Di seguito il racconto del Prof Carmine Cimmino “le salutari erbe del Vesuvio”
Gaetano Improta disegnò, con la rabbia delle parole, il quadro delle viti di coda di volpe che si stendevano, scheletri neri, dal Tuoro del Ciciariello fino alla Carcava, “ e quasi ti pregano di essere bruciate, perché nessuno veda che non faranno vino, ma solo umori di veleno”. E poi la puzza che viene su, notte e giorno, come un turbine di lento vapore, “ in quello che fu il paradiso della catalanesca e della coda di volpe”. Ma il podestà di Atejano Osca, paese del Vesuviano interno, quel 10 marzo del 1938 fece capire, passandosi le mani sui biliosi occhi di capra, che si era rotto i santissimi. Mo’ basta. Si alzò in piedi, il podestà Camillo Vigliano, costruttore di palazzi, aprì la finestra dello studio sulla cartolina del Monte Somma immerso nello sfavillio dei toni verde-azzurro e dei sereni celesti, e indicò la scena al dott. Improta, che quella ossessione degli odori se la portava nel sangue, perché i suoi avi, già nel Settecento, erano stati aromatari importanti, e uno di essi aveva scritto anche un libro sulle erbe del Somma – Vesuvio. E “noi – sillabò mutrioso il podestà di Atejano- noi dovremmo squarciare il ventre di questa bellezza solo perché tu e i tuoi vi siete fissati che là sotto dei delinquenti hanno nascosto migliaia di bidoni con le scorie del petrolio bruciato nelle raffinerie di Napoli, e con quelle che le navi scaricano a mare prima di entrare nel porto, e che gli operai del nostro amico Giovanni Torelli spazzano via, ogni giorno, con tanta fatica?”. Si fermò il podestà, a riprendere fiato, e a rimproverarsi “ forse non dovevo dire “il nostro amico” , ma si perdonò subito,” e che me ne fotte? Lo sanno tutti che Giovanni è un mio amico”.
Quando si girò verso Improta, il podestà aveva indossato la maschera trucida del mazziere: tentò di impastare di cattiveria anche la voce, ma, come al solito, la voce gli uscì come un fischio quequero di tortora, “ e poi, ti rendi conto di quante persone lavorano nelle raffinerie, e nella ditta di Torelli? Centinaia, senza contare gli annessi e i connessi. Dunque, è venuto il momento di mettere punto, di finirla con questa storia: se tu e i tuoi continuate a straparlare che là sotto ci sono migliaia di bidoni pieni di veleno, e che questa roba spacca i polmoni delle persone e le viti e gli ulivi, e che da lì viene il cancro, se non cessa tutto questo bailamme, e ne nasce qualche moto di piazza, te la vedi nera, dottore, ma nera nera.”. Si bloccò sull’impassibilità metallica di Improta, si incazzò, gli puntò il dito sul petto : “E poi attento ai nomi. Il popolino incomincia a ciuciuliare che i bidoni stanno nelle selve di Giovanni Scario, hai capito, di Giovanni Scario, e tu sai cosa muove, l’avvocato, nei palazzi di Napoli e in quelli di Roma.”. Gaetano Improta uscì dallo studio con un enigmatico arrivederci. Per strada pensò solo a lei, a Sara, a come si stringeva a lui negli ultimi giorni, e gli chiedeva, tra gli scoppi sanguigni della tosse, “perché devo morire così, a ventisette anni “, e lui non rispondeva, e non poteva nemmeno stringerla troppo, e doveva obbedire al medico che gli ordinava di uscire dalla stanza. Al suo funerale aveva giurato, a voce alta, che chi aveva provocato la sua morte, avrebbe maledetto il giorno in cui era nato. La sera il maresciallo Garella lo aveva esortato a essere prudente, e il podestà aveva chiesto a Pepe Mastriani, alto funzionario delle Biblioteche Storiche di Napoli, studioso di carte antiche, scrittore, cosa avesse voluto dire, con questo “infelice giuramento “ il suo amico Improta, “ha voluto fare un po’ di scena ?”, e Mastriani aveva risposto, asciutto, “il dottore non è uno che fa scena”, e il suo sguardo si era smarrito nel vuoto.
