GLI ANNI “70 IN ITALIA. PROTESTE E RIVOLTE

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Fatti internazionali e politica nazionale si intrecciano e provocano ribellioni ed eversione nell”Italia di questo periodo. Compare la sigla B.R.
Di Ciro Raia
Gli anni sessanta si chiudono con negli occhi le immagini della strage della Banca dell”Agricoltura, a Milano. Ma tutto il 1969 è stato un anno da ricordare con l”emozione suscitata dalle morti, a Praga, dello studente Jan Palach (che si è lasciato bruciare, per protesta contro l”occupazione sovietica), e dal ritrovamento del corpo senza vita del piccolo Ermanno Lavorini, nella pineta di Viareggio.
E, poi, le proteste studentesche: a Napoli, dove il lancio di molotov provoca un incendio all”Università; a Roma, a La Sapienza, dovesi scontrano studenti di sinistra e di destra, guidati dai loro rispettivi leader, Franco Piperno e Walter Marchesini; a Milano, alla Cattolica, che è occupata sotto la guida di Mario Capanna, leader riconosciuto del Movimento studentesco e studente di Filosofia al IV anno di corso. Anche nelle carceri monta la protesta, che si inserisce nel filone generale delle rivolte in atto nel paese: alle Nuove di Torino, a Poggioreale a Napoli, a San Vittore a Milano.
Forse, in quest”anno, si registra una sola serata di quiete: è quella del 20 luglio. In questa data, infatti, l”intero paese è seduto davanti alla televisione ed ascolta la voce di Tito Stagno, che commenta le immagini del primo uomo sulla superficie lunare: “Sono a quattrocento metri da terra. Dalla Terra:dal suolo lunare. È questo il momento più delicato:Toccato il suolo lunare!”. L”orologio segna le 22,17.
Purtroppo anche gli anni settanta si aprono, per l”Italia, su uno scenario altrettanto drammatico. Il paese è invaso da scioperi generali, che investono non solo il mondo del lavoro, ma anche i settori della scuola, della sanità, della casa e dei trasporti. Uno sciopero del mese di luglio 1970 manda in crisi il governo presieduto da Rumor; il nuovo esecutivo viene presieduto dal democristiano Emilio Colombo. I sindacati diventano sempre più forti ed assumono la leadership nelle contrattazioni di lavoro. A guidare la CGIL, uno dei sindacati più determinati nella difesa dei diritti dei lavoratori, è chiamato Luciano Lama. I lavoratori, ora, sono molto garantiti sul posto di lavoro, grazie anche al varo dello Statuto dei Lavoratori.
Le prime elezioni per i governi delle Regioni (giugno 1970) provocano una violenta sommossa a Reggio Calabria. Nell”estrema regione peninsulare, infatti, è stata scelta la città di Catanzaro come sede della Regione a scapito della stessa Reggio; istigato, così, da un tribuno missino, Ciccio Franco, il popolo reggino innalza le barricate e, al grido di “boia chi molla!”, brucia auto, fronteggia la polizia, espugna edifici pubblici, ferma il traffico ferroviario. Negli scontri, oltrea numerosi feriti, resta ucciso il giovane Bruno Labate. La protesta calabrese nasce da un acceso campanilismo, ma anche dalle condizioni di forte degrado del sud e dal tentativo dell”estrema destra di conquistare, con azioni di forza, il controllo del paese.
Oscuri gruppi politici di regime architettano, poi, un colpo di Stato, che fallisce, per fortuna, sul nascere. Uno dei maggiori protagonisti del fallito golpe è Junio Valerio Borghese, discendente di una nobile famiglia romana ed eroe di guerra. Compaiono, contemporaneamente, le B.R. (Brigate Rosse) -organizzazioni di sinistra fortemente combattute dal PCI e dalla classe operaia-, che fanno della lotta armata lo strumento di quella rivoluzione mancata (a loro dire) dai partiti della sinistra storica. Il loro primo attentato si consuma a Milano, ai danni di un dirigente della Sit-Siemens.
Così, a contendersi il campo dell”eversione, ci sono forze sia di destra che di sinistra. Un rapporto del prefetto di Milano, Libero Mazza, parla, infatti, di circa 20.000 extraparlamentari, perfettamente organizzati, pronti a minare la struttura dello Stato. E proprio in questo filone si inserisce l”episodio del 15 marzo 1972, giorno in cui, su un traliccio dell”alta tensione, a Segrate, è trovato il cadavere di Giangiacomo Feltrinelli, il proprietario dell”omonima casa editrice, amico di Fidel Castro, di Che Guevara e di tanti altri rivoluzionari sparsi nel mondo.
È un incidente in cui è rimasto vittima un attentatore o è una finzione, messa in atto da qualche servizio segreto, che ha interesse ad eliminare l”editore? Il giornalista Giampaolo Pansa così commenta l”episodio: “Una fine assurda, da pazzo soldato solitario. Feltrinelli ci è andato di sua volontà a morire in quel prato o ce l”hanno mandato? È caduto da “capo” o da fantoccio? Questa è la domanda-chiave di una storia paurosa, piena di ombre anche più nere di quella della strage della Banca dell”Agricoltura”.
(Fonte foto: Rete Internet)

TANTO VA LA GATTA AL LARDO CHE CI LASCIA LO ZAMPINO

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Questa settimana facciamo le pulci alla cultura della perdonanza, tipica della nostra gente. Ma ci lanciamo anche in una scommessa, che riguarda Alberto Bottino, ormai ex direttore scolastico regionale della Campania.

Caro Direttore,
nel nostro paese, spesso, capita che chi ha torto finisce con l”aver ragione e chi sbaglia è, il più delle volte, assolto. Mi sono trovato, per il passato, a vedere persone, appena uscite dalla galera, che venivano accolte nella società d”appartenenza in pompa magna.

E non in virtù di un principio di integrazione sociale; ma, quasi sempre, per il rispetto dovuto a personaggi trasformati in mito; altre volte, invece, perchè si è propensi a capire (a tutti i costi) e condividere le ragioni dei violenti, piuttosto che quelle degli offesi. In altre parole, in un omicidio (e nelle nostre terre non mancano), per esempio, anche se il morto era un brav”uomo, finiva che l”uccisore poteva esibire le sue buone ragioni; in una rapina, a parte lo choc per il rapinato, era necessario interpretare il disagio del rapinatore.

E cosi via. Sino ad arrivare ai reati amministrativi. Dalle nostre parti, come sai Direttore, è invalsa l”abitudine di dare addosso ai responsabili degli enti locali. Il campo, sin dal giorno delle elezioni di un candidato a qualsiasi carica, si divide in detrattori e sostenitori, ambedue d”ufficio. I primi criticano ogni provvedimento, a prescindere! È sempre sbagliato, è sempre di parte, è sempre con ricadute sociali catastrofiche! I secondi, invece, sposano il progetto lungimirante, la visione generale, il senso del rischio. Ci sono, poi, i nostalgici, quasi sempre con patente di interessati o di ignoranti.

