LE CONDOTTE NEVROTICHE DEI GIOVANI E NON SOLO

0
I problemi familiari, scolastici, socio-affettivi, adolescenziali, esistenziali, possono avere una loro soluzione, così come il bisogno di giovani e adolescenti in cerca di orientamento e punti di riferimento.
Di Silvano Forcillo
Il “Gruppo d”Incontro” è una possibile soluzione dei problemi della nostra società, specie per quelli adolescenziali e delle varie “dipendenze”.
La psicoterapia di gruppo può essere vista come una delle possibili soluzioni e uno dei trattamenti terapeutici, per lo sviluppo di un processo di cambiamento “multi-persona”. Considero “il gruppo” e, in special modo, il gruppo psicoterapeutico, il luogo ideale-realistico, in cui ogni individuo, può liberamente esprimere, maggiormente potenziare e sviluppare l” “Io cosciente individuale-interiore” e l” “Io cosciente sociale-esteriore”, cioè la “Persona Integrata”,la Persona che sa vivere e tenere ben unite e positivamente interagenti, tra loro, le due dimensioni proprie della crescita e dell”autorealizzazione personale: la dimensione “sensibile interiore e la dimensione razionale esteriore”.
Sono convinto, che la “Persona Integrata”, più di qualsiasi altro tipo di “Persona”, può efficacemente, positivamente e produttivamente realizzare se stesso, in un contesto socio-affettivo, socio-lavorativo, o in un”interazione interpersonale e relazionale con gli “altri” , sperimentando, in un”autentica e sorprendente sinergialo “stare comodo”, con sè stesso e, di conseguenza, con gli altri. Proprio, con quegli altri che, il più delle volte, costituiscono la fonte del proprio malessere psicofisico ed esistenziale, delle condotte a rischio e dei comportamenti di dannosa dipendenza affettiva, psicologica e strumentale.
Il comportamento nevrotico, il malessere ed il vuoto esistenziale, le “condotte a rischio”, la quasi totalità delle forme di dipendenza e la ricerca spasmodica ed incontrollata del piacere, attraverso pericolosi e letali pratiche di un divertimento fine a sè stesso,possono essere viste, nell”ottica di una personale esperienza, di non aver saputo vivere positivamente ed accettare gli intensi, inaccettabili e dolorosistati emotivi che, spesso ci offre la vita. Nella solitudine del proprio Io e di un Sè, non ancora strutturato, per proteggerci dalla sofferenza e dal dolore, rincorriamo a condotte nevrotiche, dalle quali originano le diverse psicopatologie e la maggior parte dei disturbi mentali e/o comportamentali.
Il fondamentale compito dello psicoterapeuta di Gruppo è, quindi, quello di facilitare nell”individuo, che ricorre al trattamento di gruppo, la rielaborazione, il riconoscimento e la completa accettazione del proprio Sè. Con l”esperienza di gruppo più che con l”esperienza della terapia individuale comincia il faticoso e non sempre facile ma affascinante viaggio insieme agli altri verso la crescita personale, l”autodeterminazione e l”autorealizzazione, per imparare a vivere meglio se stessi, gli altri e la propria vita insieme agli altri.
É molto bello assistere al graduale abbandono dell”atteggiamento ansiogeno, rigido e difensivo, di ciascun membro, man mano che ognuno cerca di scendere dal “collo in su”, per imparare a stare dal “collo in giù”, abbandonando cioè l”uso esclusivo della razionalità nel rapportarsi all”altro e avvicinandosi gradualmente al doloroso sentire. É veramente significativo seguire il cambiamento di ognuno, secondo le peculiari caratteristiche, il personale lavoro e il coraggio di “osare essere” e “osare vivere” un poco di più ad ogni incontro di gruppo. Il tempo del processo evolutivo di gruppo, finalmente, rende giustizia: “le ragioni del cuore, cominciano ad avere la meglio sulle ragioni della testa”.
Non tutti lo fanno, almeno non subito e, non sempre consapevolmente; non tutti sono convinti, anzi, alcuni scettici, continuano a radicarsi maggiormente nel loro rigido comportamento difensivo. Tuttavia, ciascuno, secondo il proprio tempo, garantito peraltro dal tempo del processo di crescita e di fiducia del gruppo, percepiscono di stare in un posto sicuro e affidabile, in un posto in cui ognuno, secondo le caratteristiche personali, avverte che potrà trovare il vero modo di vivere appieno la propria vita, liberandosi dalle catene della schiavitù, che hanno per lungo tempo ostacolato la realizzazione della “libertà personale”, catene fatte di “credenze credute essere vere e ricevute fin dall”infanzia”;
di “paura di non essere amati o di essere amati di meno”, se si fosse osato e, se si osasse essere quello che veramente si è; paura di prendere spazio e di pretendere attenzione e riconoscimento, la qual cosa ugualmente avrebbe causato la paura di non essere amati o essere amati di meno; necessità di assumere sostanze, o servirsi di mezzi, strumenti e strategie, per essere felici, per essere accettati, amati, o per potere funzionare meglio, perchè impauriti dal non essere amati o essere amati di meno.
Quindi, l”avvalersi della psicoterapia di gruppo, quale strumento e trattamento psicoterapeutico delle diverse psicopatologie e delle diverse forme di dipendenza,può essere, senza alcun dubbio, considerato un”efficace soluzione ai problemi della nostra società, in particolare modo, ai problemi familiari, scolastici, socio-affertivi, adolescenziali, esistenziali e può rappresentare anche una valida soluzione per quegli adolescenti e giovani bisognosi di orientamento e di validi punti di riferimento.
(Fonte foto: Rete Internet)

