta appresso una puzza di morte. I cafoni borghesi cercano di occultare il tanfo: con creme, profumi e sorrisi. Il borghese cafone arricchito, che è stato meravigliosamente ritratto da Gogol, da Balzac, da Simenon e da Philip Roth, proprio perchè è uno sterpo arido, crede di essere eterno. Trimalchione chiude il banchetto parlando della sua morte e piangendo. Ubertim: copiosamente. Fecondamente. È un pianto vitale, è uno scongiuro contro l”invidia. Con questa geniale intuizione Petronio evita che il suo personaggio si riduca, infine, a un manichino di legno, e ne fa, grazie a quel pianto, un uomo vivo. Cafone sì, ma ancora ruspante.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

UNO SPIRAGLIO DI LEGALITÁ PER IL PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO

Un appro-
fondimento sullo sblocco della questione delle discariche vesuviane. Una speranza concreta per un lento e graduale ritorno alla normalità.

Sembra che qualcosa si sia smosso nelle coscienze all”ombra del Vesuvio, finalmente con un atto di buon senso le amministrazioni locali tentano di attuare un”inversione di tendenza che voleva il Parco Nazionale del Vesuvio quale pattumiera regionale. Dopo le prime notizie abbiamo contattato il Direttore dell”Ente Parco, Matteo Rinaldi e l”avvocato Daniele Perna, parte in causa per l”azione legale che ha permesso l”esito positivo della questione di cava Vitiello, da loro un quadro più preciso della situazione concernente il blocco della discarica in località Pozzelle a Terzigno.
Iniziamo quest”approfondimento col chiedere ragguagli al Direttore dell”Ente.

Direttore sembra che la questione della seconda discarica di Terzigno sia a un punto di svolta, cosa può dirci a riguardo?
“Sull”argomento della discarica in località Pozzelle 5, la Vitiello, agli inizi di giugno s”è tenuta un”ulteriore seduta del TAR Lazio e le cui conclusioni provvisorie sono le seguenti (che dette così sembrano negative ma in realtà non lo sono): non si concede la sospensiva all”Ente Parco perchè la presidenza del consiglio dei ministri ha fatto arrivare la propria documentazione, nella quale si dichiara non più competente, poichè l”emergenza rifiuti è cessata il 31 dicembre 2009. Quindi, la Presidenza, anche a seguito del decreto legge convertito in legge, è priva di competenze e il TAR non può concedere una sospensiva a un atto che non ha fondamento.

Nei fatti cosa significa? Se pure il T.A.R. Lazio non è entrato ancora nel merito e si riserva d”entrarvi nel gennaio, febbraio 2011, quella conferenza (l”ultima conferenza dei servizi, dicembre 2009 nda) che ha dato il parere sul V.I.A. (Valutazione d”Impatto Ambientale nda) non può avere un successivo sviluppo: la discarica non si può realizzare se non viene prodotto il progetto, che ora non c”è. Oggi, la competenza è della regione Campania e della provincia di Napoli. Le quali, in questo momento, non hanno un progetto esecutivo approvato da mandare in appalto, hanno un parere, per il quale aspettiamo anche d”avere ragione presso il T.A.R. Però, essendo chiusa la fase della emergenza, l”Ente Parco è tornato ad avere competenza sul proprio territorio (il decreto Bertolaso ci portava fuori da ogni competenza nel Parco). Noi, ora, ritorniamo nel merito, il nostro parere non può più essere superato e di conseguenza ci esprimeremo in merito. Nel frattempo ci sono stati due fatti che stanno cambiando lo scenario e per i quali noi giudichiamo il problema amministrativamente chiuso, almeno allo stato degli atti. La commissione europea, che è venuta a fare un sopralluogo, si è recata sul posto ed i suoi componenti sono rimasti perplessi.”

Hanno toccato letteralmente con mano :
“Sì, meravigliati hanno prodotto delle osservazioni che hanno poi contribuito in buona parte a tenere sospesi i fondi europei da erogare alla regione Campania, che ammontano a una “sciocchezza” di 500 milioni di euro. Il secondo fatto nuovo è legato al cambio di amministrazione in regione Campania. Il nuovo assessore, Giovanni Romano, s”è recato personalmente a Bruxelles a discutere di questo problema e per sbloccare questi fondi, dichiarando in quel contesto e poi negli incontri successivi tenutisi sul territorio che la regione Campania non ha interesse ad aprire quella discarica. Troverà modi e forme per superare questa eventualità.”

Si parla anche di un miglioramento della raccolta differenziata.
“Della raccolta differenziata e di una serie di altri provvedimenti che dovranno evitare l”apertura della discarica ne parleremo appresso; lo smaltimento dei rifiuti, del resto, esiste ancora. La stessa dichiarazione, per tornare alla discarica, è stata fatta dal presidente della giunta provinciale. In questo momento quindi pur non dovendo abbassare la guardia, il problema, dal punto di vista amministrativo, può considerarsi chiuso. Siamo tutti d”accordo che non s”aprirà la cava Vitiello a Terzigno.

