PILLOLE DI “900. DOPOGUERRA DI SPERANZA E RICOSTRUZIONE

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Lentamente l”Italia supera le ferite della guerra e si avvia a trasformare la sua economia da agricola ad industriale. Il boom economico è alle porte con vantaggi e guasti di ogni crescita impetuosa.
Di Ciro Raia
Con il 1950 si apre, per l”Italia, un decennio di speranza e ricostruzione. Le ferite della guerra sono ancora fresche: i giudici di Bologna hanno appena condannato all”ergastolo il maggiore delle SS Walter Reder, responsabile dello sterminio di circa 1830 persone nei paesi di Marzabotto, Grizzana e Vado di Monzuno, sulle colline bolognesi. Le cifre del censimento svelano che l”analfabetismo è calato ma è ancora troppo evidente (oltre 5 milioni, su una popolazione superiore ai 6 anni, di 42 milioni di persone- non sono in grado di leggere nè di scrivere!); a poco più di cinque anni dalla fine del conflitto mondiale, si respira nel paese un massiccio ritorno alla religione.
I fedeli, infatti, si inchinano davanti alla prestigiosa figura di Pio XII, pregano per i miracoli di Padre Pio, visitano conventi e cattedrali, organizzano pellegrinaggi e si preparano a celebrare il 24° Anno Santo nella storia della Chiesa. Proprio in previsione di questo avvenimento, sono attesi a Roma dai 3 ai 5 milioni di visitatori. All”uopo, perciò, nella capitale d”Italia si preparano posti-letto, guide, souvenir, cibarie che possono trasformarsi in introiti pari a 200 miliardi di lire. Nella città santa si registrano arrivi giornalieri da tutti i posti del mondo, in aereo ed in treno, in nave ed in pullman. Per la prima volta si comincia a parlare di turismo di massa.
L”Italia trasforma, lentamente, la sua economia da agricola ad industriale, tra le più potenti del mondo. Si pensi, per esempio, che nel 1951 la produzione annuale dei frigoriferi è di 18.500 unità; nel giro di sei anni è, invece di 370.000; dopo dieci anni è, addirittura di 3.200.000 apparecchi, seconda solo agli Stati Uniti ed al Giappone. In ogni casa, poi, diventano familiari i nomi delle lavatrici prodotte dalla Ignis, dalla Zanussi o dalla Candy. L”inizio del boom economico non preserva, però, il paese dal fenomeno della emigrazione interna e dal conseguente impoverimento delle campagne meridionali.
Decine di migliaia di italiani del sud, con prevalente attitudine agricola, abbandonano, infatti, la propria terra e si spostano nel triangolo industriale Torino-Milano-Genova: conquistano un orario di lavoro regolamentato ed un salario sicuro. Aumentano, di converso, gli incidenti (anche mortali) sul lavoro, derivanti da una improvvisata preparazione e dall”insoluto uso delle macchine industriali.
L”avvenimento che più fa cronaca è, però, la morte del bandito Salvatore Giuliano, un criminale che è un concentrato di delinquenza comune, mafiosa e politica. Qualche anno prima (1° maggio 1947) è stato il protagonista della strage di Portella delle Ginestre, sparando contro il corteo dei contadini e degli operai riuniti per celebrare la Festa del Lavoro.
Di Giuliano si dice che sia morto in seguito ad un conflitto a fuoco con i carabinieri, ma, pare, che a sparargli nel sonno sia stato il cugino Gaspare Pisciotta, a sua volta morto misteriosamente, nel 1954, nel carcere di Palermo, mentre annuncia nuove rivelazioni, dopo aver bevuto una tazzina di caffè avvelenato.
Per mesi gli italiani sono affascinati da questa storia, fin quando non sono presi dalla tragedia che si abbatte sul Polesine. Alla fine del 1951, infatti, il fiume Po, gonfio di acque, detriti, alberi e cespugli, rompe gli argini ed inonda migliaia e migliaia di ettari di terreno. L”acqua entra nelle case e nelle stalle; annegano uomini ed animali. È una tragedia immane. Si calcolano danni per 250 miliardi di lire. L”inondazione causa 92 morti e 200.000 sfollati. Nella conta finale i polesani perdono anche 6.000 bovini, 600 cavalli, 400.000 polli, 8.500 maiali. Circa 6.000 sono le case gravemente danneggiate; 965 sono i chilometri di strada che necessitano di ricostruzione!
Ma le tragedie provocate dalle piogge non si fermano. Il dissestato sistema idrogeologico italiano più di una volta, in pochi anni, non regge alla furia degli elementi naturali. Nel 1953, un alluvione in Calabria, nella provincia di Reggio, provoca decine di morti ed ingenti danni. Alla fine del 1954, inoltre, una violenta alluvione colpisce la Campania, in particolare la provincia di Salerno: si contano 300 morti e danni per 5 miliardi di lire.
(Fonte foto: www.lelefante.it)

“IL CIELO STA PIANGENDO”

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Le lacune evidenziate dalle matricole universitarie nei test d”accesso, sono la cima di un fenomeno che sta caratterizzando l”Italia degli ultimi anni: l”analfabetismo di ritorno.

Caro Direttore,

nei test di valutazione delle matricole è emersa la lacunosa preparazione degli studenti non solo delle Università di Palermo e di Bari ma -grazie a Dio!- anche di quelli degli atenei di Torino, Firenze o Bologna. Come dire che i giovani del nord e quelli del sud –almeno in questo- si equiparano. Con buona pace dei Padani! E se quei giovani hanno una difficoltà comprensibile nell”abbinare il titolo di un romanzo al suo autore (a volte si soffre di momentanee amnesie) o spiegare cos”è la Cgil (anche le sigle, talvolta, nascondono tranelli), essi sono meno scusabili per la mancata conoscenza del significato di termini come velleità, refuso o di verbi come procrastinare.

Il fatto è, caro Direttore, che viaggiamo in compagnia di una marea di analfabeti di ritorno; molti, infatti, sanno leggere ma, il più delle volte, non capiscono il senso ed il significato di ciò che leggono. Avviene, allora, che smettono di leggere e, da ultimo, davvero non sanno leggere proprio più. Fine del percorso! Quanti amministratori comunali, secondo te, Direttore, capiscono tutto quanto è scritto in una delibera? E quanti legislatori sono perfettamente competenti (direi, forse meglio, conoscitori) di tutto quanto è racchiuso in una legge?

Importante è raggiungere un risultato, il più delle volte fissato dagli interessi delle lobby, dalle logiche delle egemonie governanti o dai fini perscrutabili (quelli imperscrutabili appartengono solo ai disegni divini!) di uomini di coppola o di potere (conflitti di interesse, occupazione di poltrone immeritate ma ben remunerate, ascensione di familiari ed amanti a funzioni apicali, stravolgimenti di piani urbanistici o commerciali e via discorrendo)! Ma il guaio più grande è rappresentato dal fatto che gli innumerevoli analfabeti di ritorno della nostra società sono anche arroganti, convinti come sono di capire tutto.