Così, per esempio, se un amministratore è condannato, mettiamo, per peculato (appropriazione indebita) o per inquinamento o per voto di scambio, i nostalgici scendono in campo e ripetono fino alla noia: “Però, ha pavimentato le strade; ha favorito la nascita del centro commerciale; ha sempre capito le ragioni degli abusivisti, poveretti!”. E lo dicono come se dovessero dimostrare, a se stessi ed al mondo intero, che un amministratore pubblico può anche macchiarsi di peccati (veniali o mortali, lo si stabilisce dopo), però ha fatto ciò che deve fare un amministratore pubblico.
Diversamente, che amministratore sarebbe? Si è, purtroppo, di fronte a una cultura della perdonanza elevata all”ennesima potenza.

E, caro Direttore, se è giusto e sacrosanto il rispetto che si deve ai trapassati, è molto più sacrosanto e legittimo il rispetto che si deve ai vivi, i quali devono continuare il loro percorso terreno con dignità e privi di fardelli con cattive interpretazioni (“la calunnia? È quella è un venticello; dice vicino “o viento: nun sciusià?”), artatamente messe in circuito dai morti, dai loro sostenitori e dall”esercito dei nostalgici. Per cui, chi sbaglia, alla fin fine, lo fa sempre per una giusta causa. È inutile voler stabilire se di carattere personale o collettivo, se per dare sostegno agli interessi di famiglia o a quelli del paese. Così un capo di governo, un sindaco, un governatore è sempre giudicato senza serenità.

O è un mediocre amministratore o è un buon amministratore; e, qui, l”esercito della perdonanza ne esalta le preclari qualità di intrallazzatore (i perdonisti incalliti arrivano anche a parlare di “capacità di mediazione”, che è una forzata traduzione del riconoscere a tutti i sodali una quota nella spartenza [voce vernacolare, che sta per “divisione in parti, in proporzione”]), di vecchia volpe (una “sorcula”, secondo quanto scritto la settimana scorsa), di uomo di coppola (esponente di clan, di holding, di gruppi).

“Quando voi, nell”autorità di cui siete investito, indirizzate, come dire?, le vostre attenzioni verso persone appartenenti alla mafia, e soltanto per il fatto che sono indicate come mafiose, senza concrete prove e dell”esistenza della mafia e dell”appartenenza ad essa delle singole persone, ebbene: voi fate, al cospetto di Dio, ingiusta persecuzione:E siamo proprio al caso di don Mariano Arena:E di questo ufficiale che l”ha arrestato, senza pensarci due volte, con una leggerezza, lasciatemelo dire, non degna della tradizione dell”Arma, diremo col latino di Svetonio che ne principium quidem virorum insectatione astinuit:Che tradotto in spiccioli vuol dire che don Mariano è amato e rispettato da un paese intero, prediletto da me, e vi prego di credere che so scegliere gli uomini alla mia dilezione, e carissimo all”onorevole Livigni e al ministro Mancuso:”, (Leonardo Sciascia, “Il giorno della civetta”, Einaudi, 1961).

Caro Direttore, non mi pare che questa settimana, nel nostro territorio, ci siano stati avvenimenti di rilievo. Sì, il gossip della consigliera provinciale ed animatrice del club “Silvio ci manchi”, Francesca Pascale, sull”ormai quasi certo no alla candidatura di Cosentino a guida della Regione; l”emergenza sociale, che ha fatto distribuire, in un anno, 24 mila pasti ad oltre 1500 poveri; gli scontri tra i militanti di estrema destra di Casapound e quelli dei centri sociali e, poi, mi pare più niente. Basta!

No, no! Dimenticavo un fatto abbastanza importante. Alberto Bottino, il direttore scolastico regionale della Campania, ha lasciato il timone per raggiunti limiti d”età. Bottino ha passato tutta una vita incardinato nei palazzi in cui si decidono i destini della scuola (indirizzo politico, nomine, reggenze, supplenze, finanziamenti a progetti, corsi extrascolastici e corsi per adulti, tagli o aumenti di organici, convenzioni e collaborazioni con enti, corsi di formazione, soppressione o istituzione di scuole). Ha occupato varie poltrone, fino a quella di direttore regionale, ininterrottamente, dall”ottobre 2002. A dire di tutti è stato un lavoratore indefesso: sempre presente sul posto di lavoro.

È stato uno di quelli che ha avuto, come si dice, le mani in pasta. Ha conosciuto un po” tutti gli operatori scolastici e, poi, ha avuto un grande pregio: quello di possedere una memoria di elefante. Non ha dimenticato, infatti, mai niente e nessuno, non ha mai accettato persone in contraddizione col suo pensiero, per le quali ha trovato sempre una modalità per fargliela pagare. Insomma, è stato, soprattutto, un po” vendicativo, come tutti gli uomini impastati nel potere.
Sulle pagine della cronaca locale, Bottino si è lamentato di non essere stato amato da molti. Ed ha espresso anche il desiderio di poter continuare a lavorare per la scuola in Campania, solo che qualcuno glielo chieda.

Ma pare che nessuno glielo abbia chiesto ancora. Certo, caro Direttore, bisognerà vedere sempre se il successore farà rimpiangere o meno il predecessore; se il nuovo responsabile di via Ponte della Maddalena (nella foto, la sede presidiata dalle forze dell”ordine, ndr), riuscirà o meno a recuperare quella specie d”amore che Bottino dichiara di non aver sentito su di sè. Però, una cosa al momento sembra certa: per l”ormai ex direttore scolastico regionale sta per aprirsi la carriera politica. Voci bene accreditate, infatti, lo danno in corsa per un posto in lista (in quota centrodestra) per Palazzo Santa Lucia.

Direttore, per curiosità, quale tra questi proverbi ti sembra più realistico ed attuale: “il lupo perde il pelo ma non il vizio” o “tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino” o “Dio ti guardi dall”acqua e dal vento e dai frati fuori del convento”?
(Fonte foto: Repubblica.it)

MEZZOGIORNO: UN SUSSULTO DI DIGNITÁ…

Alla presenza del Presidente Napolitano, organizzato dalla Banca d”Italia, è stato celebrato la settimana scorsa un Convegno sul Mezzogiorno, durante il quale Mario Draghi ha rilanciato prepotentemente la “questione meridionale…

Il Sud soffre di un allarmante divario nel settore dei servizi: ha rilevato, aprendo i lavori del convegno sul Mezzogiorno ed Economia italiana, il governatore della Banca d’Italia.