L’ITALIA DAL 1963 AL 1968. TRA CAOS E SVILUPPO

0
Molti eventi si susseguono in quegli anni: tentativi di golpe, il boom economico, la pubblicazione di “Lettera a una professoressa” di don Milani. Il Paese cresce, ma in modo caotico.
Di Ciro Raia
La sera del 3 giugno 1963 il “papa buono”, il pastore della speranza, muore. I cardinali riuniti in conclave eleggono capo della Chiesa, il 21 giugno, l”arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, che prende il nome di Paolo VI. Il nuovo pontefice, nel discorso di investitura, chiarisce subito l”indirizzo del suo papato: rinnovamento ma senza mutamenti arbitrari.
Non è un felice momento per i leader. Il 21 agosto 1964, infatti, muore, a Yalta, Palmiro Togliatti. I funerali, celebrati quattro giorni dopo nella piazza di San Giovanni, in Roma, registrano la partecipazione di un milione di persone.
Intanto, sempre nello stesso mese di agosto del 1964, il Presidente della Repubblica, Antonio Segni, è colpito da una trombosi cerebrale. Non potendo esercitare le funzioni assegnategli dalla Carta Costituzionale, è sostituito nell”ufficio dal presidente del Senato, Cesare Merzagora. Perdurando, però, l”inabilità di Segni, si è costretti ad andare ad una nuova elezione della più alta carica dello Stato. Ed il 28 dicembre 1964, dopo 21 scrutini, con 646 voti è eletto Giuseppe Saragat. Votano per lui la DC, il PCI, il PSI, il PSDI ed il PRI.
Ma l”avvenimento più drammatico di quei giorni resta la voce relativa ad un presunto colpo di stato militare. Il generale Giovanni De Lorenzo, capo del SIFAR (Servizio Segreto delle Forze Armate), è l”ispiratore del “Piano Solo” (così chiamato, perchè prevede l”intervento solo dei carabinieri nel momento in cui la travagliata vita politica italiana avrebbe richiesto l”intervento dei militari). Ma l”ora X, fortunatamente, non scatta e non scatta nemmeno il “governo dell”ordine”.
In un”Italia distratta dal mito delle vacanze, Pietro Nenni lancia l”allarme di un possibile ritorno del fascismo. Ma il pericolo non sussiste: l”elezione del nuovo Presidente della Repubblica e la ricostruzione politica iniziata dal governo Moro sembrano aver ristabilito il clima e fugato il pericolo di un golpe militare. I governi presieduti da Moro, anzi, danno una certa stabilità politica al paese. Le intese del quadripartito (DC, PSI, PSDI, PRI) durano, attraverso quattro gabinetti, dal 1963 al 1968. Poi, dopo un altro beve governo monocolore, a guida del democristiano Giovanni Leone, nasce un”intesa tripartita (DC, PSI, PRI) guidata dal DC Mariano Rumor; vicepresidente del consiglio dei ministri è nominato il socialista Francesco De Martino.
Il boom economico trasforma il costume del paese. Muta, infatti, il modo di vivere di gran parte degli Italiani. Nonostante la permanenza di molte sacche di povertà, specie al sud, a tavola si mangia carne tutti i giorni; le donne sono alleviate nelle mille faccende domestiche dall”uso sempre più massiccio degli elettrodomestici; si scoprono i “fine-settimana” e le gite domenicali che, insieme all”introduzione dei ponti festivi, promuovono il turismo di massa e quello culturale.
Gli Italiani vedono nell”investimento in Borsa una sorta di beneficenza, che fa raddoppiare o triplicare i capitali. Ognuno cerca di acquistare una casa di proprietà; la speculazione edilizia saccheggia ipolmoni di verde delle città, delle coste e delle montagne. Comincia la corsa all”acquisto della casa per la villeggiatura. Le vacanze di massa riempiono spiagge e monti. L”auto è, ormai, alla portata di tutti ed anche i più giovani possono muoversi con la Lambretta 100, lo scooter pubblicizzato a basso costo e a basso consumo.
Una coraggiosa siciliana diciottenne di Alcamo, Franca Viola, mette fine ad un antico tabù italiano. Rapita e violentata da uno spasimante, rifiuta le “nozze riparatrici” e fa arrestare il violentatore. Il paese si spacca in due; la parte più retriva condanna il gesto della ragazza, quella più progressista plaude, invece, al coraggio di Franca, che ha sfidato e sconfitto una cultura consuetudinaria. È un”autentica rivoluzione, che abbatte una ritualità secolare di subordinazione femminile.
Anche la Chiesa è attraversata dal vento della trasformazione. Nel mese di marzo del 1967, infatti, il papa Paolo VI firma l”enciclica “Populorum progressio”; in essa sottolinea la preoccupazione dei cattolici per lo sviluppo delle popolazioni del Terzo Mondo. Lo stesso papa, poi, abbatte le barriere esistenti tra la Chiesa cattolica ed i paesi dell”est comunista, ricevendo in Vaticano il presidente del Soviet Supremo dell”URSS, Nikolaj Podgornij.
Sempre nel 1967, nel mese di maggio, don Lorenzo Milani, un prete scomodo e rivoluzionario che opera a Barbiana, sulle sperdute colline del Mugello (foto), pubblica “Lettera a una professoressa”. Il testo mette sotto accusa l”insegnamento tradizionale della scuola italiana ed il suo sistema di valutazione. Il libro suscita un dibattito amplissimo e, come spesso capita, divide il paese pro e contro don Milani. “Lettera a una professoressa” diventa il simbolo della contestazione giovanile ed è considerato più valido dello stesso “libretto rosso” di Mao-Tse-tung. Purtroppo, però, don Lorenzo Milani non riesce a dare ulteriore voce al suo dissenso: muore, a luglio del 1967, stroncato da un linfogranuloma.
Ormai l”Italia ne ha fatta di strada! Ma nonostante sogni, contestazioni e riforme, resta una nazione con enormi contraddizioni. Così, se è il paese che ha abolito la pena di morte è anche quello in cui si commettono ancora numerosi “delitti d”onore”. Ed è il paese dove i bambini sono coccolati e gli anziani emarginati, dove i ricchi sono veramente ricchi ed i poveri veramente poveri, dove la religione convive con la superstizione, dove le persone perbene contano poco e gli arrampicatori sociali e gli arrivisti contano più di tutti!
(Fonte foto: Rete Internet)

ALLA REGIONE CAMPANIA NON BASTANO SIMBOLI, OCCORRE CAMBIARE SUL SERIO

0
La parte avversa al centro-destra sta pensando a Roberto Saviano come successore di Bassolino. Intanto, Cosentino, nonostante tutto, ha iniziato la sua campagna elettorale. In compagnia di grossi pezzi e monsignori.

