Nola, museo storico: Maurizio De Giovanni presenta il suo ultimo romanzo “Nozze”

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Maurizio De Giovanni presenta il suo ultimo libro “Nozze”. L’autore dei “Bastardi di Pizzofalcone” sarà a Nola oggi, venerdì 10 gennaio, ospite del circolo culturale Passepartout e del “Lions Club Nola Host Giordano Bruno” presieduto da Gaetano Rosario Porcaro. 
L’appuntamento è alle ore 17.30 nel salone del museo storico archeologico di via Senatore Cocozza. All’incontro, oltre all’autorue, interverranno il sindaco Gaetano Minieri e il direttore del museo Giacomo Franzese.
In scaletta anche la lettura di alcuni brani a cura di Gennaro Caliendo.
“Una nuova opportunità per Nola di conoscere, ed apprezzare, lo stile letterario di uno scrittore figlio del Sud che ha saputo trasmettere emozioni e contaminazioni accreditandosi tra gli autori più stimati del panorama letterario italiano – spiegano gli organizzatori – un onore ed un piacere avere Maurizio De Giovanni a Nola che saprà offrire la giusta occasione per un confronto ed un dialogo stimolanti”.
Lo scrittore Maurizio De Giovanni

Acerra, scoperto un altro panificio abusivo. Borrelli e Filosa: “La coppia verrà perseguita duramente. Ci stanno avvelenando.”

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Nella giornata di ieri 9 gennaio, i Carabinieri della compagnia di Castello di Cisterna, hanno scoperto una coppia, marito e moglie, che producevano abusivamente pane nel seminterrato della propria abitazione ad Acerra, utilizzando come combustibile per i forni anche pedane con chiodi arrugginiti.

La coppia è stata denunciata mentre il locale sottoposto a sequestro e il pane prodotto distrutto.

“Produrre pane o qualsiasi genere alimentare con materiali che possono gravemente contaminarlo è un vero atto criminale che mette a repentaglio la salute e la vita delle persone. Queste persone, questi delinquenti, ci stanno avvelenando.  La coppia che produceva il pane in modo illegale dovrà essere perseguita duramente.”- hanno commentato così il Consigliere Regionale dei Verdi Francesco Emilio Borrelli e Mimmo Filosa Presidente dell’Unipan l’associazione dei panificatori della campania.

Credit foto: web.

Somma Vesuviana, cane di sei anni ucciso da giovane pitbull. La famiglia: “Vogliamo giustizia”

Dodo aveva sei anni, era un simpatico meticcio che viveva libero nel giardino della famiglia Alaia, in via Zingariello. Dodo ha attraversato il “ponte” nella maniera più triste, azzannato e ucciso da un altro cane, il pitbull che da un anno viveva nella casa accanto. 

Di questa storia raccontiamo solo i fatti, non sta a noi giudicare di chi sia la colpa. Ci sono esposti all’Asl, alla polizia municipale e ai carabinieri, prima e dopo.

La famiglia di Dodo, ancora sconvolta dalla sua perdita, racconta che la vita felice del cane di casa è finita quando nella proprietà accanto è arrivato un pitbull. Da quel momento in poi comincia l’incubo. I pitbull sono cani che possono essere feroci o dolcissimi, ma qui la razza non è in discussione. Fatto sta che i due cani non si piacciono, il pit diventa sempre più grosso e ringhia costantemente contro Dodo. Un giorno riesce ad azzannarlo e a ferirlo all’orecchio. Chiaramente una lotta per il territorio e in questi casi, se non si riesce a tenere a bada il proprio cane, si rischia la tragedia.