“Il divario tra sud e centro-nord nei servizi essenziali per i cittadini e le imprese rimane ampio. Le analisi che presentiamo oggi rivelano scarti allarmanti di qualità fra centro-nord e Mezzogiorno nell’istruzione, nella giustizia civile, nella sanità, negli asili, nell’assistenza sociale, nel trasporto locale, nella gestione dei rifiuti, nella distribuzione idrica. In più casi – emblematico è quello della sanità – il divario deriva chiaramente dalla minore efficienza del servizio reso, non da una carenza di spesa. Svolgere un’attività produttiva in Italia è spesso più difficile che altrove, anche per la minore efficacia della pubblica amministrazione; nel Mezzogiorno queste si accentuano”.

Sull’economia del Mezzogiorno, ha continuato Draghi “grava il peso della criminalità organizzata” che “infiltra le pubbliche amministrazioni, inquina la fiducia tra i cittadini, ostacola il funzionamento del libero mercato concorrenziale, accresce i costi della vita economica e civile”.

Draghi ha proseguito poi affermando che “alla radice dei problemi del sud stanno la carenza di fiducia tra cittadini e tra cittadini e istituzioni, la scarsa attenzione prestata al rispetto delle norme, l’insufficiente controllo esercitato dagli elettori nei confronti degli amministratori eletti, il debole spirito di cooperazione: è carente quello che viene definito “capitale sociale”. Questi elementi richiedono una maggiore attenzione da parte di economisti e statistici”.
Informazioni accurate su questi fenomeni e la loro evoluzione “sono essenziali per valutare quali innovazioni, anche istituzionali, siano in grado di modificare lo stato delle cose”.

Quali le possibili soluzioni? Draghi ha affermato che “occorre investire in applicazione, piuttosto che in sussidi. Tradurre questa impostazione in atti concreti di governo non è facile. Si deve puntare a migliorare la qualità dei servizi forniti da ciascuna scuola, da ciascun ospedale e tribunale, da ciascun ente amministrativo o di produzione di servizi di trasporto o di gestione di rifiuti”.
Perchè “i sussidi alle imprese sono stati generalmente ‘inefficaci’, si incentivano spesso investimenti che sarebbero stati effettuati comunque, si introducono distorsioni di varia natura penalizzando frequentemente imprenditori più capaci. Non è pertanto dai sussidi che può venire uno sviluppo durevole delle attività produttive”.

Anche la Chiesa si è spesso espressa sulla realtà meridionale, a cominciare da una dichiarazione di alcuni vescovi nel 1948, seguita poi da un altro documento, molto profetico, del 1989.
A febbraio prossimo uscirà un altro pronunciamento dell”intero episcopato italiano sul Sud, sul quale avremo modo di riflettere.
A me pare che il problema del meridione, più che essere semplicemente economico o solo sociale, è innanzitutto culturale e morale.
Noi meridionali dobbiamo convincerci che il nostro destino e il nostro futuro è nelle nostre mani, ma insieme a tutto il resto dell”Italia.

Dobbiamo insieme muoverci verso una autonoma responsabilità che cerca e valorizza appieno le risorse del territorio, che sono immense. Penso soprattutto all”agricoltura e al turismo.
È possibile, insieme, “alzare la testa”, vincere il fatalismo, il vittimismo, la rassegnazione.
Dobbiamo smetterla di pensare o cercare sempre un “salvatore” esterno, che venga da fuori a risolverci i problemi.
Questa terra ci appartiene, ne siamo i custodi. Dobbiamo tutti diventare i protagonisti del nostro vero sviluppo. Ne va della nostra dignità.
La chiesa, come sempre, è pronta a dare il suo contributo per “risvegliare le coscienze” e aiutare la nostra gente ad “indignarsi”, e a lottare contro le ingiustizie e le “strutture di peccato” meridionali.

(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ELETTI DELLA CAMORRA NEI COMUNI IN PROVINCIA DI NAPOLI

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Come e dove raccolgono i voti tanti politici comunali, provinciali e regionali, è cosa nota. La camorra è ben rappresentata nella nostra provincia, in tutti i consessi elettivi.
Di Amato Lamberti

La cronaca ci costringe ancora una volta a fare i conti con i rapporti inconfessabili tra politica e camorra. La settimana scorsa in un blitz contro il clan camorrista dei Sarno, egemone a Ponticelli e nell”intera area orientale di Napoli, è stato arrestato anche un consigliere comunale di Napoli, Achille De Simone (nella foto, tra i carabinieri), eletto nelle liste del Pdci e subito trasmigrato prima all”opposizione, in Forza Italia, e poi al gruppo misto, forse per essere decisivo nel sostegno ad una Giunta traballante come quella della Iervolino.

Un caso emblematico del modo di fare politica in provincia di Napoli, dove l”importante è trovare un tram, in questo caso il Pdci, che, con il pacchetto di voti che controlli, ti permetta di essere eletto in un Consiglio comunale importante come quello di Napoli. Naturalmente è anche necessario un partito, in questo caso il Pdci, che pur di raccogliere quei consensi che lo faranno esistere, sia disponibile ad aprire le porte anche a personaggi di nessuna affidabilità ma portatori di un consistente pacchetto di voti.

Come e dove raccogliesse i voti il consigliere De Simone lo ha svelato la polizia mettendo in luce i rapporti anche molto stretti con il clan Sarno.
Così come, sempre la polizia, aveva reso noto che il consigliere, questa volta regionale, Roberto Conte, eletto nelle liste dei Verdi, i voti li aveva avuti dal clan Misso, nel Centro storico di Napoli. Ma potremmo parlare di tanti altri consiglieri, comunali, provinciali, regionali di Napoli, Caserta e Benevento, a cominciare da quel Tommasino ucciso da un camorrista-compagno di partito a Castellammare.

Con molta nonchalance e un pizzico di ironia, la sindaco di Napoli, Iervolino, ha commentato l”arresto del consigliere De Simone dicendo che “i politici riflettono la società, sono eletti dai cittadini. Ci sono cittadini esemplari che eleggono politici esemplari e si vede che ci sono cittadini che fanno scelte un po” diverse.” Il ragionamento non fa una grinza per quanto riguarda il fatto che i politici riflettono la società e sono votati dai cittadini. Bisognava però aggiungere che anche i politici “esemplari” rappresentano i diversi interessi che si scontrano ogni giorno nella città.

Ci sono gli interessi legittimi dello sviluppo, dell”impresa, del commercio, dell”innovazione che mirano comunque ad orientare l”attività dell”amministrazione e l”utilizzo dei fondi pubblici; e ci sono gli interessi illegittimi che comunque mirano al controllo dell”amministrazione e della spesa pubblica. Lo scontro, a Napoli, come dovunque, è tra lobbyes di interessi confessabili e inconfessabili che spesso, purtroppo, si sovrappongono quanto a modalità di azione per il raggiungimento dello scopo, finendo con l”inquinare la stessa attività politica.