Caro Direttore,
lo so, i potenti riflettori accesi sui decessi a Napoli per l”influenza A (quasi a voler fare apparire il capoluogo campano come una sorta di deposito di responsabilità di tutti i mali e, quindi, anche del virus H1N1), annebbiano lo sguardo su altri avvenimenti molto importanti per la vita dei cittadini e del Paese.

Non credo, però, pur in questo momento di preoccupazione, sia un argomento da prendere sottogamba la proposta avanzata da Claudio Fava, nel recente convegno napoletano sulla Legalità, tesa ad indicare Roberto Saviano (l”autore di “Gomorra”) quale candidato governatore per il centro sinistra (scrivo così, perchè ancora non riesco a capire se è un “centrosinistra” o un “centro-sinistra”) alle prossime regionali in Campania. Il nome di Saviano, certo, è suggestivo ed inattaccabile. Specie se gli si riconosce una funzione simbolica, di alto impatto morale, nella contrapposizione al possibile candidato del PDL, Nicola Cosentino, sottosegretario di Stato e, secondo le dichiarazioni di quattro collaboratori di giustizia, già acquisite dalla Procura di Napoli, “uomo a disposizione dei Casalesi”.

Caro Direttore, immagino che Saviano sia del tutto estraneo a questa proposta e che, a breve, magari ringrazierà Fava e quelli dell”Idv, ma dichiarerà di non essere minimamente interessato. Credo anche che la Campania, almeno in questo momento, non possa affidarsi ad un simbolo per governare. Perchè un simbolo non governa mai da solo, ha bisogno di tante persone, veramente perbene e motivate al buon governo, che gli siano intorno. E la politica, per cambiare, non solo nelle terre del sud, ha bisogno della trasformazione del modo di pensare, della testa, del cuore, delle passioni, dei valori degli elettori. Altrimenti, come si riesce a spiegare che i personaggi più chiacchierati sono anche i più votati?

Caro Direttore, -ripeto un concetto espresso già in precedenti epistole- le vere battaglie si possono vincere solo in nome di idealità radicate. Ti ricorderai che una decina di anni fa, il simbolo del centro sinistra (per me, insisto, è importante capire se è “centrosinistra” o “centro-sinistra”), l”uomo politico da contrapporre a Berlusconi, era Francesco Rutelli. Nel garage di casa mia sono ancora conservati parte dei manifesti, gadget e schede facsimile per l”elezione dell”ex sindaco di Roma alla guida del Paese. Personalmente, poi, ti dirò che ho preso anche parte ad una di quelle cene per finanziare la campagna elettorale di quel candidato premier, che, in cambio della magnanimità dei suoi sostenitori, si sarebbe loro concesso per qualche minuto, avrebbe imbastito un discorsetto ed avrebbe stretto qualche mano.

Per la cronaca, la cena si tenne in una delle ville del Miglio d”oro di Ercolano, ogni commensale sborsò un biglietto da centomila (ancora non circolava l”euro), Rutelli si guardò bene dal farsi vedere. Poi, come ben sai, le cose andarono in un certo modo, per scelta degli elettori; ma il fatto inquietante è un”altro: che quel candidato simbolo non sia riuscito, poi, a conservarsi simbolo politico della parte che lo aveva individuato tale.

Oggi, purtroppo, le “discese in campo” (così si annunciò Berlusconi) sono concesse solo a chi tiene soldi, a chi è ricco e lo vuole diventare ancora di più, non solo in conquista del potere. Almeno dalle nostre parti, il consenso ha un prezzo. E se c”è qualcuno disposto a comprarselo quel consenso, ci sono tantissimi –purtroppo- disposti a vendersi la propria dignità, la coerenza delle proprie scelte, la forza delle proprie idee. E in cambio di cosa? Di favori personali (il permesso di edificare in zone inedificabili, per esempio), della promessa di un posto di lavoro (in campagna elettorale si sprecano le occasioni di futuri inserimenti in gangli produttivi della società), della riuscita (immeritata e a danno dei meritevoli?) ad un concorso, di una cena o di un centinaio di euro. O, comunque, della certezza di avere, per la vita, un nume tutelare, un protettore.


Intanto, è partita la corsa alle candidature. Tu sai, molto meglio di me, che un candidato è così chiamato, perchè anticamente vestito di una toga candida, immacolata (simbolo di purezza per chi aspirava ad una carica). Io non so se il sottosegretario di Stato, Nicola Cosentino, aspirante candidato alla guida della Regione Campania (anche ora che è ufficialmente inquisito dalla magistratura per fatti di camorra), abbia davvero qualcosa a che vedere col clan dei Casalesi. Non so nemmeno se possa mai indossare, simbolicamente, una toga bianca. So per certo, però, che la corsa alla candidatura di Cosentino è partita. E che, comunque finirà -con uomini-simboli o uomini-teste d”uovo o uomini-specchietto per le allodole-, saranno gli elettori (quelli che materialmente segnano la scheda con il simbolo ed il nome del candidato) a decretarne il successo o la sconfitta.

Così, l”altro giorno (è riportata dalla cronaca dei quotidiani di domenica 8 novembre “09), lo stesso sottosegretario di Stato, Nicola Cosentino, ha partecipato ad un convegno-inaugurazione dell”anno scolastico all”istituto parificato più grande d”Europa, quello di Poggiomarino, quello fondato da Rosario Boccia (dice niente tutto questo?). I giornali, poi, hanno registrato che a seguire l”applaudito intervento di Cosentino c”era un parterre de roi: Luigi Cesaro, presidente della Provincia di Napoli, Alberto Bottino, Direttore dell”Ufficio Scolastico Regionale della Campania, Carlo Taormina, fondatore del partito Lega Italia, Giuseppe Gargani, ex Sottosegretario in quota Forza Italia, alcune autorità di seconda fila insieme a qualche monsignore (dice niente tutto questo?).