Anzi, si sentono i veri depositari di tutte le conoscenze: hanno ricette per tutte le soluzioni politiche, per la piaga della disoccupazione, per la scuola che non funziona e –ma questo è un vecchio sport nazionale!- per l”impostazione tattica della formazione calcistica per cui tifano sia essi stessi che altri.

Procrastinare (nel senso di prorogare), ancora a lungo, l”ignoranza? Un refuso è lo stesso di un re fuso (ma anche di un presidente, un sindaco o un governatore fuso)? Ed è velleitario parlare per metafore? Già, le metafore! “-E cosa sarebbero? Il poeta posò una mano sulla spalla del ragazzo. –Per spiegartelo più o meno confusamente, sono modi dire una cosa paragonandola con un”altra. –Mi faccia un esempio. Neruda guardò l”orologio e sospirò. –Be”, quando dici che il cielo sta piangendo, cos”è che vuoi dire? –Semplice! Che sta piovendo, no? –Ebbene, questa è una metafora ” (Antonio Skàrmeta, Il postino di Neruda, Garzanti, 1993).

E senza metafore si perde anche il senso della storia. È difficile capire gli avvenimenti di tutti i giorni se non si possiedono elementi di identificazione e di valutazione di fatti appena trascorsi o anche un po” più vecchi. E coloro che dovrebbero possedere, più di tutti, il senso della storia (ma anche il significato delle metafore) sono essenzialmente i politici (presidenti, sindaci e governatori), perchè essi hanno la presunzione di essere interpreti sicuri di una storia in divenire, che è appunto la politica!

Caro Direttore, nel 1941, Bertolt Brecht scrisse un testo teatrale dal curioso titolo “La resistibile (o contenibile) ascesa di Arturo Ui”. In esso c”era la trasposizione della storia dell”avvento del nazismo nel mondo dei gangster, al fine di mettere in guardia i paesi capitalistici dal non irresistibile –perciò resistibile o contenibile- trionfo del gangsterismo politico fascista. Insomma, un”allegoria bella e buona! Arturo Ui, sulla scena, era un capo gangster come Al Capone, che imponeva la sua legge a sventurati capi del trust dei cavolfiori. Arturo Ui non era, però, solo Al Capone. Poteva essere anche Gengis Khan o Giulio Cesare, Napoleone o Hitler, un presidente, un sindaco o un governatore. E come tutti i grandi dittatori – talvolta anche famosi criminali- Arturo Ui doveva, perciò, essere denunciato, messo in ridicolo, al fine di bloccarne l”ascesa.

Bisogna, infatti, sempre togliersi la maschera e dire ciò che si pensa, senza farsi ammaliare dalla teoria del “male minore”, che non sempre è la traduzione felice di un “bene maggiore” (ma su questo concetto vorrei ragionare in una prossima occasione). Così, nel breve epilogo, Brecht scriveva: “Imparate che occorre vedere e non guardare in aria; occorre agire e non parlare. Questo mostro stava, una volta, per governare il mondo! I popoli lo spensero, ma ora non cantiamo vittoria troppo presto: il grembo da cui nacque è ancor fecondo”.

Caro Direttore, la resistibile ascesa di Arturo Ui, come avrai certamente capito (ma tu ti sei sottoposto ai test di valutazione all”Università?), è un”allegoria pura è semplice. E l”allegoria è un”interpretazione metaforica (eccola, di nuovo, la metafora!), una trasposizione simbolica, un sovrasenso. Tu sai perfettamente che è necessario dare senso e significato alle parole che si usano. È bene, perciò, conoscerle le parole e metterle fuori con una finalità, una ragione, una motivazione. Ti ricordi il film di Moretti, “Palombella rossa”(1989)? L”alter ego del regista, Michele Apicella, dirigente del Pci e giocatore di pallanuoto, a un certo punto diceva: “Le parole sono importanti. Chi parla male, pensa male e vive male”.

Direttore, un piccolo sforzo anche da parte tua, per aiutare a vivere tutti noi un po” meglio di quanto solitamente avviene. Dicendo pane al pane e vino al vino, chiamando per nome le cose e gli uomini e, quando è necessario, usando magari metafore ed allegorie. Avendo, ovviamente, occhio a stare sempre nel senso della storia.

(Fonte foto: Rete Internet)

“I NOSTRI FIGLI SINTOMO DI FAMIGLIE MALATE”

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Intervista col prof. Silvano Forcillo su origini e causa del fenomeno delle baby gang.

Silvano Forcillo (foto) è psicologo, sociologo, apprezzato psicoterapeuta rogersiano e facilitatore di gruppi d”incontro. È presidente dell”Aspu, Associazione per lo sviluppo del potenziale umano, che si dedica allo studio della Persona, del comportamento umano e dei modelli educativi e formativi.
Tra le iniziative promosse dall”Aspu vi è il corso di Genitori Efficaci, il cui scopo è aiutare i genitori ad ascoltare i figli ed evitare comportamenti che incutano timore e provochino timidezza o aggressività. Il prof. Forcillo e l”Aspu, sono dunque osservatorio privilegiato per un approfondimento sulle ultime violente vicende che hanno visto al centro giovani, ragazzi, minoreni, accomunati dall”appartenenza ad una baby gang.

Prof. Forcillo, la cronaca ci regala un quotidiano diario di malefatte compiute da giovanissimi ragazzi e ragazze, che, forti dell”appartenenza ad una gang, offendono e picchiano ignari passanti. Ma ci sono anche situazioni estreme, come quella degli assassini di una guardia giurata, uccisa nell”agosto scorso per mano di giovani di 20 anni con già alle spalle una lunga carriera criminale.
I giovani protagonisti di queste storie, sono solo espressione del fallimento dei loro genitori o c”è anche dell”altro?

