RACCOLTA DIFFERENZIATA. CHI CI GUADAGNA?

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I rifiuti differenziati dovrebbero promuovere nuova ricchezza. Invece, i costi del servizio, sempre più salati, li pagano i cittadini, mentre i guadagni se li spartiscono in pochi.
Di Amato Lamberti

Questa volta parliamo di rifiuti e di raccolta differenziata perchè l”aumento della TARSU sta preoccupando i cittadini mentre gli amministratori si trincerano dietro la necessità, prevista dalla legge, di coprire l”intero costo del servizio. Una riflessione però si impone.

La ragione principale della scelta della differenziazione nella raccolta e nello smaltimento dei rifiuti sta nel recupero di materiali che possono essere riutilizzati per produrre nuovi oggetti, nuove merci, da mettere sul mercato per produrre nuova economia, nuova ricchezza. Invece di buttare i rifiuti in discarica, a marcire e ad inquinare la terra, i rifiuti differenziati e riutilizzati producono nuova carta, nuovo vetro, nuovo alluminio, nuove materie, nuovi oggetti: in una parola, ricchezza. Ma per chi?

La domanda è d”obbligo, specie in questo periodo di approvazione dei bilanci comunali che hanno visto tutti un aumento esponenziale della tassa per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti urbani proprio per avviare la raccolta differenziata , tra l”altro realizzata secondo le metodologie più disparate, visto che chi doveva farlo non ha provveduto a definire uno standard unico sulla base almeno dell”economicità della spesa. Ora visto che si differenzia per riutilizzare, ci si sarebbe aspettato oltre a voci in uscita, per l”adeguamento del servizio, anche voci in entrata, per la vendita dei materiali differenziati alle imprese che li riutilizzano.

In una città come Napoli che produce circa 1500 tonnellate di rifiuti al giorno, se con la vendita delle frazioni differenziate utili si ricavassero almeno 50 euro a tonnellata, come ci dicono le stime più basse, dovremmo avere in entrata nel bilancio comunale 27.375.000 euro, che potevano servire almeno ad evitare l”aggravio stratosferico della Tarsu. In realtà, una raccolta differenziata fatta bene, e una efficiente riallocazione sul mercato delle frazioni differenziate, potrebbe consentire un rientro anche superiore ai 100 euro a tonnellata, ove si conteggiassero anche i ricavi in termini di produzione e vendita di energia elettrica da parte dei termovalorizzatori, oggi notevolmente elevati grazie al Cip6, vale a dire all”incentivo statale (che pagano i cittadini con l”incremento del 7% sulla bolletta elettrica).

Per una città come Napoli significherebbe poter contare in entrata su una cifra superiore ai 50 milioni di euro l”anno. E, invece, di questi soldi non c”è traccia perchè il business lo fanno evidentemente altri, i gestori degli impianti per il recupero industriale delle frazioni differenziate. Per fare un esempio, ogni Comune, per il conferimento dei rifiuti non differenziati o parzialmente differenziati ad un impianto di termovalorizzazione, in Italia o all”estero, paga una certa cifra a tonnellata. L”impianto con quei rifiuti produce energia elettrica che vende ad un gestore della distribuzione di energia elettrica e incassa il prezzo incentivato per legge.

Logica vorrebbe che una parte del ricavo, anche in termini di fornitura di un servizio, ad esempio, energia elettrica per l”illuminazione stradale, tornasse al Comune che fornisce a pagamento la materia prima, cioè i rifiuti raccolti tra l”altro a spese dei cittadini. Il risparmio potrebbe essere conteggiato per diminuire la tassa. E, invece, niente: il cittadino paga e le aziende fanno business. Questo sistema vale anche per tutte le frazioni differenziate che vengono consegnate al CONAI e conferite alle imprese che le riutilizzano senza nessun ritorno sul Comune, almeno stando alla lettura dei bilanci, e, quindi, sui cittadini, che conferiscono i rifiuti differenziati e pagano salato il servizio di raccolta.

Sembra evidente che cӏ qualcosa che non va in questo sistema dove i costi sono socializzati tra tutti i cittadini, mentre i guadagni sono privatizzati da poche imprese e alcuni consorzi pubblici. Ma nessuno sembra preoccuparsene, tanto a pagare, anche per sostenere business e intermediazioni poco chiari e ampiamente sovvenzionati da fondi europei, sono sempre gli ignari cittadini.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

VERTICE FAO E CONTRADDIZIONI DEI POLITICI

L”assenza dei Paesi ricchi al Vertice Fao a Roma lascia molti dubbi sulle reali volontà di affrontare il problema. I Capi di Stato presenti hanno denunciato la tragedia della fame nel mondo. Ma quante contraddizioni!
Di Don Aniello Tortora

“Alla fine di questa giornata, quando saremo ancora qui, oltre 17 mila bambini saranno morti di fame. Ne scompare uno ogni cinque secondi. Sei milioni in un anno”. Con queste parole agghiaccianti il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, ha dato inizio al Vertice mondiale sulla sicurezza alimentare della Fao, apertosi a Roma a metà novembre.

Nel palazzo di viale delle Terme di Caracalla si è svolto l’ennesimo confronto tra capi di Stato e di governo – ne sono arrivati una sessantina, assenti i Paesi ricchi – sulla tragedia planetaria della fame nel mondo, che ha ucciso – solo nel 2009 – un miliardo e duecento milioni di persone. Una verità che atterrisce, ma che lascia ancora indifferente la maggioranza di quella parte del mondo ricco, principale responsabile degli immorali squilibri sociali ed economici che ci sono in questo mondo.
Tante le frasi vuote e scontate. È mancata, però, l’assunzione di responsabilità tangibile per cercare di avviare un processo di cancellazione di questa piaga. I capi di Stato e di governo hanno approvato la dichiarazione in cinque punti con gli impegni per un’azione globale contro la fame.

Tuttavia, il documento non dice una parola rispetto alla richiesta del direttore generale della Fao, il senegalese Jacques Diouf, che nel suo intervento ha chiesto 44 miliardi di dollari da destinare allo sviluppo agricolo e alle infrastrutture nei Paesi poveri. Aggiungendo anche che ”i fondi per la Fao risultano ridotti di un 22% rispetto ai livelli del 1994 e del 32% rispetto al personale impiegato”.

Poi sono arrivate le parole del Papa, il quale, invitato al vertice, ha fatto un discorso (16 novembre 2009, ndr) bellissimo e di denuncia altissima che potremmo intitolare così:
“Eliminare le cause strutturali della fame”. Riporto qui alcuni stralci molto interessanti.

(:) “La Comunità internazionale sta affrontando in questi anni una grave crisi economico-finanziaria. Le statistiche testimoniano la drammatica crescita del numero di chi soffre la fame e a questo concorrono l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, la diminuzione delle disponibilità economiche delle popolazioni più povere, il limitato accesso al mercato e al cibo. Tutto ciò mentre si conferma il dato che la terra può sufficientemente nutrire tutti i suoi abitanti. Infatti, sebbene in alcune regioni permangano bassi livelli di produzione agricola anche a causa di mutamenti climatici, globalmente tale produzione è sufficiente per soddisfare sia la domanda attuale, sia quella prevedibile in futuro”.