“Ma il fatto è, mio caro amico, che l”Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua:Ho visto qualcosa di simile quarant”anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto”, (Leonardo Sciascia, “A ciascuno il suo”, Einaudi, 1966).

Caro Direttore, ho sempre sostenuto, per esperienza lavorativa, che, paradossalmente, un buon dirigente scolastico ed un pessimo collegio dei docenti non possono fare una buona scuola; un pessimo dirigente ed un buon collegio dei docenti possono, invece, fare una buona scuola. Tale e quale all”arte del governo: servono, al di là di simboli e di punte di diamanti, uomini perbene dappertutto, dall”elettore all”eletto, dal presidente al consigliere, dal segretario al fattorino. Altrimenti è la fine di ogni sogno di buon governo ed allora, per tentare di uscirne in modo sensazionale, si avanzano ipotesi da fantapolitica.

Direttore, sai che sto pensando? Adesso provo a lanciare la tua candidatura alla guida di un ente quale che sia. Tanto, sai scrivere (e credo anche leggere), sei onesto (non mi pare tu abbia capi di imputazione), rendi un buon servizio alla collettività (il tuo giornale on line ha oltre 7.000 contatti quotidiani):l”unico difetto è che smadonni ogni qualvolta cerco di coinvolgerti in qualche percorso che non ti è consono. Tu dici per serietà, per etica; io sostengo, invece, solo per quieto vivere.
(Fonte foto: Rete Internet)

LE TRAGEDIE ANNUNCIATE DEI TERRITORI DIVORATI

0
Non è normale che eventi naturali normali, come le piogge d”inverno, diventino occasioni di tragedie. I veri colpevoli sono gli abusi edilizi e gli appetiti dei divoratori dei territori.
Di Amato Lamberti

La frana che a Casamicciola ha ucciso una ragazza, ferito più di trenta persone, trascinato a mare decine di auto, costretto trecento famiglie ad abbandonare le proprie abitazioni, ripropone ancora una volta la fragilità di un territorio devastato dal consumo scriteriato del suolo. Quarantotto ore di pioggia battente non possono in alcun modo essere una spiegazione o una giustificazione dell”evento disastroso.

È normale, soprattutto in autunno e in inverno, che piova anche in modo abbondante e persistente per più giorni consecutivi. Se le canalizzazioni stradali per l”acqua piovana sono fatte bene e non sono intasate da terra e detriti, l”acqua piovana non allagherà le strade e defluirà senza provocare danno. Se gli alvei naturali che raccolgono naturalmente l”acqua piovana sono intasati da costruzioni abusive, che impediscono il naturale defluire del corso d”acqua, anche impetuoso, che le piogge abbondanti possono alimentare, si formano generalmente masse enormi d”acqua che possono provocare smottamenti e frane anche di grandi dimensioni.

Se un alveo naturale di raccolta delle acque viene trasformato in una strada asfaltata è normale che, in caso di pioggia abbondante, si trasformi in un torrente impetuoso capace di trascinare a valle uomini e automobili. Se un costone anche ripido viene disboscato per procedere a costruzioni di case e di strade, non ci si deve meravigliare che il terreno imbevuto di pioggia, non trattenuto da radici solidamente ancorate, possa improvvisamente smottare trascinando e travolgendo tutto, case, muri, strade. Il suolo non è mai come qualcuno si ostina a credere una piattaforma inerte sulla quale si possa costruire a piacimento. Bisogna prendere in considerazione una molteplicità di fattori di rischio, a cominciare da quello idrogeologico.

Può sembrare paradossale ma nei paesi vesuviani si continua a costruire abusivamente e senza criterio pur sapendo che il territorio è soggetto ad elevatissimi rischi di carattere vulcanico, sismico, idrogeologico. In tutto il mondo, situazioni come quelle vesuviane hanno visto la popolazione allontanarsi a distanza di sicurezza e adottare tecniche costruttive che rendessero il meno tragici possibili gli eventuali eventi sismici. La penisola sorrentina, le isole di Ischia, Capri e Procida, l”intera area flegrea sono zone ad elevato rischio idrogeologico eppure si continua a costruire e a sperare di costruire mettendo a rischio il già precario equilibrio di territori di tale valore paesaggistico, storico e archeologico da meritare misure di salvaguardia totale.

Il ripetersi delle tragedie meriterebbe forse interventi drastici per frenare ogni forma di illegalità e di abusivismo. In un recente dibattito sulla tragedia di Messina, ho reagito con forza alla considerazione, di uno dei partecipanti al dibattito, che non fosse giustificata alcuna misura risarcitoria per i danni subiti da uomini e cose in una situazione di costruzioni in zone classificate come ad altissimo rischio idrogeologico. “Vivendo in quei posti – asseriva il mio interlocutore – sapevano benissimo a cosa andavano incontro. Continuassero ad affidarsi ai santi che evidentemente non sono bastati a proteggerli.”

Una posizione che aveva trovato in sala anche qualche sostenitore ma che mi era sembrata priva di ogni sentimento di civile solidarietà. Il ripetersi di eventi luttuosi impone però interventi più decisi per frenare i divoratori di territorio che, come termiti giganti, sembrano crescere in maniera del tutto incontrollata.
(Fonte foto: Ansa)

Articoli correlati:

I PAESI VESUVIANI A RISCHIO

ABUSI EDILIZI E CAMORRA

CASE ABUSIVE CHE SI VENDONO E SI COMPRANO

SANT”ANASTASIA, I PERICOLI DELL”ALVEO DI VIA CASCETTA

BERLUSCONCITY OVVERO LA TRISTE CITTÁ DI BERLUSCONI

Se volessimo approfondire il tema della città invisibile, a cui abbiamo fatto riferimento quindici giorni fa, dovremmo parlare della città di Berlusconi.
Di Michele Montella

Anche Berlusconi come Minosse ha una civiltà a cui può intitolare il suo nome e come quella minoica la sua è una città inestricabile, in cui presto o tardi ci si trova di fronte ad un inestricabile labirinto. La città di Berlusconi viene considerata l’evoluzione naturale del dedalo labirintico: egli tiene prigionieri eppure, in qualche modo, ci dà l’impressione di essere liberi e di poterci muovere come vogliamo. Il vero mostro non è lui, siamo noi che non riusciamo a raccapezzarci e troviamo inutile ormai anche riflettere su ciò che avviene.