Ad esempio, come sta scritto in alcuni processi della tangentopoli napoletana, quando un imprenditore mirava ad accaparrarsi un grande appalto pubblico pluriennale poteva chiudere gli accordi con la maggioranza che doveva approvare la delibera solo dopo aver raggiunto l”accordo con l”opposizione, e questo per facilitare il raggiungimento dello scopo ed evitare problemi a livello di opinione pubblica e magistratura, con la piena soddisfazione di tutte le esigenze. Sugli appalti piccoli vale la regola aurea della spartizione che accontenta tutte le esigenze, anche quelle dei piccoli partiti e dell”opposizione.

Ma nessuno dei consiglieri eletti farà mai come le tre scimmiette che non vedono, non sentono e non parlano: hanno sempre le orecchie tese e lo sguardo attento, e, soprattutto, la mano tesa per rivendicare la loro parte. La frase magica, quando si parla di appalti, forniture, assunzioni, rilascio di licenze e autorizzazioni, è: “questa è una questione politica”. Naturalmente si tratta solo di “spartenza” perchè, per questi signori, la politica è solo questo: fare gli interessi dei gruppi e delle persone che si rappresentano e che li hanno fatti eleggere, compresi, ovviamente, clan criminali e camorristi che, nella nostra provincia, sono ben rappresentati in tutti i consessi elettivi.
(Copyright frame: Agenzia Video Giornalistica “Videocomunicazioni”)

CAMORRA NON È SOLO IL LIVELLO CRIMINALE

LA RUBRICA

LA BILANCIA

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Parte da oggi la nuova rubrica de ilmediano.it, che si occuperà di casi di Giustizia e mala giustizia. A curarla, Simona Carandente, avvocato penalista.

La bilancia è per eccellenza simbolo di equità e giustizia. Da oggi, “La bilancia” è anche il titolo della nuova rubrica del nostro giornale, nella quale saranno approfonditi casi specifici e concreti che trovano udienza nei tribunali, luoghi dove risiede l”autorità che amministra la giustizia.

La rubrica sarà curata da Simona Carandente, avvocato penalista di Napoli, ed avrà diverse tappe, ciascuna delle quali toccherà reati e situazioni giudiziarie più o meno note.

Ogni settimana, l”occhio dell”esperto guiderà il lettore attraverso i malesseri, le insidie e le profonde contraddizioni del processo penale italiano, passando per la disamina di alcuni casi reali. Il primo tratto di questo percorso di conoscenza avrà un nastro rosa, nel senso che ad essere analizzati saranno reati e casi concreti, che vedono la donna in primo piano, in veste di vittima e/o carnefice, o comunque, situazioni nelle quali la figura femminile appare come predominante, in tutte le sue vesti.


L.P.

IL REATO DI STALKING E GLI ATTI PERSECUTORI. LA RISPOSTA DEL LEGISLATORE

Vita breve per gli autori di minacce, violenze private, appostamenti, pedinamenti, sms e di tutte quelle condotte, a carattere persecutorio, capaci di rendere la vita impossibile alla vittima predestinata. Con la legge 23 aprile 2009, n. 38 è stato introdotto in Italia il reato di “stalking” (art.612 bis c.p.), che punisce con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, attraverso condotte reiterate nel tempo, adoperi minaccia o molestie nei confronti di taluno, ingenerando nella vittima un fondato timore per la propria incolumità e constringendola, nei fatti, a mutare od alterare il proprio stile di vita.

Il termine “stalking” è mutuato dall”attività venatoria, quale sinonimo del “fare la posta” alla vittima prescelta. Alla base del comportamento ossessivo adoperato dallo stalker, sia esso ex compagno, amante ferito o addirittura vicino di casa, vi è proprio l”intento di distruggere l”esistenza della vittima predestinata, resa destinataria di attenzioni morbose e di chiaro tenore patologico.

Sebbene di recente codificato in Italia, il fenomeno ha avuto negli Stati Uniti ampissima diffusione, già negli anni “80, ove attori e personaggi noti venivano sottoposti, quotidianamente, ad attenzioni morbose da parte dei propri ammiratori, talvolta sfocianti in vere e proprie tragedie.
Elemento essenziale a configurare il reato di stalking è, difatti, proprio la reiterazione dei comportamenti illeciti, posto che i singoli comportamenti minacciosi o molesti, autonomamente considerati, possono essere idonei ad integrare altre fattispecie di reato, ma non quella prevista dall”art.612 c.p.

Cosa può fare chiunque sia vittima di comportamenti a carattere persecutorio? Innanzitutto, rompere il muro di silenzio e di timore ed uscire allo scoperto, denunciando i comportamenti molesti. Bisogna inoltre sapere che la legge 38/2009 prevede la possibilità di poter semplicemente ammonire lo stalker, esponendo i fatti all”autorità di pubblica sicurezza e richiedendo, per suo tramite, l”intervento formale del Questore, facendo sì che l”atto di diffida, emanato da un”autorità di polizia, possa indurre il soggetto a riprendere comportamenti conformi alla legge.

In caso contrario, difatti, il reato diventa procedibile d”ufficio ed è previsto un aumento di pena, a titolo di circostanza aggravante. La legge n. 38/2009 ha introdotto, altresì, la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, che ha come scopo proprio l”impedire la reiterazione dei comportamenti lesivi per la libertà, e l”incolumità, delle vittime di atti persecutori (mail: simonacara@libero.it).
(Fonte foto: Rete Internet)

PROGETTO SCUOLE APERTE. UN FILM, IL SILENZIO, UN FIUME DI PAROLE

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“Il bambino con il pigiama a righe” e lo sguardo verso l”altrove. Un film per riflettere sui “razzismi” dei nostri tempi.
Di Annamaria Franzoni

Prosegue con grande successo il percorso progettuale “Uno sguardo verso l”altrove”, presso il Liceo Mercalli di Napoli e si rivelano sempre più intense e profonde le emozioni che i nostri giovani spettatori lanciano nello spazio della parola che segue alla visione del film del Mercoledì.

È stata la volta dello splendido film “Il bambino con il pigiama a righe” a mettere in campo riflessioni significative su quello che è stato considerato il primo sterminio della “barbarie tecno-burocratica moderna”: dopo un silenzio denso di significati, infatti, i ragazzi hanno riversato nel “cerchio” il loro profondo risentimento contro quella che si può definire la più grande industria della morte di vittime innocenti e inconsapevoli.

La scena finale che vede Bruno, il figlio dell”ufficiale nazista morire stringendo la manina di Shumuel, il suo amico ebreo, ha lasciato tutti senza fiato: quando poi si è riusciti a far venir fuori le parole , esse sono divenute un fiume irrefrenabile di rabbia, rifiuto, accuse, ma anche attenzione alla condizione di carnefice/vittima di alcuni personaggi della storia trascinati in una sorta di vortice della violenza nella quale molti di essi sono stati schiacciati.

Come possono avverarsi eventi così sconvolgenti? Come può la mente umana concepire una tale barbarie? Perchè gli adulti non vedono l”Altro così come i bambini? Come può verificarsi che il processo di civilizzazione dei popoli di tanto in tanto si interrompa per fare spazio ad assassini di massa, ma soprattutto come può accadere che la follia di alcuni invada la mente di molti?