“Questi dati indicano l’assenza di una relazione di causa-effetto tra la crescita della popolazione e la fame, e ciò è ulteriormente provato dalla deprecabile distruzione di derrate alimentari in funzione del lucro economico.
Nell”Enciclica Caritas in veritate ho osservato che “la fame non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale. Manca, cioè, un assetto di istituzioni economiche in grado sia di garantire un accesso al cibo e all’acqua regolare e adeguato:, sia di fronteggiare le necessità connesse con i bisogni primari e con le emergenze di vere e proprie crisi alimentari:”.

Ed ho aggiunto: “Il problema dell’insicurezza alimentare va affrontato in una prospettiva di lungo periodo, eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri mediante investimenti in infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche agricole appropriate, capaci cioè di utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e socio-economiche maggiormente accessibili a livello locale, in modo da garantire una loro sostenibilità anche nel lungo periodo” (n. 27).
Nell”odierna situazione permane ancora un livello di sviluppo diseguale tra e nelle Nazioni, che determina, in molte aree del pianeta, condizioni di precarietà, accentuando la contrapposizione tra povertà e ricchezza. Tale confronto non riguarda più solo i modelli di sviluppo, ma anche e soprattutto la percezione stessa che sembra affermarsi circa un fenomeno come l’insicurezza alimentare. Vi è il rischio cioè che la fame venga ritenuta come strutturale, parte integrante delle realtà socio-politiche dei Paesi più deboli, oggetto di un senso di rassegnato sconforto se non addirittura di indifferenza. Non è così, e non deve essere così!”.

“Per combattere e vincere la fame è essenziale cominciare a ridefinire i concetti ed i principi sin qui applicati nelle relazioni internazionali, così da rispondere all’interrogativo: cosa può orientare l’attenzione e la successiva condotta degli Stati verso i bisogni degli ultimi? La risposta non va ricercata nel profilo operativo della cooperazione, ma nei principi che devono ispirarla: solo in nome della comune appartenenza alla famiglia umana universale si può richiedere ad ogni Popolo e quindi ad ogni Paese di essere solidale, cioè disposto a farsi carico di responsabilità concrete nel venire incontro alle altrui necessità, per favorire una vera condivisione fondata sull’amore”.

“Tuttavia, sebbene la solidarietà animata dall”amore ecceda la giustizia, perchè amare è donare, offrire del “mio” all”altro, essa non è mai senza la giustizia, che induce a dare all”altro ciò che è “suo” e che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare. Non posso, infatti, “donare” all”altro del “mio”, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete secondo giustizia (cfr ibid., 6). Se si mira all’eliminazione della fame, l’azione internazionale è chiamata non solo a favorire la crescita economica equilibrata e sostenibile e la stabilità politica, ma anche a ricercare nuovi parametri – necessariamente etici e poi giuridici ed economici – in grado di ispirare l’attività di cooperazione per costruire un rapporto paritario tra Paesi che si trovano in un differente grado di sviluppo”.

“Ciò, oltre a colmare il divario esistente, potrebbe favorire la capacità di ogni Popolo di sentirsi protagonista, confermando così che la fondamentale uguaglianza dei diversi Paesi affonda le sue radici nella comune origine della famiglia umana, sorgente di quei principi della “legge naturale” chiamati ad ispirare scelte ed indirizzi di ordine politico, giuridico ed economico nella vita internazionale (cfr ibid., 59). San Paolo ha parole illuminanti in merito: “Non si tratta infatti – egli scrive – di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perchè anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto: Colui che raccolse molto non abbondò, e colui che raccolse poco non ebbe di meno” (2 Cor 8,13-15)”.

“Non si devono poi dimenticare i diritti fondamentali della persona tra cui spicca il diritto ad un”alimentazione sufficiente, sana e nutriente, come pure all”acqua; essi rivestono un ruolo importante per il conseguimento di altri diritti, ad iniziare da quello, primario, alla vita. È necessario, pertanto maturare “una coscienza solidale, che consideri l’alimentazione e l’accesso all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni nè discriminazioni” (Caritas in veritate, 27).
La fame è il segno più crudele e concreto della povertà. Non è possibile continuare ad accettare opulenza e spreco, quando il dramma della fame assume dimensioni sempre maggiori.
La Chiesa non pretende di interferire nelle scelte politiche; essa, rispettosa del sapere e dei risultati delle scienze, come pure delle scelte determinate dalla ragione quando sono responsabilmente illuminate da valori autenticamente umani, si unisce allo sforzo per eliminare la fame”.

“È questo il segno più immediato e concreto della solidarietà animata dalla carità, segno che non lascia spazio a ritardi e compromessi. Tale solidarietà si affida alla tecnica, alle leggi ed alle istituzioni per venire incontro alle aspirazioni di persone, comunità e interi popoli, ma non deve escludere la dimensione religiosa, con la sua potente forza spirituale e di promozione della persona umana. Riconoscere il valore trascendente di ogni uomo e di ogni donna resta il primo passo per favorire quella conversione del cuore che può sorreggere l”impegno per sradicare la miseria, la fame e la povertà in tutte le loro forme”.
Così il Papa.

C”è da dire che nel documento finale del vertice sono confermati gli obiettivi di dimezzamento degli affamati nel mondo entro il 2015. Manca però una chiara indicazione dell’impegno finanziario. Una mancanza a cui si deve porre rimedio. Al di là dell’assenza dei leader mondiali, -cosa gravissima- c’è il problema di fondo di avere la garanzia che i 20 miliardi di euro stanziati nel G8 arrivino realmente ai produttori agricoli, cioè a coloro che devono combattere il dramma della fame.
Se poi il problema della fame lo vogliamo risolvere secondo il “metodo-Gheddafi”, siamo al parossismo e alla follia pura.

Muammar Gheddafi ha fatto un lungo discorso. Dopo aver segnalato l’assenza dei Paesi ricchi nel summit, e denunciato che “la situazione più drammatica in Africa è quella delle sementi, monopolizzate da imprese diaboliche”, e che “dobbiamo smantellare questo monopolio, la Fao deve farlo in ogni Paese”, la sera stessa si è “riposato” dal lungo lavoro della mattina con una festa svoltasi in una stupenda villa romana, “corteggiato” da appena 500 ragazze italiane “costate” solo 60 euro a persona.

Queste sono, ahimè, le grandi contraddizioni dei politici.
Una parola mi sento di dirla anche alle ragazze, senza esprimere nessun giudizio morale.
Non sarebbe stato più decoroso “protestare” davanti a Palazzo Chigi e chiedere con forza un lavoro stabile e dignitoso?
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI GIÁ TRATTATI

SCUOLE APERTE. VIA DALLA GRAMMATICA DELLA VIOLENZA

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Riflessione sulla conflittualità tra le culture “altre” dei giovani al Liceo “G. Mercalli” di Napoli.
Di Annamaria Franzoni

La seconda giornata di lavoro del Progetto Scuole Aperte ha avuto inizio con la visione del film “Freedom writers” che non è stato anticipato, come è avvenuto per il precedente film, da alcuna informazione iniziale, nè introduzione, nè preparazione su quanto veniva proposto ai giovani spettatori , tranne che si trattasse di una storia vera.