Da quel giorno, da settembre 2019 cioè, la famiglia Alaia  inizia ad allertare le autorità competenti dall’Asl alla polizia municipale locale all’ufficio competente di Cercola ma, dopo ogni intervento, la situazione si risolveva con un verbale e una richiesta di maggiore attenzione alla proprietaria del pitbull. Per evitare che Dodo si avvicinasse alla rete di recinzione dove c’era l’altro cane, la famiglia Alaia, a malincuore, è stata costretta a tenere Dodo legato. “Volevamo proteggerlo- racconta in lacrime la signora Alaia – volevamo evitare il peggio. Ho implorato più volte l’intervento della polizia municipale e dei veterinari di Cercola ma tutti hanno sottovalutato la situazione. Quel cane è aggressivo e pericoloso e lo sanno tutti, qui ci sono bambini, i miei nipotini e se avesse azzannato anche uno di loro? Noi amiamo i cani, li adoriamo. Adoravamo il nostro Dodo…”.  Il 5 gennaio la tragedia prende forma: il pitbull squarcia la rete di recinzione e azzanna, ferendolo gravemente, il povero Dodo. La scena che si presenta davanti agli occhi del figlio della signora Alaia è a dir poco raccapricciante: il pit azzannava il povero Dodo, ormai agonizzante, e il sangue schizzava ovunque nel piccolo giardino. Le urla strazianti del giovane, l’arrivo della padrona del pitbull che cerca di calmarlo e la corsa disperata verso una clinica veterinaria: tutto accade in un attimo. Dodo viene portato al pronto soccorso della clinica veterinaria di Casalnuovo, dove morirà poco dopo.

Il giovane della famiglia Alaia in serata posta una foto del cane agonizzante sul Facebook e dà libero sfogo al suo dolore invocando giustizia. Il post, pubblicato sul gruppo “Succede a Somma Vesuviana”, sarà poi rimosso. Nel frattempo viene sporta denuncia alla caserma dei carabinieri, ai quali sarà dettagliato tutto l’iter dell’ultimo anno e le continue richieste d’aiuto fatte alle autorità competenti. Il pitbull ovviamente viene allontanato  ed è tuttora  presso una struttura adeguata a casi simili. Tra qualche giorno, stando a qualche indiscrezione, il grosso cane potrebbe essere rilasciato e tornare  a casa ma la famiglia Alaia non ci sta. “Ci siamo affidati ad un avvocato, andremo fino in fondo. Non importa quanto tempo ci vorrà ma tutti quelli che sono stati inadempienti dovranno pagare” . Chi ha ucciso Dodo? Il pitbull o la superficialità e l’indifferenza di tanti?

Inceneritore di Acerra, l’allarme di ambientalisti e PD: “Rischi per i cittadini”

 

Fumo nero dai camini dell’inceneritore di rifiuti. La foto, impietosa, è stata scattata ieri mattina da un cittadino del posto che l’ha poi fatta girare nel web. E’ un’immagine che sta facendo preoccupare. “Chi deve garantire la nostra salute? Chi ci assicura che tra i rifiuti solidi urbani di Napoli conferiti o ancora da conferire all’inceneritore non si nascondano rifiuti speciali e pericolosi, che per legge non devono essere bruciati?”. E’ questo intanto il dubbio sostanziale avanzato dagli ambientalisti acerrani, guidati da Alessadro Cannavacciuolo, e dal Partito Democratico di Acerra sul via libera allo smaltimento nel termovalorizzatore delle 600 tonnellate di rifiuto tal quale proveniente dal capoluogo in emergenza. In un comunicato i democrat definiscono “inaccettabile questa situazione anche alla luce del fatto che Napoli non si è dotata di impianti intermedi” auspicando che “la Regione Campania inauguri una nuova stagione della gestione dei rifiuti anche attivando le bonifiche e rendendo più chiaro, efficace e trasparente il sistema di controllo della qualità dell’aria”. “C’è un problema di trasparenza – concludono i democratici – che coinvolge pure il ruolo istituzionale del sindaco di Acerra”. Dopo la pubblicazione dei dati allarmanti dell’Arpac sulla qualità dell’aria ad Acerra, relativi al 6 e 7 gennaio, gli ambientalisti hanno presidiato l’ingresso del termovalorizzatore per denunciare l’arrivo di rifiuti direttamente da Napoli, giunti senza passare per il trattamento di tritovagliatura degli stir, ormai in grave sofferenza tecnica. Ma i dati del 6 e del 7 sono stati poi annullati dalla stessa Arpac “per un guasto alla centralina”. “Quando siamo andati a protestare Sapevamo benissimo – puntualizza Cannavacciuolo – che l’inceneritore può anche bruciare il tal quale. Ma chi ci garantisce che nel tal quale non siano finiti anche amianto, rifiuti radioattivi, batterie, mercurio o altro ancora ? A Napoli del resto sta succedendo di tutto. La gente sta scaricando attorno ai cassonetti qualsiasi cosa per cui – si chiede ancora l’ecologista – perché noi che in questi territori facciamo la differenziata e paghiamo la tassa sui rifiuti dobbiamo poi pagare lo sfascio di Napoli”. Gli ambientalisti hanno chiesto e ottenuto l’arrivo, l’altro giorno, nel termovalorizzatore dei carabinieri del NOE, il Nucleo Operativo Ecologico. Effettuato un controllo sulle attività di smaltimento. Nel frattempo ieri l’Arpac ha pubblicato l’ultimo dato sulla qualità dell’aria di Acerra. I valori hanno sforato anche ieri, ma di poco. Si sono tenuti molto bassi: 53 microgrammi per metro cubo di pm10, 3 microgrammi più del livello massimo consentito. Valori irrilevanti invece nella zona industriale della città.

