Marce di protesta a Pomigliano, il leader: “Vogliono boicottarle”

“Giovedi 10 ottobre mi hanno telefonato dal comando della polizia municipale di Pomigliano. Un capitano mi ha detto che dovrà saltare la “marcia delle pile accese per fare luce sui problemi”, marcia organizzata per domenica prossima, con partenza dal Comune, e che avevo regolarmente notificato alla municipale la scorsa settimana. Intanto ogni volta che organizzo un corteo, peraltro sempre ordinato e silenzioso, succede questo: tentano di boicottarci. Ma ora basta. La marcia domenica sera si farà eccome”. Felice Romano, ideatore della neonata associazione civica P Greco, parla di boicottaggio vero e proprio da parte del Comune, di volontà di sopprimere il dissenso mettendo in campo l’abuso di potere. Dal 29 settembre scorso Romano ha organizzato ogni domenica una marcia a cui hanno partecipato centinaia di cittadini. C’è stata prima la “marcia del silenzio” contro le polveri sottili, le discariche abusive, i roghi tossici. Domenica scorsa è stata poi la volta della “marcia degli ombrelli” contro la “pioggia” di insicurezze che si sta abbattendo sulla città, traffico, movida smodata, criminalità. E per dopodomani sera Felice, cinquantenne imprenditore nonché noto cantante e musicista, ha organizzato la “marcia delle pile accese” per chiedere di fare luce sulle attività edilizie, sugli appalti, le assunzioni e su tanti altri aspetti dell’amministrazione guidata dal sindaco di Forza Italia Raffaele Russo. Ma ieri c’è stata una sorta di colpo di scena che sta facendo profilare un destino incerto circa questa terza manifestazione. “Nella telefonata del 10 ottobre – aggiunge però Romano – i vigili urbani mi hanno detto che se la marcia inizierà dal municipio, cosa che peraltro abbiamo sempre fatto con gli altri cortei precedenti, allora saranno costretti a farla saltare perchè c’è un altro evento concomitante, una festa del Comune, una sagra mi sembra, tra piazza Municipio e via Vittorio Emanuele, evento che si trova sullo stesso percorso che avevo annunciato. Allora ho risposto che potremmo partire con la marcia da largo Pannella, dietro al municipio, per poi andare nella direzione di piazza Primavera. In questo caso mi è stato risposto che se sarà così allora la marcia si potrà tenere. Vedremo. Dovremo vigilare tutti su questa situazione”.

Il racconto “Le salutari erbe del Vesuvio” con cui Carmine Cimmino ha vinto il concorso letterario “L’orto in nero”

Di seguito il racconto del Prof Carmine Cimmino “le salutari erbe del Vesuvio”

Gaetano Improta disegnò, con la rabbia delle parole, il quadro delle viti di coda di volpe che si stendevano, scheletri neri, dal Tuoro del Ciciariello fino alla Carcava, “ e quasi ti pregano di essere bruciate, perché nessuno veda che non faranno vino, ma solo umori di veleno”. E poi la puzza che viene su, notte e giorno, come un turbine di lento vapore, “ in quello che fu il paradiso della catalanesca e della coda di volpe”. Ma il podestà di Atejano Osca, paese del Vesuviano interno, quel 10 marzo del 1938 fece capire,  passandosi le mani sui biliosi occhi di capra, che si era rotto i santissimi. Mo’ basta. Si alzò in piedi, il podestà Camillo Vigliano, costruttore di palazzi, aprì la finestra dello studio sulla cartolina del Monte Somma immerso nello sfavillio dei toni verde-azzurro e dei sereni celesti, e indicò la scena al dott. Improta, che quella ossessione degli odori se la portava nel sangue, perché i suoi avi, già nel  Settecento, erano stati aromatari importanti, e uno di essi aveva scritto anche un libro sulle erbe del Somma – Vesuvio. E “noi – sillabò mutrioso il podestà di Atejano- noi dovremmo squarciare il ventre di questa bellezza solo perché tu e i tuoi vi siete fissati che là sotto dei delinquenti hanno nascosto migliaia di bidoni con le scorie del petrolio bruciato nelle raffinerie di Napoli, e con quelle che le navi scaricano a mare prima di entrare nel porto, e che gli operai del nostro amico Giovanni Torelli spazzano via, ogni giorno, con tanta fatica?”. Si fermò il podestà, a riprendere fiato, e a rimproverarsi  “ forse non dovevo dire “il nostro amico” , ma si perdonò subito,” e che me ne fotte? Lo sanno tutti che Giovanni è un mio amico”.