Questa città non è, come qualcuno può incautamente immaginare, la città del “grande fratello” di George Orwell, in cui il capo ti vede, ma al contrario è la città dello specchio, in cui ciascuno, passeggiando per le vie, affacciandosi ai palazzi, stando comodamente al bar, vendendo e comprando mercanzie, non vede altri che se stesso. Il cittadino della città di Berlusconi non si duole di questa condizione, anzi le attribuisce un indice di gradimento altissimo, perchè così non corre il rischio di trovarsi di fronte a qualcosa o a qualcuno di sconosciuto, ritenuto il nemico capitale proprio perchè ignoto, distante, altro da sè.

Il labirinto è costituito da specchi misteriosi che riflettono alla perfezione la realtà, sebbene nessuno dei cittadini riesca a capire (e nemmeno gliene importa di capire) quale sia la realtà riflessa.
Il labirinto dei berlusconiani mescola realtà e verità: “È vero ciò che vedo e siccome vedo solo me stesso è vera solo la mia immagine”.
Tutti gioiscono di questa felice condizione, tutti ne partecipano e nessuno più, ormai da vent’anni, aspetta un Dedalo intelligente che provi a costruire un paio di ali per scappare via.
(Fonte foto: Rete Internet)

PADRI COSTRUTTORI D’ALI

UN PROGETTO CONTRO LA DISPERSIONE SCOLASTICA A NAPOLI

“Chance” nasce per integrare quei ragazzi che erano fuori da tutti i percorsi di formazione e per evitare che, da esclusi sociali, contribuissero al degrado della vita della comunità.

Dobbiamo, forse, partire dalla motivazione che spinse, oltre un decennio fa, gli ideatori del Progetto a dare corpo alla constatazione che, nonostante i notevoli cambiamenti del modo di essere e di lavorare di larga parte della scuola, il fenomeno della dispersione scolastica era e continuava ad essere una realtà drammatica. Inoltre la riflessione proseguiva sull”analisi che tutti i drop aut della scuola presto o tardi diventassero esclusi sociali e che, infine, contribuissero al degrado della vita della comunità.
Non si è quindi posto come un”alternativa alla scuola , bensì come un dispositivo integrativo pensato per quanti già erano “fuori” da qualsivoglia percorso di formazione.

Si è quindi, sempre più chiaramente definito nel corso degli anni, come una “scuola della seconda occasione”, in linea con quanto espresso dall”Unione Europea e la Convenzione di New York sui diritti dell”Infanzia.
Così, in collaborazione con i servizi sociali, gli operatori del Progetto hanno incontrato centinaia e centinaia di ragazzi inadempienti dimenticati dalle scuole della prima occasione che si sono mostrati disponibili a un nuovo patto, insieme ai loro genitori,che si sono sentiti accolti senza pregiudizio e senza condanna.

Il percorso Chance, infatti, ha uno dei suoi principali fondamenti nella relazione educativa interpersonale che gioca una decisiva partita per la sua buona riuscita del percorso stesso.
Per lunghi anni a fatica il piccolo esercito di quanti ha gravitato intorno al progetto per la sua realizzazione e manutenzione si sono dovuti scontrare con i ritardi con cui sono stati distaccati ed utilizzati i docenti: ciò ha comportato di anno in anno sempre maggiori difficoltà e spesso un “interruzione del contatto educativo con i ragazzi “ri_agganciati” dal Progetto.
Ciò aveva trovato una sorta di stabilità offerta dal Comune di Napoli nell” attribuire una sede stabile al Progetto presso l”IPIA di Ponticelli con le risorse necessarie per la sua attuazione. Il MIUR , a sua volta aveva garantito le risorse necessarie, 30 docenti, nella forma stabile di posti in organico della “sezione staccata” denominata “Chance – scuola della seconda occasione”.

Tra modifiche di organico, difficoltà apporti di nuovi docenti, il Progetto è cresciuto e si è evoluto in vario modo cercando sempre di mantenere vivo il suo spirito che lo aveva visto nascere, ma i gli eventi più recenti gli hanno inferto significativi sconvolgimenti su cui in questi giorni, con non poca preoccupazione si è discusso.
Il Progetto ha mantenuto la costante di essere formato da un gruppo di professionisti che, progettando percorsi di cittadinanza attiva, attuano processi di crescita e di sviluppo per giovani in possesso di significative competenze informali, che, se ben orientate, possono far sì che si realizzi il passaggio dall”informalità alla formalità.
Ora, il Progetto Chance si appresta a estendersi a ben 13 scuole di Napoli e Provincia, ciascuna delle quali formulerà uno specifico progetto e lo gestirà in completa autonomia. Per il buon prosieguo del lavoro fin qui svolto, e soprattutto per conservare il patrimonio metodologico acquisito, è necessario che i nuovi docenti e operatori che entrano in gioco possano condividere con quanti l”hanno svolto in precedenza un percorso comune e condiviso, anche al fine di fronteggiare stati emozionali destabilizzati e le carenze strutturali ed organizzative che inevitabilmente si incontrano in realtà sociali emarginate.
(Fonte foto: maestridistrada.blogspot.com)

SOSTENIAMO IL PROGETTO CHANGE

SOSTENIAMO IL PROGETTO CHANCE

Il progetto pedagogico è a rischio a causa dei tagli operati dal Ministero. Negli anni, “Chance” ha recuperato alla vita civile tanti giovani destinati all”emarginazione.

Si è conclusa il 31 Ottobre scorso, presso il Cinema Modernissimo di Napoli, la prima fase della Maratona di Letture “Fuori le voci”, finalizzata a sostenere la rinascita del progetto Chance e la salvaguardia delle caratteristiche che ne hanno fatto un progetto pedagogico di punta.
Nel corso di una intensa settimana di riflessione, attraverso testimonianze dirette ed indirette, dalla voce di giovani adolescenti , di docenti, esperti, pedagogisti, cittadini, educatori, artisti, nella sala Videodrome, si sono susseguite le “voci” di un variegato stuolo di sostenitori del Progetto Chance che, con argomenti modalità , toni e lessico spesso fortemente differenziati hanno costituito un unisono coro.

