Marigliano, un breve viaggio alla scoperta della generazione ICS

Troppo spesso ci rendiamo conto del valore delle cose quando non le abbiamo più. Probabilmente sta accadendo lo stesso in questi giorni di emergenza Coronavirus che ha costretto tanti giovani concittadini a rinunciare anche ad Aula ICS.

Da qualche giorno, infatti, sono vietati gli assembramenti di persone, i luoghi pubblici sono chiusi e questo pesa anche su quei progetti tesi al recupero della socialità e dell’interazione tra le persone. Aula ICS fa parte di questa categoria. Si tratta di una iniziativa promossa e realizzata dai giovani dell’Azione Cattolica Marigliano: li abbiamo incontrati, con tutte le precauzioni del caso, per ascoltare la loro storia intrisa di solidarietà, responsabilità e senso della comunità. L’idea nasce, come accade quasi sempre, da uno stato di necessità. Il gruppo giovani dell’AC, che contempla la partecipazione di ragazze e ragazzi tra i 18 e i 30 anni, puntualmente viveva una difficoltà durante la sessione di esami all’università: la cronica assenza degli studenti alle prese con la preparazione per gli appelli. Periodi di stress che si concretizzavano in momenti di magra partecipazione alle riunioni e alle attività dell’Azione Cattolica, che prevedono anche un passaggio dalla teoria alla pratica: l’impegno concreto di un gesto visibile che sappia incidere sul tessuto sociale, come la cura delle relazioni o il volontariato. L’importante è mettersi al servizio del prossimo. Di conseguenza, il bisogno impellente di dare continuità agli incontri e la necessità di contribuire al territorio con iniziative di impatto civico e sociale hanno portato, nel marzo del 2019, alla nascita di Aula ICS: un’aula studio sui generis, il cui acronimo sta per “Incontro Confronto Studio”.

“All’inizio – ci racconta Agostino Devastato, responsabile del gruppo giovani – avevamo pensato di organizzare questo spazio direttamente in parrocchia, ma alcuni problemi logistici ci hanno fatto optare per un’altra soluzione. Così abbiamo contattato il comune di Marigliano per sondare la disponibilità di un luogo dove poter sviluppare la nostra idea e alla fine abbiamo individuato insieme l’ex chalet delle magnolie, uno spazio che in seguito alla recente riqualificazione è stato trasformato in un centro socioculturale”.

“Non volevamo rischiare di chiuderci in un circuito prettamente religioso, bensì aprirci alla comunità e al territorio, proprio in virtù dello spirito che anima la nostra azione”, aggiunge Pasquale Antonio Ricci, che si presta anche alla comunicazione social dando vita agli efficaci template realizzati per Aula ICS da Teresa, studentessa di architettura.

Nasce così, all’interno degli spazi pubblici che ospitano anche la biblioteca comunale, in piazza Roma, un’idea di aula studio che prende corpo soprattutto grazie alla sinergia con le altre azioni cattoliche della città e all’impegno dei tanti volontari che si organizzano facendo veri e propri turni di gestione, consentendo dunque l’apertura continuata del luogo. In poche settimane, grazie anche al tam tam sui social e alla sua aura di novità assoluta per la comunità, Aula ICS diventa un punto di riferimento per le nuove generazioni alla disperata ricerca di un centro di aggregazione, deficit di lungo corso per una città come Marigliano che conta quasi trentamila abitanti. I numeri parlano chiaro: a quasi un anno dall’inaugurazione sono circa trecentocinquanta le persone registrate che saltuariamente affollano l’aula studio (in realtà suddivisa in almeno tre stanze), al momento pronta per ospitare al massimo una quarantina di postazioni. Tantissimi giovani, sia universitari che liceali, hanno fatto diventare Aula ICS il loro luogo del cuore, instaurando relazioni, facendo nuove amicizie e alimentando di conseguenza la natura stessa dell’operazione, che si snoda nella ricerca continua di dialogo e confronto tra le persone. In fondo, come scriveva nel brano Samba da benção Baden Powell de Aquino – chitarrista e compositore brasiliano così battezzato in onore di Robert Baden-Powell, fondatore dello scautismo – “la vita, amico, è l’arte dell’incontro”.