Conclusa la proiezione, le emozioni provate dai ragazzi e le conseguenti riflessioni si sono ben presto palesate forti e profonde: è emerso, infatti, che in contesti difficili spesso la violenza è l”unica risposta non elaborata a situazioni di paura, timore , panico. Più di uno ha infatti sostenuto che quei loro coetanei, crescendo molto in fretta, senza alcun sostegno sociale, affettivo e familiare sono stati abituati a assumere la violenza, che tra l”altro essi stessi hanno subito, come principale e forse unica modalità di relazione con il mondo esterno.

Soprattutto il lessico, emerso dal brainstorming di questo secondo incontro sul termine “intercultura”, si è presentato molto diverso rispetto a quello utilizzato nel corso dell”incontro precedente: i ragazzi hanno, infatti, sottolineato che non esiste solo una sorta di razzismo da parte di un gruppo forte su uno più debole , come nella precedente vicenda tra bianchi e neri, ma che emergono forme di violento rifiuto da parte di gang altrettanto deboli, diseredate, contro tutti i potenziali nemici altrettanto socialmente e culturalmente deprivati.

Questo “non gruppo”, spinto in uno spazio comune, non è capace di un dialogo fino a quando su di esso non cala uno sguardo amico che riesce a creare un ambiente favorevole all”abbattimento del muro di aggressività, attraverso lo spazio della parola ed in particolare della parola scritta.
Ecco, allora, che la storia dell”aula 203 mi ha consentito di sottolineare, ancora una volta, il ruolo, essenziale nella scuola e nella vita di tutti e di ciascuno, della parola che rende forti, che rende liberi e che rende consapevoli.

Quei ragazzi, come è stato sottolineato dai giovani spettatori del Liceo Mercalli, vivono in famiglie che favoriscono ed alimentano l”odio e il razzismo, tuttavia, sono riusciti a superare la loro squallida quotidianità attraverso la fiducia e soprattutto attraverso i segnali rassicuranti di chi ha messo in gioco tutta sè stessa e la propria vita privata per loro. Inoltre è emerso che la fermezza della signora Gruwell ha insegnato loro la perseveranza nel raggiungere l”obiettivo desiderato: fino a quel momento a quei ragazzi era solo stato detto che dovevano andare a scuola, ma nessuno aveva insegnato loro a liberarsi da tutti gli ostacoli creati dal contesto che non consentiva loro lo sviluppo e la crescita vera, che potesse farli uscire dalla “grammatica della violenza”, portandoli fuori dalla cornice criminale.

Questa storia mi riporta alla mente un”altra significativa esperienza vissuta negli anni “90 da Oscar Henao Mejìa, Preside a Medellìn in Colombia , in un quartiere in cui in due anni vennero celebrati183 funerali di ragazzi: egli intese che gli alunni della sua scuola pativano più di ogni altra cosa la solitudine. Nel suo libro si legge: “Questi giovani erano sempre più autistici , l”unico linguaggio che conoscevano era sempre più quello delle armi. Bisognava creare nuovi canali di comunicazione: più dell”algebra, della chimica, era importante lo spazio di ri-creazione in cui si poteva parlare… e soprattutto esprimersi attraverso la scrittura” (tratto da:Oscar Henao Mejìna, “Un”experiencia de scrittura personal con adolescente. El protagonista inicial: un desobediente”. Secretarìa de Educacìon Municipal de Medelleìn. 2006).
(Fonte foto: Rete Internet)

QUEGLI ODIOSI COMPITI A CASA

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I docenti, sempre più spesso, assegnano molti compiti per casa. Però, ciò che può fare l”insegnante in classe non troverà mai riscontro nell”ambito della famiglia, già di per sè precario e oppresso.
Di Silvano Forcillo
Il grado di capacità dell”insegnante, di stabilire un rapporto con gli studenti, incide in maniera decisa sulla qualità del processo cognitivo e relazionale dell”alunno.
Un efficace professionista dell”istruzione e dell”educazione non può essere solo uno specialista nelle materie d”insegnamento, nè deve essere solo un esperto nella produttività; egli deve essere, anzitutto “Persona”, in particolare una “Persona”, capace di sapere “quando” e “in che modo” usare le competenze per raggiungere la reciproca soddisfazione dei propri bisogni e di quelli degli studenti.
L”approccio psicopedagogico “Centrato sulla Persona” e “Centrato sul Discente”, per favorire la crescita personale e professionale, fonda le sue basi sulla creazione di una “Comunità di apprendimento, caratterizzata da accettazione incondizionata, rispetto dell”altro in quanto persona, fiducia, congruenza ed empatia, elementi, che promuovono, nell”alunno autostima, autodisciplina, autodeterminazione e autorealizzazione”.
Da un punto di vista operativo, l”insegnante assume il compito di “facilitatore di un percorso di auto-indagine delle risorse personali“; che l”allievo valuta come proprio potenziale.
La valutazione del potenziale viene stimolata, attraverso il confronto, all”interno del contesto scolastico ed è proprio il docente a svolgere questa funzione di garante dell”allargamento del punto di vista soggettivo.
Da un punto di vista metodologico è essenziale “riuscire ad emozionare cognitivamente le ragazze ed i ragazzi, in modo che il loro stesso piacere di capire e la riflessione su come ciò sia avvenuto, possano spingerli ad ulteriori elaborazioni delle loro conoscenze, sulle quali si possano innestare naturalmente competenze progressivamente adeguate ai compiti di realtà che essi saranno chiamati a svolgere dentro e fuori la scuola”.
Bisogna restituire significato alla scuola e bisogna, soprattutto, promuovere la libertà, nell”apprendimento.
Il modello educativo-didattico e formativo utilizzato, purtroppo, oggi nella scuola italiana èquellobasato, ancora, sulla sterile, nociva, sorpassata e comportamentisticamaniera del “bastone e la carota“, l”apprendimento, infatti, è basato sull”obbligo, sulla minaccia e sulla paura.
L”obbligo di andarci, l”obbligo dei compiti a casa, la minaccia delle sanzioni e dei provvedimenti disciplinari e la paura dell”interrogazione, del voto e della bocciatura.
Eppure uno dei punti di forza della “Scuola dell”autonomia” (Legge 8 marzo 1999, n. 275) è la “qualità” della funzione docente.
Al docente oggi viene richiesta la disponibilità di mettersi in gioco, anzitutto, come “Persona” e, poi, come professionista dell”istruzione.
L”assunto di basee imprescindibile è che l”apprendimento e l”istruzione devono essere visti, come processo autogestito e, in quest”ottica al Docente spetta il compito di promuovere la realizzazione di un setting educativo-didattico, che faciliti negli individui e nei gruppi-classe l”impresa di progressiva autogestione del progetto di comprendere e di essere se stessi.
Di conseguenza è più importante che il docente apprenda a non ostacolare il naturale processo di maturazione di ognuno, che ad intervenire, in modo direttivo, ovvero impositivo su di esso.
Per questo motivo l”attenzione è centrata, più che sui contenuti e le metodologie didattiche, sulla qualità della relazione, sull”intenzionalità, sui processi di comunicazione e interazione e sulla capacità dell”insegnante di facilitare gli alunni nel trovare la soluzione ai loro problemi, piuttosto che crearne, come, con i difficili, odiosi e deleteri compiti a casa. Peraltro, spesso fonte di litigio e disaccordo, nella gestione e d organizzazione familiare e nel rapporto tra i coniugie tra genitori e figli.
Ognuno apprende facendo; la riflessione e la concettualizzazione partono dai vissuti delle persone e dalla loro condivisione e ad essi continuamente ritornano. Il centro d”interesse diventa la “Persona” e la metodologia stessa si centra sulle strutture e sulle dinamiche attraverso le quali le persone autogestiscono il proprio processo di sviluppo e di crescita personale e professionale.
Per questo motivo ciò che il docente può efficacemente fare in classe ed esperire “personalmente” e professionalmente con i suoi alunni, non potrà trovare mai un adeguato ed efficace riscontro nel “dovere fare i compiti”,nell”ambito della famiglia, già, di per sè precario, perchè oppresso e represso dalle difficili condizioni sociali, economiche e lavorative, in cui essa oggi si trova.
(Fonte foto: Rete Internet)