Quando si girò verso Improta, il podestà aveva indossato la maschera trucida del mazziere: tentò di impastare di cattiveria anche la voce, ma, come al solito, la voce gli uscì come un fischio quequero di tortora, “ e poi, ti rendi conto di quante persone lavorano nelle raffinerie, e nella ditta di Torelli? Centinaia, senza contare gli annessi e i connessi. Dunque, è venuto il momento di mettere punto, di finirla con questa storia: se tu e i tuoi continuate a straparlare che là sotto ci sono migliaia di bidoni pieni di veleno, e che questa roba spacca i polmoni delle persone e le viti e gli ulivi, e che da lì viene il cancro, se non cessa tutto questo bailamme, e ne nasce qualche moto di piazza, te la vedi nera, dottore, ma nera nera.”. Si bloccò sull’impassibilità metallica di Improta, si incazzò, gli puntò il dito sul petto : “E poi attento ai nomi. Il popolino incomincia a ciuciuliare che i bidoni stanno nelle selve di Giovanni Scario, hai capito, di Giovanni Scario, e tu sai cosa muove, l’avvocato, nei palazzi di Napoli e in quelli di Roma.”. Gaetano Improta uscì dallo studio con un enigmatico arrivederci. Per strada pensò solo a lei, a Sara, a come si stringeva a lui negli ultimi giorni, e gli chiedeva, tra gli scoppi sanguigni della tosse, “perché devo morire così, a ventisette anni “, e lui non rispondeva, e non poteva nemmeno stringerla troppo, e doveva obbedire al medico che gli ordinava di uscire dalla stanza. Al suo funerale aveva giurato, a voce alta, che chi aveva provocato la sua morte, avrebbe maledetto il giorno in cui era nato. La sera il maresciallo Garella lo aveva esortato a essere prudente, e il podestà aveva chiesto a Pepe Mastriani, alto funzionario delle Biblioteche Storiche di Napoli, studioso di carte antiche, scrittore, cosa avesse voluto dire, con questo “infelice giuramento “ il suo amico Improta, “ha voluto fare un po’ di scena ?”, e Mastriani aveva risposto, asciutto, “il dottore non è uno che fa scena”, e il suo sguardo si era smarrito nel vuoto.

Una settimana dopo morì Gemma, la sorella più giovane di Vincenzo Miranda, il “don”, l’ultimo dei guappi, che vendeva attrezzi e materiali per le costruzioni, e che, quando vide la sorella immobile nell’agonia, afferrò per la giacca il dott. Stefano Salemme, e gli gridò: “caccia fuori la medicina per mia sorella, lo so che ce l’hai, lo so che la date solo ai pezzi grossi.”. E poi si mise a piangere, mordendosi le labbra. Al funerale si avvicinò al dott. Improta – Gemma e Sara erano amiche -, l’abbracciò e gli disse: “Domani scavo al Ciciariello.”. La mattina dopo gli operai di don Vincenzo Miranda incominciarono a scavare nella selva del Tuoro che era ancora demanio, ma già si sapeva che in estate il sindaco l’avrebbe dichiarata patrimonio del Comune, e venduta a suo fratello, il notaio. La gente osservava dalla cappella della Vergine, a un centinaio di metri. Scavarono per tre ore, poi  verso le undici, mastro Alberto gridò dalla fossa: ci siamo, e don Vincenzo e Gaetano Improta scesero giù, sguazzando nella zacchera di nero grasso che sudava giù dai bidoni scoperchiati, spaccati. La puzza di fradicio li fiaccò, e anche il sindaco, che arrivò con una squadra di “camicie nere”, si mise la mano davanti alla bocca, dopo aver mormorato, a fatica, a don Vincenzo, “ Mo’ basta, mo’ ce lo vediamo noi, non fare cazzate”.Uscirono centinaia di fusti, il giudice Carillo fece la voce grossa con tre funzionari delle raffinerie, tre mezze calzette, con un capo-operaio del Torelli, che si addossò la responsabilità tutta intera, e con due guardiaboschi di Giovanni Scario, i quali bestemmiando giurarono che Scario non sapeva nulla, che l’affare con quelli della raffineria l’avevano ‘nciarmato in proprio. Gaetano Improta notò, ancora una volta che non è facile dire bugie, e non dimenticò che Scario, davanti alla Chiesa del Rosario, lo aveva sguardato stringendo le narici in un sorriso a punta, che diceva chiaramente: “Non sei nessuno”.  Dieci giorni dopo gli Atejanesi festeggiarono la Madonna dell’Arco, balli, tammorre, carri, e costumi storici. Nella predica della vigilia, ultima della novena, il parroco don Filippo Acocella incitò il popolo tutto a pregare la Vergine perché allontanasse da Atejano le nere nuvole della sofferenza, come faceva da secoli. A mezzogiorno nel bar “La Pergola” si parlava solo del rito “dell’incensamento”, che si teneva da due secoli,  un’ora prima della processione: i quattro “notabili” portatori delle aste del baldacchino in seta e in oro sotto il quale procedeva il sacerdote con il Santissimo venivano purificati con i vapori dell’incenso e di altre spezie dal turibolo di argento massiccio agitato dal “profumiere”:

