Di Amato Lamberti
Questa volta parliamo di rifiuti e di raccolta differenziata perchè l”aumento della TARSU sta preoccupando i cittadini mentre gli amministratori si trincerano dietro la necessità , prevista dalla legge, di coprire l”intero costo del servizio. Una riflessione però si impone.
La ragione principale della scelta della differenziazione nella raccolta e nello smaltimento dei rifiuti sta nel recupero di materiali che possono essere riutilizzati per produrre nuovi oggetti, nuove merci, da mettere sul mercato per produrre nuova economia, nuova ricchezza. Invece di buttare i rifiuti in discarica, a marcire e ad inquinare la terra, i rifiuti differenziati e riutilizzati producono nuova carta, nuovo vetro, nuovo alluminio, nuove materie, nuovi oggetti: in una parola, ricchezza. Ma per chi?
La domanda è d”obbligo, specie in questo periodo di approvazione dei bilanci comunali che hanno visto tutti un aumento esponenziale della tassa per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti urbani proprio per avviare la raccolta differenziata , tra l”altro realizzata secondo le metodologie più disparate, visto che chi doveva farlo non ha provveduto a definire uno standard unico sulla base almeno dell”economicità della spesa. Ora visto che si differenzia per riutilizzare, ci si sarebbe aspettato oltre a voci in uscita, per l”adeguamento del servizio, anche voci in entrata, per la vendita dei materiali differenziati alle imprese che li riutilizzano.
In una città come Napoli che produce circa 1500 tonnellate di rifiuti al giorno, se con la vendita delle frazioni differenziate utili si ricavassero almeno 50 euro a tonnellata, come ci dicono le stime più basse, dovremmo avere in entrata nel bilancio comunale 27.375.000 euro, che potevano servire almeno ad evitare l”aggravio stratosferico della Tarsu. In realtà , una raccolta differenziata fatta bene, e una efficiente riallocazione sul mercato delle frazioni differenziate, potrebbe consentire un rientro anche superiore ai 100 euro a tonnellata, ove si conteggiassero anche i ricavi in termini di produzione e vendita di energia elettrica da parte dei termovalorizzatori, oggi notevolmente elevati grazie al Cip6, vale a dire all”incentivo statale (che pagano i cittadini con l”incremento del 7% sulla bolletta elettrica).
Per una città come Napoli significherebbe poter contare in entrata su una cifra superiore ai 50 milioni di euro l”anno. E, invece, di questi soldi non c”è traccia perchè il business lo fanno evidentemente altri, i gestori degli impianti per il recupero industriale delle frazioni differenziate. Per fare un esempio, ogni Comune, per il conferimento dei rifiuti non differenziati o parzialmente differenziati ad un impianto di termovalorizzazione, in Italia o all”estero, paga una certa cifra a tonnellata. L”impianto con quei rifiuti produce energia elettrica che vende ad un gestore della distribuzione di energia elettrica e incassa il prezzo incentivato per legge.
Logica vorrebbe che una parte del ricavo, anche in termini di fornitura di un servizio, ad esempio, energia elettrica per l”illuminazione stradale, tornasse al Comune che fornisce a pagamento la materia prima, cioè i rifiuti raccolti tra l”altro a spese dei cittadini. Il risparmio potrebbe essere conteggiato per diminuire la tassa. E, invece, niente: il cittadino paga e le aziende fanno business. Questo sistema vale anche per tutte le frazioni differenziate che vengono consegnate al CONAI e conferite alle imprese che le riutilizzano senza nessun ritorno sul Comune, almeno stando alla lettura dei bilanci, e, quindi, sui cittadini, che conferiscono i rifiuti differenziati e pagano salato il servizio di raccolta.
Sembra evidente che cӏ qualcosa che non va in questo sistema dove i costi sono socializzati tra tutti i cittadini, mentre i guadagni sono privatizzati da poche imprese e alcuni consorzi pubblici. Ma nessuno sembra preoccuparsene, tanto a pagare, anche per sostenere business e intermediazioni poco chiari e ampiamente sovvenzionati da fondi europei, sono sempre gli ignari cittadini.
(Fonte foto: Rete Internet)
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