1968. L’ITALIA VIVE DI SPONDA I FENOMENI INTERNAZIONALI

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Gli anni “68 e “69 vedono studenti e operai in piazza a chiedere riforme. Poteri occulti ne approfittano per inaugurare la “strategia della tensione”
L”ultimo biennio degli anni sessanta è una pietra miliare nella storia d”Italia. Nel 1968 migliaia di giovani respirano aria di rivoluzione e scendono nelle piazze, chiedendo una rivalutazione del ruolo della donna, una politica più umana, una scuola più adeguata ai tempi. L”Italia vive solo di riporto il fenomeno del Sessantotto, che nasce, invece, in un contesto internazionale. Affollati cortei di studenti occupano le strade delle città; giovani con giacca e cravatta ed hippies, i “figli dei fiori”, cantano slogan contro l”offensiva americana nel Vietnam, inneggiando al culto di Che Guevara e Martin Luther King.
Il massimo esponente della lotta studentesca italiana diventa Mario Capanna, un iscritto alla Facoltà di Lettere dell”Università Cattolica di Milano. Non mancano durante le manifestazioni studentesche scontri armati, come quello di Valle Giulia, a Roma (foto), dove si contano decine di feriti tra le forze dell”ordine e gli stessi studenti. La contestazione del “68 fa registrare la voce dissenziente di Pasolini, il quale, tra gli studenti (figli della borghesia) ed i poliziotti (figli di operai e di contadini), sceglie di stare con i secondi. Alcuni versi del poeta “corsaro” recitano: “Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte/ coi poliziotti/ io simpatizzavo coi poliziotti,/ perchè sono i figli dei poveri./ :voi, cari (benchè dalla parte della ragione) eravate ricchi/ mentre i poliziotti (che erano dalla parte/ del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,/ la vostra!”.
Il 31 dicembre, la notte di capodanno, per la prima volta in Italia, si sparano colpi di pistola contro una manifestazione studentesca (un ragazzo rimane paralizzato). Avviene a Viareggio, davanti al locale “La Bussola”, dove giovani contestatori circondano e sbeffeggiano eleganti signori in smoking. È il segno che Versilia non è più il regno delle vacanze e della spensieratezza. Solo qualche settimana dopo, ancora a Viareggio, scompare un ragazzino di tredici anni, Ermanno Lavorini. Lo ritrovano morto nella pineta, quaranta giorni dopo. È rimasto vittima di una banda di giovani balordi.
L”anno 1969 segna un”inversione di tendenza per il boom economico degli anni precedenti. L”economia, infatti, ristagna, gli operai sono in lotta con i padroni e rivendicano salari più alti, sicurezza sul posto di lavoro, implementazione dei servizi sociali. Una lunga serie di scioperi ingabbia il paese: si vive “l”autunno caldo” della società, quello degli episodi di violenza, dei contrasti, del malessere collettivo. Uno slogan degli operi recita. “Il nostro Vietnam è in fabbrica! “. Ed i “Quaderni Piacentini” scrivono: “Cosa vogliamo? Tutto. Oggi in Italia è in moto un processo rivoluzionario aperto che va al di là dello stesso grande significato del maggio francese. Per questo la battaglia contrattuale è una battaglia politica”.
Il 28 novembre, di sera, il presidente della Camera, Sandro Pertini, annuncia il risultato della votazione della legge, che permette lo scioglimento del matrimonio (non chiamato ancora divorzio): “Presenti e votanti 608, maggioranza 305, favorevoli 325, contrari 283. La Camera approva”.
L”anno 1969 si chiude con l”attentato di Piazza Fontana, a Milano. Il 12 dicembre, nella sede centrale della Banca Nazionale dell”Agricoltura, scoppia una bomba. Il bilancio dell”attentato è di 17 morti e 105 feriti. Il Corriere della Sera scrive: “Tutto era a pezzi. Sgretolato, frantumato, contorto, sfasciato. Le grandi vetrate dei due piani superiori si erano sbriciolate e raffiche di schegge avevano investito e colpito nel” mucchio” impiegati e clienti”. La domanda che tutti si pongono è: chi sono i padri e gli autori materiali della strage?
È silenzio assoluto. Il 15 dicembre è arrestato l”anarchico Pietro Valpedra, che un testimone dice di riconoscere come l”uomo che, pochi momenti prima dello scoppio, è entrato in Banca con una valigia in mano. Viene condotto in questura anche l”anarchico Giuseppe Pinelli, che, ne esce morto. Si suicida (o è spinto farlo, rimane un mistero!), infatti, buttandosi dalla finestra durante gli interrogatori. Il commissario, che conduce l”interrogatorio di Pinelli, si chiama Luigi Calabresi.
L”inizio della strategia della tensione ha, forse, un obiettivo politico. La destra eversiva, attraverso violenze ed attentati, cerca di prendere il potere, delegittimando la partecipazione al governo della sinistra moderata.
(Fonte foto: Rete Internet)

TUTTI SCHIACCIATI SUL PRESENTE

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Lo slogan nazionale sembra essere diventato “Domani Dio ci pensa”. Ma se nessuno costruisce più il futuro e nessuno educa chi deve rappresentarlo, ciò significa che hanno fallito la Politica e la Scuola.

Caro Direttore,
al nostro Paese (all”Italia, alle città, ai piccoli centri) hanno, ormai, rubato il futuro e nessuno se ne è accorto. O –come è più realistico sostenere- nessuno finge di accorgersene. Tutti, infatti, vivono schiacciati sul presente, quasi alla giornata, con quella tipica espressione disegnata sul volto, un po” beffarda e un po” preoccupata, del tipo: “ci sono cose più importanti nella vita; domani Dio ci pensa!”.

Il futuro di un Paese risiede nella Politica e nella Scuola. L”una (la Politica) ha proprio il compito di progettare il futuro; l”altra (la Scuola) ha l”obbligo di educare i giovani, che rappresentano il futuro. Cosa sta avvenendo, invece, nel nostro Paese? Che la Politica e la Scuola non si rifanno nemmeno all”antico; conoscono solo il presente, la sopravvivenza, la superficialità, l”arte d”arrangiarsi e mettere le pezze, nemmeno con eleganti sarciture, ma alla men peggio, come una volta si mettevano sui calzoni dei pitocchi: di tutti i colori!