“Sicuramente il fenomeno è molto più vasto e può essere visto da diversi punti di vista. È chiaro che quello più immediatamente utile è sicuramente quello psicologico. Ma c”è di mezzo sicuramente anche il punto di vista sociologico e soprattutto culturale, quello con cui si deve guardare a questo triste fenomeno. Intanto, c”è una crisi tremenda e un abbattimento dei valori educativi e di sistemi educativi oramai sorpassati. Fino ad adesso noi abbiamo creduto che il metodo autoritario e quello repressivo fossero la causa di questi momenti di crisi della gestione educativa familiare e soprattutto dello sbando di questi giovani. Il modello educativo più grave che in questo momento sta dando fastidio, che rende protagonisti negativi i ragazzi e i loro genitori incapaci ad intervenire, è proprio quello che oggi chiamiamo “metodo educativo incoerente”. Incoerente non nel senso che l”adulto pensa una cosa e ne fa un”altra, o nel senso che l”adulto dice e poi non fa. Incoerente è quel sistema educativo che vede l”adulto (sia esso genitore o docente) chiedere al figlio, ai giovani, di fare, di comportarsi in un modo nel quale lo stesso adulto non crede più. L”adulto non ha più nè mordente, nè iniziative, nè ideali, nè valori da proporre. Il “branco”, quindi, non ha più riferimenti valoriali. Che anche l”adulto non ha più perchè non ha mezzi, strumenti e strategie da adottare. E poi, il genitore non ha ancor ben chiaro un fenomeno gravissimo: una volta che il ragazzo esce dalla famiglia e viene “preso” dal branco, la famiglia non ha potere sul branco. Il branco, infatti, propone modelli, valori, che sono gli unici modelli a cui in questo momento i giovani sentono di ispirarsi. Quindi, l”aggressività, la violenza, non sono solo manifestazioni di potere, di disorientamento, ma neanche solamente smarrimento genitoriale.
Aggressività, violenza, la sopraffazione, l”emozione atta a rendere negativa la persona e a creare fastidio, è solamente il segnale di una cosa molto più grave: è il fatto che questi giovani non hanno un”alternativa, un modello, niente da imitare, o a cui riferirsi; cioè, non hanno più un confine e delle regole dettate. E per confini si intendono confini valoriali, educativi, affettivi, di rispetto della persona. Manca cioè proprio il modello genitoriale. Il ragazzo, indipendentemente da quello che fa, non è altro che un sintomo, il malato è l”adulto; la malattia sono i sistemi educativi che ormai sono superati e non proposti in maniera innovativa e moderna. Ecco perchè il branco dà più sicurezza: l”unione fa la forza, l”unione che non è più unione per fare il bene ma per divertirsi; un divertirsi in senso smodato, non più serio e intelligente, ma improntato al”edonismo. Cioè, vivere emozionandosi, facendo cose di cui le conseguenze non hanno valore, non hanno importanza. Si fanno cose senza pensare al danno che si crea al”altro; non c”è più la persona, non c”è più la conseguenza, non c”è più la paura del dopo. Esiste solamente il momento “piacevole” dell”istante fine a sè stesso. A tutto questo, l”adulto, i genitori, non sanno nè proporre forme diverse di divertimento e di interessi, non sanno più proporsi come orientamento valoriale, esistenziale, culturale, politico, sociale, lavorativo. C”è una carenza forte di orientamento che le scuole, le famiglie, le istituzioni, non sanno offrire”.

L”eccessiva presenza di queste baby gang sono la testimonianza dell”assenza delle Istituzioni. L”ancora di questi giovani dovrebbero essere i genitori, Pèrò, spesso, nella famiglia c”è un corto circuito. In questi casi, bisogna sperare in qualcosa o bisogna lasciar perdere perchè non c”è più nulla da fare?
“No, assolutamente non è vero che non c”è più nulla da fare e bisogna ancora non tanto sperare ma darsi da fare. Al momento cosa succede? Succede una cosa molto grave. La maggior parte degli adulti, dei genitori, sono occupati a sopravvivere.
Sono occupati e preoccupati di portare avanti un”esistenza dell”immediato, nel garantire la sopravvivenza. E questo cosa comporta? Che non si ha nè il coraggio nè la voglia, ma soprattutto neanche l”amore e la disponibilità e la consapevolezza di dare qualcosa al figlio che non sia solo la sicurezza materiale. Perchè ormai, a questo si è ridotti. A garantire la sicurezza temporale, materiale. Non c”è più la voglia di mandare avanti e di dare la sicurezza affettiva. Ci si preoccupa per i figli, ci si preoccupa di dare ai figli ancora qualcosa che però poi si riduce solamente a tutto ciò che è materialistico, immediato e funzionale per l”immediato.
Quindi, non è che non c”è più una via di speranza, c”è solamente da rimettersi in gioco. Detto più concretamente, c”è da ritrovare il tempo: per gli affetti, per la cura, per il dialogo, per lo stare insieme, ma soprattutto per dare certezza non del materiale ma certezza dei sentimenti, dell”emotività, del sentire, del sentirsi e del condividere. In famiglia non si condivide niente, c”è solamente il pensare, il dovere e il fare. E a guardare bene, sono gli stessi concetti del sistema economico attuale, ma anche di quello politico, per i quali dobbiamo solo essere utenti terminali, usufruitori, consumatori. Il resto non ha più importanza. Le emozioni sono state fregate e vietate. Per tornare alla domanda, rispondo che sì, c”è ancora da fare qualcosa. Ma i genitori dovrebbero andare a scuola dell”alfabetizzazione emotiva. Dovrebbero essere formati.
Addirittura, secondo me, ci vorrebbero i punti sulla patente anche per fare i genitori e toglierli a coloro a coloro che non hanno nè più voglia, nè più tempo, nè più entusiasmo, nè più amore da dare ai propri figli. I giovani, prodotto di questi genitori, non sanno esprimere emozioni, non sanno darsi emozioni, per farlo hanno bisogno solo di fare del male, di tediare, di esagerare, di creare problemi. Questi ragazzi non sanno stare con sè stessi, devono stare sempre occupati, o devono chattare, o col telefonino, o a vedere film, partite, ma non riescono a stare un solo secondo soli con sè stessi. E quindi hanno bisogno solo di essere nevriticamente frettolosi, operativi.
È indubbio che questi sintomi sono la rappresentazione del fallimento dei modelli educativi proposti dalla scuola, dalla famiglia, dalla religione, dalla chiesa. Oramai, i sistemi valoriali sono fallimentari dappertutto, perchè ci si propone solamente di dire cosa fare, o come comportarsi. Niente, nessuno, nè la politica, nè la scuola, nè la religione, nè l”educazione, insegna a come essere e a come sentire e rispettare la persona umana. C”è bisogno di nuovi modelli educativi che partano dalla persona, dal bisogno di sentire che ciò che ho messo al mondo come figlio è il mio pezzo di immortalità, è ciò che continua di me e che un valore deve avere. Bisogna quindi, riverificare il rapporto del sentire e del mettersi in condivisione con l”altro”.

È così che si inverte la tendenza?
“Più che invertire la tendenza, consentimi, è il ritornare alle origini. È come se fossimo andati troppo avanti ma oltre quello che siamo capaci di vivere e contenere. Naturalmente, ritornare alle origini non significa ritornare alle tradizioni, ma significa tornare al modo in cui si è persona, al modo con cui si nasce. Si nasce con il cuore, è attorno al cuore che si è formato tutto e si nasce con una cognitività che deve crescere supportata dall”affettività “.