Disse Franco Ciliento, l’agronomo, a Pepe Mastriani: “ Verrà purificato per ultimo Giovanni Scario, che è il portatore più importante, quella della prima asta di destra, e il turibolo verrà mosso, dovrebbe essere mosso, come ogni anno, dal dott. Improta. Tu credi che si presenterà?”.  “Credo di sì” disse Mastriani, e l’agronomo aggiunse: “ Lo penso anche io, sta uscendo dal dramma, a poco a poco. In questi giorni l’ho incontrato due volte in montagna, sul Cacciato e sul Papiglione, abbiamo parlato del più e del meno, teneva in mano mazzetti di erba vorraccia e di vitalba fiammella..”. Il giorno della festa Giovanni Scario stava in ginocchio, nel silenzio della folla, sul gradino più basso dell’altare della Confraternita dell’Angelo, e indossava l’abito ricamato del primo Ottocento, fatto di strisce di seta azzurre e rosse, con fregi in argento. E aveva sorriso, all’ingresso,  agli applausi dei fedeli, e aveva pensato, ancora una volta, che quel privilegio gli era costato parecchio, ma era stato un buon investimento: Sorrise anche, ma solo con gli angoli della bocca, quando Gaetano Improta, in tunica bianca, gli si mise di fronte, reggendo il turibolo.In quel momento, Pepe Mastriani che aveva consumato la sua notte ripensando alle parole di Franco Ciliento, e le prime ore del mattino a sfogliare, nel suo studio, quaderni e cartelle, e si era infine bloccato a leggere tre, quattro volte, un foglio tirato fuori da un fascio di carte, si scosse, balzò nell’auto, si diresse verso la Chiesa della Confraternita. Vi entrò mentre Giovanni Scario, avvolto dai vapori, incominciava a distendersi sui larghi scalini dell’altare, come fanno i fujenti quando arrivano davanti all’ icona della Vergine, nel Santuario della Madonna dell’Arco. Dopo lunghi minuti il turibolo si fermò, i vapori  si sciolsero, e videro, i preti e i fedeli, che Scario restava steso, e era scosso da un tremito che lo agitò ancora per poco, e poi si spense. Accertarono, due medici presenti, che il “notabile” era morto, e che la sua faccia si sformava in un livido gonfiore. Mastriani si avvicinò all’ Improta, che aveva gettato a terra il turibolo, dietro all’altare. Gli disse: “ Ho capito troppo tardi. Lo scrisse un altro Gaetano Improta, il tuo antenato, nel suo libro del 1745. I vapori della vorraccia e della vitalba, respirati per minuti, fanno scoppiare il cuore e i polmoni. E ora?”. Il dott. Improta sorrise, amaro: “racconterò al giudice quello che ho fatto. Spero che mi creda. Se non lo facessi, questo sarebbe un assassinio, e non un atto di giustizia. Scrivilo, che mi sono sacrificato per la giustizia.”.