La Politica nazionale sta giocando tutte le sue carte (quelle sul tavolo e quelle nella manica), per evitare al Presidente del Consiglio di pagare eventuali debiti contratti con la giustizia. Fino a qualche settimana fa si parlava solo di lodo-Alfano; dopo la sua bocciatura, si parla, invece, del ddl salva-premier. Quello del “processo breve”, per intenderci. Moltissimi cittadini hanno chiesto, a tal proposito, che il decreto venga ritirato: è successo qualcosa? Ma va! Così è chiaro che si scende in politica per propri interessi, per garantirsi di fronte agli uomini (gli onesti, che sono stati gabbati) ed alla Legge.

E che male c”è, se, poi, con le stesse procedure usate per i big della politica (i Gatti, le Volpi, i Pinocchi, i Mangiafuoco), chiedono un”attenzione nel trattamento (eventualmente riservato loro dalla Giustizia) anche tutti i peones, le mezze tacche, le comparse di un mondo che, ormai, è diventato sinonimo di remunerata e spregiudicata attività professionale. Ormai, da grandi, i nostri giovani hanno il miraggio di due sole attività: quella del camorrista o quella del politico. Quelli più fessi, più ignoranti fanno i camorristi, rischiano la pelle, il carcere, si drogano (ma anche gli altri!) e pensano di poter dettar legge, diventando l”antistato.

Quelli più furbi (non più intelligenti), invece, scendono in politica, a tutti i livelli: nelle circoscrizioni, nei consigli comunali, provinciali, regionali, fino al Parlamento e, sapendo di rappresentare lo Stato, chiedono di essere difesi, cautelati. Da tutto e da tutti: dalle dazioni (eufemismo al posto di tangenti), dai festini con escort o trans (sesso senza tessere di partito), da operazioni politiche messe in essere solo per ringraziare (sinonimo di patto precedentemente assunto) elettori privilegiati.

E, poi, Direttore, magari uno si indigna (o finge?) per il lutto al braccio esibito, per la morte di un boss locale, da quattro ignoranti giocatori della squadra calabrese del San Luca? Ma quanti di noi si indignano davvero, hanno voglia di indignarsi per la politica e per alcuni politicanti, che, probabilmente, il lutto non lo esibiscono al braccio, ma lo portano dentro il cuore, perchè essi sono, spesso, espressioni di famiglie, di clan, di holding, di gruppi finanziari?

Anche la Scuola, per la quale pareva ci fosse stato (ma era una moda passeggera del settembre “08!) un principio di indignazione, è appiattita solo sul presente. Sembrava che dovesse essere messo tutto in discussione dalla ferma protesta di docenti e genitori, sembrava che le notti dei fantasmi (bambini ed adulti a celebrare il funerale della scuola di Stato) dovessero costituire un campo di battaglia, sembrava che gli stessi precari (in mutande) davanti agli Uffici Scolastici Provinciali (i vecchi Provveditorati) potessero interpretare un nuovo Full Monty!

Tu sai cosa significa, oggi, lavorare nella scuola. I ragazzi non fanno quasi più lezione, mancano le risorse finanziarie e materiali (non ci sono soldi ed anche gli insegnanti sono stati tagliati), la qualità dell”insegnamento è andata a farsi benedire (versione moderata) o a puttane (versione esasperata), la dispersione scolastica –almeno nelle terre del sud- tende di nuovo ad aumentare, gli extracomunitari di prima e seconda generazione affollano le aule e si imbattono in docenti, che non hanno gli strumenti culturali per accoglierli ed educarli. Ma che fa? Va tutto bene. E, poi, a che serve studiare? Le strade per affermarsi nella vita sono ben altre.

“Tutto è cambiato: la società dei consumi s”è fatta più furba e più aggressiva, ha azzannato dolcemente i giovani alla giugulare e gli ha versato dentro il veleno del desiderio. Chi pensa spende poco, chi si ferma a leggere, a coltivare la propria individualità, a sognare l”impossibile, non ascolta le sirene che cantano la canzone della felicità facile facile, chi rallenta dentro la malinconia dell”adolescenza non bada alle luci del paese dei balocchi. Così i persuasori non più occulti sono intervenuti sulle fondamenta della giovinezza: hanno promesso mari e monti, hanno regalato sogni impersonali e fasulli, hanno stravolto le coscienze. In pochi anni i miei studenti si sono smarriti:”Professore, la saggezza oggi non serve più, è una cosa del passato”, mi ha detto un”alunna kosovara che si è inserita presto e bene in questo frenetico supermercato. “Oggi bastano i soldi e la tecnologia”, Marco Lodoli, “Il rosso e il blu”, Einaudi, 2009.

Direttore, sempre a proposito di scuola, hai saputo che 300 dirigenti scolastici siciliani sono a rischio, perchè i giudici, accogliendo un ricorso di due insegnanti, hanno chiesto l”annullamento del concorso del 2004? Hai saputo anche perchè, ovviamente? Per, come dire?, manifesta ignoranza. Infatti, a parte le correzioni in tempo record (una media di 2 minuti e mezzo a tema), pare siano statti riscontrati anche vistosi errori grammaticali, sintattici e concettuali. Pare che alcuni dirigenti scolastici siciliani siano soliti scrivere confondendo, per esempio, la a preposizione con ha verbo ed altre perle simili.

Che fai, ridi? Sghignazzi? Dici che conosci almeno altri dieci dirigenti (anche campani) con le stesse caratteristiche culturali dei siciliani? Dici che dovrebbero vergognarsi? E dovrebbero provare vergogna anche diversi politici, sindacalisti e responsabili istituzionali della scuola campana, per aver favorito il superamento del concorso a quei dieci che conosci tu? Fermo! Non ti azzardare a chiedermi se ne conosco qualcuno anch”io, che ti incenerisco!

Comunque è tutto inutile. Il Parlamento sta preparando già una sanatoria. Non succederà niente. Perchè? Ma semplice! Perchè questo Paese non ha bisogno di futuro. Ha bisogno solo di schiacciarsi sul presente. E, poi, che vuoi che sia un dirigente ignorante, un medico ottuso, un avvocato imbroglione, un politicante maneggione? Ci sono cose più importanti nella vita. Domani Dio ci pensa!
(Fonte foto: Rete Internet)

I DISASTRI ARRICCHISCONO, LA PREVENZIONE NO

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Della frana di Ischia non parla più nessuno. Si nascondono fatti e responsabilità per concentrarsi sui tanti soldi che saranno spesi per “mettere in sicurezza” il territorio.
Di Amato Lamberti

Della frana di Casamicciola non ne parla più nessuno: eppure non è passata neppure una settimana. Ma si sa che queste notizie che rimandano a precise responsabilità a diversi livelli istituzionali si consumano in breve tempo, perchè grande è la fretta di nascondere sotto una coltre di silenzio le disattenzioni, le inadempienze, i mancati interventi degli Enti e degli uffici preposti al monitoraggio e alla salvaguardia del territorio.