In modo virtuoso Aula ICS ha generato quella che possiamo definire una nuova “generazione ICS”, parafrasando la famosa locuzione coniata dallo scrittore canadese Douglas J. Coupland e diffusa nel mondo occidentale per descrivere i nati tra il 1964 e il 1980. Una generazione invisibile, rappresentata da una X tesa a identificare la mancanza di un’identità sociale definita, defezione che le ha fatto guadagnare la reputazione stereotipata di apatica, cinica, nichilista e anaffettiva. L’esatto contrario della generazione ICS mariglianese, che nel donare un valore aggiunto alla città, offrendo la disponibilità di animare un luogo fisico, ha dimostrato che l’aggregazione può nutrire e alimentare l’appartenenza e dunque anche il senso della comunità.

Tuttavia qualcosa può farlo ancora meglio l’amministrazione comunale, magari semplificandone la fruizione e cercando di risolvere le criticità già sollevate nel tempo anche dai ragazzi: “Qualche ostacolo è rappresentato dal fatto che i condizionatori d’estate non funzionano e questo rende invivibile la struttura nei mesi più caldi, durante i quali registriamo un calo dell’affluenza. Inoltre l’assenza di una rete Wi-Fi pubblica complica un po’ la vita agli studenti, per esempio ai giovani laureandi di architettura che devono arrabattarsi con la connessione del telefono per gestire i loro progetti. Infine, se il centro socioculturale (oggi anche sede dello sportello GORI, ndr) venisse definitivamente connotato solo da attività sociali e culturali sarebbe più facile caratterizzare il luogo, dargli un’identità chiara per viverlo al meglio”, sottolinea ancora Agostino.

Marigliano ha assoluto bisogno di nuovi luoghi per la socialità e la cultura, di ambienti moderni e smart che agevolino la condivisione e la partecipazione. Sembrano saperlo bene don Lino D’Onofrio e don Pasquale Capasso, rispettivamente attuale ed ex parroco della Collegiata Chiesa di Santa Maria delle Grazie, che in tempi diversi, ma allo stesso modo, hanno sostenuto e incentivato l’impulso di questi ragazzi, formidabili protagonisti del contemporaneo con la loro Aula ICS, idea sviluppata proprio a cavallo tra i due parrocati ma con un solo concreto obiettivo: contribuire concretamente allo sviluppo virtuoso e solidale della città, senza etichette.

Migliaia di giovani del Sud studiano e lavorano nelle regioni del Nord: i giorni drammatici dei loro genitori…

“L’Espresso” del settembre 2015, e l’inchiesta “E’ sparito il Sud”, le statistiche, gli aspetti sociali del flusso migratorio dal Sud verso il Nord. Il libro del giornalista Lino Patruno (2015) e la confessione di una signora i cui figli si erano stabiliti definitivamente a Milano. Il dramma dei genitori in questi giorni terribili dominati dal virus, e un’ esperienza di vita che ci segnerà tutti, anche quando ci illuderemo di averla rimossa.

 

Il numero della rivista “L’Espresso” pubblicato il 10 settembre 2015 porta in copertina il titolo dell’inchiesta a cui sono dedicate molte pagine: “E’ sparito il Sud”. Il Sud, scrive Luigi Vicinanza nel suo editoriale, è “il perenne “Paradiso abitato dai diavoli”- la definizione è di Benedetto Croce –, è uno “spazio” che “va alla deriva, prigioniero di una secessione non dichiarata, ma praticata nei fatti dalle classi dirigenti.”.  Secondo Cesare De Seta, “se il fantasma di Metternich si aggirasse ancora per l’Europa, dovrebbe modificare la sua celebre definizione: non l’Italia, ma il Mezzogiorno è solo “un’espressione geografica”” . E poi le nude e crude cifre delle statistiche: ci limitiamo a ricordare che tra il 2008 e  il 2014 i posti di lavoro persi nel Sud erano 575. 787, di fronte ai 235.643 persi nel Centro-nord, e che tra il 2012 e il 2014 erano definitivamente emigrate dal Sud al Nord 744.000 persone, di cui 526000 erano i giovani ( tra i 15 e  i 34 anni di età), e 205000 erano i laureati. Il titolo dell’articolo di Sabina Minardi “Buio a Mezzogiorno: e per chi studia c’è solo la fuga” è chiaro e definitivo, e non ha bisogno del sostegno delle cifre.Il problema si manifestava in tutta la sua gravità, sociale e politica: del resto, pochi anni prima anche il cinema aveva affrontato la questione, anche se con l’ironia e l’ottimismo finale della commedia classica, nei film “Benvenuti al Sud” e “Benvenuti al Nord”.