Sant’Anastasia/Concorsopoli, Montuori dinanzi ai pm

Avrebbe confermato tutte le risultanze delle indagini, l’imprenditore salernitano Alessandro Montuori, titolare della Agenzia Selezioni e Concorsi. Difeso dagli avvocati Vincenzo Desiderio e Antimo D’Alterio, Montuori è il secondo indagato, dopo l’ex consigliere Pasquale Iorio che è già da dicembre è ai domiciliari, a comparire volontariamente dinanzi ai pm Luca Pisciotta e Antonella Vitagliano per rispondere del proprio coinvolgimento nell’inchiesta che ha fatto venire fuori l’irregolarità dei concorsi pubblici tenutisi a Sant’Anastasia.

Per il momento l’imprenditore, colui che materialmente truccava le prove concorsuali, resta in carcere così come l’ex sindaco Lello Abete e l’ex segretario comunale Egizio Lombardi. Mentre in Procura ancora si continuano a sentire altri candidati, Montuori ha raccontato ai pm tutto ciò che poteva, comprese le modalità utilizzate per alterare i risultati delle prove. I pm gli hanno chiesto nomi, circostanze, luoghi, modalità e lui avrebbe risposto ad ogni cosa, negando però di aver preso soldi per modificare le graduatorie facendo risultare primi alcuni candidati rispetto ad altri. Avrebbe ammesso, infatti, di aver accettato di truccare le prove ma di averlo fatto per «accreditarsi» ulteriormente nei confronti di chi avrebbe, in seguito, potuto ancora utilizzare i servigi della sua agenzia.

Dalla determina 1205 di ottobre 2019 si evince che l’agenzia è stata pagata, per i tre concorsi anastasiani, con la somma di 15mila e 900 euro. Altri soldi, secondo la versione che l’imprenditore avrebbe reso ai pm, non sarebbero entrati nelle sue tasche.

 

Palma Campania, al via la stagione teatrale: domani la conferenza di presentazione

Si terrà domani, 10 gennaio 2020, alle ore 12, presso il Palazzo Municipale di Palma Campania la presentazione della prima stagione teatrale del comune. 

Sarà affidata a Nicola Le Donne, attore con una corposa esperienza teatrale, la direzione artistica della prima stagione teatrale del comune di Palma Campania. La rassegna, suddivisa in 8 spettacoli, si svolgerà da gennaio a maggio.

“La mia idea di teatro – afferma il direttore artistico Nicola Le Donne – è semplice: offrire alle persone spensieratezza, risate e leggerezza, senza per questo perdere di vista i contenuti, che non saranno mai banali o di basso profilo. Il teatro ci fa stare insieme e ci fa dialogare ed è molto importante. Sono felice ed emozionato, spero di poter contribuire ulteriormente allo sviluppo dell’attività teatrale su questo territorio”.

Della stessa opinione anche il primo cittadino di Palma Campania, Nello Donnarumma: “Una simile iniziativa rappresenta un’opportunità unica, in quanto ci consente non solo di incentivare un’attività meritevole di essere coltivata e diffusa come il teatro, ma anche di riqualificare la nostra sala teatrale che necessitava, per ritrovare lo splendore che merita, più attenzione e di chi se ne prendesse cura in maniera costante ed appassionata, come sicuramente saprà fare il nostro nuovo direttore artistico Nicola Le Donne, al quale va il mio grandissimo in bocca al lupo per questa nuova esperienza”.