Prof. la cronaca ci regala situazioni nelle quali genitori e parenti aggrediscono la polizia per sottrarre i figli (spesso minorenni) dall”arresto perchè colpevoli di aver compiuto rapine e violenze. In questo incredibile sottosopra, per rimettere le cose nel loro ordine naturale occorrono psicologi, sociologi o politici?
“Dal punto di vista culturale, questa è una domanda molto importante. Bisogna avere proprio quelle figure lì: il sociologo, lo psicologo, il mediatore, l”assistente sociale, l”educatore, il counselor. Forse il politico e il poliziotto sono meno importanti. Bisogna convincersi di una cosa: oggi esiste l”adolescenza, il minore, il deviante, il pericolo, il problema. Cioè, esistono situazioni e problemi che giustificano la presenza di queste figure. Il poliziotto e il politico sono figure di sempre e che addirittura non hanno più validità. Il poliziotto, ad esempio, è visto solamente come uno che deve garantire uno Stato che non funziona, ecco perciò viene preso di mira. Gli esempi che hai citato nella domanda sono l”esatta conseguenza di quanto ho detto. Questi genitori solo nel momento del pericolo si rendono conto di mantenere il proprio possesso egoistico-amoroso, anche se i loro figli hanno sbagliato e vanno puniti. Invece no. Questi figli, pur se hanno sbagliato, vanno difesi comunque, anche contro le istituzioni. Perchè? Perchè non sono più le istituzioni il punto di riferimento per garantire il benessere”.

Esiste la possibilità di prevenzione contro i fenomeni delle baby gang?
“Sì. Però intanto bisogna smetterla col pensare che solo la Scuola è il luogo di prevenzione. Con questo modo di pensare abbiamo fatto diventare la scuola ricettacolo di tutto. La scuola deve occuparsi di droga, devianza, abuso, educazione stradale e civica, etc. Cioè, qui abbiamo buttato tutto nella scuola perchè è il sistema più facile e conveniente economicamente. Ma su tutto quello il docente non è preparato. Ma tu pensa che il ragazzo che finisce la scuola media e va alle superiori (quindi, dai 14 anni in poi), si trova ad avere a che fare con docenti che non hanno nessuna conoscenza di psicologia, sociologia e pedagogia. E queste mancanze esistono proprio in un periodo della vita del ragazzo che presuppongono conoscenze psicologiche, sociologiche, biologiche e pedagogiche, per aiutare questo giovane e quindi prevenire. Il problema è che nella scuola ci sono docenti che conoscono la loro materia ma non sono per niente di aiuto in quanto orientatori di questi ragazzi. In questo momento storico, poi, è addirittura superfluo parlare di prevenzione, perchè i tagli e le sforbiciate nel mondo della scuola portano con sè tanta insicurezza”.
(Fonte foto: ilmediano.it)

IL GENITORE EFFICACE


Silvano Forcillo entra a far parte della schiera dei collaboratori de ilmediano.it. Il professore curerà una rubrica quindicinale nella quale, da par suo, analizzerà la famiglia che, pur restando il primo ambiente in cui inizia lo sviluppo umano, sta attraversando senza dubbio una crisi abbastanza seria, circondata da problematiche interne (il ruolo dei genitori non più legati ai tradizionali stereotipi), ed esterne (unioni civili, coppie di fatto, famiglie allargate, matrimoni misti tra aderenti a diverse convinzioni religiose, tra quelle più evidenti).

La rubrica rappresenta un ulteriore tassello di un progetto, tra gli altri, che questo giornale si è prefisso fin dall”inizio: capire fino in fondo fenomeni e prassi giovanili, analizzando i comportamenti dei ragazzi (giovani e adolescenti) nel contesto scolastico, in quello sociale e nell”ambito familiare.
Naturalmente, Silvano Forcillo non disdegnerà di commentare anche situazioni e fatti lontani dal tema principale della rubrica, ma che per le loro caratteristiche meriteranno analisi e ragionamento.

LA TERRA AVVELENATA

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Ci sono terre nella nostra regione in cui nessuno abiterebbe mai, perchè inquinate di tutto. Il disastro senza precedenti nelle province di Napoli Caserta.
Di Amato Lamberti

Il territorio della Campania, in particolare nelle province di Napoli e Caserta, è una terra avvelenata. In tutti i sensi, da quello morale a quello fisico e ambientale. Forse dovrei cambiare nome a questa rubrica: la terra avvelenata sarebbe il migliore titolo per raggruppare anche gli interventi già fatti sulla camorra, le pubbliche amministrazioni inquinate, l”abusivismo edilizio, il consumo scriteriato del territorio. Sono tutte manifestazioni di un avvelenamento a cui non facciamo neppure più caso perchè siamo tutti mitridizzati ai veleni di questa terra.

Una indagine del CNR ancora in corso, sulle ricadute sulle persone dell”inquinamento ambientale del nostro territorio, realizzata prelevando campioni di sangue e di latte materno, sembra dare risultati sconfortanti; anziani, adulti, bambini, uomini e donne, presentano livelli significativi di sostanze inquinanti nell”organismo, perchè si nutrono di cibi inquinati non dai cicli di lavorazione industriale ma dal terreno, respirano aria mefitica e velenosa, bevono e consumano acqua spesso inquinata da sostanze tossiche sversate nel terreno e arrivate alle falde acquifere.

Ci sono territori, come Acerra, Tufino, Giugliano, dove i ricercatori dei vari Istituti di Parma, Trieste, Pisa, Roma, coinvolti dal CNR, non abiterebbero mai e si meravigliano dell”assuefazione della gente ad una situazione che tutti sanno insostenibile proprio per i livelli di inquinamento accumulatisi e moltiplicatisi negli anni ad opera di diversi fattori, dagli scarichi in atmosfera di aziende inquinanti agli sversamenti abusivi degli espurghi dei pozzi a tenuta, dagli scarichi abusivi di rifiuti tossici nel terreno all”incendio sistematico di cumuli di rifiuti do ogni genere, appiccati apposta per nascondere lo sversamento abusivo di rifiuti tossici, compresi quelli ospedalieri.

Durante la ricerca sul territorio, ribattezzato “la terra dei fuochi”, gli stessi studiosi, medici ed epidemiologi, hanno potuto assistere all”incendio dei cumuli di spazzatura ad opera di soggetti che li hanno piantonati per evitare che qualcuno provvedesse a spegnerli per tempo. Ma la gente del posto, evidentemente perchè sapeva chi erano i soggetti che appiccavano i fuochi e piantonavano i roghi, si guardava bene dall”intervenire direttamente e, al massimo, avvisava, tenendosi nascosti e in forma anonima, vigili urbani e pompieri, anche se sapeva che i più danneggiati erano proprio loro che abitavano stabilmente nel territorio circostante.