Proprio nel 2015 il giornalista Lino Patruno pubblica il libro “Il meglio Sud: attraversare il deserto, superare il divario”, e vi registra le confessioni di genitori di giovani meridionali che sono andati via dalla loro terra. Una mamma siciliana dichiara di aver sollecitato i due suoi figli a partire, perché “qui non si può immaginare un lavoro, una vita creativa”, la vostra vita è “fuori di qui”. E i figli se ne vanno a Milano, dove trovano un impiego: però uno dei due non riesce a liberarsi della nostalgia di casa, del desiderio di una passeggiata sulla spiaggia e di “certi tramonti calmi”, e chiede ancora notizie sulla vita del suo paese natio, “Che cosa fa il sindaco? Le luci le hanno messe? Hanno montato le nuove panchine?”. I genitori sanno che passeranno la vecchiaia da soli, e Lino Patruno ricorda quello che scrive John Fante in “Full of life”: “Cari figli, vostra madre sta bene. Anche io. Non abbiamo più bisogno di voi. Scordatevi di vostro padre, ma non di vostra madre. Scrivetele una lettera, perché lei sta invecchiando”.

Oggi  succede che il virus costringe il governo a dichiarare “zone rosse” prima la Lombardia, il Veneto e l’Emilia, e la notizia viene diffusa in anticipo rispetto alla  comunicazione ufficiale: a migliaia gli “emigrati” prendono d’assalto i treni e i pullman per tornare nei loro paesi di origine: la polemica è violenta, e si attenua solo quando tutta l’Italia viene dichiarata “zona rossa”. Ma anche nelle ore dell’assalto, molti giovani meridionali sono rimasti a Milano, a Bergamo, a Verona, a Bologna, e hanno criticato duramente quelli che ritornavano precipitosamente nelle regioni del Sud: è come un tradimento – hanno scritto sui “social” – non possiamo lasciare proprio ora i Comuni dove abbiamo trovato lavoro, accoglienza e amici, dobbiamo dimostrare che siamo Italiani, prima ancora che Napoletani, Calabresi e Siciliani. E tra chi è restato al Nord, per scelta o per necessità, e i genitori si tesse ogni giorno una trama di telefonate, in cui figli, madri e padri ascoltano con attenzione non solo le parole pronunciate, i “tutto bene” consolatori, ma anche i toni della voce, le pause, quei “messaggi taciuti” che la paura vede nascosti sotto quelli detti a voce alta. Poi la telefonata si conclude, e iniziano per i genitori l’assalto drammatico delle domande senza risposta, e il lacerante dilemma, lo sento il telegiornale, o è meglio di no? E com’è veramente la situazione nella città in cui lui lavora? Avrà fatto la spesa? Vive in un palazzo sicuro? Lo tutelano sul posto di lavoro? La distanza non si misura più in chilometri e in ore di viaggio in treno, ma è solo un immenso vuoto, che nulla può colmare: il tempo ormai lo scandiscono solo le mie lacrime, mi ha detto un’amica il cui figlio lavora a Brescia. E questa mia amica è una donna forte. Il silenzio di fuori, le mascherine che coprono i volti e impediscono di riconoscere perfino gli amici, il vuoto della strada, le luci fioche dei lampioni nella sera desolata costruiscono intorno a noi l’incubo: e chi ha il figlio lassù non riesce a consolarsi pensando che anche quaggiù il virus è in agguato. Chi ha il figlio lassù vorrebbe uscire dal vuoto, e correre da lui, per un attimo, per vedere come sta, realmente. Perché, anche se lui potesse tornare a casa, la madre non glielo chiederebbe mai. E’ la cultura del sacrificio delle Madri del Sud, che  “vedono” i loro figli lontani come il giovane con la valigia immortalato da Mantas Hesthaven nella fotografia d’apertura: il buio alle spalle, e davanti la promessa di un giorno luminoso.

 

Somma Vesuviana, i consiglieri di maggioranza devolveranno le loro indennità per acquisto materiali ospedaliero

Riceviamo e pubblichiamo una comunicazione dai gruppi politici di maggioranza.