 

Somma Vesuviana, Il ricordo di Don Peppino Romano a 34 anni dalla sua morte

In Italia non era mai accaduto un agguato mortale ad un uomo con la tonaca. Quell’uomo fu don Peppino Romano, parroco di Somma Vesuviana, docente di Scienze nel locale liceo Scientifico Torricelli. Rimasto gravemente ferito, morì 34 anni fà in ospedale, proprio quando sembrava che potesse salvarsi. Il ricordo in un’ intervista al giornalista e scrittore Bruno De Stefano.

 

Era la mattina del 5 gennaio del 1986 quando, all’estremità di via Mazzini nel popoloso Rione Raimondi di Somma Vesuviana, un commando si affiancò a una Volkswagen Golf e sparò a ripetizione su un uomo che guidava l’auto. Quell’ uomo era don Peppino Romano, parroco di Somma Vesuviana, docente di Scienze nel locale liceo Scientifico E. Torricelli. Dopo la sparatoria, rimasto gravemente ferito, morì pochi giorni dopo in ospedale, proprio quando sembrava che potesse salvarsi, come afferma il brillante giornalista Bruno De Stefano nel suo libro “I Grandi Delitti che hanno cambiato la storia d’Italia”, Ed. Newton Compton.

Don Peppino era nato il 3 gennaio 1934 a Somma Vesuviana nella Masseria Serpente, famiglia contadina la sua. Le sue incoscienti frequentazioni avevano creato non poco imbarazzo alla Chiesa: il giovane parroco della Chiesa di San Michele Arcangelo di Ottaviano, infatti, era amico sin dalla giovinezza di Raffaele Cutolo, divenuto poi il potente e sanguinario capo della nuova camorra organizzata. Don Peppino  lo aveva preso sotto il suo manto protettivo quando era solo un esagitato giovanotto ottavianese e lo aveva seguito pure dopo il primo omicidio avvenuto nel 1963 per futili motivi contro un coetaneo. I due non avevano mai smesso di volersi bene e di restare in contatto neppure quando Cutolo era, poi, diventato il capo della nuova criminalità organizzata. Oltretutto il Romano – continua Bruno De Stefano –  era in eccellente rapporto soprattutto con Donna Rosetta, la sorella del boss, che gli chiese di aiutarla soprattutto dopo che il fratello era finito in carcere per l’uccisione sopra citata. Cutolo, come ben sappiamo, fu ritenuto insano di mente e spedito all’ospedale psichiatrico di Aversa. Qui Don Peppino gli fece visita ben due volte: sui registri d’ingresso, infatti, il prete risultava attestato una volta come cognato e la volta successiva come cugino. Quando Cutolo tornò in carcere, dopo la latitanza, ormai condannato all’ergastolo, Don Romano diventò uno dei principali riferimenti di Rosetta, la donna che gestiva la cassaforte del clan e si occupava di tenere i rapporti con gli affiliati in libertà. Il vantaggio di indossare l’abito talare lo portò a fare da autista e da accompagnatore alla donna per diverso tempo, soprattutto quando quest’ultima fu costretta a darsi alla latitanza. Nel maggio del 1983, però, Don Peppino fu arrestato con l’accusa di favoreggiamento dopo il ritrovamento, in un appartamento, di un carteggio dal quale si arguì che tra il prete, il boss e sua sorella c’erano stati rapporti che nulla avevano a che vedere con la fede. Un’altra documentazione compromettente fu rinvenuta nell’abitazione del sacerdote a Somma Vesuviana. Secondo la magistratura napoletana, don Peppino Romano non era estraneo all’organizzazione camorristica. Tant’è che fu spedito ad un soggiorno obbligato a Macerata. Tale provvedimento fu poi revocato dopo due mesi. Comunque – continua Bruno De Stefano – le disavventure giudiziarie e la sgradevole fama di “amico del boss” non lo disturbarono più di tanto. Uscito indenne dal processo alla NCO, assistette da libero cittadino alla progressiva demolizione del clan messo in piedi da Cutolo, decimato da arresti e condanne. Don Peppino tornò alla sua vita quotidiana di docente di Scienze e di sacerdote, e sebbene non abbia mai preso le distanze né rinnegato quelle imbarazzanti frequentazioni. La Chiesa nei suoi confronti non adottò alcun provvedimento. Rimase a Somma Vesuviana e non ritenne di aver fatto nulla di male per infliggersi un esilio volontario. La decisione di restare, però, si rivelò però un errore fatale. La guerra di camorra non era ancora finita. Tra la NCO e la Nuova Famiglia c’era ancora qualche conto da regolare: la lista di persone da eliminare era lunga. E in quell’elenco ci fu pure il prete amico di Cutolo.