Nemmeno a farlo apposta, pochi giorni prima avevamo scoperto, grazie ad una indagine della Magistratura, che l”Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale (L”ARPAC) era, per un verso, una dependance esclusiva di un partito politico di dimensioni familiari, anzi familistiche, nella quale sistemare in allegra brigata parenti, sodali, portaborse e galoppini, senza titoli e competenze per assicurare un qualsiasi servizio di tutela ambientale; e, dall”altro, una sorta di associazione a delinquere che distribuiva appalti e consulenze finalizzati solo a raccogliere consensi elettorali. Del territorio, delle sue fragilità idrogeologiche, dei problemi di inquinamento, naturalmente, non se ne occupava nessuno, perchè i disastri pagano molto più che la prevenzione.

Un evento catastrofico produce morti, dissesti del suolo, distruzione di strade ed edifici, ma mette nello stesso tempo in moto una macchina perversa di interventi di somma urgenza, di richiesta urgente di fondi per far fronte alle necessità più immediate, di studi sulle condizioni dei territori colpiti, di progettazione di interventi per il consolidamento dei costoni, che danno alla politica la possibilità di distribuire appalti, subappalti, forniture, consulenze, progettazioni secondo le regole clientelari più consolidate, quelle della fedeltà, dell”appartenenza e della spartizione. Ogni disastro, in altre parole, attiva un banchetto al quale la politica invita parenti, amici e benefattori e dove si festeggia lo spreco dei fondi pubblici.

Ma di queste cose giornali e telegiornali non parlano, intenti come sono a celebrare i rituali del pianto e dell”indignazione. Come scrive il prof. Vallario, geologo di fama internazionale, “Ad ogni crollo, frana, inondazione, seguono sempre buoni propositi sull”avvenire, dichiarazioni sulla imprevedibilità del fenomeno, commissioni d”inchiesta, ma tutto si esaurisce in un nulla di concreto, in attesa del prossimo disastro, per riproporre analogo rituale”.

Nel suo libro, “Il dissesto idrogeologico in Campania”, c”è una cronistoria di frane ed alluvioni che è impressionante perchè registra come alcuni contesti territoriali siano interessati da eventi calamitosi con una frequenza che consiglierebbe addirittura lo spostamento della popolazione, o quantomeno il blocco totale di ogni nuova costruzione. L”isola di Ischia, ad esempio, è interessata strutturalmente da fenomeni franosi a partire dal IV secolo a.C. Un esempio di totale disattenzione al territorio è quello di Monte Pendolo a Gragnano.

Nel 1764 alcune frane sul versante nord provocarono numerose vittime e molti danni. Nel 1841 diverse frane sui versanti nord e ovest provocarono 100 vittime e danni anche all”abitato di Gragnano. Nel 1935 imponenti fenomeni franosi sul versante nord investirono l”abitato di Gragnano, provocarono numerose vittime e ingenti danni economici. Altre frane di rilevante importanza, per fortuna senza vittime, si registrarono nel 1939, nel 1949, nel 1951, nel 1953, nel 1956, nel 1958. Nel 1963 una serie di frane provocarono una vittima e molti danni. Nel 1971 una frana sul versante sud travolge l”Hotel La Selva di Gragnano e molte altre abitazioni provocando anche sei vittime. Nel 1997 un frana si abbatte su un ricovero di animali facendo molte vittime.

In questa situazione di pericolosità, ancor oggi si continua a costruire, e non solo abusivamente quasi a sfidare il pericolo incombente di un monte che già nel nome ricorda la sua condizione di instabilità. Le autorità competenti non sono interessate ad intervenire perchè Monte Pendolo è una specie di assicurazione permanente per gli amministratori: ogni volta che frana, e frana spesso, arrivano soldi per appalti, studi, consulenze, con i quali soddisfare le proprie clientele e rinforzare il pacchetto di consensi elettorali. Se muore qualcuno, ci saranno anche le televisioni e giornalisti da tutte le parti d”Italia.
(Fonte foto: Rete Internet)

I TEMI TRATTATI DAL PROF. LAMBERTI

IL CROCIFISSO A SCUOLA

La decisione della Corte di Strasburgo sul crocifisso a scuola è debole, perchè non tiene conto della dimensione culturale ed educativa che esso evoca.
Di don Aniello Tortora

C”è stata una vera bufera dopo la sentenza della Corte europea di Strasburgo che dice ‘no’ al crocifisso a scuola. Il governo ha annunciato che farà ricorso. Sulla questione sono intervenuti i vescovi. “La decisione suscita amarezza e non poche perplessità: fatto salvo il necessario approfondimento delle motivazioni, in base a una prima lettura, sembra possibile rilevare il sopravvento di una visione parziale e ideologica”, fa sapere in una nota la Conferenza episcopale italiana” (Cei).

Secondo la Corte dei diritti dell’uomo la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche costituisce “una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni” e una violazione alla “libertà di religione degli alunni”. Il caso era stato sollevato alla Corte di Strasburgo da Soile Lautsi, cittadina italiana originaria della Finlandia, che nel 2002 aveva chiesto all’istituto statale “Vittorino da Feltre” di Abano Terme (Padova), frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocefissi dalle aule. A nulla, in precedenza, erano valsi i suoi ricorsi davanti ai tribunali in Italia. Ora i giudici di Strasburgo le hanno dato ragione.

Secondo la sentenza di Strasburgo il governo italiano dovrà pagare alla donna un risarcimento di cinquemila euro per danni morali. La sentenza è la prima in assoluto in materia di esposizione dei simboli religiosi nelle aule scolastiche.
Secondo la Cei, “risulta ignorato o trascurato il molteplice significato del crocifisso, non è solo simbolo religioso ma anche segno culturale. Non si tiene conto del fatto che l’esposizione nei luoghi pubblici è in linea con il riconoscimento dei principi del cattolicesimo come ‘parte del patrimonio storico del popolo italiano’, ribadito dal Concordato del 1984”.

Il crocifisso rappresenta “una dimensione anche di peso culturale ed educativo che è davvero irresponsabile voler cancellare”. Lo ha affermato in un’intervista alla Radio Vaticana, mons. Vincenzo Paglia, responsabile della commissione Cei per il dialogo interreligioso, commentando la sentenza della Corte europea di Strasburgo.

“A me pare – ha aggiunto mons. Paglia a proposito della sentenza – che parta da un presupposto di una debolezza umanistica oltre che religiosa del tutto evidente: perchè la laicità – ha spiegato – non è l’assenza di simboli religiosi ma la capacità di accoglierli e di sostenerli di fronte al vuoto etico e morale che spesso noi vediamo anche nei nostri ragazzi”. “Pensare di venire in loro aiuto facendo tabula rasa di tutto -ha proseguito- mi pare davvero miope anche perchè presuppone una concezione di cultura che è libera solo nella misura in cui non ha nulla o ha solo quello che rimane sradicando da ogni storia, tradizione, patrimonio”.