 

I GRUPPI POLITICI SVOLTA POPOLARE -SIAMO SOMMESI -LIBERAMENTE-VERDI- PSI, Attraverso la società SVAS BIOSANA , devolveranno le proprie indennità di consiglieri comunali per l’acquisto materiale ospedaliero all’ospedale Pellegrini (ASL Napoli 1 centro),  struttura situata in uno dei quartieri più popolosi di Napoli e che fornisce pronto soccorso ospedaliero,sempre molto affollato anche per il complesso bacino sociale. A tale iniziativa si auspica che aderiscano anche gli altri gruppi consiliari,assessori e dipendenti comunali.

“Solo se ognuno di noi fa la sua parte, con coscienza, potremmo uscire presto e più forti di prima da questa situazione!”

 

FCA Pomigliano e Coronavirus: prolungata la chiusura. Si torna in fabbrica mercoledi

Paura  Coronavirus: durante la riunione tenuta oggi pomeriggio con i sindacati la Fiat di Pomigliano ha annunciato che prolungherà lo stop annunciato martedi scorso, dopo lo sciopero spontaneo dei lavoratori della catena di montaggio coperto dalla Fiom, stop poi attuato da mercoledi. Il rientro in fabbrica era previsto per lunedi mattina. Ma oggi l’azienda, accogliendo solo in parte la richiesta dei sindacati di fermare tutto per almeno un paio di settimane,  ha detto che prolungherà il fermo fino a tutto martedi. Rientro, dunque, fissato a mercoledi mattina. A ogni modo Fim, Fiom, Uilm e Fismic hanno chiesto ad FCA di tenere martedi mattina una riunione di verifica. “Tutti i lavoratori dovranno essere dotati di guanti e mascherine, tutta la fabbrica dovrà essere perfettamente sanificata e dovrà essere  garantito il rispetto della distanza di un metro tra ogni dipendente: se martedi non vedremo che queste condizioni non ci saranno ancora in fabbrica non si torna. La salute dei lavoratori viene prima di ogni cosa”, ha fatto sapere Felice Mercogliano, della segreteria nazionale Fismic. “Nell’impianto logistico di Nola invece si lavorerà regolarmente – aggiunge Biagio Trapani, segretario generale della Fim Cisl di Napoli – comunque attendiamo l’incontro di verifica di martedi”. Coronavirus nel polo delle grandi fabbriche. Nell’Avio Areo, impianto attiguo alla Fiat, si tornerà al lavoro martedi, dopo i due casi di coronavirus che hanno coinvolto due impiegati. Sempre aperta infine la Leonardo ex Alenia, l’altra grande fabbrica di Pomigliano, 3mila addetti.

Somma Vesuviana, ha un malore ma il 118 non risponde, donna muore di infarto

Una donna ha accusato un malore e per circa un’ora i familiari hanno provato, invano,  a contattare un’ambulanza.

È  una storia triste ed inquietante quella di una donna ,54 anni, morta poco fa per infarto .Non ha avuto scampo la poverina perché non c’è stata la possibilità- raccontano i familiari- di  poter avere una risposta da un 118. Per circa un’ora infatti  sono stati contattati,invano,  118 e guardia medica  e le forze dell’ordine : alcuni numeri risultavano sempre occupati. Nulla, nessuno ha risposto.  Vero è che i 118, le forze dell’ordine e tantissimi medici sono in prima linea per l’emergenza coronavirus, ma è pur vero che in questa fase anche chi potrebbe salvarsi non può. È stato contattato anche il sindaco, Salvatore di Sarno, che si è recato presso l’abitazione della donna insieme a un medico, che non ha potuto fare altro che dichiararne il decesso della poverina  per infarto.

Sant’Anastasia, il commissario prefettizio Stefania Rodà: “Ogni precauzione per evitare i contagi”

Di seguito la nota stampa della commissaria prefettizia Stefania Rodà che conferma quando da noi pubblicato ieri, ossia la veridicità del primo caso di coronavirus in città.  

“Pervengono al Comune numerose istanze di cittadini anastasiani preoccupati per la situazione di emergenza Covid 19 all’indomani della notizia del primo caso di coronavirus in città.

Nel rispetto della riservatezza dei dati personali delle persone coinvolte ed al fine di rassicurare la popolazione circa gli interventi che tutte le istituzioni stanno mettendo in atto per arginare ogni possibilità di contagio, si precisa che nella giornata di ieri, 12 marzo, si è appreso della positività al virus di un cittadino ricoverato al Monaldi. Immediatamente si è riunito il tavolo tecnico del centro operativo comunale (COC) presso l’Ente ed è stata contattata la ASL Napoli 3 Sud per i primi interventi.

La situazione sanitaria che, allo stato – si ripete – coinvolge una sola persona, era già conosciuta ed attentamente seguita dalla sezione territoriale del Dipartimento di prevenzione dell’unità operativa prevenzione collettiva locale che stava già provvedendo alla ricostruzione della filiera dei contatti rilevanti ai fini dell’adozione dei provvedimenti di prevenzione epidemiologica. Dai dati finora emersi sembrerebbe potersi ragionevolmente escludere la presenza in situ di un focolaio autonomo, apparendo piuttosto riconducibile il caso a contatti con persone provenienti da altre Regioni. La famiglia del ricoverato è stata posta immediatamente in quarantena.

Più in generale, come si può vedere accedendo al sito web del Comune, in linea ed in ossequio al susseguirsi delle disposizioni governative e regionali sull’argomento, sono stati chiusi la biblioteca comunale, il centro anziani, il cimitero e l’isola ecologica e sospese le attività del mercato comunale; sono stati individuati i servizi indifferibili, stabiliti  i turni di servizio per il personale coinvolto nelle attività strettamente funzionali alla gestione dell’emergenza sanitaria e disposto, ove possibile, il lavoro agile da casa per tutti i dipendenti non direttamente coinvolti nella gestione dell’emergenza. Nella serata di ieri è stato effettuato un primo intervento di sanificazione del territorio da parte della ditta affidataria del servizio di igiene, completato in alcune zone grazie agli automezzi della protezione civile comunale.

Inoltre, la Polizia municipale sta vigilando affinché siano rispettate le misure di permanenza domiciliare con isolamento fiduciario disposte nei confronti dei cittadini che nei giorni scorsi erano giunti in città provenienti da  altre Regioni.

Ad oggi nessuna denuncia è stata fatta per violazione delle misure di sicurezza sanitaria disposte con i provvedimenti governativi, regionali e comunali.

Somma Vesuviana, la guerra tra “poveri” ai tempi del coronavirus: segnalazioni e malcontento

Le disposizioni degli ultimi decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri sono chiare, lo sono anche quelle regionali che il presidente De Luca ha voluto, giustamente, rendere ancora più stringenti. Questo è un momento di sacrificio per tutti ma ovviamente c’è chi non riesce ad accettare che i suoi personali sacrifici vadano persi. Comprensibile, ma se un bar che è anche tabaccheria può restare aperto (senza fungere da bar, sia chiaro) è giusto: i tabaccai hanno servizi che per ora non sono sospesi e dunque restano aperti. Se poi ci sono i furbetti di turno è giusto segnalare. Ma la guerra tra poveri, in questo momento tanto difficile per tutti, è tanto tanto triste.

“Devono chiudere tutti, non è giusto. Non è giusto che restino aperte tabaccherie annesse ai bar. Devono avere il doppio ingresso e la separazione”. Questa è la voce comune di alcuni esercenti di Somma Vesuviana secondo i quali sarebbe più giusto la serrata totale, fatta eccezione solo per farmacie e generi alimentari. L’accusa è diretta principalmente a chi possiede negozi con più angoli vendita: tabaccheria, bar, enalotto.  Da qui le segnalazioni ai carabinieri e alla polizia municipale che, coadiuvati dalla protezione civile, stanno facendo un controllo serrato presso tutti gli esercenti aperti per legge. Possono coesistere salumeria e gastronomia? Macelleria e gastronomia? E’ possibile si o no la consegna a domicilio? C’è chi stamattina ci ha provato a fare consegne , pensando di essere nel giusto, ed è stato segnalato ai carabinieri.  Tolleranza zero per i trasgressori, dunque. Ma anche malcontento in città  in particolare dei gestori dei bar che promettono segnalazioni per chi trasgredisce la legge. Ci definiscono “spioni”? Non ci importa! La legge è uguale per tutti. La nostra ferma idea è : chiusura di Tutti. Sacrifici per tutti.

I maestri della fotografia del primo Novecento a Somma Vesuviana: Antonio Raia e Gerardo Ronca

Protagonisti della fotografia della prima metà del XX secolo, hanno immortalato – con i loro “artistici scatti” in bianco e nero –  i momenti più  salienti della vita culturale, politica e religiosa della città di Somma Vesuviana.

