Resistenza, accoglienza e la necrotizzazione della nostra lingua.
Di Giovanni Ariola
All”ultima parte del dialogo tra i due esimii professori Carlo A. ed Eligio Ligio ha assistito il dottorino, giunto nel laboratorio da poco e sedutosi poco distante con discrezione per timore di disturbare; stringe in mano con delicatezza “La vita bassa” di Enzo Siciliano che, si ricorderà, su consiglio del prof. Carlo, aveva preso in prestito in Biblioteca da portarsi in vacanza e che ora è venuto a restituire (PER LEGGERE L”INIZIO DEL DIALOGO).
– Quello che ho testè ascoltato – dice con un lieve tremolio nella voce – collima con il contenuto di questa gustosissima operetta di uno scrittore che ancora una volta si rivela un acuto osservatore della società del nostro paese e ne dà, con un tono tra l”ironico, il satirico e il divertito, ma anche con una sottile vena di preoccupata amarezza, un resoconto fedele attraverso ampie citazioni dalla lingua mescidata, meticcia parlata oggi.
Ecco cosa scrive in riferimento a certo linguaggio giovanile: “È arrivato un bastimento giovane carico di::griffe, graffiti, gaffe, vaffa, style, stress, strip, stop, slot, loft, soft, flip, flop, hip, hop, hit, hot, tip, top, gap, trip, trick, trans, trends, test, best, must, cult, suv, suck, slum, punk, pub, hub, sub, club, cool, care, car, change, lounge, loop, look, lock, talk, doc, vip, clip, cheap “n” blues off-the-road:“
-Volenti o nolenti – osserva il prof. Carlo – dobbiamo constatare che tale fenomenologia linguistica in cui prevale così prepotentemente la lingua angloamericana, si va affermando in tutti paesi del pianeta sulla base di un principio ormai incontrovertibile e universalmente accettato: il paese politicamente ed economicamente dominante finisce per esportare nei paesi più deboli la sua cultura,la sua lingua e altri elementi (non sempre i migliori, purtroppo) della sua civiltà.
– Se ricordiamo – conferma il prof. Eligio – quello che avvenne nell”antichità con l”impero romano:E, in seguito, con le colonizzazioni del Portogallo in Brasile e della Spagna nei paesi nel sud e nel centroamerica:.
– Sì – continua il prof. Carlo – Ma pensiamo anche ai continui innesti linguistici che hanno effettuato le varie dominazioni straniere in Italia, in particolare nel dialetto napoletano, alle tantissime parole travasate e col tempo poi cadute in disuso o del tutto scomparse:Penso, per citarne solo alcune, ai francesismi pendendiffo (con le varianti pennendiffo, pennenniffo, dal fr. pendentif = monile, ciondolo); remontuar (dal fr.remontoir = orologio); tirabusciò (dal fr. tirebouchon = cavatappi); e agli spagnolismi cantimbrora (dallo sp. cantimplora = recipiente di stagno o di vetro generalmente con ghiaccio per tenere in fresco il vino o altri liquidi); baccalà (anche in italiano, dallo sp. bacalao = merluzzo essiccato e salato); bazzeca (in italiano bazzica; dallo sp. baciga = giuoco che si fa con le carte e con il bigliardo); trafeca e trafecà (dallo sp. trafegar = travasare).
Ecco, nel corso dei secoli, laddove non è avvenuto la sovrapposizione della lingua del popolo occupante su quella del popolo occupato, si è verificato sempre questo fenomeno di esportazione di termini singoli e di modi di dire dai dominatori ai dominati, parole che si sono incistate nella lingua dei sottomessi e sono state accolte volontariamente o imposte dalla necessità oggettiva e usate non sempre fedelmente, per una naturale tendenza della lingua indigena a resistere, rigettare la lingua estranea o anche ad assimilarla, perciò quasi sempre modificate, in certi casi storpiate. Èla sorte di tante parole straniere passate nei dialetti come abbiamo visto:
– Vorrei citare – interviene il prof. Geremia Fantasia che, rientrato da poco e sedutosi all”altro capo del tavolo, udendo la materia del discorrere, si è avvicinato – un esempio eclatante di questo fenomeno di deformazione dei prestiti linguistici che troviamo in un poemetto del Pascoli “Italy”, composto nel 1904.
– Questo – osserva il prof. Carlo – porta il discorso sul plurilinguismo in letteratura che è un tema vasto e affascinante. Ma qui siamo in un campo diverso di trasformazione linguistica, quello creativo degli scrittori, che è cosciente e razionale rispetto ai mutamenti prodotti dall”uso che per lo più è un insieme di atti spontanei e non sempre consapevoli, ma: ne parleremo in altro momento.
Per restare ad un discorso prettamente linguistico, ancora una volta bisogna riconoscereche a dettar legge e a regolare l”evolvere di una lingua è prevalentemente l”uso che è strettamente legato ad una esigenza obiettiva che hanno gli uomini di comunicare, ossia di parlare in modo da comprendersi:.
– Se la mettiamo su questa base, – ribatte il prof. Geremia – allora mi chiedo che bisogno c”è di scrivere da parte dei giornalisti su un giornale italiano destinato a lettori italiani frasi come “Stalking: Spara alla sua ex e al suo nuovo convivente” o “Il pressing di Silvio su Gianfranco” o “Maquillage ecologico per il Conservatorio” e ancora “Task force di pediatri per vincere il virus A”; “Trionfa la slow economy“? Perchè non parlare di “comportamento persecutorio”, di “pressione”, di “restaurazione”, di “gruppo di esperti”, di “economia a ritmo rallentato”?
– Debbo riconoscere – ammette il prof. Carlo – che molte volte si esagera e l”uso di termini stranieri, quando segue pedissequamente la moda, risulta gratuito e arbitrario e contribuisce ad un processo di necrotizzazione della nostra lingua. Ritengo perciò che a questo uso sconsiderato, superfluo e dannoso per la nostra lingua bisogna opporre da parte di tutti una ferma resistenza.
Diverso invece il discorso quando si viene in contatto con parole che viaggiano con gli immigrati con i loro usi e costumi con la loro identità etnica. Prendiamo la parola kebap o kebab (in arabo “carne arrostita”, detto in modo completo doner kebap =carne arrostita che gira) che è legata alla consuetudine degli arabi di cuocere fettine di carne, di solito di agnello, di manzo, di montone e di pollo, non di maiale che è vietato dalla loro religione, infilate in uno spiedo verticale che gira presso una fonte di calore e di servirla in un piatto o in un panino (pane arabo) condito o no con spezie e piante aromatiche come origano, menta, cumino, coriandolo, cannella, aneto, e con salse piccanti o meno.
È una consuetudine antica risalente all”età ottomana quando si diffuse nel Mediterraneo. Ora è arrivata anche in Italia e diciamo in Europa, essendo già diffusa negli Stati Uniti. È una parola che non si può non accogliere nè si deve italianizzare perchè tra l”altro sarebbe irriguardoso:.Ma l”uso, abbiamo detto, è sovrano. Ed ecco:sono nate le parole kebabbaro e kebabberia per indicare il venditore di kebab e il negozio dove si vende. Alla fine, direi di esser contenti: la nostra lingua si è arricchita di neologismi:gustosi, saporiti,,,perchè, credete a uno che l”ha assaggiato, il kebap o kebab, che dir si voglia, non è niente male. Provare per credere.
Dimenticavo un altro condimento del kebap: il sorriso cortese e sincero del kebabbaro.



