L”assenza dei Paesi ricchi al Vertice Fao a Roma lascia molti dubbi sulle reali volontà di affrontare il problema. I Capi di Stato presenti hanno denunciato la tragedia della fame nel mondo. Ma quante contraddizioni!
Di Don Aniello Tortora
“Alla fine di questa giornata, quando saremo ancora qui, oltre 17 mila bambini saranno morti di fame. Ne scompare uno ogni cinque secondi. Sei milioni in un anno”. Con queste parole agghiaccianti il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, ha dato inizio al Vertice mondiale sulla sicurezza alimentare della Fao, apertosi a Roma a metà novembre.
Nel palazzo di viale delle Terme di Caracalla si è svolto l’ennesimo confronto tra capi di Stato e di governo – ne sono arrivati una sessantina, assenti i Paesi ricchi – sulla tragedia planetaria della fame nel mondo, che ha ucciso – solo nel 2009 – un miliardo e duecento milioni di persone. Una verità che atterrisce, ma che lascia ancora indifferente la maggioranza di quella parte del mondo ricco, principale responsabile degli immorali squilibri sociali ed economici che ci sono in questo mondo.
Tante le frasi vuote e scontate. È mancata, però, l’assunzione di responsabilità tangibile per cercare di avviare un processo di cancellazione di questa piaga. I capi di Stato e di governo hanno approvato la dichiarazione in cinque punti con gli impegni per un’azione globale contro la fame.
Tuttavia, il documento non dice una parola rispetto alla richiesta del direttore generale della Fao, il senegalese Jacques Diouf, che nel suo intervento ha chiesto 44 miliardi di dollari da destinare allo sviluppo agricolo e alle infrastrutture nei Paesi poveri. Aggiungendo anche che ”i fondi per la Fao risultano ridotti di un 22% rispetto ai livelli del 1994 e del 32% rispetto al personale impiegato”.
Poi sono arrivate le parole del Papa, il quale, invitato al vertice, ha fatto un discorso (16 novembre 2009, ndr) bellissimo e di denuncia altissima che potremmo intitolare così:
“Eliminare le cause strutturali della fame”. Riporto qui alcuni stralci molto interessanti.
(:) “La Comunità internazionale sta affrontando in questi anni una grave crisi economico-finanziaria. Le statistiche testimoniano la drammatica crescita del numero di chi soffre la fame e a questo concorrono l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, la diminuzione delle disponibilità economiche delle popolazioni più povere, il limitato accesso al mercato e al cibo. Tutto ciò mentre si conferma il dato che la terra può sufficientemente nutrire tutti i suoi abitanti. Infatti, sebbene in alcune regioni permangano bassi livelli di produzione agricola anche a causa di mutamenti climatici, globalmente tale produzione è sufficiente per soddisfare sia la domanda attuale, sia quella prevedibile in futuro”.
“Questi dati indicano l’assenza di una relazione di causa-effetto tra la crescita della popolazione e la fame, e ciò è ulteriormente provato dalla deprecabile distruzione di derrate alimentari in funzione del lucro economico.
Nell”Enciclica Caritas in veritate ho osservato che “la fame non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale. Manca, cioè, un assetto di istituzioni economiche in grado sia di garantire un accesso al cibo e all’acqua regolare e adeguato:, sia di fronteggiare le necessità connesse con i bisogni primari e con le emergenze di vere e proprie crisi alimentari:”.
Ed ho aggiunto: “Il problema dell’insicurezza alimentare va affrontato in una prospettiva di lungo periodo, eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri mediante investimenti in infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche agricole appropriate, capaci cioè di utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e socio-economiche maggiormente accessibili a livello locale, in modo da garantire una loro sostenibilità anche nel lungo periodo” (n. 27).
Nell”odierna situazione permane ancora un livello di sviluppo diseguale tra e nelle Nazioni, che determina, in molte aree del pianeta, condizioni di precarietà, accentuando la contrapposizione tra povertà e ricchezza. Tale confronto non riguarda più solo i modelli di sviluppo, ma anche e soprattutto la percezione stessa che sembra affermarsi circa un fenomeno come l’insicurezza alimentare. Vi è il rischio cioè che la fame venga ritenuta come strutturale, parte integrante delle realtà socio-politiche dei Paesi più deboli, oggetto di un senso di rassegnato sconforto se non addirittura di indifferenza. Non è così, e non deve essere così!”.
“Per combattere e vincere la fame è essenziale cominciare a ridefinire i concetti ed i principi sin qui applicati nelle relazioni internazionali, così da rispondere all’interrogativo: cosa può orientare l’attenzione e la successiva condotta degli Stati verso i bisogni degli ultimi? La risposta non va ricercata nel profilo operativo della cooperazione, ma nei principi che devono ispirarla: solo in nome della comune appartenenza alla famiglia umana universale si può richiedere ad ogni Popolo e quindi ad ogni Paese di essere solidale, cioè disposto a farsi carico di responsabilità concrete nel venire incontro alle altrui necessità, per favorire una vera condivisione fondata sull’amore”.