Ignorato dai media e dimenticato dalla Chiesa, Don Peppino Romano non ha mai avuto giustizia. Killer e mandanti – conclude Bruno De Stefano – non sono mai stati arrestati e stranamente nessun collaboratore di giustizia ha mai saputo confermare chi lo abbia ammazzato.

Torre Del Greco, in scooter con 14 kg di cannabis: preso anche il complice

I Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile di Torre del Greco hanno arrestato Eugenio Consolato in esecuzione di un provvedimento cautelare emesso dal GIP di Torre Annunziata, su richiesta della locale procura.
Consolato, 36enne del posto,sfuggì all’arresto nel novembre scorso, quando, insieme al 27enne Vittorio Gargiulo, fu sorpreso a bordo di uno scooter con due sacchi neri colmi di marijuana.
Era a volto scoperto e i militari lo riconobbero facilmente. I carabinieri scoprirono poi che fosse vicino di casa del complice. Arrestato, Consolato è ora ai domiciliari.

Truffa alle assicurazioni, così agiva la banda tra Avellino, Napoli e Sant’Anastasia

Una banda specializzata nelle truffe alle compagnie di assicurazioni di cui facevano parte un avvocato, due giudici di pace, un cancelliere, un medico del Loreto Mare e altri  professionisti. Inchiesta portata a termine con arresti e misure cautelari nonostante le precauzioni degli indagati che si incontravano sempre in ambienti videosorvegliati ed utilizzavano schede telefoniche dedicate da cambiare spessissimo. 

Dieci le ordinanze di custodia cautelare (14 sono gli indagati a piede libero) firmate dal gip al termine delle indagini condotte da pm romani, una pista imboccata grazie alle troppe coincidenze rispetto agli incidenti stradali simulati ad arte che però venivano indennizzati con soldi veri dalle assicurazioni. Le accuse: associazione a delinquere, truffa e falsi seriali. L’inchiesta è stata condotta dal procuratore Roberto Cucchiari e dal pm Roberto Cipolla.

In custodia cautelare in carcere c’è l’avvocato Ciro Gioia, del foro di Avellino con studio al centro direzionale di Napoli e a Mercogliano. Secondo la Procura capitolina è lui la mente dell’organizzazione dei falsi sinistri. In custodia domiciliare il magistrato Luigi Esposito dell’ufficio del giudice di pace di Sant’Anastasia, originario di Cercola  da tempo residente a Sorrento, sotto inchiesta il giudice di pace Marcello De Luca che non è però destinatario di alcuna misura cautelare ma indagato a piede libero. Misura di arresti domiciliari anche per l’allora cancelliere Raffaele Rea e suo figlio, nonché per Mohamed Chamalieh, medico di origini siriane in servizio al Loreto Mare. Secondo i giudici era lui a falsificare referti sanitari, quelli indispensabili per ottenere rimborsi di incidenti mai avvenuti.

Per l’avvio dell’indagine che ha portato agli arresti è stata determinante la denuncia fatta da due avvocati napoletani, entrambi fiduciari di Generali Assicurazioni e da qui è partita l’indagine della Procura di Napoli che ha poi dovuto lasciarla – per competenza – ai magistrati della capitale per la presenza dei due giudici di pace