Anch”io ho voluto offrire il mio piccolo contributo di lettore facendomi portavoce di un augurale “divenire” del Progetto attraverso una significativa pagina del libro “Diario di scuola” di Daniel Pennac, che infiniti spunti ci offre sul tema delle iniziative educative che conducano al successo e al benessere dell”educando/ formando.
Pennac racconta l”esperienza dello “studente somaro”, sul cui capo pesano l”ignoranza, il sentirsi non all”altezza, i fallimenti scolastici più clamorosi. A cambiare il suo status l”incontro con alcuni insegnanti innamorati della propria materia a tal punto da spingere gli alunni quasi ad uno spirito di emulazione.

Ma quanti questo incontro non lo fanno? Quanti dopo aver sperimentato di non “essere portati per la scuola” accrescono la “passione del fallimento”, o ancor peggio la “vocazione alla delinquenza”, vista come “l”investimento segreto nella furbizia di tutte le facoltà dell”intelligenza”.

Il progetto Chance, per 12 anni, ha tentato di far sì che questo incontro si realizzasse recuperando alla vita civile dei giovani che, a partire dal mancato sviluppo delle competenze di base fornite dalla scuola, avevano un destino di emarginazione. Lo ha fatto mettendosi in gioco, sperimentando metodologie che hanno avuto una forte convalida dalla comunità scientifica e dall”opinione pubblica. Ciononostante per questo anno scolastico in corso il MIUR ha deciso di sottrarre la risorsa docenti a questo progetto e la Regione Campania sta provvedendo a sostituire queste risorse con i propri mezzi.

Il timore di questa evoluzione è stata espressa in questi giorni dagli operatori tutti del progetto che sono molto preoccupati di un possibile, per quanto involontario, snaturamento del progetto. Lo scorso 16 Ottobre, presso il Polisportiva Partenope, ai Cavalli di Bronzo di piazza Municipio, circa 150 ragazzi Chance hanno offerto una testimonianza viva delle attività che il Progetto svolge attraverso numerosissime prove d”opera descritte dai protagonisti stessi , dagli educatori e dai docenti in una vivace e stimolante giornata di sport e arte che ha offerto la possibilità illustrare cosa significa “insegnare e imparare in territori difficili”.

Questa manifestazione, insieme all” impegno profuso dal gruppoufuorilevoci@googlegroups.com, ha costituito l”occasione per richiamare l”attenzione delle autorità su una metodologia, tuttora poco riconosciuta.
Le rappresentanze istituzionali, presenti ai lavori della Tavola Rotonda sulle evoluzioni del Progetto Chance, hanno assunto confortanti impegni riguardo alle risorse finanziarie e professionali necessarie: fin dall”inizio di quest” anno scolastico sei docenti sono stati distaccati presso la Regione per sostenere lo sviluppo delle nuove equipe.

La strada si presenta complessa, i timori e le perplessità sono tante, ma Chance di percorsi difficili ne ha incontrati e si spera che possa uscire da questa esperienza rafforzato e vincente.
(Fonte foto: maestridistrada.blogspot.com)

CHANCE. I PERCHÉ DI UN PROGETTO IMPORTANTE

PILLOLE DI STORIA. I FAVOLOSI ANNI “60

0
Nonostante le mille contraddizioni, l”Italia cresce, aumentano il reddito e i consumi. Tra il 1960 e il 1969 viene inaugurata una stagione di riforme fenomenali.
Di Ciro Raia
Nel paese, che è cresciuto troppo in fretta e in modo non armonico, si manifestano le prime difficoltà. Molte zone del centro sud nemmeno sono sfiorate dal boom economico; gli organi statali non sono in grado di far fronte ai compiti richiesti.
L”intesa politica tra le forze cattoliche e quelle socialiste (i comunisticontinuano ad essere tenuti lontani per la loro “diversità” politica) inaugura una stagione di riforme. Nel 1962 sono varate la nazionalizzazione dell”energia elettrica, la riforma della scuola dell”obbligo e la nascita della scuola media unificata. Tutti i cittadini sono tenuti a frequentare la scuola sino al compimento del 14° anno d”età; il corso di studi è uguale per tutti, in quanto sono eliminate le classi differenziali e quelle d”avviamento professionale. Agli alunni delle elementari, poi, sono distribuiti gratuitamente i libri di testo. Nel pacchetto riformatore è inserita anche una norma che riduce la censura sulle opere teatrali.
Nel 1963 è istituito l”assegno di studio universitario, che garantisce l”accesso agli atenei agli appartenenti alle classi meno abbienti.
Qualche anno dopo, nel 1966, è approvata, invece, la legge sulla giusta causa per i licenziamenti. La nuova norma prevede che le aziende con più di 35 dipendenti non possano licenziare se non con giustificato motivo, previo avviso (sessanta giorni prima) al lavoratore. Ma la novità più importante risiede nel fatto che nessun lavoratore rischia più di perdere il posto per motivi politici, sindacali o religiosi.Precedentemente era stato riconosciuto il divieto di licenziare le lavoratrici, prima e dopo il parto.
Nel 1969 è riconosciuta, quindi, la pensione sociale agli ultrasessantacinquenni sprovvisti di reddito. Una crescita abnorme, però, si ha nel riconoscimento delle pensioni per invalidità.
Il miglioramento economico dei lavoratori e l”incremento del reddito netto di ogni cittadino (£.535.300 nel 1962, £.584.800 nel 1965, £.692.500 nel 1968) consentono, ovviamente, un aumento dei consumi. A metà degli anni “60 crescono in numero vertiginoso i proprietari delle auto e degli apparecchi televisivi: cinque milioni le auto nel 1965, 6 milioni nel 1966 e 7 nel 1967. Gli apparecchi televisivi, invece, sono in numero di 6.855.298 nel 1966, 7.685.959 nel 1967 e ben 8.346.641 nel 1968. L”apparecchio televisivo, spesso pagato con rate superiori a quelle di un”abitazione, rivoluziona i costumi culturali, perchè entra in tutte le case, anche le più povere.
Nel 1961 la televisione dà l”avvio alle trasmissioni anche del 2° programma e, nel 1969, riesce a coprire il 90% del territorio nazionale. Contemporaneamente, poi, i programmi televisivi cominciano ad abbracciare anche fasce non rigidamente serali: è possibile, così, seguire trasmissioni dalle 12,30 alle 14 insieme ad un nuovo telegiornale, che rende immediatamente percepibili gli avvenimenti quotidiani. Tutti gli italiani possono vivere, così, in diretta l”alluvione di Firenze (3 novembre 1966) e la discesa del primo uomo sulla luna (21 luglio 1969).
La televisione consente anche una maggiore comprensione degli avvenimenti politici. È del 1960, infatti, l”avvio di Tribuna elettorale (foto), il programma che permette ai telespettatori di avere un contatto ravvicinato con i maggiori esponenti dei partiti politici italiani. Tra i conduttori delle Tribune elettorali diventano famosissimi i nomi di Jader Jacobelli e Ugo Zatterin.
Molto seguita è anche la trasmissione –in fascia preserale- Non è mai troppo tardi, condotta dal maestro Alberto Manzi, che impartisce delle vere e proprie lezioni “televisive”, consentendo così l”ampliamento di una iniziale alfabetizzazione per molti telespettatori analfabeti. La trasmissione di Manzi colleziona la bellezza di 484 puntate, ogni settimana, dal lunedì al venerdì, dal novembre del 1960 a tutto il 1968.
Un”altra trasmissione, Telescuola, condotta dal maestro Enrico Accattino, va in onda dal 1958 al 1966. il programma, che riesce a fare 4 milioni di ascolto giornaliero, è diretto a favorire il completamento degli studi ai ragazzi, in età dell”obbligo, residenti in località ancora prive di scuole.
(Fonte foto: Rai, RadioTelevisione Italiana)

