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Protagonisti della fotografia della prima metà del XX secolo, hanno immortalato – con i loro “artistici scatti” in bianco e nero –  i momenti più  salienti della vita culturale, politica e religiosa della città di Somma Vesuviana.

 

Uno dei personaggi del glorioso passato della fotografia di Somma Vesuviana fu senza dubbio Antonio Raia, più noto in paese come Totonno ‘e ciente butti. Svolgeva il suo mestiere in uno stanzino di via Collegiata o per la strada, trascinandosi dietro la macchina fotografica a cassetta, come riferisce la prof.ssa Chiara Di Mauro. In paese era molto conosciuto e a lui soltanto venivano commissionati lavori particolarmente delicati, come ex-voto fotografici e foto di morte. Antonio nacque a Somma Vesuviana il 20 agosto del 1898 da una famiglia di umili contadini residenti nel quartiere murato in via Castello. Quelli che lo hanno conosciuto lo ricordano come un personaggio fuori dalla norma e gli attribuirono il buffo appellativo di Totonno ‘e ciente butti, letteralmente “Antonio dalle cento cadute”, per indicare – come afferma la Di Mauro – la sbadataggine che gli era tipica, se è vero che inciampava spesso. Le ultime acquisizioni, però, fanno risalire questo contranome già al 1744, epoca della stesura del catasto onciario della Terra di Somma.

Raia avviò la sua attività già alla fine degli anni ’20 del Novecento e la condusse, ininterrottamente, fino alla sua morte, che sopraggiunse il 27 gennaio del 1969, a conclusione di una attività lavorativa che lo vide, tra l’altro, calzolaio, idraulico, elettricista e meccanico. Nell’impossibilità di allestire un suo studio fotografico, usufruì del piano superiore della sua abitazione di via Collegiata, dove viveva con la moglie Rosa Fragliasso, ma dove sopratutto sfruttava la sola luce naturale. Era solito spostarsi per le strade del suo quartiere e del centro, disponendosi con tutto il suo armamentario presso gli ingressi delle chiese principali, fotografando, in ogni condizione, il possibile e l’impossibile. Le sue foto ritraevano, soprattutto, momenti di vita quotidiana, solo eccezionalmente matrimoni, funerali, battesimi e comunioni. Tante furono le foto di classi scolastiche, di operai, di donne ricamatrici, di vecchie tradizioni, tra cui spiccava la consuetudinaria festa di Castello con le sue fastose cerimonie. A riguardo è rimasta famosa, pure, la sua produzione di ex – voto fotografici, conservati accuratamente nella piccola chiesa di S. Maria a Castello. Uno di questi lavori, che campeggia nella sala sinistra, gli fu commissionato dalla giovane Rosa Granata, graziata dalla Vergine di Castello il 26 luglio del 1940.

Gerardo Ronca, invece, nacque a Somma Vesuviana in via Santa Croce il 19 maggio del 1910 da Antonio e Carmela Raia. Intraprese l’attività di fotografo tra il 1931 il 1932. Già durante il servizio militare ebbe non solo modo di confrontarsi con l’operato dei fotografi della caserma di appartenenza, ma pure di cimentarsi con proprie fotografie. Tornato in città e fallito il tentativo di avviare la professione di falegname, si dedicò interamente alla fotografia. Aprì un suo studio nei locali di sua moglie Teresa in via Turati, ma fu costretto a chiudere ben presto per le forti spese gestionali. Nel 1934 si stabilì nel vicino Comune di Sant’Anastasia, dove affittò un modesto locale ubicato lungo Corso Umberto I. In questo posto crebbe la sua notorietà: il suo laboratorio, infatti, diventò brevemente, nel giro di pochi anni, uno dei più importanti della zona. A riguardo, negli anni ’50, Gerardo, che ormai lavorava benissimo, poté addirittura permettersi di aprire delle succursali a Somma Vesuviana e a San Giuseppe Vesuviano. Come ogni buon fotografo, Ronca prestava particolare attenzione all’illuminazione. Le sue artistiche fotografie si servivano di ogni artificio possibile, con lo scopo di renderle pressoché perfette e di eliminare probabili inestetismi. A tal uopo si avvalse di una validissima ed esperta collaboratrice, Carmela Di Tuoro, la quale fu in grado di rubare in poco tempo il mestiere e i segreti di quell’arte. In sala di posa gli apparecchi più utilizzati e diffusi erano la Durst, la Lupo e la Lupa di formato 6 x 9, oppure formato 9 x12. Anche i fondali furono approntati alla meglio dal fotografo: nel suo studio di San Giuseppe Vesuviano, aperto nel 1951, c’erano ben due fondali. Uno raffigurava un giardino fiorito e l’altro riproduceva la Torre Eiffel. Le pellicole utilizzate erano quelle delle ditte Ferrania, Agfa Gevaert, Tensi, Illford. Gerardo amò ritrarre con meticolosità i paesaggi e i luoghi tipici del paese. In occasioni eccezionali eseguiva foto di manifestazioni politiche, sportive e culturali. Fu presente con la sua macchina fotografica in occasione della venuta di SAR Umberto I per l’inaugurazione del monumento ai Caduti della Grande Guerra nel 1935 a Somma. Era inoltre – conclude Chiara Di Mauro – il fotografo ufficiale del Santuario di Madonna dell’Arco: i frati domenicani si rivolsero a lui per immortalare i momenti più importanti della vita quotidiana e non. Talora, Gerardo eseguiva anche ex voto fotografici per grazie ricevute. Ronca continuò la sua attività fino agli ultimi anni della sua vita. Morì a Somma Vesuviana il 1 ottobre del 1989.