Una settimana dopo morì Gemma, la sorella più giovane di Vincenzo Miranda, il “don”, l’ultimo dei guappi, che vendeva attrezzi e materiali per le costruzioni, e che, quando vide la sorella immobile nell’agonia, afferrò per la giacca il dott. Stefano Salemme, e gli gridò: “caccia fuori la medicina per mia sorella, lo so che ce l’hai, lo so che la date solo ai pezzi grossi.”. E poi si mise a piangere, mordendosi le labbra. Al funerale si avvicinò al dott. Improta – Gemma e Sara erano amiche -, l’abbracciò e gli disse: “Domani scavo al Ciciariello.”. La mattina dopo gli operai di don Vincenzo Miranda incominciarono a scavare nella selva del Tuoro che era ancora demanio, ma già si sapeva che in estate il sindaco l’avrebbe dichiarata patrimonio del Comune, e venduta a suo fratello, il notaio. La gente osservava dalla cappella della Vergine, a un centinaio di metri. Scavarono per tre ore, poi verso le undici, mastro Alberto gridò dalla fossa: ci siamo, e don Vincenzo e Gaetano Improta scesero giù, sguazzando nella zacchera di nero grasso che sudava giù dai bidoni scoperchiati, spaccati. La puzza di fradicio li fiaccò, e anche il sindaco, che arrivò con una squadra di “camicie nere”, si mise la mano davanti alla bocca, dopo aver mormorato, a fatica, a don Vincenzo, “ Mo’ basta, mo’ ce lo vediamo noi, non fare cazzate”.Uscirono centinaia di fusti, il giudice Carillo fece la voce grossa con tre funzionari delle raffinerie, tre mezze calzette, con un capo-operaio del Torelli, che si addossò la responsabilità tutta intera, e con due guardiaboschi di Giovanni Scario, i quali bestemmiando giurarono che Scario non sapeva nulla, che l’affare con quelli della raffineria l’avevano ‘nciarmato in proprio. Gaetano Improta notò, ancora una volta che non è facile dire bugie, e non dimenticò che Scario, davanti alla Chiesa del Rosario, lo aveva sguardato stringendo le narici in un sorriso a punta, che diceva chiaramente: “Non sei nessuno”. Dieci giorni dopo gli Atejanesi festeggiarono la Madonna dell’Arco, balli, tammorre, carri, e costumi storici. Nella predica della vigilia, ultima della novena, il parroco don Filippo Acocella incitò il popolo tutto a pregare la Vergine perché allontanasse da Atejano le nere nuvole della sofferenza, come faceva da secoli. A mezzogiorno nel bar “La Pergola” si parlava solo del rito “dell’incensamento”, che si teneva da due secoli, un’ora prima della processione: i quattro “notabili” portatori delle aste del baldacchino in seta e in oro sotto il quale procedeva il sacerdote con il Santissimo venivano purificati con i vapori dell’incenso e di altre spezie dal turibolo di argento massiccio agitato dal “profumiere”:
Disse Franco Ciliento, l’agronomo, a Pepe Mastriani: “ Verrà purificato per ultimo Giovanni Scario, che è il portatore più importante, quella della prima asta di destra, e il turibolo verrà mosso, dovrebbe essere mosso, come ogni anno, dal dott. Improta. Tu credi che si presenterà?”. “Credo di sì” disse Mastriani, e l’agronomo aggiunse: “ Lo penso anche io, sta uscendo dal dramma, a poco a poco. In questi giorni l’ho incontrato due volte in montagna, sul Cacciato e sul Papiglione, abbiamo parlato del più e del meno, teneva in mano mazzetti di erba vorraccia e di vitalba fiammella..”. Il giorno della festa Giovanni Scario stava in ginocchio, nel silenzio della folla, sul gradino più basso dell’altare della Confraternita dell’Angelo, e indossava l’abito ricamato del primo Ottocento, fatto di strisce di seta azzurre e rosse, con fregi in argento. E aveva sorriso, all’ingresso, agli applausi dei fedeli, e aveva pensato, ancora una volta, che quel privilegio gli era costato parecchio, ma era stato un buon investimento: Sorrise anche, ma solo con gli angoli della bocca, quando Gaetano Improta, in tunica bianca, gli si mise di fronte, reggendo il turibolo.In quel momento, Pepe Mastriani che aveva consumato la sua notte ripensando alle parole di Franco Ciliento, e le prime ore del mattino a sfogliare, nel suo studio, quaderni e cartelle, e si era infine bloccato a leggere tre, quattro volte, un foglio tirato fuori da un fascio di carte, si scosse, balzò nell’auto, si diresse verso la Chiesa della Confraternita. Vi entrò mentre Giovanni Scario, avvolto dai vapori, incominciava a distendersi sui larghi scalini dell’altare, come fanno i fujenti quando arrivano davanti all’ icona della Vergine, nel Santuario della Madonna dell’Arco. Dopo lunghi minuti il turibolo si fermò, i vapori si sciolsero, e videro, i preti e i fedeli, che Scario restava steso, e era scosso da un tremito che lo agitò ancora per poco, e poi si spense. Accertarono, due medici presenti, che il “notabile” era morto, e che la sua faccia si sformava in un livido gonfiore. Mastriani si avvicinò all’ Improta, che aveva gettato a terra il turibolo, dietro all’altare. Gli disse: “ Ho capito troppo tardi. Lo scrisse un altro Gaetano Improta, il tuo antenato, nel suo libro del 1745. I vapori della vorraccia e della vitalba, respirati per minuti, fanno scoppiare il cuore e i polmoni. E ora?”. Il dott. Improta sorrise, amaro: “racconterò al giudice quello che ho fatto. Spero che mi creda. Se non lo facessi, questo sarebbe un assassinio, e non un atto di giustizia. Scrivilo, che mi sono sacrificato per la giustizia.”.