Arresti domiciliari sono stati disposti inoltre per Salvatore e Nunzio D. R., Margherita D. M. e Adele Di Matteo, collaboratrice dell’avvocato avellinese. A mettere la pulce nell’orecchio agli investigatori sono state anche le tante, troppe, coincidenze rilevate in sinistri che sembravano tutti uguali: tutti incidenti con i presunti responsabili che non si trovavano mai. Tutti costruiti su un unico copione: la falsa vittima veniva investita da un sedicente pirata della strada che poi si dava alla fuga. Un componente dell’organizzazione, con l’incarico di «reclutatore» prometteva un compenso a falsi testimoni, la finta vittima dava mandato all’avvocato e altri membri della “banda” l’accompagnavano in ospedale dove il medico compiacente firmava falsi referti, spesso utilizzando vere radiografie, documenti, addirittura cartelle cliniche sottratte agli archivi del Loreto Mare. I documenti, veri o rubati, erano poi consegnati all’avvocato avellinese che faceva partire la richiesta di risarcimento. Ma questa era la parte, diciamo così, più agevole. Perché se poi occorreva l’intervento del giudice, entravano in scena sia quest’ultimo che il cancelliere. Il primo emetteva le sentenze favorevoli, il secondo aveva il compito di dirottare i fascicoli assegnandoli sempre allo stesso giudice. Sono stati accertati, in due anni di indagine, falsi sinistri che hanno fruttato oltre un milione e mezzo di euro. Molti riportavano, quale scena del falso incidente, la statale 268 del Vesuvio.

Tutti i professionisti coinvolti si sono dichiarati al momento estranei ai fatti e pronti a dimostrare la correttezza delle proprie azioni nel gestire le pratiche di indennizzo.

 

Somma Vesuviana, indirizzo turistico e un corso serale: al Majorana si amplia l’offerta formativa

L’Istituto Tecnico Industriale Statale “Ettore Majorana” annuncia le grandi novità 2020 per i prossimi studenti: indirizzo “Turistico”, “Elettrotecnica e Informatica” per il serale. Le iscrizioni sono aperte fino al 31 gennaio c.m.

L’ITIS dell’area vesuviana “Ettore Majorana” ha aperto il nuovo anno con due importanti novità riservate a tutti i ragazzi che si iscriveranno. Oltre ai già esistenti indirizzi di specializzazione in “Elettronica ed Elettrotecnica”, “Trasporti e Logistica”, “Chimica, Materiali e Biotecnologie”, è stato aggiunto “Turismo” e un nuovo percorso di studi serale “Elettrotecnica e Informatica”.

“Con l’indirizzo turistico – spiega il prof. Emanuele Coppola, coordinatore dell’area Ettore Projects – Il Majorana al servizio dei Beni Culturali, si ufficializza un percorso di alta formazione che preparerà tecnici specializzati nel crescente settore della valorizzazione di un territorio che offre infinite possibilità di occupazione e lavoro per i nostri giovani”.

Nelle prossime settimane l’Istituto aprirà le sue porte alle famiglie e a tutti i giovani interessati ad intraprendere un percorso tecnico-industriale: l’open day è previsto nei giorni 11, 18 e 25 gennaio dalle ore 16:00 alle ore 19:00. La scadenza per iscriversi ad uno dei suddetti corsi formativi è il 31 gennaio 2020, mentre per il serale la data si protrae oltre la fine del mese.

“Con il corso serale – aggiunge il Dirigente Scolastico arch. Giuseppe Cotroneo – si va incontro ai tanti giovani e meno giovani che, per motivi di lavoro, sono impossibilitati a frequentare di mattina. Conseguire il Diploma superiore non è mai troppo tardi e non è mai una perdita di tempo”.

Dopo la licenza media, i nuovi studenti che si iscriveranno presso l’ITIS “E. Majorana” avranno la possibilità di ottenere il Diploma di Perito Industriale, utile non solo per garantire sbocchi lavoratori nel settore dell’industria, della programmazione o dell’insegnamento, ma anche per fornire una base efficiente da cui partire per accedere a una qualsiasi facoltà universitaria.

Il corso di studi ha la durata di cinque anni ed è composto dal primo biennio formativo, cui seguono due anni specialistici e infine l’ultimo anno di orientamento. L’Istituto vanta laboratori tecnologici adatti a ogni indirizzo di specializzazione; aule con le moderne L.I.M., le lavagne interattive multimediali; due palestre, di cui una coperta e una scoperta, attrezzate per varie attività sportive, dalla pallavolo al calcio a 5, includendo anche pallacanestro e ping-pong; l’Aula Magna per le rappresentazioni teatrali e le proiezioni cinematografiche e una biblioteca dotata di sala audiovisivi.

(fonte foto: rete internet)