Questi ed altri quesiti sono esplosi nel corso del circle time (foto) e alcune risposte sono venute dalla ricostruzione dello sterminio conosciuta nell”ambito del nostro stesso percorso dai Freedom writers: è così emerso il ruolo della stampa, della diffusione di certa pubblicità falsa e tendenziosa, di un indottrinamento operato da sostenitori di una cultura di parte che influenza lentamente, ma in modo massiccio le menti più o meno giovani. In particolare uno dei ragazzi ha fatto riferimento all”esperienza del docente di un liceo californiano , ambientato negli anni “60 , protagonista del film “L”onda” a cui sfugge di mano la situazione dell”esperimento didattico attraverso il quale vuole spiegare la nascita delle dittature e si trova a dover arginare una fazione nazista da lui stesso creata.

Il nostro piccolo Bruno,invece, passando dall”innocenza beata di un bambino di otto anni alla consapevolezza tragica del mondo che lo circondava, ha cercato fino alla fine di non credere che suo padre , che egli amava profondamente, potesse essere a capo di siffatti crimini: smonta tale immagine, per lui inaccettabile, sia dopo il filmato sui campi di concentramento sia quando rassicura Shumuel, protagonista di una realtà parallela aldilà di un filo spinato, nel cammino verso camera a gas affidando le sue ultime parole alla speranza di salvezza.

Le riflessioni dei nostri ragazzi hanno, infine, trovato un ampio ed interessante approccio alla situazione attuale e ai “razzismi” dei nostri tempi: la violenza sulle categorie fragili, la differenza di giudizio, in riferimento alle stesse colpe compiute da italiani o stranieri, gruppi nascenti di gang razziste, aspirazioni a White Christmas, ipotesi di rilevazione delle impronte dei bambini rom, classi per soli stranieri e tant” altro sono per i nostri ragazzi un campanello d”allarme del quale tener conto per realizzare con forza la diffusione di una legalità interculturale concreta che non scardini il senso di sguardo verso un altrove ampio e che possa essere il vero segno di civiltà e democrazia.

LA “LINGUA IN PULITO” E LE RAGIONI DEL DIALETTO

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L”italiano ha conquistato l”Italia, l”unità linguistica del Paese è fatta. Ora, bisognerebbe recuperare i dialetti:
Di Giovanni Ariola
Il prof. Carlo A. ha appena messo la parola fine (da buon linguista!) ad un articolo su “Monolinguismo e plurilinguismo a scuola” da inviare a “Lingua Nostra”, la prestigiosa rivista fondata da Bruno Migliorini e Giacomo Devoto, ora diretta da Giovanni Gentile, chiude il suo portatile e si concede una pausa per dare un”occhiata ai giornali.
Poco distante il prof. Eligio Ligio è immerso nella lettura di un libro di recente pubblicazione e il cui titolo lo ha molto incuriosito. Si tratta di “Quando i Romani andavano in America” (Palombi editore, Roma, 2009) in cui l”autore, Elio Cadelo, basandosi su una testimonianza di Plinio il Vecchio, che racconta di marinai giunti dopo quaranta giorni di navigazione alle Esperidi (isole o terre dell”ovest), sostiene la tesi che i Romani possano per caso essere approdati sulle rive del continente americano. Al rumore dei fogli del giornale, alza la testa e si concede anche lui una pausa.
– Hai seguito – si rivolge al collega – ieri sera in TV, la trasmissione sulla 777 “Arti e Scienze”?
– No, son dovuto uscire ma l”ho fatta registrare e conto di vederla stasera.
– C”è stato un servizio molto interessante sulle civiltà antiche del Mediterraneo. L”intenzione dell”autore era di dimostrare, sulla base di elementi comuni esistenti nelle varie culturedei paesi (di ben tre continenti!) che si affacciano sul nostro mare, la possibilità e l”utilità di costituire una Unione Mediterranea, ossia una comunità dialogante, tollerante delle diversità, ma soprattutto solidale, che dovrebbe coesistere e collaborare con la Comunità Europea, anche al fine di fondare una rete di relazioni pacifiche e di cercare nuovi e più umani sistemi di vita.
– Idea suggestivae degna di essere sostenuta. – commenta il prof. Carlo – A proposito di TV:ti chiedo scusa seoso parva componere magnis (mescolare questioni così elevate con cose terra terra) l”altra sera è capitato che mia figlia, la quale ama assistere ad uno dei tanti quiz televisivi in cui si distribuiscono soldi come se fossero noccioline, è venuta nel mio studio a chiedermi il significato di “pastinaca”, aggiungendo che il concorrente, un giovane proveniente da Napoli, cui era stato posto il quesito nella trasmissione, non aveva saputo rispondere. Mi è sembrato strano che sia mia figlia sia il concorrente napoletano non conoscessero questa parola che veniva usata fino a qualche decennio fa nel nostro dialetto per indicare la carota (“pastenaca” nella versione dialettale).
Eppure ero convinto che mia figlia lo conoscesse il dialetto, dal momento che usa spesso scherzare e divertirsi a mescolare con l”italiano le parole più colorite del vernacolo. È facile udirla pronunziare, anche con una certa enfasi: “Vi piacciono i miei sciuquagli (orecchini)?” o, rivolta alla madre,”Ti ho detto tante volte che a me il petrusino (prezzemolo) non mi piace, appena appena sopporto la vasenicola ( basilico)”.
– Non ti sembra – osserva il prof. Eligio – che questo fatto sia riconducibile al fenomeno di espansione e di affermazione dell”italiano, ossia della lingua nazionale?
– È stato già ampiamente sottolineato – ammette il collega – da eminenti studiosi che subito dopo la fine della seconda guerra si è sviluppato questo processo di unificazione linguistica a scapito della varietà dialettale:Voglio leggerti due citazioni che ho qui sottomano:che mi sono servite per l”articolo che ho appena finito: “Dopo due millenni – scrive Tullio De Mauro (Grande Dizionario dell”uso, UTET, Introduzione, I, p. X) si è effettivamente raggiunta la tendenziale unificazione linguistica delle classi sociali e delle diverse regioni del paese in un grado pari, anzi superiore a quello che si ebbe durante il pieno Impero romano”.
E A. Asor Rosa (“Novecento primo, secondo e terzo, Sansoni, 2004, p.170”) “Sarei dunque proprio dell”opinione:.che in Italia esista ormaiquella koinè linguistica a livello di massa che Pasolini preannunciava più di quindici annior sono, subito dopo affibbiandole la connotazione negativa di una nuova egemonia piccolo borghese sugli strati popolari e proletari e sui dialetti. A me pare, invece, che a formarla abbiano contribuito apporti molteplici e in genere tutt”altro che negativi: non tanto la scuola, impari anche questa volta al suo compito e anzi responsabile dei superstiti pregiudizi linguistici; bensì le possenti trasmigrazioni interne, politiche e sociali, il potenziale unitario (anche comunicativo) scaturito dalle lotte politiche e sindacali, le battaglie condotte per le riforme civili e per le trasformazioni socio-economiche; e, accanto a questi fenomeni, la diffusione della stampa e l”affermazione della radio-televisone:”.
– D”altra parte dovresti ricordare – conferma il prof, Eligio – che in tutte le famiglie diciamo “borghesi” o che si andavano imborghesendo e che aspiravano ad elevarsi socialmente, si verificò questo sforzo di mettere la lingua in pulito (di parlare in italiano. L”espressione era usata dai contadini per indicare la lingua parlata da tutti coloro che esercitando professioni o svolgendo un”attività che non comportava la possibilità di sporcarsi, indossavano abiti puliti), come si diceva allora e parlo sempre del periodo dopo la guerra:
– Se me lo ricordo!? – continua il prof. Carlo – Sono stato letteralmente ossessionato da una mia zia sempre pronta a rimproverarmi, quando usavo termini o espressioni dialettali:Una volta, eravamo al mare, sulla spiaggia di Castellammare di Stabia, mi permisi, uscivo dall”acqua finalmente dopo ripetuti richiami di mia madre, di chiedere alla mia genitrice alla presenza di signore “bene”, tra cui anche mogli di pezzienti risagliuti (poveri arricchiti, nuovi ricchi, “villani ripuliti”) ma che appunto avevano messo la lingua in pulito, come hai opportunamente ricordato tu, osai chiedere “Oi mà, mm” “o dai nu maccaturo? (Mamma, me lo dai un fazzoletto?) (Esiste anche la variante muccaturo, preferita daD”Ascoli e da Altamura). Non tanto mia madre, quanto mia zia avrebbe voluto sprofondare dalla vergogna e dopo, giù una predica che non finiva mai:
E ora che l”italiano si è imposto e ha conquistato la sua egemonia nazionale, sebbene continuamente insidiata dalla dilagante (nel mondo) egemonia anglofona, mi dispiace di questa dimenticanza anzi di questa graduale scomparsa del nostro dialetto.. nell”uso e peggio nella memoria dei nostri giovani…lo considero un impoverimento culturale:ma tant”è:..
Come scrive Tullio De Mauro in questo suo libricino (piccolo di formato, s”intende!) appena giunto qui in Istituto (“In principio c”era la parola?”, Il Mulino, 2009, p. 29) “nella realtà una lingua è vivante, diceva già Saussure, solo se la guardiamo come una mobile area di raccordo del convergere e del divergere degli usi linguistici di parlanti reali spinti dalla necessità di farsi comprendere e di comprendere il prossimo.”
– Tuttavia – ribatte convinto il prof. Eligio – bisognerebbe attivare qualche iniziativa di resistenza:di difesa del nostro dialetto:.
– Sì, d”accordo, – concede il collega – Purchè questo poi non diventi un tentativo aberrante, reazionario e involutivo, di annullare il traguardo tanto faticosamente raggiunto dell”unità linguistica (e non solo linguistica) del nostro paese.