Reati ambientali, task force dei militari tra Torre del Greco ed Ercolano

I carabinieri della compagnia di Torre del Greco, con il supporto dei carabinieri forestali della stazione “Parco” sempre di Torre del Greco, hanno effettuato una serie di controlli rivolte alle attività industriali del territorio.
Durante tale blitz sono stati riscontrati diversi illeciti amministrativi e una persona è stata denunciata all’autorità giudiziaria.
In particolare, a Torre del Greco i militari hanno elevato una contravvenzione di 2.700 euro nei confronti del proprietario di una rivendita di materiale edile e vernici: non ha mostrato il registro carico/scarico rifiuti e non era presente l’avviso al pubblico circa la possibilità di lasciare presso quel punto vendita le pile esauste.
Ad Ercolano invece la titolare di un opificio in cui ricavavano pezze da abiti usati è stata denunciata perché la sua l’attività era priva delle autorizzazioni; né c’erano i formulari che attestano il regolare smaltimento dei rifiuti. I carabinieri hanno quindi posto sotto sequestro il locale dell’impresa ampio circa 300 mq.

Abusivismo e rifiuti illeciti, sequestri ad opera della Polizia Municipale

Marigliano, denunce e sequestri per lavori edilizi abusivi e sversamenti illeciti.

Il nuovo nucleo della Polizia Edilizia, diretta dal maresciallo Carmela Ardolino, in seguito a una segnalazione anonima ha sequestrato un furgone che smaltiva in maniera illecita diversi materiali di risulta.

Immediati i controlli disposti dal Comandante Emiliano Nacar della Polizia Municipale di Marigliano. Gli agenti, insieme ai responsabili dell’ufficio tecnico, hanno rinvenuto e sequestrato nei pressi di Via Mautone scarti di lavorazione privi di formulari di smaltimento e dunque provenienti da lavori edili abusivi.

La task force nel territorio, ad opera del comando della Polizia Locale in collaborazione con gli uffici comunali preposti, ha portato negli ultimi due mesi a dieci sequestri e a tre autodemolizioni.

Terra dei Fuochi, discarica sotterranea di 1000 mq a Casalnuovo

Pneumatici, auto, materiale ferroso e rifiuti vari rinvenuti in un sotterraneo a Casalnuovo di Napoli

Una discarica di oltre 1000 metri quadrati, una vera e propria bomba ecologica in un sotterraneo nel centro di Casalnuovo, piena di pneumatici fuori uso, cerchi per automobili, scarti di lavorazioni edilizie, veicoli abbandonati, materiale ferroso e altre tipologie di rifiuti.

Questo lo scenario che gli agenti della task force per il contrasto al fenomeno della cosiddetta “Terra dei Fuochi”, costituita dalla cabina di regia coordinata dal vice prefetto Gerlando Iorio, hanno trovato quando hanno aperto una porta secondaria dell’officina del centro cittadino.

Le scale sterrate, percorribili con difficoltà per la quantità di pneumatici accatastata, conducevano a una sorta di cavità di 7 metri di altezza e 800 metri quadrati di ampiezza ricolma di rifiuti di ogni genere.

Gli spazi sotterranei, adibiti a discarica abusiva, costituivano una grave situazione di pericolo per l’ambiente e l’incolumità dei cittadini, in un’area densamente popolata.

Il Festival “Le Voci di Napoli”trasmesso su Rai Tre al TGR Campania

Al Maschio Angioino in scena la III Edizione del Festival “Le Voci Di Napoli, dedicata al cameraman Mario Barone e trasmessa su Rai Tre durante il TGR Campania.

La manifestazione del 29 Settembre andata in scena con successo nel Cortile del  Maschio  Angioino, ideata dall’artista poliedrico Angelo Iannelli e organizzata dall’Associazione Vesuvius in collaborazione con il Comune di Napoli e l’Assessorato alla Cultura, è stata trasmessa lunedì 7 Ottobre su Rai Tre, durante il TGR Campania delle ore 19:30. La gara canora, nata con l’obiettivo di valorizzare i giovani talenti campani, ha visto la vittoria di Marianna Nappo che si è aggiudicata anche il premio della critica con la canzone “Mille Culture” mentre il Premio Giuria è stato vinto da Miky Petillo. In giuria Rosa Chiodo, Luca Sorrento, Antoine, Piero Del Prete, Francesca Maresca e Lino Blandizzi.