Il presule ha ricordato che i luoghi pubblici italiani sono stracolmi di crocefissi: “non credo – ha osservato – che ci sia nessuno che pretenda di distruggere i simboli religiosi nelle strade e nelle piazze italiane perchè levano la libertà di religione”. Mons. Paglia, ha respinto l’argomentazione secondo cui il crocifisso nelle aule scolastiche rappresenti un’imposizione. “Non lo credo – ha spiegato -. È un ricordo di che cosa accade all’uomo quando la giustizia non viene rispettata e da cui emerge un valore di gratuità di cui tutti abbiamo bisogno a qualunque fede apparteniamo”. “In questo senso -ha concluso- c’è una dimensione anche di peso culturale ed educativo che è irresponsabile davvero voler cancellare”.

Su questo argomento vorrei ricordare cosa scrisse Natalia Ginzburg, famosa scrittrice del Novecento, non cattolica. Riporto alcuni pensieri tratti dall’articolo “Quella croce rappresenta tutti”, pubblicato su L”Unità del 22 marzo 1988 e ripreso in questo periodo da alcuni giornali.

(…) Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. È muto e silenzioso. C”è stato sempre. Per i cattolici, è un simbolo religioso. Per altri, può essere niente, una parte dei muro. E infine per qualcuno, per una minoranza minima, o magari per un solo bambino, può essere qualcosa dì particolare, che suscita pensieri contrastanti. I diritti delle minoranze vanno rispettati.
Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perchè mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager?

Il crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino.
Il crocifisso fa parte della storia del mondo.
Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l”immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e dei prossimo. Chi è ateo, cancella l”idea di Dio ma conserva l”idea del prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c”è immagine.

È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perchè prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini.
E di esser venduti, traditi e martoriati e ammazzati per la propria fede, nella vita può succedere a tutti. A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola.

Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto o accade di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perchè troppo forte e da troppi secoli è impressa l”idea della croce nel nostro pensiero. Tutti, cattolici e laici portiamo o porteremo il peso, di una sventura, versando sangue e lacrime e cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso. Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici.(…)

Il crocifisso fa parte della storia del mondo. I modi di guardarlo e non guardarlo sono, come abbiamo detto, molti. Oltre ai credenti e non credenti, ai cattolici falsi e veri, esistono anche quelli che credono qualche volta sì e qualche volta no. Essi sanno bene una cosa sola, che il credere, e il non credere vanno e vengono come le onde dei mare. Hanno le idee, in genere, piuttosto confuse e incerte. Soffrono di cose di cui nessuno soffre.
Amano magari il crocifisso e non sanno perchè. Amano vederlo sulla parete. Certe volte non credono a nulla. È tolleranza consentire a ognuno di costruire intorno a un crocifisso i più incerti e contrastanti pensieri.

A me pare proprio che nel nome del Crocifisso non si debba fare nessuna “guerra di religione”.
Sarebbe in contraddizione con quanto rappresenta per i cristiani.
Certo è un problema complesso. Ma penso che sia assurdo, nel 2009, “opporci” l”uno all”altro.
Il mondo va incontrovertibilmente e velocissimamente, lo vogliamo o no, verso l”unità, la fraternità, la “globalizzazione della solidarietà”, il dialogo, la “convivialità delle differenze”.
A “certi” pseudo- cattolici (o “religiosi-civili”) poi, che si “servono” del crocifisso per fare le crociate, per scopi di propaganda elettorale o per mandare via gli immigrati, vorrei dire che “probabilmente” quel Dio appeso alla Croce a noi cristiani ha insegnato altre cose: la tolleranza, il perdono, l”amore per il nemico, la misericordia, l”accettazione dell”altro in quanto persona.

Questo è bene che lo ricordiamo tutti. Anche quelli (“cristiani cattolici”) che sono pronti a “difendere” il crocifisso, ma poi con i loro comportamenti “mettono in croce” gli altri con il loro egoismo e con la loro incoerenza.
Il vero cristiano, (questo ho capito della mia fede), è colui che non solo porta la croce, come il Maestro, ma si fa “cireneo” con e per gli altri.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

ABITARE LA LEGALITÁ INTERCULTURALE A SCUOLA

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Diario di bordo di pomeriggi trascorsi a scuola con gli studenti per conoscere e “abitare” la Legalità Interculturale. Dai giovani arrivano importanti lezioni di vita.
Di Annamaria Franzoni

Nel corso della seconda settimana di Novembre hanno avuto inizio, presso il Liceo Scientifico Statale “G. Mercalli” e presso la S.M.S. “C. Poerio” di Napoli, i pomeriggi dedicati al tema della “legalità interculturale” attraverso una serie di attività che includono anche la visione di film, accuratamente scelti dal gruppo di lavoro, che favoriscano il processo di conoscenza della cultura dell”altro.

Non è stato semplice selezionare i film che potessero aiutarci a stimolare un approccio critico alla complessa realtà d”oggi giorno e sviluppare comportamenti consapevoli e responsabili.
La filmografia sul citato tema, infatti, è ampia, ma troppo spesso i messaggi che sono sottesi a certe situazioni rappresentate nel cinema possono esporre i nostri adolescenti ad interpretazioni erronee o fuorvianti.

Il primo film scelto è stato “Il sapore della vittoria”, film americano del 2001 (titolo originale “Remember the Titans”) per la regia di Boaz Yakin che narra le vicende (realmente accadute) della squadra di football americano di un liceo della Virginia: le tremende tensioni razziali vissute dai giovani liceali, bianchi e neri, per la prima volta “insieme” dopo il crollo dell”apartheid e magistralmente rappresentate si disciolgono via via durante lo stage estivo di selezione della squadra. Il rientro dopo la faticosa costruzione del gruppo, la mentalità imperante tra i concittadini si palesano drammaticamente al rientro tra i banchi di scuola.

Dopo la visione del film, in un” atmosfera emozionalmente forte, ho invitato i partecipanti a comporre insieme l”albero delle emozioni: ciascuno di noi aveva infatti una foglia di carta su cui scrivere la propria emozione per condividerla spiegando ai componenti del gruppo.
È sempre bello leggere il contenuto delle foglie, rigorosamente anonime, ma che prendono forma e consistenza nel dibattito in cui ognuno spiega il quando, il come e il perchè delle emozioni provate.
I giovani spettatori hanno provato prevalentemente sentimenti positivi: la gioia, la felicità, l”amicizia, la fratellanza, l”amore fraterno, l”unità:. anche se tutte queste emozioni erano intrise anche di rammarico, di dolore, di tristezza e spesso di rabbia originati dall”impotenza di fronte all”arroganza di chi impedisce il dialogo tra culture e modi di essere differenti.