Bisognerà adesso affrontare con maggiore spirito propositivo il problema dei rifiuti. Noi siamo disposti a dire e a fare la nostra parte, ma, ovviamente, tenendo presente che si è in un area protetta nazionale e considerando il fatto che, se pure se in minima parte, i rifiuti si producono anche nell”area del Parco. I comuni del territorio che si sono lanciati nell”avventura della differenziata (che la discarica contribuiva a non far partire realmente – se posso portare il “talquale” in discarica perchè devo affrontare i costi aggiuntivi e tutto un meccanismo complesso da gestire e sicuramente più oneroso per il cittadino? -) comunque pagano un qualcosa in più per lo smaltimento, talvolta fuori regione, della frazione umida. Trovando assieme le soluzioni opportune qualcosa del genere si potrà fare anche sul posto, ma questo presuppone anche la volontà di far partire degli inceneritori.”

Anche se le ceneri di risulta vanno a finire sempre in discarica :
“Sì ma non si tratterebbe in questo caso del talquale, di quello che si raccoglie per strada.”

Dovrebbe essere così ma spesso in discarica e negli inceneritori ci va di tutto :
“Nessuno di noi deve sottrarsi al problema, tuttavia, cominciando un buon lavoro d”informazione e di sensibilizzazione, si può produrre meno rifiuti.” Vi rimandiamo al prossimo articolo per conoscere gli aspetti tecnici del blocco della discarica Vitiello con l”intervista all”avvocato dell”Ente Parco Daniele Perna.

LA CORTESIA. UN”ARMA PER LA RIVOLUZIONE GENTILE

0

La nostra epoca, scandita dai social-network, ma anche dal pensiero urlato e cafone, dovrebbe riprendere i significati più profondi dell”arte nobile di essere cortesi.
Di Luigi Jovino

Nell”epoca del pensiero urlato, del trionfo dei cafonal e di Dagospia si perde il senso profondo di termini antichi. La parola cortesia, per esempio, scade di giorno in giorno. Diventa sempre più confusa, sempre più sfumata. Alcune volte anche contraddittoria. Si potrebbe pensare che dopo i fasti celebrati nelle “corti” nobiliari, il termine improvvisamente sia caduto rovinosamente fino a diventare sinonimo dell”abusato “per favore”. Nel senso comune e nella parlata ufficiale, oggi, “Mi fai una cortesia” e “Mi fai un favore” sono frasi che si equivalgono. Non c”è nessuna differenza.

C”è probabilmente una leggera sfumatura nei toni che non cambia la sostanza. Nelle regioni del centro Italia è consuetudine fare a fine vendemmia la Festa della cortesia. I mezzadri ringraziano le donne e i ragazzi che hanno riempito i tini, offrendo un pranzo luculliano. Le donne rispondono, cospargendo di grappoli appena raccolti le scarpe del padrone. La decadenza del termine, forse, è iniziata proprio sulle aie dei vigneti spogli in autunno inoltrato. Eppure la cortesia non dovrebbe essere considerata un regalo. Dante Alighieri, a cui si riferiscono i puristi per “ripulire ad Arno” il lessico italiano, in un canto del Purgatorio ha avuto modo di dire “Cortesia e nobiltà dell”animo sono tutt”uno”. A rigor di logica dunque, cortesia dovrebbe rappresentare uno stato d”animo, un modo di essere. Una libera espressione dello spirito gentile.

Un atteggiamento spontaneo; forse il più elegante del modo di porgersi nel confronto con gli altri. La cortesia, poi, è sempre per gli altri. Non esistono persone cortesi verso se stessi. I politici, maestri di persuasioni, usano il termine come un grimaldello. La celebre frase “Mi consenta”, abusata dal nostro Presidente del Consiglio come un intercalare, in pratica è un “piede di porco” brandito per scassinare la psicologia anche dei più esperti interlocutori. Si comincia con il “Mi consenta” e seguono considerazioni varie, finalizzate al disprezzo totale per l”interlocutore e tendenti quasi sempre ad affermare verità parziali.

Senza possibilità di confronto alcuno. Fedeli agli insegnamenti dei vecchi commercianti borghesi per i quali “La cortesia non costa niente, ma rende parecchio”, molti epigoni del Presidente del Consiglio, usano questo espediente dialettico per costruirsi una immagine politica. Credo che il caso del ministro Bondi, cortese e poetico, sia da manuale e sarà studiato dai nostri pronipoti nelle università informatiche future.

Pur confusa nell”accezione lessicale, quando è richiesta, una cortesia non si nega a nessuno. Vi sono, però, alcuni casi in cui potrebbe palesarsi il diritto di essere scortesi. Una cortesia si nega a persone di cui non ci interessa praticamente niente oppure in situazione in cui l”atteggiamento di disponibilità potrebbe essere frainteso. Una bella donna, cui uno sconosciuto si rivolge con un sorriso, potrebbe avere il diritto di non rispondere. Ci sono atteggiamenti e posture, codificati nel linguaggio dei gesti, che rendono più di un intero discorso.