A Sant’Anastasia la storia vera di papà Luca e della piccola Alba

Una storia d’amore racchiusa nel libro “Nata per te” (Einaudi) scritta da Luca Trapanese e Luca Mercadante. Se ne parlerà lunedì 14 ottobre, presso l’aula consiliare del Comune anastasiano. L’evento è promosso dall’associazione “Love for San’Anastasia”.
Lunedì 14 ottobre alle ore 18:00 presso l’aula consiliare  del comune di Sant’Anastasia ci sarà la presentazione  del libro “Nata per te” (Einaudi) di Luca Trapanese.
Luca racconterà la sua storia, una storia vera che ha commosso l’Italia intera, la storia di come sua figlia Alba gli abbia cambiato la vita. Una testimonianza, un esempio da seguire, una riflessione dolce ed incandescente sulla paternità scritta a quattro mani insieme allo scrittore Luca Mercadante.
La straordinaria avventura della piccola Alba, affetta dalla sindrome di Down abbandonata alla nascita e rifiutata da sette famiglie affidatarie, sarà illustrata dallo stesso Luca Trapanese, insieme a Mimmo De Simone (Presidente Associazione “Love for Sant’Anastasia”, Lello Abete (Sindaco di Sant’Anastasia), Luigi Corcione (giornalista), Maurizio Di Gennaro (Docente di MusicArTerapia nella Globalità dei linguaggi) ed Edda Cioffi (Psicologa-psicoterapeuta).
I ragazzi  del coro del Centro polifunzionale di Sant’Anastasia impreziosiranno l’evento con la loro musica.

Poggiomarino, spaccio nei pressi della stazione ferroviaria: eseguite 3 ordinanze di custodia cautelare

I carabinieri della Stazione di Poggiomarino hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal G.I.P. del Tribunale di Torre Annunziata, su richiesta della locale Procura della Repubblica, a carico di 3 persone, indagate per detenzione e spaccio di stupefacenti. Si tratta di Mouhriz Abderrahim, 33enne di origine marocchina già noto alle Forze dell’Ordine e di due cugini incensurati di 19 e 22 anni. Tutti sono residenti a Poggiomarino.

I militari si sono messi sulle tracce degli indagati dopo un’aggressione tra due cittadini marocchini, avvenuta a novembre 2018 e maturata nell’ambito dello spaccio di stupefacenti. Grazie all’analisi dei contenuti di uno smartphone, perso da uno dei soggetti coinvolti nell’aggressione durante un inseguimento con i Carabinieri ed alle successive intercettazioni telefoniche, è stata individuata una piazza di spaccio attiva nell’abitato di Poggiomarino.

Tra gennaio e marzo 2019, in particolare, i militari hanno effettuato numerosi riscontri di vendita di hashish e marijuana a molti acquirenti soprattutto nei pressi della stazione ferroviaria di Poggiomarino e in strade secondarie del centro storico.
Previo contatto telefonico o messaggio inviato agli spacciatori, gli acquirenti raggiungevano il luogo convenuto, il più delle volte senza specificare il motivo dell’incontro; in altre circostanze, ricorrendo ad un linguaggio in codice, gli acquirenti chiedevano di farsi consegnare una “medicina da 100” o “da 50”, oppure di vedersi per un “lavoro di mezza giornata”, in tutti i casi riferendosi al quantitativo di stupefacente richiesto.

In diverse occasioni gli indagati raccomandavano di usare prudenza perché potevano esserci carabinieri in borghese nei paraggi, per cui le consegne dovevano avvenire con estrema rapidità. Spesso, effettuata la consegna “lampo” della droga, gli spacciatori si dileguavano immediatamente correndo sui binari.

Nel corso delle indagini è emersa peraltro l’eccezionale “reattività” degli indagati rispetto alle numerose richieste avanzate dagli acquirenti, in ogni ora del giorno, e la costante disponibilità dello stupefacente. In un caso, di fronte all’impossibilità di garantire la vendita entro i tempi garantiti, un acquirente protestava vivacemente riferendo all’interlocutore che se avesse voluto “diventare Pablo Escobar” avrebbe dovuto modificare atteggiamento e mostrarsi “sempre all’erta con i clienti”.

Le indagini hanno consentito di ricostruire decine di episodi di compravendita e comporre un solido quadro indiziario, anche grazie ai numerosi servizi di osservazione e pedinamento.