Un disastro senza precedenti in alcuna parte d”Italia che, nelle province di Napoli e Caserta, si consuma da anni senza che nessuno si impegni a frenare le azioni delittuose e ad avviare una bonifica radicale del territorio. Una bonifica non facile di un territorio avvelenato da decenni di azioni delittuose ma densamente abitato e coltivato, nelle aree ancora utilizzabili, in maniera intensiva per la produzione di ortaggi e di frutta che ad ogni analisi risultano troppo ricchi di inquinanti e metalli pesanti. Persino gli animali da pascolo risentono di questa situazione di inquinamento, come ha dimostrato il filmato “biutiful cauntri” che tutti possono vedere su internet: crescono stentatamente, muoiono di malattie ignote, partoriscono mostri a due teste o a sei zampe.

Molte proteste ma nessuna azione concreta. Una situazione che meriterebbe una dichiarazione di disastro ambientale che, in alcuni casi, dovrebbe far prendere in esame anche la possibilità di spostare, magari temporaneamente, la popolazione, oltre al blocco della vendita di prodotti agricoli per l”alimentazione umana, per poter avviare la verifica della possibilità reale di una bonifica del territorio. Ma gli amministratori, molti dei quali direttamente colpevoli del disastro, non hanno neppure il coraggio di sollevare la questione nelle sedi opportune.

Il sonno della ragione genera sempre mostri, come abbiamo potuto constatare con l”emergenza rifiuti. Quando questo sonno è colpevole e criminale i mostri diventano sempre più grandi, potenti e tracotanti, come possiamo facilmente constatare, anche solo guardandoci attorno.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

DALLA CITTÁ IMPENETRABILE SI ESCE CON L’INTELLIGENZA

Il mito del minotauro è l’esatta rappresentazione del nostro quotidiano. Dalle grotte in cui sono racchiuse le nostre brutture si esce solo grazie all’uso delle intelligenze.
Di Michele Montella


Ricordate il minotauro? Feroce ed orrida bestia nata dall’amore immondo tra Parsifae, moglie di Minosse, re di Creta e un bianco toro lasciato libero da Ercole? Il re non ha la forza di ucciderlo, perchè la bestia è pur sempre figlio della donna che lui ama infinitamente e allora chiama Dedalo, famoso architetto, a sua volta gravato da una storia crudele, e gli chiede di costruire un labirinto, una città impenetrabile, in cui chiunque si fosse avventurato non avrebbe più trovato la via d’uscita.
Chi siamo noi nella parabola amara di questo trio di infelici?

Siamo Minosse, ricco amante e felice re, che ha fondato la sua vita sulla mitezza del potere e la giustizia di leggi magnifiche? O siamo forse Parsifae, figli della luce e del sole, a cui Giove ispira un amore contro natura, istintivo e animalesco? O, infine, siamo il Minotauro in parte uomini e in parte bestie, che nel mescolio passionale della carne ci sfamiamo uccidendo altri uomini e altre donne?

Il potente e terribile mito, concluso con la prigionia di Dedalo nello stesso labirinto da lui costruito, è la rappresentazione immediata e plastica della nostra quotidianità: potremmo essere sovrani cittadini e miti costruttori di leggi giuste e invece diventiamo folla senza nome, che acclama vergognosi politicanti del nulla; accettiamo la luce non per guardare in trasparenza la storia, che pur ha tante evoluzioni positive, ma per guardare con più attenzione penose infedeltà e lussuriosi tentativi di allontanare la vecchiaia e la morte; rinchiudiamo le nostre brutture in occulte grotte infernali, senza il coraggio di affrontarle e di purificarcene.

Come se ne può uscire?
Un’ antica tradizione ebraica vede nella manna del libro dell’Esodo un differente sapore per ogni ebreo, che nel faticoso cammino nel deserto se ne cibava: latte per il bambino, pane per il giovane e miele per il vecchio.
La città del labirinto può riservarci sorprese se accettiamo che l’intelligenza possa aprire spiragli e diventare cibo per tutti. Il sogno illuminista di migliorare il mondo attraverso l’uso delle intelligenze di cui siamo dotati non è ancora finito. Ne sono sicuro.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA STORIA IN PILLOLE. 1949: L’ITALIA ENTRA NELLA NATO

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Nell”Italia di questo periodo si accende lo scontro politico tra comunisti e anticomunisti. Intanto, mentre si chiude la prima metà del secolo, sullo scenario si affaccia la “Questione contadina”.
Di Ciro Raia

Il clima politico si fa sempre più teso, specie da quando l”Italia, nel 1949, ha deciso di aderire alla NATO (North Atlantic Treaty Organization). Il trattato impegna gli Stati Uniti ed una decina di paesi europei –tra cui, appunto, l”Italia- a darsi un”organizzazione militare integrata ed a prestare aiuto al paese alleato eventualmente aggredito dall”Unione Sovietica.

L”adesione dell”Italia provoca un grande dibattito parlamentare. I partiti di sinistra accusano De Gasperi di voler mettere il paese al servizio degli americani. I democristiani ed il loro leader si difendono, dicendo di voler salvaguardare la penisola dalla minacciosa politica estera di Stalin. Alla fine del mese di marzo dello stesso 1949, col voto a maggioranza del parlamento, l”Italia entra nell”Alleanza atlantica. Tra coloro che esprimono voto contrario si segnalano alcuni deputati della sinistra democristiana e buona parte di quelli del PSLI.

I parlamentari di maggioranza dissidenti temono che possa interrompersi definitivamente la possibilità di dialogare con le sinistre. Ma temono anche che l”opinione pubblica, a solo quattro anni dalla fine della guerra, non digerisca la necessità di dover sottoscrivere un nuovo patto militare. Ad alimentare il fuoco della contrapposizione sociale e politica si mette anche la Chiesa. Il 12 luglio 1949, infatti, un decreto del Sant”Uffizio commina la scomunica a quanti professano l”ideologia comunista.

In altre parole i comunisti non sono ammessi ai Sacramenti Cristiani, perchè “il comunismo è materialista e anticristiano. I capi comunisti, sebbene a volte sostengono a parole di non essere contrari alla Religione, di fatto sia nella dottrina sia nelle azioni si dimostrano ostili a Dio, alla vera Religione e alla Chiesa di Cristo”.

Intanto, nelle regioni meridionali –e non solo- un forte movimento di contadini chiede la distribuzione delle terre e dei latifondi abbandonati. Il ministro degli Interni, il democristiano Mario Scelba, ordina alla polizia di intervenire duramente; negli scontri muoiono alcuni dimostranti.

È quanto avviene nella cittadina calabrese di Melissa, dove, il 24 ottobre 1949, le forze dell”ordine sparano sui contadini che cercano di occupare le terre abbandonate del fondo Fragalà. Oltre a numerosi feriti, perdono la vita tre agricoltori, due ragazzi di 15 e 19 anni ed una giovane donna. La repressione del governo genera la solidarietà di tutti i lavoratori, che, si coalizzano e chiedono il rispetto dei propri diritti. Nuove manifestazioni operaie in varie città d”Italia, però, sono affogate nel sangue; gli spari dei celerini lasciano, infatti, sul selciato altre nove morti. Non si contano, poi, gli arrestati: oltre un migliaio.

È un drammatico momento per tutta la nazione, che, il 4 maggio 1949, era già stata segnata da un lutto nazionale: l”aereo, che riportava in patria la gloriosa squadra di calcio del Torino, si era schiantato, a causa della fitta nebbia, contro la collina di Superga, alle porte del capoluogo piemontese (foto). I giocatori, che avevano vinto consecutivamente gli ultimi 5 scudetti, tornavano da una partita amichevole giocata in Portogallo. La catastrofe del FIAT G-212 aveva cancellato i nomi di atleti le cui azioni di gioco erano state tante volte descritte alla radio dalla voce di un giovane cronista siciliano, Nicolò Carosio.

Un”immensa e commossa folla aveva partecipato ai funerali; come in un campo di calcio erano allineate le bare di Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. Ricordando i giocatori del grande Torino, Davide Lajolo aveva scritto: “Vi ricordiamo non soltanto noi che vi abbiamo conosciuti e vi siamo stati amici e sostenitori sempre, ma vi ricorderanno tutti coloro che credono nella giovinezza e nella vita”.

La prima metà del secolo si chiude, così, con l”ingresso, faticoso, drammatico, dei contadini nella storia contemporanea e col riconoscimento della loro cultura da parte degli intellettuali. È Ernesto De Martino, un antropologo, ad accendere il dibattito intorno alla “questione contadina”, riconoscendo non solo l”azione politica messa in moto dalle masse popolari ma anche tutta la cultura (magia, superstizioni, miti, tradizioni, credenze, rimedi) di cui quelle masse sono depositarie e portatrici.

(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

“MIKE BONGIORNO EROE DELLA RESISTENZA? RIDICOLI!”

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Questo il senso della polemica sollevata da Raffaele Scarpone nell” articolo che segue, in cui rileva come il nostro sia un Paese senza memoria e senza voglia di futuro.

Caro Direttore,
sono, come sempre e come sai, una voce fuori dal coro. Ed allora voglio dirti che tutto questo rumore per la morte e le esequie di Mike Bongiorno mi è sembrato veramente eccessivo. Aver definito, poi, il pur bravo presentatore televisivo, nel corso dei funerali di Stato, anche “un eroe della nostra Resistenza” mi è parso sintomatico del momento da basso impero, in cui tutti stiamo annaspando.

E non mi meraviglierebbe se, nei prossimi giorni, qualche amministratore miope ma ancora più attratto dalle luci della ribalta, proponesse di intitolare una piazza, una strada o anche un piccolo slargo all”uomo che, secondo il solito “coccodrillo” strappacuore, ha concorso a “cementare l”unità del paese”.
Direttore, in quale paese ipocrita viviamo! Un paese senza memoria e sempre più spesso senza voglia di futuro. Una memoria che non deve e non può significare mero ricordo, ma identità collettiva, valori fondanti e condivisi, simboli di riferimento.
E, Direttore, stai pur certo, che se mai una targa, una lapide dovesse (come sicuramente avverrà) ricordare Bongiorno, mai a nessuno verrebbe l”infelice idea di rimuoverla o di imbrattarla.

Perchè Mike Bongiorno siamo noi, la nostra mediocrità, il nostro dare fiato fittizio alle trombe (con o senza un Turchetti), la nostra vita all”insegna dell”allegria, il nostro affogare ogni minimo problema con un goccio di vino, di birra, di amaro o di grappa (Bocchino o altra marca, fa lo stesso!).
Si è già spenta, Direttore, l”eco della decisione del primo cittadino di Ponteranica (Bg). Mario Aldegani, sindaco leghista, ha fatto rimuovere una targa in memoria di Peppino Impastato (che non ebbe funerali di Stato e non fu definito eroe della nostra Resistenza). Alle proteste di pochi cittadini e di poche associazioni, Aldegani ha promesso di intitolare a Peppino Impastato un premio o un concorso!

Proprio come fece, qualche anno fa, un sindaco (Raffaele Allocca) di un paese della provincia napoletana (Somma Vesuviana), che nel mentre faceva aggiungere il proprio nome al restaurato monumento dei caduti, deliberava anche di far cancellare il nome di Francesco De Martino dalla toponomastica cittadina. Anche in quell”occasione, l”inavveduto sindaco aveva promesso di far erigere ad uno dei padri del socialismo italiano una statua o, almeno, un busto. Ed intanto aveva restituito l”intitolazione della piazza principale della cittadina vesuviana, in pieno terzo millennio, ad un re di casa Savoia, Vittorio Emanuele III; sì, proprio il complice del fascismo, il firmatario delle leggi razziali.

Tutto tace, tutto tacque. Tutti tacciono, tutti tacquero. Come tacquero (aprile 2009) quando fu dileggiata e divelta, a Porto Selvaggio (nel Salento) la targa in memoria di Renata Fonte, l”assessore repubblicana, freddata -25 anni prima- a colpi di pistola, per il suo impegno a favore dell”ambiente e contro la lottizzazione selvaggia e la speculazione edilizia. Come tacquero, ancora, quando (luglio 2009) ignoti vandali divelsero la targa del Cippo in memoria dei Caduti sul Lavoro in Largo Marinai d”Italia, a Milano; o come quando uguale sorte fu riservata alla lapide, che so, dei Martiri delle Foibe (febbraio 2007), ancora in una strada di Milano, o a quella imbrattata (luglio 2005) in via D”Amelio, a Palermo, posta in ricordo del giudice Borsellino e della sua scorta.

Qualche mese prima di morire, Giovanni Falcone, in collaborazione con Marcelle Padovani, aveva mandato alle stampe un libro (Cose di Cosa Nostra, Rizzoli, 1991). Nelle pagine finali si leggeva tutta la solitudine del magistrato palermitano insieme all”inanità di certi comportamenti civili: “Si muore generalmente perchè si è soli o perchè si entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perchè non si dispone delle necessarie alleanze, perchè si è privi di sostegno”.
I guitti muoiono quasi sempre sotto i riflettori e gli osanna di una folla in delirio. Molti tra quella folla, in segno di lutto, si strappano i capelli, piangono. Talvolta capita anche di assistere –per fortuna, raramente- a qualche suicidio per disperazione o estremo atto d”amore. Ed il nome (come il ricordo) dei guitti resta imperituro.