La principale riflessione che è venuta fuori dal gruppo è sintetizzabile nel concetto che il confronto interculturale si può ottenere solo attraverso un processo di conoscenza della cultura dell”altro. Troppo spesso, hanno detto i ragazzi, si teme ciò che non si conosce!
Ancora una volta, quindi, così come nel film, è emerso che i giovani, più degli adulti, sono disponibili al dialogo, a gesti concreti di solidarietà, all”accettazione della diversità e quindi a sostenere il passaggio dall” integrazione del “diverso” all’ interazione con il “diverso”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA FORZA DI UNO STATO É NELLA LINGUA

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Resistenza, accoglienza e la necrotizzazione della nostra lingua.
Di Giovanni Ariola
All”ultima parte del dialogo tra i due esimii professori Carlo A. ed Eligio Ligio ha assistito il dottorino, giunto nel laboratorio da poco e sedutosi poco distante con discrezione per timore di disturbare; stringe in mano con delicatezza “La vita bassa” di Enzo Siciliano che, si ricorderà, su consiglio del prof. Carlo, aveva preso in prestito in Biblioteca da portarsi in vacanza e che ora è venuto a restituire (PER LEGGERE L”INIZIO DEL DIALOGO).
– Quello che ho testè ascoltato – dice con un lieve tremolio nella voce – collima con il contenuto di questa gustosissima operetta di uno scrittore che ancora una volta si rivela un acuto osservatore della società del nostro paese e ne dà, con un tono tra l”ironico, il satirico e il divertito, ma anche con una sottile vena di preoccupata amarezza, un resoconto fedele attraverso ampie citazioni dalla lingua mescidata, meticcia parlata oggi.
Ecco cosa scrive in riferimento a certo linguaggio giovanile: “È arrivato un bastimento giovane carico di::griffe, graffiti, gaffe, vaffa, style, stress, strip, stop, slot, loft, soft, flip, flop, hip, hop, hit, hot, tip, top, gap, trip, trick, trans, trends, test, best, must, cult, suv, suck, slum, punk, pub, hub, sub, club, cool, care, car, change, lounge, loop, look, lock, talk, doc, vip, clip, cheap “n” blues off-the-road:
-Volenti o nolenti – osserva il prof. Carlo – dobbiamo constatare che tale fenomenologia linguistica in cui prevale così prepotentemente la lingua angloamericana, si va affermando in tutti paesi del pianeta sulla base di un principio ormai incontrovertibile e universalmente accettato: il paese politicamente ed economicamente dominante finisce per esportare nei paesi più deboli la sua cultura,la sua lingua e altri elementi (non sempre i migliori, purtroppo) della sua civiltà.
– Se ricordiamo – conferma il prof. Eligio – quello che avvenne nell”antichità con l”impero romano:E, in seguito, con le colonizzazioni del Portogallo in Brasile e della Spagna nei paesi nel sud e nel centroamerica:.
– Sì – continua il prof. Carlo – Ma pensiamo anche ai continui innesti linguistici che hanno effettuato le varie dominazioni straniere in Italia, in particolare nel dialetto napoletano, alle tantissime parole travasate e col tempo poi cadute in disuso o del tutto scomparse:Penso, per citarne solo alcune, ai francesismi pendendiffo (con le varianti pennendiffo, pennenniffo, dal fr. pendentif = monile, ciondolo); remontuar (dal fr.remontoir = orologio); tirabusciò (dal fr. tirebouchon = cavatappi); e agli spagnolismi cantimbrora (dallo sp. cantimplora = recipiente di stagno o di vetro generalmente con ghiaccio per tenere in fresco il vino o altri liquidi); baccalà (anche in italiano, dallo sp. bacalao = merluzzo essiccato e salato); bazzeca (in italiano bazzica; dallo sp. baciga = giuoco che si fa con le carte e con il bigliardo); trafeca e trafecà (dallo sp. trafegar = travasare).
Ecco, nel corso dei secoli, laddove non è avvenuto la sovrapposizione della lingua del popolo occupante su quella del popolo occupato, si è verificato sempre questo fenomeno di esportazione di termini singoli e di modi di dire dai dominatori ai dominati, parole che si sono incistate nella lingua dei sottomessi e sono state accolte volontariamente o imposte dalla necessità oggettiva e usate non sempre fedelmente, per una naturale tendenza della lingua indigena a resistere, rigettare la lingua estranea o anche ad assimilarla, perciò quasi sempre modificate, in certi casi storpiate. Èla sorte di tante parole straniere passate nei dialetti come abbiamo visto:
– Vorrei citare – interviene il prof. Geremia Fantasia che, rientrato da poco e sedutosi all”altro capo del tavolo, udendo la materia del discorrere, si è avvicinato – un esempio eclatante di questo fenomeno di deformazione dei prestiti linguistici che troviamo in un poemetto del Pascoli “Italy”, composto nel 1904.
– Questo – osserva il prof. Carlo – porta il discorso sul plurilinguismo in letteratura che è un tema vasto e affascinante. Ma qui siamo in un campo diverso di trasformazione linguistica, quello creativo degli scrittori, che è cosciente e razionale rispetto ai mutamenti prodotti dall”uso che per lo più è un insieme di atti spontanei e non sempre consapevoli, ma: ne parleremo in altro momento.
Per restare ad un discorso prettamente linguistico, ancora una volta bisogna riconoscereche a dettar legge e a regolare l”evolvere di una lingua è prevalentemente l”uso che è strettamente legato ad una esigenza obiettiva che hanno gli uomini di comunicare, ossia di parlare in modo da comprendersi:.
– Se la mettiamo su questa base, – ribatte il prof. Geremia – allora mi chiedo che bisogno c”è di scrivere da parte dei giornalisti su un giornale italiano destinato a lettori italiani frasi come “Stalking: Spara alla sua ex e al suo nuovo convivente” o “Il pressing di Silvio su Gianfranco” o “Maquillage ecologico per il Conservatorio” e ancora “Task force di pediatri per vincere il virus A”; “Trionfa la slow economy“? Perchè non parlare di “comportamento persecutorio”, di “pressione”, di “restaurazione”, di “gruppo di esperti”, di “economia a ritmo rallentato”?
– Debbo riconoscere – ammette il prof. Carlo – che molte volte si esagera e l”uso di termini stranieri, quando segue pedissequamente la moda, risulta gratuito e arbitrario e contribuisce ad un processo di necrotizzazione della nostra lingua. Ritengo perciò che a questo uso sconsiderato, superfluo e dannoso per la nostra lingua bisogna opporre da parte di tutti una ferma resistenza.
Diverso invece il discorso quando si viene in contatto con parole che viaggiano con gli immigrati con i loro usi e costumi con la loro identità etnica. Prendiamo la parola kebap o kebab (in arabo “carne arrostita”, detto in modo completo doner kebap =carne arrostita che gira) che è legata alla consuetudine degli arabi di cuocere fettine di carne, di solito di agnello, di manzo, di montone e di pollo, non di maiale che è vietato dalla loro religione, infilate in uno spiedo verticale che gira presso una fonte di calore e di servirla in un piatto o in un panino (pane arabo) condito o no con spezie e piante aromatiche come origano, menta, cumino, coriandolo, cannella, aneto, e con salse piccanti o meno.
È una consuetudine antica risalente all”età ottomana quando si diffuse nel Mediterraneo. Ora è arrivata anche in Italia e diciamo in Europa, essendo già diffusa negli Stati Uniti. È una parola che non si può non accogliere nè si deve italianizzare perchè tra l”altro sarebbe irriguardoso:.Ma l”uso, abbiamo detto, è sovrano. Ed ecco:sono nate le parole kebabbaro e kebabberia per indicare il venditore di kebab e il negozio dove si vende. Alla fine, direi di esser contenti: la nostra lingua si è arricchita di neologismi:gustosi, saporiti,,,perchè, credete a uno che l”ha assaggiato, il kebap o kebab, che dir si voglia, non è niente male. Provare per credere.
Dimenticavo un altro condimento del kebap: il sorriso cortese e sincero del kebabbaro.