Migliaia di giovani del Sud studiano e lavorano nelle regioni del Nord: i giorni drammatici dei loro genitori…

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“L’Espresso” del settembre 2015, e l’inchiesta “E’ sparito il Sud”, le statistiche, gli aspetti sociali del flusso migratorio dal Sud verso il Nord. Il libro del giornalista Lino Patruno (2015) e la confessione di una signora i cui figli si erano stabiliti definitivamente a Milano. Il dramma dei genitori in questi giorni terribili dominati dal virus, e un’ esperienza di vita che ci segnerà tutti, anche quando ci illuderemo di averla rimossa.

 

Il numero della rivista “L’Espresso” pubblicato il 10 settembre 2015 porta in copertina il titolo dell’inchiesta a cui sono dedicate molte pagine: “E’ sparito il Sud”. Il Sud, scrive Luigi Vicinanza nel suo editoriale, è “il perenne “Paradiso abitato dai diavoli”- la definizione è di Benedetto Croce –, è uno “spazio” che “va alla deriva, prigioniero di una secessione non dichiarata, ma praticata nei fatti dalle classi dirigenti.”.  Secondo Cesare De Seta, “se il fantasma di Metternich si aggirasse ancora per l’Europa, dovrebbe modificare la sua celebre definizione: non l’Italia, ma il Mezzogiorno è solo “un’espressione geografica”” . E poi le nude e crude cifre delle statistiche: ci limitiamo a ricordare che tra il 2008 e  il 2014 i posti di lavoro persi nel Sud erano 575. 787, di fronte ai 235.643 persi nel Centro-nord, e che tra il 2012 e il 2014 erano definitivamente emigrate dal Sud al Nord 744.000 persone, di cui 526000 erano i giovani ( tra i 15 e  i 34 anni di età), e 205000 erano i laureati. Il titolo dell’articolo di Sabina Minardi “Buio a Mezzogiorno: e per chi studia c’è solo la fuga” è chiaro e definitivo, e non ha bisogno del sostegno delle cifre.Il problema si manifestava in tutta la sua gravità, sociale e politica: del resto, pochi anni prima anche il cinema aveva affrontato la questione, anche se con l’ironia e l’ottimismo finale della commedia classica, nei film “Benvenuti al Sud” e “Benvenuti al Nord”.

Proprio nel 2015 il giornalista Lino Patruno pubblica il libro “Il meglio Sud: attraversare il deserto, superare il divario”, e vi registra le confessioni di genitori di giovani meridionali che sono andati via dalla loro terra. Una mamma siciliana dichiara di aver sollecitato i due suoi figli a partire, perché “qui non si può immaginare un lavoro, una vita creativa”, la vostra vita è “fuori di qui”. E i figli se ne vanno a Milano, dove trovano un impiego: però uno dei due non riesce a liberarsi della nostalgia di casa, del desiderio di una passeggiata sulla spiaggia e di “certi tramonti calmi”, e chiede ancora notizie sulla vita del suo paese natio, “Che cosa fa il sindaco? Le luci le hanno messe? Hanno montato le nuove panchine?”. I genitori sanno che passeranno la vecchiaia da soli, e Lino Patruno ricorda quello che scrive John Fante in “Full of life”: “Cari figli, vostra madre sta bene. Anche io. Non abbiamo più bisogno di voi. Scordatevi di vostro padre, ma non di vostra madre. Scrivetele una lettera, perché lei sta invecchiando”.

Oggi  succede che il virus costringe il governo a dichiarare “zone rosse” prima la Lombardia, il Veneto e l’Emilia, e la notizia viene diffusa in anticipo rispetto alla  comunicazione ufficiale: a migliaia gli “emigrati” prendono d’assalto i treni e i pullman per tornare nei loro paesi di origine: la polemica è violenta, e si attenua solo quando tutta l’Italia viene dichiarata “zona rossa”. Ma anche nelle ore dell’assalto, molti giovani meridionali sono rimasti a Milano, a Bergamo, a Verona, a Bologna, e hanno criticato duramente quelli che ritornavano precipitosamente nelle regioni del Sud: è come un tradimento – hanno scritto sui “social” – non possiamo lasciare proprio ora i Comuni dove abbiamo trovato lavoro, accoglienza e amici, dobbiamo dimostrare che siamo Italiani, prima ancora che Napoletani, Calabresi e Siciliani. E tra chi è restato al Nord, per scelta o per necessità, e i genitori si tesse ogni giorno una trama di telefonate, in cui figli, madri e padri ascoltano con attenzione non solo le parole pronunciate, i “tutto bene” consolatori, ma anche i toni della voce, le pause, quei “messaggi taciuti” che la paura vede nascosti sotto quelli detti a voce alta. Poi la telefonata si conclude, e iniziano per i genitori l’assalto drammatico delle domande senza risposta, e il lacerante dilemma, lo sento il telegiornale, o è meglio di no? E com’è veramente la situazione nella città in cui lui lavora? Avrà fatto la spesa? Vive in un palazzo sicuro? Lo tutelano sul posto di lavoro? La distanza non si misura più in chilometri e in ore di viaggio in treno, ma è solo un immenso vuoto, che nulla può colmare: il tempo ormai lo scandiscono solo le mie lacrime, mi ha detto un’amica il cui figlio lavora a Brescia. E questa mia amica è una donna forte. Il silenzio di fuori, le mascherine che coprono i volti e impediscono di riconoscere perfino gli amici, il vuoto della strada, le luci fioche dei lampioni nella sera desolata costruiscono intorno a noi l’incubo: e chi ha il figlio lassù non riesce a consolarsi pensando che anche quaggiù il virus è in agguato. Chi ha il figlio lassù vorrebbe uscire dal vuoto, e correre da lui, per un attimo, per vedere come sta, realmente. Perché, anche se lui potesse tornare a casa, la madre non glielo chiederebbe mai. E’ la cultura del sacrificio delle Madri del Sud, che  “vedono” i loro figli lontani come il giovane con la valigia immortalato da Mantas Hesthaven nella fotografia d’apertura: il buio alle spalle, e davanti la promessa di un giorno luminoso.