Ai due indagati di 33 e 22 anni è stata applicata la misura degli arresti domiciliari mentre al 19enne l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Somma Vesuviana, la replica di Molaro, presidente del comitato Festa di San Gennaro, in merito ai “conti”

Da Antonio Molaro, presidente del Comitato Festa di San Gennaro, riceviamo e pubblichiamo una replica all’articolo di Alessandro Masulli pubblicato qui

“IL COMITATO è l’espressione di persone che vogliono perseguire uno stesso obiettivo. In questo caso i festeggiamenti del santo patrono che non escludono, né vanno in contrasto con gli obiettivi laici. Al contrario, è da 3 anni che abbiamo fondato il comitato ed abbiamo sempre cercato di non essere mai invadenti e di cercare di apportare un nostro contributo alla festa religiosa.

È sempre stata nostra intenzione di cercare di organizzare una festa per tutta la popolazione sommese. Per coloro che hanno avuto la possibilità di contribuire e soprattutto per quelli che non hanno potuto farlo.

Sarò ben lieto di dare tutte le risposte su come vengono impiegati i soldi dei contributi. La legge mi impone di avere i conti in regola e quindi con le entrate e le uscite.È tutto rendicontato e non è  mai stata nostra intenzione di nascondere qualcosa o infrangere la legge. Non è nel nostro animo. Chiunque mi conosce sa bene che persona sono. Anche il Maestro Masulli, spero.

I contributi chiesti ai commercianti sono espressamente volontari.

In merito alla lista che è stata pubblicata, tengo solo a precisare che è stato solo e soltanto per ringraziare chi ha voluto sostenerci e per dargli merito,perché,senza il loro apporto economico, la manifestazione non sarebbe stata possibile.

L’idea dei buoni e cattivi non ha alcun fondamento.

Per noi è stato doveroso ringraziarli in tale modo.

Colgo anche l’occasione per ringraziare il Sindaco Salvatore di Sarno che, come è suo modo di fare, ci ha “messo la faccia” aiutandoci con la vendita dei biglietti della lotteria, perché sapeva che era una bella occasione per la popolazione tutta.

Sulla lotteria tengo a precisare che è stata fatta dietro richiesta e approvazione sia della prefettura di Napoli che del Monopolio di Stato. I premi sono stati tutti pagati fino all’ultimo centesimo ed anche le tasse sui montepremi.

Ancora non è stato trovato il vincitore del primo premio. Scaduti i termini, il Premio sarà gestito come da regolamento del Monopolio.

Il comitato non riceve e riceverà NIENTE.

Come per la lotteria Italia, le schedine del lotto o altri sistemi di gioco a premi può succedere che non subito il vincitore si trovi, ma io confido che prima della scadenza dei termini si manifesti.

Il Monopolio di Stato non impone un notaio per l’estrazione, perché, avendo programmato un’ESTRAZIONE PUBBLICA c’era bisogno del presidente dell’Ente che la organizza, di un incaricato del comune (Sindaco, Vicesindaco, ecc) e del pubblico. Tutto regolarmente fatto. Nell’ampolla sono stati inserite unicamente le matrici dei biglietti venduti. Appena si manifesterà il terzo vincitore, sarà redatto un verbale che sarà spedito al Monopolio, al Prefetto e al Comune come da disposizioni del Monopolio di Stato.

 

Il Presidente del Comitato Festa  San Gennaro

Antonio Molaro

Quando i Vesuviani “poveri” mangiavano pane impastato anche con il gesso e carni di animali uccisi dalle malattie e dal veleno

I  Regolamenti municipali di Torre Annunziata e di Ottajano, approvati tra il 1876 e il 1878, forniscono importanti notizie sulla “corruzione” degli alimenti destinati alla mensa degli “umili” e sui criminali imbrogli di panettieri e macellai, e ci permettono anche di ricostruire una immagine autentica di quella “mensa”.  Solo i maccheroni, diventati ormai un prodotto industriale, non erano minacciati da pratiche inquinanti. La camorra del contrabbando delle carni. La crisi del mito della “buona tavola”  e dei “sapori di un tempo” .