Quanti ricordano ancora -se non ignorano completamente- il nome (fra i tanti che hanno segnato il nostro tempo) di Peppino Impastato e di Francesco De Martino, di Renata Fonte e dei martiri di Nassirya, di quelli delle Foibe e di quelli dei Gulag?
Direttore, tu, illuminato uomo di scuola, mi suggerisci che, in casi simili, solo se “si varrà la nobilitate” della scuola, sarà ancora possibile accendere la fiammella della speranza. E, come me, anche tu hai saputo delle ultime dichiarazioni del ministro Gelmini: la scuola italiana vive un buon momento; la cura dimagrante alla quale è stata sottoposta ha dato buoni risultati, il tempo pieno, alle elementari, ha avuto un incremento del 30% (all”anema d”a palla!). Vergognoso!

È tutto falso. La didattica non esiste più, la scuola ora intrattiene solo, quando ci riesce, più che impartire insegnamenti. Ma questo nessuno lo dice. Perchè l”informazione (tranne rare eccezioni) è al servizio del potere. E, poi, secondo suor Maria Stella, gli educatori non possono e non devono far politica. E così ministri trionfanti annunciano l”anno scolastico della svolta; residue voci di un”opposizione ancora in vita parlano, invece, di un anno scolastico “fai da te”, dove sarà sempre più difficile –se non impossibile- fare lezione. Ma chi se ne importa? A chi interessa?
Invece, bisogna importarsene, bisogna interessarsene, bisogna resistere, bisogna mantenere accesa la speranza.

“Insegnare è diventato sempre più difficile, sembra quasi di lavorare fuori dal mondo, da questo mondo che rotola gioiosamente verso la rovina. Però io tengo duro e i miei colleghi fanno altrettanto: sembra di seminare nel vento, nel nulla, nell”indifferenza, ma in fondo sappiamo che non è vero. Sepolta sotto tonnellate di immagini bugiarde e seducenti, una zolla nella mente dei ragazzi accoglie, incamera, trasforma segretamente. Qualcosa fiorirà, se non oggi domani, se non domani tra dieci anni, quando tutta questa acqua che brilla d”olio e sozzerie si ritirerà” (Marco Lodoli, “Il Rosso e il Blu”, Einaudi, 2009).

Una scuola ben fatta la fanno gli insegnanti, non certamente i ministri che, il più delle volte, riescono solo a peggiorarla.
Ritornando ai funerali di Bongiorno, il poeta Valerio Magrelli ha scritto: “Un giorno di lutto per la nostra decenza di cittadini: i valori più profondi della nostra società sono affidati alle soubrettes, piuttosto che agli studiosi”.
Direttore, ti auguro una vita lunghissima, alla fine della quale, mi auguro, possa partecipare al mio funerale. Almeno tu!
(Fonte foto: Rete Internet)

PENSARE ITALIANO

CORRUZIONE E CAMORRA AUMENTANO LA SPESA PUBBLICA

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Il ruolo di “facilitatore” della camorra, in un sistema già corrotto, trova linfa nella spesa pubblica, che viene usata per scopi personali e favorire l”allargamento del potere delle organizzazioni criminali. È quello che accade in Campania.

Secondo l”OCSE, l”Italia è tra i paesi industrializzati largamente il più corrotto, a livello di alcuni paesi africani e centro-americani, ed inoltre la corruzione in Italia può essere quantificata in 100 miliardi di euro l”anno. Qualche economista arriva a sostenere che la tenuta, nell”attuale congiuntura economica, del sistema Italia si regge sulla corruzione polverizzata a livello di massa i cui proventi vanno tutti a sostenere i consumi e quindi, indirettamente, anche la produzione.

La corruzione, vale a dire lo scambio tra un atto di potere discrezionale a favore di qualcuno e una prestazione di denaro o di altra utilità, non riguarda più soltanto livelli apicali decisionali ma ogni articolazione decisionale, soprattutto delle pubbliche amministrazioni, comprese quelle che pur non avendo potere decisionale possono giocare sui tempi della concessione di una autorizzazione o del pagamento di una prestazione.

Poichè la corruzione si esercita tra uno o più membri di una amministrazione pubblica e un agente o un operatore esterno, essa può esercitarsi ed operare dovunque esista un soggetto che detiene un potere decisionale, anche di piccolissime dimensioni, che però può gestire in maniera discrezionale in modo da ottenere un qualche rendimento economico o da favorire interessi personali. Gli imprenditori sanno bene, ad esempio, che, per ottenere autorizzazioni, concessioni, finanziamenti, dopo aver effettuato con dispendio economico il passaggio “politico” sono necessari più passaggi “amministrativi”, ciascuno accompagnato da esborso di denaro, per raggiungere il risultato. Non ci sono scorciatoie possibili: se non si paga a ciascuno dei livelli decisionali si rischia solo di ritardare o vanificare il raggiungimento dell”obiettivo.

In questo meccanismo la camorra ci sguazza perchè sembra fatto apposta per favorirne l”operatività. La camorra può fungere da “facilitatore” del sistema di corruzione: il politico o l”amministratore possono avere difficoltà a chiedere tangenti all”imprenditore “pulito”; molto più semplice è il rapporto con le imprese legate alla camorra perchè sono loro stesse a proporre lo scambio corruttivo, anche relativamente ai diversi livelli decisionali. Ma la camorra può fungere anche da “acceleratore” delle decisioni, a proprio favore ma anche in conto terzi, mettendo in campo il suo potenziale intimidatorio ai diversi livelli decisionali che operano resistenza o che giocano al rialzo delle richieste.

In pratica la camorra esercita una funzione di mediazione sia “politica” che “amministrativa” che nel momento in cui viene riconosciuta assume contorni di legittimazione agli occhi degli operatori economici, tanto da diventare il primo riferimento a cui rivolgersi per ottenere credito a livello politico e attenzione rispettosa a livello amministrativo. La camorra diventa così agente e strumento di corruzione e può arrivare a condizionare l”intero funzionamento di una pubblica amministrazione che, come dimostrano tanti decreti di scioglimento per condizionamento mafioso e camorristico di Comuni della Campania, si trasforma in una macchina che funziona solo con la benzina della corruzione.