COL CAOS CHE C’É IN GIRO NON CI RESTA CHE SOGNARE!

0
I disservizi, il mal funzionamento di settori essenziali per la vita comune, come Scuola e Sanità, ci rendono impotenti di fronte alla realtà. Al punto che si è costretti a sognarla diversa da come la subiamo.

Caro Direttore,
per una volta vorrei essere più leggero, più aereo e meno terreno (o meno realista); mi piacerebbe parlare di sogni, dei tuoi sogni, dei miei sogni e di quelli delle poche persone che conosco ma che non confesserebbero mai la loro vita onirica. Gli antichi credevano che i Sogni fossero figli della Notte, fratelli della Morte e del Sonno. Omero, nell”Odissea, sosteneva, da parte sua, che i sogni fossero inspiegabili ed ambigui e che le loro porte d”accesso fossero una di corno e l”altra d”avorio.

I sogni che provenivano dalla prima porta danneggiavano soltanto; quelli provenienti dalla seconda porta, invece, si avveravano. Senza farla troppo lunga, sui sogni si sono giocati le fortune dei popoli, le sorti delle guerre e dei soldati, le premonizioni, i desideri personali, le pulsioni erotiche, anche le più inconfessabili. Dalle nostre parti, poi, l”interpretazione dei sogni ha decretato il successo del gioco del lotto e quella dei sedicenti veggenti o oniromanti. Anche mia suocera, senza troppo pretese scientifiche e senza lucro, si avventura nella lettura dei sogni e nei simboli che ne deduce: il mare è abbondanza e rinascita, il serpente è risveglio anche sessuale, il ragno è disagio, lo scorpione è appagamento, il gatto è tradimento e i denti, invece, sono amore.

Qual è il codice di traduzione dell”anziana donna? Non lo so. So solo che, una volta, sono stato spedito, fuori stagione, alla conquista di un fico nero (che nel suo dialetto ella continua a chiamare “fica nera”), il cui mancato possesso avrebbe portato (sempre secondo lei) una serie di disgrazie per la nostra famiglia.
E tu, Direttore, sogni? In bianco e nero o a colori? Io, se la cosa ti può interessare (mi suona già nelle orecchie la tua scorbutica risposta), ho smesso da tempo i sogni pruriginosi; ora sogno solo l”irreale, senza simboli terreni (ma non ne sono certo), l”impossibile, insomma, sogno (non è un gioco di parole) la pura aspirazione, il desiderio, l”utopia.

Sogno la politica come arte di governare e i politici come artisti del governo. Per cui sogno una polis, una città, un luogo, un territorio in cui la democrazia sia veramente una forma di governo esercitata dal popolo e dai suoi rappresentanti. Sogno il monte Somma-Vesuvio restituito alla sua lussureggiante natura, agli anfratti ricovero di Spartaco ma anche di innumerevoli boscaioli indigeni, senza case abusive, senza sentieri carrozzabili, senza Suv che vi scorazzano, senza la natura costretta a diventare matrigna (frane, alberi sterili, frutti avvelenati).

Sogno una scuola statale funzionante (art. 34 della Costituzione: “La scuola è aperta a tutti. L”istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi” [ma la Gelmini non lo sa!]), una università senza baronie (carriere precluse agli studenti senza quarti di nobiltà “accademica”; percorso di studi più brillante se condito, talvolta, da affettuosa disponibilità a donarsi. Per non parlare dei test d”ingresso a medicina: tutti dicono che per superarli bisogna essere o raccomandati o ricchi, ma nessuno denuncia veramente il presunto reato);

un servizio sanitario non ammalato (andateci in una delle nostre aziende sanitarie: se non vi affidate ad un usciere con i galloni di dirigente, se non vi garantite un”appartenenza politica, se non vi dichiarate –con prove provate- “clientes”, inutile sperare nel disbrigo di una pratica di invalidità, in un”assistenza che vi spetta e, forse, sin”anche nel rinnovo della patente!).