 

Il mito della “buona tavola” del passato e dei “sapori” di una volta è stato già da tempo smontato, per l’Italia del Nord, da Camporesi e da Portinari; ma nel Napoletano ha resistito più a lungo, anche perché la storia dell’alimentazione napoletana solo a fatica è riuscita a liberarsi dal “colore” dei luoghi comuni: e forse non è ancora libera del tutto. Il Regolamento municipale di Torre Annunziata, stampato dalla “Tipografia dei Comuni” nel 1878, nel capitolo dedicato alla “salubrità degli alimenti e delle bevande” ricorda che “è vietata la macinazione del grano nei mulini da gesso”: gli amministratori non avrebbero dedicato un articolo a parte, il 61, al divieto, se non avessero avuto la certezza che qualcuno era solito macinare il grano insieme al gesso. E infatti gli articoli 62 e 63 fanno divieto assoluto di alterare le farine di frumento “con sostanze inorganiche nocive, quali sarebbero la polvere d’alabastro, di creta, di allume”, e di usare, “per la panificazione”, “acqua di gesso e solfato di rame”. La guerra contro i “panizzatori” vesuviani, che si combatte per tutto l’Ottocento, alla fine del secolo pare ancora una guerra persa. Gli amministratori di Torre, come quelli di Sant’Anastasia e di Portici, proibiscono ai panettieri di servirsi “nella confezione del pane di farine provenienti da cereali guasti o altrimenti corrotti, avariati o raccolti sul lido del mare”: e i piatti delle loro bilance, “quando non fossero di vetro o di porcellana”, devono essere “perfettamente stagnati, e tenuti nella massima nettezza”. I fruttivendoli non possono “esporre in vendita” la frutta “evidentemente immatura o fradicia “ – nel 1841 il sindaco di Ottajano lo aveva ricordato ai “verdurieri” con un manifesto dal tono assai severo- : invece, pare che non sia condivisa da altri Comuni  l’attenzione che gli amministratori di Torre dedicano alla vendita dei funghi, soprattutto di quelli conservati nell’olio, nel sale e nell’aceto, che potrebbero essere “gravemente nocivi alla salute”.

I “nemici” dichiarati della salute degli “umili” e dell’infima classe” erano, con i panettieri, i beccai, ai quali capitava, troppo spesso, di vendere carni “infracidite” o provenienti da animali o “uccisi in conseguenza di qualsiasi malattia” o curati con “sostanze venefiche o a dose venefica, quali preparati d’arsenico o di noce vomica.”  Già a metà dell’Ottocento i medici avevano lanciato l’allarme sullo stretto rapporto tra le pericolose “febbri viscerali” e l’uso alimentare di carni suine “corrotte”: il Regolamento di Torre dispone, con l’art. 76, che “la vendita di carni fresche di suini sarà permessa soltanto in alcuni tempi dell’anno, che verranno indicati dal Sindaco con apposito manifesto”. E che nessuno ricorra al vecchio trucco di falsificare i bolli sanitari o di “apporre alle carni in vendita bolli levati da altri animali uccisi o già venduti”: le guardie urbane erano ormai esperte nello smascherare quasi ogni tipo di imbroglio. Tra Pollena e Sant’ Anastasia agiva, in quegli anni, un potente clan di contrabbandieri di carni fresche, che “copiava” con grande maestria i “bolli sanitari” di molti Comuni. Ma un articolo a parte merita  la “corruzione” dei vini, dei gelati e delle bevande, anche perché i divieti e gli avvertimenti consentono di delineare i confini dell’alimentazione degli “umili”. A Torre, a Palma e a Sant’Anastasia i bufali e i tori, “all’entrare nei luoghi abitati” dovevano essere opportunamente legati con almeno due funi, una “stretta alle corna”, l’altra “alla testa e a una gamba”, perché “le bestie fossero impossibilitate alla libera corsa”: “non si faranno camminare troppo in fretta e non verranno stimolate e percosse”.

Il Regolamento di pubblica igiene del Comune di Ottajano viene approvato nel 1876 – il sindaco è Luigi Casotti- , e poi modificato nel 1885 e nel 1887 nella sostanza degli articoli che riguardano una materia complessa, la “pulizia e la sicurezza dei luoghi pubblici”. Rimane sostanzialmente invariato il cap. V, sulla “salubrità degli alimenti posti in commercio”, che si limita a spiegare che si intendono per “insalubri” “ i frutti guasti o “malsani per immaturità; le carni imputridite, i cereali alterati, i legumi infraciditi, i pesci che hanno subito un periodo di fermentazione”: il giudizio definitivo spetta solo alla Commissione Municipale di Sanità. Gli alimenti che la Commissione dichiarerà “guasti, adulterati o altrimenti insalubri” saranno immediatamente sequestrati e distrutti: non si esclude che in qualche caso possano essere utilizzati” per qualsiasi altro uso innocuo da indicarsi dal proprietario e con le condizioni prescritte dall’ Autorità Municipale.”.