Nell”epoca dei social-network qualche riflessione sarebbe opportuna farla sulla cortesia informatica che dovrebbe essere ancora più accentuata proprio perchè si gioca solo sulle parole, mancando il gesto, il sorriso, gli odori. Ma per essere esperti di cortesie informatiche occorre una buona dose di intelligenza e una sensibilità che salga sopra ogni riga. Non serve imparare a memoria poesie, ingentilite da disegni di tramonti lontani. Vale di più una virgola ben posizionata. E non bisogna per forza essere letterati. Riprendiamo, dunque, i significati più profondi dell”arte nobile di essere cortesi. Potrebbe essere l”inizio della nostra rivoluzione gentile.

LA RUBRICA

LA CRISI DELLA CHIESA É PIÙ MEDIATICA CHE DI SOSTANZA

0

La Chiesa accoglie la sfida a trovare mezzi adeguati per continuare a mettere l”uomo al centro delle preoccupazioni politico-sociali. Il nuovo dicastero vaticano.
Di Don Aniello Tortora

Il Papa ha annunciato, nella festa dei Santi Pietro e Paolo, l”istituzione di un nuovo dicastero vaticano, “nella forma del Pontificio Consiglio”, con il compito di “promuovere una rinnovata evangelizzazione” nei Paesi dell”Occidente “che stanno vivendo una progressiva secolarizzazione della società e una sorta di eclissi del senso di Dio”. Tutto ciò costituisce dunque “una sfida a trovare mezzi adeguati per riproporre la perenne verità del Vangelo di Cristo”.

Benedetto XVI ha incentrato proprio sulla missionarietà il suo discorso. “Non c”era e non c”è solo la fame di cibo materiale – ha fatto notare il Pontefice –. C”è una fame più profonda, che solo Dio può saziare. Anche l”uomo del terzo millennio desidera una vita autentica e piena, ha bisogno di verità, di libertà profonda, di amore gratuito. Anche nei deserti del mondo secolarizzato, l”anima dell”uomo ha sete di Dio, del Dio vivente”.

Vi sono regioni del mondo, ha quindi aggiunto papa Ratzinger, “che ancora attendono una prima evangelizzazione; altre che l”hanno ricevuta, ma necessitano di un lavoro più approfondito; altre ancora in cui il Vangelo ha messo da lungo tempo radici, dando luogo ad una vera tradizione cristiana, ma dove negli ultimi secoli – con dinamiche complesse – il processo di secolarizzazione ha prodotto una grave crisi del senso della fede cristiana e dell”appartenenza alla Chiesa”. Ecco perciò l”idea del nuovo dicastero.
Si tratta, come si evince dalle stesse parole del Papa, di un segno di speranza.

È vero che “le sfide dell”epoca attuale sono certamente al di sopra delle capacità umane: lo sono le sfide storiche e sociali, e a maggior ragione quelle spirituali”. Ma è altrettanto vero che proprio Gesù, ha fatto notare il Pontefice, “aveva loro dimostrato che con la fede in Dio nulla è impossibile, e che pochi pani e pesci, benedetti e condivisi, potevano sfamare tutti”.

Benedetto XVI ha quindi fatto riferimento, nel suo discorso del 29 giugno, ai due Papi grandi missionari che lo hanno preceduto. Paolo VI raccolse “il grande anelito conciliare all”evangelizzazione del mondo contemporaneo”. Giovanni Paolo II “ha rappresentato “al vivo” la natura missionaria della Chiesa, con i viaggi apostolici e con l”insistenza del suo Magistero sull”urgenza di una nuova evangelizzazione”.

A me sembra che Benedetto XVI abbia proprio colpito nel segno: l”Occidente, il Primo mondo, opulento e “ricco di sè”, ha bisogno di essere evangelizzato. Giovanni Paolo II parlava di “nuova evangelizzazione”. L” “uomo occidentale”, “gonfio” di tante cose materiali, ma “vuoto” di felicità, ha bisogno di ri-scoprire il senso della vita e di dare risposte a quelle famose domande che nessun uomo può eludere dalla sua seria riflessione: Chi sono, da dove vengo, dove vado, perchè vivo, cosa c”è dopo la morte. Anche il nostro Sud, un tempo legatissimo alla chiesa, risente di questa cultura edonista, secolarista, laicista, relativista. La fede non è un fatto culturale, nè sociale: è una scelta e va riscoperta giorno dopo giorno. “Non si nasce cristiani, si diventa”, diceva Tertulliano.

Mi auguro che la Chiesa futura, superando l”attuale momento di crisi (più mediatico che di sostanza, a mio avviso) possa continuare a dare il suo contributo per far mettere sempre l”uomo al centro di tutte le preoccupazioni politico-sociali e perchè questo uomo possa essere felice di vivere, nonostante tutto.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA