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I due “gruppi in bronzo”, opera di Clodt von Jurgensburg, ornano l’ingresso del Giardino di Palazzo Reale, nei pressi del Maschio Angioino.Vennero donati a Ferdinando II dallo zar Nicola I. Il soggiorno della zarina  e della figlia in Sicilia, e i salutari effetti del clima sulle loro malattie. Nicola I e il filosofo e matematico Ottavio Colecchi. La testimonianza di Luigi Settembrini, e la disavventura di un commissario di polizia incaricato di controllare, da lontano, lo zar quando passeggiava per le vie di Napoli.

 

La Russia zarista, che aveva potentemente contribuito alla sconfitta di Napoleone Bonaparte, svolse un ruolo di primo piano nel definire il nuovo ordine europeo che venne disegnato dal Congresso di Vienna. Nicola I, che divenne zar nel 1825, fu un difensore spietato di questo ordine e un fermo sostenitore della Santa Alleanza. Dicono alcune fonti che nel 1816 egli aveva assicurato la protezione sua e di suo fratello, lo zar Alessandro I, al domenicano Ottavio Colecchi, filosofo e matematico, che l’Ordine aveva mandato in giro per l’Europa per consentirgli di sottrarsi alla polizia dei Borbone, o, come scrisse l’autore del suo necrologio, pubblicato nel settembre del1848 dal “Poliorama Pittoresco”, per far sì che si placasse l’ira di alcuni teologi domenicani che accusavano di ateismo il filosofo. Colecchi tenne certamente conferenze all’Università di Pietroburgo e, secondo alcuni, impartì qualche lezione privata ai figli del futuro zar. Per ironia della sorte, toccò allo zar di Russia, paladino della Restaurazione, salvare il filosofo che tra il1832 e il1846 avrebbe educato, con le sue lezioni su Kant e su Hegel, i giovani destinati a promuovere il rinnovamento culturale e la rivoluzione politica nel Regno delle due Sicilie: e, tra questi, i fratelli Spaventa, Francesco De Sanctis, Luigi Settembrini.

Nicola I, diventato zar di Russia, sposò Carlotta, figlia di Federico III di Prussia, che, sedutosi sul trono il marito, mutò il suo nome in Aleksandra Fedorovna. Nella biografia di Nicola I Constantin de Grunwald scrive che lo zar, già paragonato da Puskin a Mosè, era certamente l’uomo più bello d’Europa, e che degni del suo portamento maestoso erano lo stile, la raffinatezza e la grazia della moglie. Che però era di salute cagionevole, soffriva di molti disturbi, anche al cuore e ai polmoni: e a poco a poco la sua freschezza ne fu offuscata.. Nell’ottobre del 1845, su consiglio dei suoi medici, i tedeschi Markuous e Mandt, la zarina lasciò Pietroburgo e si recò  in Sicilia, poiché i rigori del clima russo le potevano essere fatali, mentre il sole e la luce dell’isola costituivano una salutare medicina per gli spasmi muscolari e i lancinanti dolori alle ossa. Alexandra partì con le dame di compagnia e con la figlia Olga, che, secondo qualche fonte, cercava anche lei, nel clima mediterraneo, un sollievo per le ricorrenti crisi respiratorie. Successivamente arrivò in Sicilia anche lo zar, accompagnato dall’amante, Barbara Nelidova, che era stata dama di compagnia della zarina. Che sapeva tutto, da tempo, e aveva accettato la situazione, perché amava il marito, e perché i due medici tedeschi le avevano consigliato con fermezza di astenersi dai rapporti sessuali, che potevano arrecare al suo cuore un danno irreparabile. Aleksandra e Nicola restarono incantati dallo splendore della Sicilia e dall’eleganza della villa che li ospitava, la Villa Quattro Pizzi della famiglia Florio, che l’architetto Carlo Giachery aveva costruito all’Arenella di Palermo, presso il “Baglio della Tonnara”. Tale fu l’incanto della coppia che, al ritorno in patria, lo zar fece costruire, sull’isola Snomenka, di fronte a Pietroburgo, una villa simile a quella dei Florio. Ma prima di tornare in Russia, Nicola I e la moglie – la vacanza nell’isola era stata salutare per lei e per la figlia- si recarono a Napoli, per ringraziare Ferdinando II. Al re donarono vasi cinesi e strumenti musicali, e alla città i due “palafrenieri che domano i cavalli”, statue in bronzo dello scultore russo Peter Clodt von Jurgensburg, che, diceva scherzosamente Nicola I, “supera ogni altro stallone nel creare cavalli.” Luigi Settembrini e i suoi amici liberali videro nei due gruppi bronzei non solo una “lodevole opera dell’arte”, ma anche un chiaro suggerimento politico su “come s’hanno a tenere i popoli, che sono bestie, dai monarchi che sono uomini gagliardi.”.

Racconta Settembrini che, durante la visita dello zar e della zarina, “le vie di Napoli furono spazzate meglio, non si vide più un mendico, gli agenti di polizia si diedero gran faccende, e il commissario Campobasso seguiva l’imperatore quando usciva in incognito, il quale una volta se ne accorse e gli fu sopra, e se quegli non diceva subito chi era, lo strozzava”.