“Tuttavia, sebbene la solidarietà animata dall”amore ecceda la giustizia, perchè amare è donare, offrire del “mio” all”altro, essa non è mai senza la giustizia, che induce a dare all”altro ciò che è “suo” e che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare. Non posso, infatti, “donare” all”altro del “mio”, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete secondo giustizia (cfr ibid., 6). Se si mira all’eliminazione della fame, l’azione internazionale è chiamata non solo a favorire la crescita economica equilibrata e sostenibile e la stabilità politica, ma anche a ricercare nuovi parametri – necessariamente etici e poi giuridici ed economici – in grado di ispirare l’attività di cooperazione per costruire un rapporto paritario tra Paesi che si trovano in un differente grado di sviluppo”.
“Ciò, oltre a colmare il divario esistente, potrebbe favorire la capacità di ogni Popolo di sentirsi protagonista, confermando così che la fondamentale uguaglianza dei diversi Paesi affonda le sue radici nella comune origine della famiglia umana, sorgente di quei principi della “legge naturale” chiamati ad ispirare scelte ed indirizzi di ordine politico, giuridico ed economico nella vita internazionale (cfr ibid., 59). San Paolo ha parole illuminanti in merito: “Non si tratta infatti – egli scrive – di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perchè anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto: Colui che raccolse molto non abbondò, e colui che raccolse poco non ebbe di meno” (2 Cor 8,13-15)”.
“Non si devono poi dimenticare i diritti fondamentali della persona tra cui spicca il diritto ad un”alimentazione sufficiente, sana e nutriente, come pure all”acqua; essi rivestono un ruolo importante per il conseguimento di altri diritti, ad iniziare da quello, primario, alla vita. È necessario, pertanto maturare “una coscienza solidale, che consideri l’alimentazione e l’accesso all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni nè discriminazioni” (Caritas in veritate, 27).
La fame è il segno più crudele e concreto della povertà. Non è possibile continuare ad accettare opulenza e spreco, quando il dramma della fame assume dimensioni sempre maggiori.
La Chiesa non pretende di interferire nelle scelte politiche; essa, rispettosa del sapere e dei risultati delle scienze, come pure delle scelte determinate dalla ragione quando sono responsabilmente illuminate da valori autenticamente umani, si unisce allo sforzo per eliminare la fame”.
“È questo il segno più immediato e concreto della solidarietà animata dalla carità, segno che non lascia spazio a ritardi e compromessi. Tale solidarietà si affida alla tecnica, alle leggi ed alle istituzioni per venire incontro alle aspirazioni di persone, comunità e interi popoli, ma non deve escludere la dimensione religiosa, con la sua potente forza spirituale e di promozione della persona umana. Riconoscere il valore trascendente di ogni uomo e di ogni donna resta il primo passo per favorire quella conversione del cuore che può sorreggere l”impegno per sradicare la miseria, la fame e la povertà in tutte le loro forme”.
Così il Papa.
C”è da dire che nel documento finale del vertice sono confermati gli obiettivi di dimezzamento degli affamati nel mondo entro il 2015. Manca però una chiara indicazione dell’impegno finanziario. Una mancanza a cui si deve porre rimedio. Al di là dell’assenza dei leader mondiali, -cosa gravissima- c’è il problema di fondo di avere la garanzia che i 20 miliardi di euro stanziati nel G8 arrivino realmente ai produttori agricoli, cioè a coloro che devono combattere il dramma della fame.
Se poi il problema della fame lo vogliamo risolvere secondo il “metodo-Gheddafi”, siamo al parossismo e alla follia pura.
Muammar Gheddafi ha fatto un lungo discorso. Dopo aver segnalato l’assenza dei Paesi ricchi nel summit, e denunciato che “la situazione più drammatica in Africa è quella delle sementi, monopolizzate da imprese diaboliche”, e che “dobbiamo smantellare questo monopolio, la Fao deve farlo in ogni Paese”, la sera stessa si è “riposato” dal lungo lavoro della mattina con una festa svoltasi in una stupenda villa romana, “corteggiato” da appena 500 ragazze italiane “costate” solo 60 euro a persona.
Queste sono, ahimè, le grandi contraddizioni dei politici.
Una parola mi sento di dirla anche alle ragazze, senza esprimere nessun giudizio morale.
Non sarebbe stato più decoroso “protestare” davanti a Palazzo Chigi e chiedere con forza un lavoro stabile e dignitoso?
(Fonte foto: Rete Internet)
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