Sogno l”eguaglianza sociale (Art. 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”), il rispetto delle minoranze (etniche, linguistiche, religiose. Gli extracomunitari trattati come uomini e non come individui da compiangere o da biasimare), sogno le pari opportunità (quante sono le donne veramente inserite nei gangli della società? E cosa hanno dovuto pagare [rinunzie, ricatti, maldicenze, sevizie psicologiche], per arrivare, quando ci sono riuscite, dove sono arrivate?). E, poi, non so quante altre cose sogno!

“Sbucarono dei soldati che lo circondarono ridendo. Erano vestiti di bruno ed avevano tricorni sulla testa. In una mano tenevano il fucile e nell”altra una bottiglia di vino. Il loro capo era un nano mostruoso, con una testa piena di bitorzoli. Tu sei un traditore, disse il nano, e noi siamo i tuoi carnefici. Federico Garcìa Lorca gli sputò in faccia mentre i soldati lo tenevano fermo: poi, sentì un colpo e sobbalzò nel letto. Stavano picchiando alla porta della sua casa di Granada con il calcio dei fucili”. (Sogno di Federico Garcìa Lorca poeta e antifascista, in Antonio Tabucchi, “Sogni di sogni”, Sellerio, 1992).

Direttore, è fantastico avere la capacità di sognare ed è ancora più fantastico sperare e cercare di tradurre i sogni in realtà. Io sogno sempre, a volte con intensità inaudita, e mi capita come in quel verso di De Andrè, “Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso”, (Fiume Sand Creek).
Cosa augurarti, Direttore? Mantieni intatta, anche tu, la capacità e la voglia di sognare. Almeno quella!
(Fonte foto: Rete Internet)

PERCHÉ I GENITORI URLANO AI FIGLI?

0
Questa settimana, la rubrica di Silvano Forcillo, si occupa della difficoltà di interagire con gli altri, e del perchè prevalgono rapporti rabbiosi e distruttivi, anche nella relazione con i figli.

Rispondo ponendomi la domanda, da un altro punto di vista: “:perchè le persone che si amano, per esempio due innamorati, non urlano, ma parlano soavemente, o sussurrano ciò che desiderano dirsi e, in molti casi, non hanno neanche bisogno di parlare, o sussurrare, ma semplicemente guardarsi negli occhi”?

Le persone che amano o che vivono, secondo il proprio modo di sentire e che si fanno guidare unicamente dal “cuore” non urlano, perchè non sono schiave dei fatti, delle situazioni, degli avvenimenti, dei problemi, o degli altri, nè ritengono che tutte queste cose siano più importanti di se stessi, della propria vita, dei propri affetti e delle proprie potenzialità. Le persone che scelgono di essere in contatto, con il proprio mondo interiore, con i propri sentimenti e le proprie emozioni non sperimentano gli effetti deleteri e devastanti della “rabbia” e sapranno facilmente vincere il bisogno irrefrenabile di doverla scaricare sugli altri per liberarsene.

Tutti sanno che si grida contro un”altra persona quando si è arrabbiati, perchè quando si è arrabbiati, si è lontano dal proprio cuore e dal “cuore dell”altro”. Lontano dal cuore si è vicino solo alla propria mente e alla “mente dell”altro” e i rapporti e le relazioni del tipo “mente-mente”, sono rapporti superficiali, rabbiosi e distruttivi. Per questo motivo i genitori urlano ai figli piuttosto che, parlare o condividere con loro, oggi è così, oggi fanno tutti così: i genitori parlano e urlano ai figli, i docenti parlano e urlano agli alunni, gli adulti parlano e urlano ai giovani, i preti parlano, ammoniscono e urlano ai fedeli, i politici parlano, mentono e urlano agli elettori. Tutti sono in preda al fare, all”agire, al capire, al consumare e nevroticamente gestire e controllare la propria vita e quella degli altri.

Bisogna ritornare al più presto a parlare “con gli altri” e non più “agli altri”: i genitori devono parlare con i figli, i docenti devono parlare con gli alunni, gli adulti devono parlare con i giovani, i preti devono parlare con i fedeli, i politici devono parlare con gli elettori, senza più urlare, aggredire, nè gestire, controllare o comandare. Bisogna ritornare a scuola, bisogna che, soprattutto, i genitori e i docenti ritornino a scuola per imparare di nuovo a comunicare e imparare a parlare e comunicare “con” e non più “a”.

I genitori e i docenti dovranno imparare ad acquisire imprescindibili e inderogabili competenze e abilità per potere svolgere al meglio il difficilissimo compito di educare, istruire e far crescere, nel pieno e completo sviluppo psicofisico, gli adolescenti loro affidati: rispetto, ascolto, sensibilità attenzione, interesse, congruenza ed empatia per la Persona. Non è esattamente facile interagire efficacemente con gli altri nei rapporti interpersonali rispettando il proprio sentire e le proprie emozioni, io stesso, in quanto genitore di 5 figli, 28, 25, 12, 8, 2 , mi trovo, spesso, a fare i conti con il frenetico e nevrotico ritmo che ci impone la vita odierna e che ci sbatte di fronte a tantissime preoccupazioni, a cose da pensare e da fare allontanandoci inesorabilmente dal nostro amare, sentire e comprendere.

Bisogna prestare molta più attenzione alla nostra dimensione sensibile ed interiore, occorre imparare ad ascoltare, anche la nostra rabbia, specie nei momenti difficili e, nei momenti in cui si è persa la calma. È dietro la rabbia, infatti, che si celano i nostri più profondi, veri, sinceri e personali sentimenti, che preferiamo nascondere a noi stessi e all”altro, con urla, aggressione e cattiveria. Per questo motivo l”ASPU ha voluto creare, per prima in Italia e in Europa la “Scuola di formazione permanente per Genitori”, perchè si possa diventare il “Genitore desiderato e amato dai propri figli”.

Genitore non si nasce, s”impara a diventarlo così, come s”impara a leggere, a scrivere e a fare tante altre cose, pertanto, se si vuole fare il genitore in modo efficace, sereno e positivo, si dovrà andare a scuola e, soprattutto, per imparare a non urlare più, a non aggredire e avvilire la personalità e la vita dei propri figli.
(Fonte foto: Rete Internet)

PER APPROFONDIMENTI

LA RUBRICA