Naturalmente, quando in un contesto territoriale, come accade in Campania, molti processi decisionali sono segnati dalla corruzione e dalla mediazione camorristica, la spesa pubblica è utilizzata non per soddisfare esigenze collettive ma solo per sostenere rendite di posizione personali e l”allargamento del potere delle organizzazioni criminali.
(Fonte foto: www.intandem.it)

LA RUBRICA

RIPARTIRE DAL LAVORO

Oggi il lavoro va inteso in senso plurale, e questo è sinonimo di una vera e propria “rivoluzione sociale”, a cui si dovrebbero dedicare i nostri politici. Altro che gossip e pettegolezzi.
Di don Aniello Tortora

Riprendo con gioia il mio contributo settimanale su “ilmediano.it”, dopo la pausa estiva.
L”estate che abbiamo vissuto è stata, forse, il periodo di ferie più burrascoso e, direi, squallido che l”Italia abbia mai consumato.
Tutti contro tutti, tirando in ballo anche la chiesa (che farebbe bene a stare alla larga dai partiti!).
Una politica che, invece di pensare ai veri e reali problemi quotidiani della gente, fa solo gossip ( di bassa lega) scadendo a turpe pettegolezzo.
Narcisismo, autostima elevata al massimo grado, demonizzazione dell”avversario, bugie sociali, escort: questi sembrano gli ingredienti squallidi di pietanze che ci vengono propinate ogni giorno in tutte le salse.

La chiusura verso gli emigranti, i venti (ritornati) della secessione, la mancanza di attenzione alla “questione meridionale” sono argomenti sui quali riflettere seriamente.
Non è più possibile che l”agenda del governo continui a dettarla la Lega e che tutti assistiamo inermi e inerti a tale degenerazione politica e sociale.
A leggere ogni giorno i giornali spesso mi metto nei panni di quanti (tantissimi) inorridiscono davanti a quanto accade, ma non riescono a sbarcare il lunario, non hanno la forza di fare la spesa quotidiana, non dispongono di mezzi per accedere alle cure “normali” (cui hanno diritto), e di quanti stanno perdendo il lavoro o non riescono ad averlo.
È questo il vero problema (e non solo al Sud): il lavoro.

Nel nostro territorio continuano a vivere momenti drammatici i lavoratori della Fiat, dell”Atitech, della Fincantieri, i precari della scuola, i lavoratori in crisi a Battipaglia. Per non parlare dei giovani che non entrano nel mercato del lavoro o sono costretti ad emigrare.
Per la Chiesa e i cristiani la disoccupazione non è mai un fatto fisiologico ma una sfida che ci interpella e ci chiama a ricordare sempre il primato del lavoro sul capitale e al tempo stesso (proprio perchè il lavoro non lo porta la cicogna) a costruire una società in cui cresca lo spirito di impresa e questo spirito abbia sempre una saldo ancoraggio etico.

La svalutazione del lavoro nel nostro Paese (che pure lo cita nella Costituzione come fondamento della Repubblica) si evidenzia anche nella sua eccessiva tassazione.
Ripensare le politiche del lavoro vuol dire renderle coerenti con gli obiettivi del rispetto della dignità dell”uomo che lavora, della competitività delle imprese e della inclusione sociale.
Proprio per questo c”è bisogno di nuove idee. Occorre, oggi, ri-pensare un nuovo welfare delle opportunità che ha come obiettivo la dignità e le esigenze delle persone.

I tre diritti fondamentali del lavoro (equa remunerazione, salute e sicurezza, apprendimento continuo) possono e devono essere esaltati e meglio perseguiti nell”ottica nuova dello Statuto dei lavori ipotizzato da Marco Biagi, facilitando la ricomposizione delle carriere e dei diversi percorsi lavorativi.

Occorre, in altri termini, abituarsi a considerare il lavoro nella sua dimensione plurale: il lavoro che manca al Sud, i lavoratori che mancano al Nord (anche se la crisi economica ha aggredito territori dove il lavoro abbondava), il lavoro in famiglia, il lavoro senza luogo (il telelavoro), il lavoro domestico (che ancora ci si ostina a non riconoscere), il lavoro nero (che cresce), il lavoro non assicurato, il lavoro artistico e artigianale, il lavoro dell”imprenditore, il lavoro nelle cooperative, il lavoro indipendente del popolo delle partite IVA.

Questi “lavori” hanno archiviato lo stereotipo del lavoro svolto da adulti maschi, in posizione di dipendenza, per tutta la vita, tendenzialmente nello stesso posto.
È con questa “rivoluzione” sociale che la nostra società deve confrontarsi e fare i conti. Su questo devono scervellarsi i nostri politici e spendere tutte le loro energie per ri-pensare il mondo del lavoro e assicurarlo a tutti. Così si costruisce il bene comune e, concretamente, la solidarietà, la giustizia e la pace nel nostro Paese.

(Foto: fonte internet)

SCUOLA. AL NASTRO DI PARTENZA

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Dopo l”intervallo estivo ci ritroviamo insieme al suono della campanella che segna l”inizio di un altro anno scolastico. Il punto di vista e gli auguri di una docente
Di Annamaria Franzoni

Eppure mi batte sempre forte il cuore , forse perchè sento il palpitare di tante emozioni adolescenziali e penso all”esercito degli innumerevoli bambini, adolescenti, insomma, giovani vite, che tra aspettative forti, timori e ansie si avviano verso quella che qualcuno ha designato come la loro aula e che spesso costituisce l”avvio di un”avventura che li porterà chissà dove:..
Zaini nuovi e usati, agende e diari scelti tra dubbi e perplessità, magliette e jeans attentamente selezionati dinanzi ad un armadio spalancato, scarpe nuove ed intonate a qualche accessorio prenderanno posto nelle aule ordinate e dalle sgombre pareti.

Penso a tutti i miei primi giorni di scuola , da alunna e poi da docente, e rinnovo in me l”idea che il rito di questo “giorno speciale” dell”anno scolastico e solare continua ad essere intenso, anche se ogni volta differente.

Alla casualità di questo giorno possono essere legati i destini dell”individuo e questo pensiero mi accompagna , piacevolmente, mentre rifletto, talvolta durante la formazione delle classi o alla dislocazione dei posti a sedere, su come si gioca la vita di un individuo che si trova lì e non altrove, o perchè intreccia un legame amicale con il suo nuovo compagno di banco, che avrà, forse, un ruolo determinante nelle sue scelte successive.

Di fantasia in fantasia mi verrebbe di proseguire all”infinito e allora torniamo alla realtà: si riaprono i battenti di una scuola, ancora una volta caratterizzata da mille problemi , disfunzioni e carenze e che non è lecito che faccia pagare un prezzo sempre più alto ai suoi giovani, in una società che è in debito con loro perchè gli sottrae i meritati spazi della crescita formativa.

Il momento del rito d”inizio non ci consente hinc et nunc di soffermarci sulle negatività e allora insieme all”esercito della popolazione scolastica, entrerò nell”aula scelta per i miei alunni e, nel rispetto delle innumerevoli emozioni condivise nel primo circle time dell”anno, avvierò la costruzione di un nuovo gruppo-classe e di un”altra avventura:
Ad maiora

(Fonte foto: internet)