 

Uno dei personaggi del glorioso passato della fotografia di Somma Vesuviana fu senza dubbio Antonio Raia, più noto in paese come Totonno ‘e ciente butti. Svolgeva il suo mestiere in uno stanzino di via Collegiata o per la strada, trascinandosi dietro la macchina fotografica a cassetta, come riferisce la prof.ssa Chiara Di Mauro. In paese era molto conosciuto e a lui soltanto venivano commissionati lavori particolarmente delicati, come ex-voto fotografici e foto di morte. Antonio nacque a Somma Vesuviana il 20 agosto del 1898 da una famiglia di umili contadini residenti nel quartiere murato in via Castello. Quelli che lo hanno conosciuto lo ricordano come un personaggio fuori dalla norma e gli attribuirono il buffo appellativo di Totonno ‘e ciente butti, letteralmente “Antonio dalle cento cadute”, per indicare – come afferma la Di Mauro – la sbadataggine che gli era tipica, se è vero che inciampava spesso. Le ultime acquisizioni, però, fanno risalire questo contranome già al 1744, epoca della stesura del catasto onciario della Terra di Somma.

Raia avviò la sua attività già alla fine degli anni ’20 del Novecento e la condusse, ininterrottamente, fino alla sua morte, che sopraggiunse il 27 gennaio del 1969, a conclusione di una attività lavorativa che lo vide, tra l’altro, calzolaio, idraulico, elettricista e meccanico. Nell’impossibilità di allestire un suo studio fotografico, usufruì del piano superiore della sua abitazione di via Collegiata, dove viveva con la moglie Rosa Fragliasso, ma dove sopratutto sfruttava la sola luce naturale. Era solito spostarsi per le strade del suo quartiere e del centro, disponendosi con tutto il suo armamentario presso gli ingressi delle chiese principali, fotografando, in ogni condizione, il possibile e l’impossibile. Le sue foto ritraevano, soprattutto, momenti di vita quotidiana, solo eccezionalmente matrimoni, funerali, battesimi e comunioni. Tante furono le foto di classi scolastiche, di operai, di donne ricamatrici, di vecchie tradizioni, tra cui spiccava la consuetudinaria festa di Castello con le sue fastose cerimonie. A riguardo è rimasta famosa, pure, la sua produzione di ex – voto fotografici, conservati accuratamente nella piccola chiesa di S. Maria a Castello. Uno di questi lavori, che campeggia nella sala sinistra, gli fu commissionato dalla giovane Rosa Granata, graziata dalla Vergine di Castello il 26 luglio del 1940.

Gerardo Ronca, invece, nacque a Somma Vesuviana in via Santa Croce il 19 maggio del 1910 da Antonio e Carmela Raia. Intraprese l’attività di fotografo tra il 1931 il 1932. Già durante il servizio militare ebbe non solo modo di confrontarsi con l’operato dei fotografi della caserma di appartenenza, ma pure di cimentarsi con proprie fotografie. Tornato in città e fallito il tentativo di avviare la professione di falegname, si dedicò interamente alla fotografia. Aprì un suo studio nei locali di sua moglie Teresa in via Turati, ma fu costretto a chiudere ben presto per le forti spese gestionali. Nel 1934 si stabilì nel vicino Comune di Sant’Anastasia, dove affittò un modesto locale ubicato lungo Corso Umberto I. In questo posto crebbe la sua notorietà: il suo laboratorio, infatti, diventò brevemente, nel giro di pochi anni, uno dei più importanti della zona. A riguardo, negli anni ’50, Gerardo, che ormai lavorava benissimo, poté addirittura permettersi di aprire delle succursali a Somma Vesuviana e a San Giuseppe Vesuviano. Come ogni buon fotografo, Ronca prestava particolare attenzione all’illuminazione. Le sue artistiche fotografie si servivano di ogni artificio possibile, con lo scopo di renderle pressoché perfette e di eliminare probabili inestetismi. A tal uopo si avvalse di una validissima ed esperta collaboratrice, Carmela Di Tuoro, la quale fu in grado di rubare in poco tempo il mestiere e i segreti di quell’arte. In sala di posa gli apparecchi più utilizzati e diffusi erano la Durst, la Lupo e la Lupa di formato 6 x 9, oppure formato 9 x12. Anche i fondali furono approntati alla meglio dal fotografo: nel suo studio di San Giuseppe Vesuviano, aperto nel 1951, c’erano ben due fondali. Uno raffigurava un giardino fiorito e l’altro riproduceva la Torre Eiffel. Le pellicole utilizzate erano quelle delle ditte Ferrania, Agfa Gevaert, Tensi, Illford. Gerardo amò ritrarre con meticolosità i paesaggi e i luoghi tipici del paese. In occasioni eccezionali eseguiva foto di manifestazioni politiche, sportive e culturali. Fu presente con la sua macchina fotografica in occasione della venuta di SAR Umberto I per l’inaugurazione del monumento ai Caduti della Grande Guerra nel 1935 a Somma. Era inoltre – conclude Chiara Di Mauro – il fotografo ufficiale del Santuario di Madonna dell’Arco: i frati domenicani si rivolsero a lui per immortalare i momenti più importanti della vita quotidiana e non. Talora, Gerardo eseguiva anche ex voto fotografici per grazie ricevute. Ronca continuò la sua attività fino agli ultimi anni della sua vita. Morì a Somma Vesuviana il 1 ottobre del 1989.

Pollena Trocchia, stop al pagamento delle rette dell’asilo nido comunale

Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa dal comune di Pollena Trocchia.

 

Stop al pagamento delle rette mensili per la compartecipazione alle spese di fruizione dell’asilo nido comunale. È questa l’ultima misura in ordine di tempo adottata dall’amministrazione comunale di Pollena Trocchia nell’ambito delle iniziative di sostegno alla cittadinanza per la gestione dell’emergenza legata alla diffusione del nuovo coronavirus. «L’amministrazione comunale di Pollena Trocchia, nell’ambito dei servizi socio-educativi, desidera informare le famiglie dei minori iscritti all’asilo nido comunale “La Fabbrica del Futuro” che fino alla fine dell’emergenza da covid-19 è sospeso il pagamento delle rette di compartecipazione alla spesa per il funzionamento del servizio. Si tratta di una misura concreta a sostegno delle tante famiglie che usufruiscono del nostro asilo nido, che, fin dall’inizio dell’emergenza, abbiamo provveduto a chiudere e sanificare» ha annunciato l’assessore alle politiche sociali e vicesindaco Pasquale Fiorillo. «Proprio ieri abbiamo attivato il servizio di spesa e commissioni a domicilio per anziani non autosufficienti e disabili gravi privi di assistenza familiare. Oggi annunciamo questa ulteriore misura a sostegno delle famiglie con minori, che potranno avere tutte le informazioni necessarie dalla coordinatrice del servizio. Nel frattempo continua l’attività di sensibilizzazione della popolazione a restare a casa e ad evitare assembramenti, grazie ad avvisi a mezzo megafono su tutto il territorio cittadino. Domani e sabato, col supporto della Protezione Civile “FireFox” e della locale Croce Rossa, si procederà invece alla disinfezione di tutte le strade e piazze del territorio comunale, pur consapevoli che ciò non rappresenta la panacea al contrasto al propagarsi del virus, per il quale l’unico rimedio valido rimane quello di restare in casa e di limitare al massimo i contatti con le persone» ha detto il sindaco di Pollena Trocchia, Carlo Esposito, che sul fronte della lotta al contenimento del nuovo coronavirus ha anche disposto l’interdizione dell’accesso al pubblico agli uffici comunali salvo casi di comprovata urgenza, come per il rilascio di carte di identità e certificazioni non procrastinabili, protocollazione di atti e dichiarazioni di nascita e morte.

(fonte foto: rete internet)

Il sole del Sud guarì la moglie e la figlia dello zar Nicola I, che donò a Napoli i “Palafrenieri” in bronzo di Palazzo Reale

I due “gruppi in bronzo”, opera di Clodt von Jurgensburg, ornano l’ingresso del Giardino di Palazzo Reale, nei pressi del Maschio Angioino.Vennero donati a Ferdinando II dallo zar Nicola I. Il soggiorno della zarina  e della figlia in Sicilia, e i salutari effetti del clima sulle loro malattie. Nicola I e il filosofo e matematico Ottavio Colecchi. La testimonianza di Luigi Settembrini, e la disavventura di un commissario di polizia incaricato di controllare, da lontano, lo zar quando passeggiava per le vie di Napoli.

