Questo il senso della polemica sollevata da Raffaele Scarpone nell” articolo che segue, in cui rileva come il nostro sia un Paese senza memoria e senza voglia di futuro.
Caro Direttore,
sono, come sempre e come sai, una voce fuori dal coro. Ed allora voglio dirti che tutto questo rumore per la morte e le esequie di Mike Bongiorno mi è sembrato veramente eccessivo. Aver definito, poi, il pur bravo presentatore televisivo, nel corso dei funerali di Stato, anche “un eroe della nostra Resistenza” mi è parso sintomatico del momento da basso impero, in cui tutti stiamo annaspando.
E non mi meraviglierebbe se, nei prossimi giorni, qualche amministratore miope ma ancora più attratto dalle luci della ribalta, proponesse di intitolare una piazza, una strada o anche un piccolo slargo all”uomo che, secondo il solito “coccodrillo” strappacuore, ha concorso a “cementare l”unità del paese”.
Direttore, in quale paese ipocrita viviamo! Un paese senza memoria e sempre più spesso senza voglia di futuro. Una memoria che non deve e non può significare mero ricordo, ma identità collettiva, valori fondanti e condivisi, simboli di riferimento.
E, Direttore, stai pur certo, che se mai una targa, una lapide dovesse (come sicuramente avverrà) ricordare Bongiorno, mai a nessuno verrebbe l”infelice idea di rimuoverla o di imbrattarla.
Perchè Mike Bongiorno siamo noi, la nostra mediocrità, il nostro dare fiato fittizio alle trombe (con o senza un Turchetti), la nostra vita all”insegna dell”allegria, il nostro affogare ogni minimo problema con un goccio di vino, di birra, di amaro o di grappa (Bocchino o altra marca, fa lo stesso!).
Si è già spenta, Direttore, l”eco della decisione del primo cittadino di Ponteranica (Bg). Mario Aldegani, sindaco leghista, ha fatto rimuovere una targa in memoria di Peppino Impastato (che non ebbe funerali di Stato e non fu definito eroe della nostra Resistenza). Alle proteste di pochi cittadini e di poche associazioni, Aldegani ha promesso di intitolare a Peppino Impastato un premio o un concorso!
Proprio come fece, qualche anno fa, un sindaco (Raffaele Allocca) di un paese della provincia napoletana (Somma Vesuviana), che nel mentre faceva aggiungere il proprio nome al restaurato monumento dei caduti, deliberava anche di far cancellare il nome di Francesco De Martino dalla toponomastica cittadina. Anche in quell”occasione, l”inavveduto sindaco aveva promesso di far erigere ad uno dei padri del socialismo italiano una statua o, almeno, un busto. Ed intanto aveva restituito l”intitolazione della piazza principale della cittadina vesuviana, in pieno terzo millennio, ad un re di casa Savoia, Vittorio Emanuele III; sì, proprio il complice del fascismo, il firmatario delle leggi razziali.
Tutto tace, tutto tacque. Tutti tacciono, tutti tacquero. Come tacquero (aprile 2009) quando fu dileggiata e divelta, a Porto Selvaggio (nel Salento) la targa in memoria di Renata Fonte, l”assessore repubblicana, freddata -25 anni prima- a colpi di pistola, per il suo impegno a favore dell”ambiente e contro la lottizzazione selvaggia e la speculazione edilizia. Come tacquero, ancora, quando (luglio 2009) ignoti vandali divelsero la targa del Cippo in memoria dei Caduti sul Lavoro in Largo Marinai d”Italia, a Milano; o come quando uguale sorte fu riservata alla lapide, che so, dei Martiri delle Foibe (febbraio 2007), ancora in una strada di Milano, o a quella imbrattata (luglio 2005) in via D”Amelio, a Palermo, posta in ricordo del giudice Borsellino e della sua scorta.
Qualche mese prima di morire, Giovanni Falcone, in collaborazione con Marcelle Padovani, aveva mandato alle stampe un libro (Cose di Cosa Nostra, Rizzoli, 1991). Nelle pagine finali si leggeva tutta la solitudine del magistrato palermitano insieme all”inanità di certi comportamenti civili: “Si muore generalmente perchè si è soli o perchè si entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perchè non si dispone delle necessarie alleanze, perchè si è privi di sostegno”.
I guitti muoiono quasi sempre sotto i riflettori e gli osanna di una folla in delirio. Molti tra quella folla, in segno di lutto, si strappano i capelli, piangono. Talvolta capita anche di assistere –per fortuna, raramente- a qualche suicidio per disperazione o estremo atto d”amore. Ed il nome (come il ricordo) dei guitti resta imperituro.
Quanti ricordano ancora -se non ignorano completamente- il nome (fra i tanti che hanno segnato il nostro tempo) di Peppino Impastato e di Francesco De Martino, di Renata Fonte e dei martiri di Nassirya, di quelli delle Foibe e di quelli dei Gulag?
Direttore, tu, illuminato uomo di scuola, mi suggerisci che, in casi simili, solo se “si varrà la nobilitate” della scuola, sarà ancora possibile accendere la fiammella della speranza. E, come me, anche tu hai saputo delle ultime dichiarazioni del ministro Gelmini: la scuola italiana vive un buon momento; la cura dimagrante alla quale è stata sottoposta ha dato buoni risultati, il tempo pieno, alle elementari, ha avuto un incremento del 30% (all”anema d”a palla!). Vergognoso!
È tutto falso. La didattica non esiste più, la scuola ora intrattiene solo, quando ci riesce, più che impartire insegnamenti. Ma questo nessuno lo dice. Perchè l”informazione (tranne rare eccezioni) è al servizio del potere. E, poi, secondo suor Maria Stella, gli educatori non possono e non devono far politica. E così ministri trionfanti annunciano l”anno scolastico della svolta; residue voci di un”opposizione ancora in vita parlano, invece, di un anno scolastico “fai da te”, dove sarà sempre più difficile –se non impossibile- fare lezione. Ma chi se ne importa? A chi interessa?
Invece, bisogna importarsene, bisogna interessarsene, bisogna resistere, bisogna mantenere accesa la speranza.
“Insegnare è diventato sempre più difficile, sembra quasi di lavorare fuori dal mondo, da questo mondo che rotola gioiosamente verso la rovina. Però io tengo duro e i miei colleghi fanno altrettanto: sembra di seminare nel vento, nel nulla, nell”indifferenza, ma in fondo sappiamo che non è vero. Sepolta sotto tonnellate di immagini bugiarde e seducenti, una zolla nella mente dei ragazzi accoglie, incamera, trasforma segretamente. Qualcosa fiorirà, se non oggi domani, se non domani tra dieci anni, quando tutta questa acqua che brilla d”olio e sozzerie si ritirerà” (Marco Lodoli, “Il Rosso e il Blu”, Einaudi, 2009).
Una scuola ben fatta la fanno gli insegnanti, non certamente i ministri che, il più delle volte, riescono solo a peggiorarla.
Ritornando ai funerali di Bongiorno, il poeta Valerio Magrelli ha scritto: “Un giorno di lutto per la nostra decenza di cittadini: i valori più profondi della nostra società sono affidati alle soubrettes, piuttosto che agli studiosi”.
Direttore, ti auguro una vita lunghissima, alla fine della quale, mi auguro, possa partecipare al mio funerale. Almeno tu!
(Fonte foto: Rete Internet)