LA MADRE CHE UCCIDE IL FIGLIO

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Perchè una madre uccide il figlio? La cronaca liquida drammi del genere come pazzia. In realtà, è nel silenzio della persona che maturano certi pensieri. Chi è lasciato solo con le proprie paure perde il contatto con la realtà
Non è facile dare spiegazioni accettabilie comprensibili ad avvenimenti che ci lasciano attoniti e smarriti, come quello di una madre che uccide a coltellate il proprio figlio di tre anni (fatto accaduto appena pochi giorni fa, ndr). Qualsiasi tentativo di trovare spiegazioni o ragionare sull”accaduto porterebbe, sempre e solo, alla più semplice e facile risposta di molti: “è una madre pazza, una madre che è stata colta da raptus omicida”.
Questo è il limite, l”errore dell”informazione e della “cronaca nera” giornalistica, metterci asetticamente, direttamente e crudamente, in contatto solo con il fatto, o i fatti accaduti, lasciando che solo la mente del lettore, o dell”ascoltatore, provi a darsi spiegazioni o, peggio ancora, come spesso succede, l”ascoltatore viene lasciato solo in balia dei suoi inorriditi e scandalosi giudizi su dove può arrivare il comportamento bestiale dell”uomo e quali cose terribili può concepire la mente umana.
Voglio provare a dare una visione diversa dell”accaduto e, soprattutto, desidero guardare e riflettere su cosa c”è, dietro e sotto, l”accaduto e cosa c”è nell”anima e nella profondità interiore di quella madre. La prima riflessione che mi sovviene è il pensare alla inascoltata, ignorata e dolorosa solitudine, diventata, per questo motivo, insostenibile disperazione, in cui versa una donna, persona e madre, che non riesce più a tenere a bada i propri pensieri, specie quelli orrendi e deleteri, perchè in balia dell”angoscia esistenziale e del proprio doloroso silenzio.
Mi chiedo, quanti e quali sono stati, gli incuranti e gli incapaci, che pur facendo parte della vita intima e affettiva di questa donna, non hanno sentito il dolore della sua anima e non hanno saputo leggere il linguaggio del suo corpo, come non hanno saputo ascoltare l”assordante silenzio e la sua disperata solitudine. Questa donna e madre assassina non è altri che l”orripilante testimonianza di un essere umano solo, disorientato, confuso e impotente. Un essere umano cui è stata tolta, lasciandola nella solitudine, incomprensione e dolore, la dignità di essere umano.
Ora però, a fattaccio compiuto, siamo tutti pronti a inorridire, scandalizzarci, commentare e adoperarci in mille ragionevoli spiegazioni, per non sentire il nostro dolore, il nostro dispiacere e la nostra precarietà, perchè restiamo in balia della nostra mente e di ciò che essa ci suggerisce e impone, con coerenti e impeccabili ragionamenti. E, allora mi chiedo ancora: dov”è finito il “Padrone di casa”, dove lo abbiamo relegato, incuranti e inconsapevoli, l”unico e vero proprietario della nostra casa?
Chi è, per me il vero “padrone e proprietario” della nostra casa?É il cuore, il nostro cuore. La mente è solo uno “scomodo e irrispettoso inquilino” che, appena lasciato a se stesso e in balia di un dolore che non sappiamo esprimere, nè accettare, nè condividere, ci conduce con i suoi pensieri falsati, violenti e ingannevoli, verso la nostra e l”altrui rovina.
Credo, che sia stato proprio questo inascoltato, angosciante e disperato dolore. e l”insostenibile solitudine in cui oggi versano in molti, che ha sfociato in pensieri orrendi e mortali ed ha armato la mano di questa madre contro il proprio figlio.
Infatti, paradossalmente, proprio il dolore provato per il crimine compiuto,e non più allontanato con ragionamenti, silenzi e chiusure nevrotiche, ha ridato dignità umana a questa donna che ora, purtroppo, dovrà imparare a convivere con il sentire più profondo del suo essere e del suo incancellabile dolore.
Tutto questo si sarebbe potuto evitare, se la donna non fosse stata lasciata da sola, con le proprie paure e angosce e avesse potuto trovare in qualcuno una efficace e significativa condivisione, qualcuno che riuscisse a comprenderla ridimensionando le sue paure,riportandola ad un giusto rapporto con la realtà e con le cose e le persone più care della sua vita.
Anch”io in quanto essere umano sociale e di cultura, mi sento correo e ugualmente colpevole, perchè anch”io non sono sempre attento a leggere e ad ascoltare la sofferenza, la solitudine e il dolore di chi mi è vicino ecompagno di vita e per questo credo che l”unica concreta ed efficace forma di prevenzione di questo male e di altri dolori che affliggono la nostra società e che infliggiamo agli altri sia l” “ascolto”: l”ascolto di noi stessi, dell” “altro” e degli “altri”. Sto parlando e riferendomi all” “Ascolto Attivo”.
L” “Ascolto Attivo” così, come lo chiamano e lo insegnano gli psicologi ad indirizzo umanistico-esistenziale e, in particolare, gli psicoterapeuti di indirizzo rogersiano, cioè un ascolto congruente ed empatico di se stessi e delle persone, di quelle che amiamo e ci sono vicine, ma anche di quelle che, come noi, vivono l”esperienza del vivere e dell”esistere di diritto su questo nostro fantastico mondo.
(Fonte foto: Rete Internet)

PILLOLE DI “900. TRA GIOVANI E CONSERVATORI

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I giovani spingono per partecipare ed essere protagonisti. Lo dimostra la grande partecipazione per aiutare Firenze dopo l”alluvione del “66. La Scuola, però, è sempre più conservatrice.
Di Ciro Raia
Il decennio appena trascorso fa rilevare molte curiosità. Nell”anno del Centenario dell”Unità d”Italia (1961), in tutto il paese si è assistito ad una continua autocelebrazione. Torino, vecchia capitale sabauda, è diventata mèta di milioni di visitatori, che volevano respirare l”aria dei palazzi del Risorgimento. Nel capoluogo piemontese sono state ospitate la Mostra Storica del Risorgimento, l”Esposizione Internazionale del Lavoro e la Mostra delle Regioni Italiane.
Un”autentica novità ha dato vigore alla diffusione della cultura: la pubblicazione della collana degli “Oscar” della Mondadori. Gli “Oscar”, a cadenza settimanale, pubblicano titoli di autori italiani e stranieri, al prezzo di lire 350. Una pubblicità li presenta come “i libri transistor che fanno biblioteca”.
Intanto la città simbolo della cultura italiana ha rischiato di essere spazzata via da una apocalittica inondazione. Il 4 novembre 1966, infatti, a seguito delle abbondanti piogge dei giorni precedenti, l”Arno ha straripato e con furia si è abbattuto per le strade di Firenze, ha travolto auto, sommerso terranei, allagato le sedi depositare delle innumerevoli opere d”arte conservate nella città. Lungo le strade galleggiavano carogne di animali insieme a pacchi di preziosi documenti, antichi manoscritti ed intere collezioni di libri e giornali. La radio inglese ha lanciato un disperato appello: “Il mondo sta per perdere una delle sue gemme, Firenze”.
È iniziata una gara di solidarietà, che ha avuto come maggiori protagonisti i giovani. Da ogni luogo sono arrivati soccorsi. Uomini e donne, nei giorni che sono seguiti a quel fatidico 4 novembre, si sono immersi nel fango delle strade, spalato nei quartieri affogati nella melma, recuperato quasi tutti i preziosi tesori e ridato speranza alle genti fiorentine.
A fronte di tanta voglia di partecipazione delle giovani generazioni, si è, però, vista una scuola sempre più abbarbicata su posizioni di conservatorismo. A Milano, infatti, gli studenti del liceo “Parini” hanno pubblicato sul loro giornalino, “La zanzara”, un”inchiesta sul comportamento sessuale dei loro coetanei: sono stati denunciati per pubblicazione oscena! A Roma, invece, un bambino di sei anni è stato espulso dalla classe solo perchè portava i capelli lunghi!
Grande fermento si è registrato nel campo delle arti ed in quello dello sport.
Il mondo della letteratura si è arricchito di pubblicazioni quali”Filastrocche in cielo e in terra” di Gianni Rodari, “La ragazza di Bube” di Carlo Cassola, “Ferito a morte” di Raffaele La Capria, “Il giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani, “L”ora di tutti” di Maria Corti, “Il male oscuro” di Giuseppe Berto, “Opera aperta” di Umberto Eco, “Memoriale” di Paolo Volponi, “Il piatto piange” di Piero Chiara.
Per l”interpretazione offerta nel film “La Ciociara”, l”attrice Sophia Loren ha vinto il premio Oscar (1961). Uguale riconoscimento è stato riservato ai registi Federico Fellini (1964) e Vittorio De Sica (1965) per i rispettivi film “Otto e mezzo” e “Ieri, oggi e domani”.
Nel 1963 a Giulio Natta è stato assegnato il premio Nobel per la chimica e per le ricerche sulla plastica. Sei anni dopo, nel 1969, il premio Nobel per la medicina è stato assegnato a Salvador Edward Luria, virologo di origine italiana, costretto, anni addietro, ad emigrare prima in Francia e poi negli USA, a causa delle leggi razziali.
Nel mondo dello sport, infine, l”Italia ha conseguito buoni risultati (10 medaglie d”oro) nei giochi olimpici di Tokio (1964). Minor fortuna ha arriso, invece, ai colori italiani nelle Olimpiadi di Città del Messico (1968) –quelle passate alla storia per la protesta di Tommie Smith e Tom Carlos– dove le medaglie d”oro sono state solo 3.
Nel ciclismo si sono avute due vittorie italiane al Tour de France con Gastone Nencini (1960) e Felice Gimondi (1965). Nel 1968, poi, nello stesso anno in cui la nazionale di calcio ha conquista il titolo di Campione d”Europa, Vittorio Adorni ha vince il titolo di campione del mondo di ciclismo su strada.
Anche dalla boxe sono arrivate buone notizie, per merito di Nino Benvenuti, che, nel 1967, ha conquistato la corona mondiale dei pesi medi.
(Fonte foto: Rete Internet)

SE FINI SDOGANA LE PAROLE FORTI:

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“Str:”, usata dal Presidente della Camera è una parola forte, di reazione contro i razzisti. Non tutti i termini, però, hanno lo stesso significato. “Vecchia volpe”, ad esempio, si può prestare a molteplici equivoci.

Caro Direttore,
se un giorno decidessi di andartene in giro per le balze del Somma-Vesuvio (piuttosto che attardarti tra file, e-mail e sms), toccheresti con mano le violenze perpetrate dall”uomo a danno della natura. E non solo. Daresti anche maggiore senso a quelle parole, pesanti più di un macigno, pronunciate dal sottosegretario Bertolaso, all”indomani dell”alluvione a Messina (ma anche di altre tragedie): “Ci sono grandi responsabilità da parte degli amministratori locali!”.

A parte le graziose casette, che continuano a spuntare come funghi in un bosco, potresti notare, per esempio, le ardite opere di ingegneria (stradale e idraulica) messe in essere dalla fantasiosa mente e dall”operosa mano dell”uomo. Potresti scoprire che i sentieri di accesso al Somma-Vesuvio sono quasi tutti carrozzabili e, taluni, anche asfaltati. Vedresti che i lagni (è più elegante chiamarli alvei?), poi, sono diventati una sorta di autostrade, levigate, continuamente piallate da qualche compiacente proprietario di bobcat, che copre ed elimina quegli sbarramenti naturali con relative vasche per le acque reflue (per capirci, quelle che nel nostro vernacolo abbiamo sempre chiamato “catene”), mentre innalza ai suoi bordi cumuli di immondizia.

E qui ci trovi di tutto: pneumatici usati, carcasse di automobili, inerti, televisioni e frigoriferi smessi, pezzi di eternit, infissi di alluminio anodizzato, recipienti in plastica, confetture scadute. E non so quante altre cose. I lagni con funzione di autostrade servono a facilitare e velocizzare il percorso per le case ed i condomini condonati, quelli abusivi non ancora condonati, quelli abusivi e basta.

Ti devo confessare che una mia collega di Groppello Cairoli -piccola località in provincia di Pavia- non mi ha molto in simpatia, perchè –dice- sono un meridionale. Ella sostiene che al sud si fanno solo imbrogli: ultimamente, per rincarare la dose, mi rinfaccia, come se fosse una mia colpa, che anche la Gelmini, per superare l”esame di Stato per la professione di avvocato, preferì spostarsi alla Corte di Appello di Reggio Calabria.

Quella mia collega di Groppello Cairoli (che si è laureata solo dopo essere diventata l”amante di un noto professore), poi, tentando di offendermi ancora oltre, ama definirmi “borbonico”. Se le chiedo il perchè di questa sua definizione, mi risponde che i Borbone (ma da ignorante, lei li chiama i Borboni) erano degli imbroglioni, superficiali nell”amministrazione, dediti a bagordi più che a compiti di difesa e sviluppo delle città e dei cittadini.

Come al solito la verità non è mai da una sola parte. Borbonico si dice, generalmente, di un sistema antiquato, referenziale e, riferito ai Borbone di Napoli, di un sistema di governo retrivo, reazionario ed anche poliziesco. Ma i Borbone di Napoli, escluse le pecore nere che ci sono in ogni buona famiglia, si sono lasciati ricordare anche per altre cose. Essi, infatti, riordinarono l”esercito, revisionarono e rinnovarono gli studi universitari, la pubblica amministrazione e la giustizia, migliorarono l”assetto viario del paese, ripristinarono la fabbrica di porcellane di Capodimonte, inaugurarono il teatro “Mercadante” ed il “San Ferdinando”, la villa di Chiaia, il deposito dei Granili, diedero inizi agli scavi di Ercolano, vararono l”avanzata legislazione sociale del centro manifatturiero di San Leucio.

E costruirono (1610) anche l”utile rete dei regi lagni, con un nobile ed intelligente intento: porre fine alle frequenti inondazioni che tormentavano, per lo straripamento del fiume Clanio, le popolazioni poste a valle nelle terre della Campania felix, impedendone il naturale sviluppo urbanistico.

Allora, caro Direttore, i regi lagni servivano (e servono ancora) a qualcosa o no? E la definizione di “borbonico” è da considerarsi un”offesa o un complimento?
“Moribondo paese che sai tutto di me e dei miei/ io so chi ha comprato chi ha venduto la casa e la terra,/ chi è partito e si è messo nei panni miei,/ contento di vivere al di là dell”ombra della stazione/ piuttosto che accrescere le carte notarili e i testamenti/ sulle tue carni nere di tegole e di muri”. (Rocco Scotellaro, dalla raccolta “Margherite e Rosolacci”, Mondadori, 1978).

Il problema è quello di usare bene le parole e al momento opportuno. Invece, si generalizza sempre, specie con le cattive parole. Allora succede che Fini dica che i razzisti sono degli stronzi; che Calderoli rimandi l”epiteto a chi fa intravedere l”Italia come un eldorado per gli immigrati. Succede anche che il ministro Scajola, non sapendo come rispondere alla domanda di un operaio dell”Atitech di Capodichino, non gli riesca di meglio che chiamarlo stronzo.

E, poi, accade che gli epiteti offensivi lanciati a ruota libera in televisione non si contino, in ogni trasmissione; che l”antesignano sia stato l”onorevole Sgarbi (oggi anche sindaco di Salemi), abituato ed abilitato ad apostrofare, con volgarità, a destra e a manca, donne ed uomini, santi e madonne. E così capita che il linguista Tullio De Mauro, in questo bombardamento giornaliero, finisca con l”issare bandiera bianca e dire che l”antico termine longobardo “strunz” (diverso dallo “strunz” di Trapattoni!), usato da Fini, è, sì, un”espressione forte, ma giustificata dalla volontà di reagire al razzismo!

Caro Direttore, ma perchè massificare ed uniformare la lingua? Perchè ridurre un termine ad essere onnicomprensivo, nel senso che può significare una cosa ed anche un”altra o un”altra ancora? Diceva Michele Murri, uno dei personaggi creati da Eduardo De Filippo nella commedia “Ditegli sempre di sì” (1932), “[:] C”è la parola adatta, perchè non la dobbiamo usare? Parliamo con le parole appropriate, se no io mi imbroglio”.

A me, per esempio, a quella mia collega di Groppello Cairoli verrebbe di chiamarla “zoccola” (dal latino “sorcula”), che dalle nostre parti significa, a secondo del contesto comunicativo, “donna di costumi leggeri” o “persona astutissima” (una vecchia volpe). Io, caro Direttore, vorrei dirle che, secondo me, avendo raggiunto l”apice della carriera, passando di letto in letto, è una donna di facili costumi. E se, invece, prendesse le mie parole come un complimento? Come perchè?

Perchè potrebbe pensare, magari, di essere stata definita una persona astutissima, al pari di una volpe! E con i tempi che corrono, rischierebbe pure di non sbagliare! Vedi, infatti, quante persone astutissime sono ai posti di comando, al governo del paese, alle presidenze dei condomìni ed a quelle dei comitati per i festeggiamenti del santo patrono!
Direttore, tu che sei una vecchia volpe (e che, immagino, non abbia scaldato troppi letti), potresti far qualcosa per aiutarmi a capire di più, a districarmi meglio, in questo mondo di parole globalizzate?
(Fonte foto: Rete Internet)