 

La Russia zarista, che aveva potentemente contribuito alla sconfitta di Napoleone Bonaparte, svolse un ruolo di primo piano nel definire il nuovo ordine europeo che venne disegnato dal Congresso di Vienna. Nicola I, che divenne zar nel 1825, fu un difensore spietato di questo ordine e un fermo sostenitore della Santa Alleanza. Dicono alcune fonti che nel 1816 egli aveva assicurato la protezione sua e di suo fratello, lo zar Alessandro I, al domenicano Ottavio Colecchi, filosofo e matematico, che l’Ordine aveva mandato in giro per l’Europa per consentirgli di sottrarsi alla polizia dei Borbone, o, come scrisse l’autore del suo necrologio, pubblicato nel settembre del1848 dal “Poliorama Pittoresco”, per far sì che si placasse l’ira di alcuni teologi domenicani che accusavano di ateismo il filosofo. Colecchi tenne certamente conferenze all’Università di Pietroburgo e, secondo alcuni, impartì qualche lezione privata ai figli del futuro zar. Per ironia della sorte, toccò allo zar di Russia, paladino della Restaurazione, salvare il filosofo che tra il1832 e il1846 avrebbe educato, con le sue lezioni su Kant e su Hegel, i giovani destinati a promuovere il rinnovamento culturale e la rivoluzione politica nel Regno delle due Sicilie: e, tra questi, i fratelli Spaventa, Francesco De Sanctis, Luigi Settembrini.

Nicola I, diventato zar di Russia, sposò Carlotta, figlia di Federico III di Prussia, che, sedutosi sul trono il marito, mutò il suo nome in Aleksandra Fedorovna. Nella biografia di Nicola I Constantin de Grunwald scrive che lo zar, già paragonato da Puskin a Mosè, era certamente l’uomo più bello d’Europa, e che degni del suo portamento maestoso erano lo stile, la raffinatezza e la grazia della moglie. Che però era di salute cagionevole, soffriva di molti disturbi, anche al cuore e ai polmoni: e a poco a poco la sua freschezza ne fu offuscata.. Nell’ottobre del 1845, su consiglio dei suoi medici, i tedeschi Markuous e Mandt, la zarina lasciò Pietroburgo e si recò  in Sicilia, poiché i rigori del clima russo le potevano essere fatali, mentre il sole e la luce dell’isola costituivano una salutare medicina per gli spasmi muscolari e i lancinanti dolori alle ossa. Alexandra partì con le dame di compagnia e con la figlia Olga, che, secondo qualche fonte, cercava anche lei, nel clima mediterraneo, un sollievo per le ricorrenti crisi respiratorie. Successivamente arrivò in Sicilia anche lo zar, accompagnato dall’amante, Barbara Nelidova, che era stata dama di compagnia della zarina. Che sapeva tutto, da tempo, e aveva accettato la situazione, perché amava il marito, e perché i due medici tedeschi le avevano consigliato con fermezza di astenersi dai rapporti sessuali, che potevano arrecare al suo cuore un danno irreparabile. Aleksandra e Nicola restarono incantati dallo splendore della Sicilia e dall’eleganza della villa che li ospitava, la Villa Quattro Pizzi della famiglia Florio, che l’architetto Carlo Giachery aveva costruito all’Arenella di Palermo, presso il “Baglio della Tonnara”. Tale fu l’incanto della coppia che, al ritorno in patria, lo zar fece costruire, sull’isola Snomenka, di fronte a Pietroburgo, una villa simile a quella dei Florio. Ma prima di tornare in Russia, Nicola I e la moglie – la vacanza nell’isola era stata salutare per lei e per la figlia- si recarono a Napoli, per ringraziare Ferdinando II. Al re donarono vasi cinesi e strumenti musicali, e alla città i due “palafrenieri che domano i cavalli”, statue in bronzo dello scultore russo Peter Clodt von Jurgensburg, che, diceva scherzosamente Nicola I, “supera ogni altro stallone nel creare cavalli.” Luigi Settembrini e i suoi amici liberali videro nei due gruppi bronzei non solo una “lodevole opera dell’arte”, ma anche un chiaro suggerimento politico su “come s’hanno a tenere i popoli, che sono bestie, dai monarchi che sono uomini gagliardi.”.

Racconta Settembrini che, durante la visita dello zar e della zarina, “le vie di Napoli furono spazzate meglio, non si vide più un mendico, gli agenti di polizia si diedero gran faccende, e il commissario Campobasso seguiva l’imperatore quando usciva in incognito, il quale una volta se ne accorse e gli fu sopra, e se quegli non diceva subito chi era, lo strozzava”.