NEANASTASIS: “ESPOSITO É INCAPACE DI ESSERE SINDACO DI TUTTI”

I membri dell”Associazione civica si dicono stufi di subire gli insulti che il sindaco rivolge loro in ogni occasione. E replicano: “Il sindaco urlatore pensi ad affrontare i problemi del paese”.

La democrazia si basa sul rispetto delle idee altrui e delle persone che le sostengono. Senza questa regola fondamentale c’è solo la demagogia e la barbarie.
Il Sindaco di S. Anastasia, invece, non perde occasione per infrangere questa regola d’oro. Lo fa anche in modo gratuito, nei confronti di persone che con le proprie idee cercano soltanto di contribuire alla crescita del paese.

In questi anni abbiamo cercato di entrare nel merito di varie questioni della città: il ciclo dei rifiuti, l’isola ecologica, il piano regolatore, la questione del rischio Vesuvio, etc.. Lo abbiamo fatto con argomentazioni che si possono anche non condividere, ma sempre nel rispetto delle istituzioni e delle persone che le rappresentano, a cominciare dal primo cittadino. Eppure, proprio sul trascorso politico del Sindaco ci sarebbe stato molto materiale a disposizione per poter speculare, ma non l’abbiamo mai fatto.

Il Sindaco, invece, non riesce a fare altrettanto e si abbandona a deliranti invettive additando uno a uno i membri dell’associazione. Lo fa in assisi istituzionali, dove arriva a cacciar via da Sant’Anastasia “quelli di neAnastasis” senza dare loro la possibilità di replica; lo fa dalle pagine dei giornali, dove ci indica con epiteti quali immorali, integralisti, ignoranti; lo fa in deliranti pseudo conferenze stampa, dove accusa persone che con la loro integrità hanno servito nel passato le istituzioni.

Finora abbiamo sopportato questi soprusi. Ora riteniamo doveroso informare la cittadinanza.

Il comportamento del Sindaco è la prova della sua incapacità di essere il Sindaco dell’intera città. È una sola voce che urla (ma non argomenta), prevaricando la sua stessa maggioranza. È la dimostrazione delle sue scarse e confuse idee sul futuro di questo paese.
Sulla questione della Zona Rossa sta cercando di riportare questo paese al passato facendo credere in uno sviluppo che non ci porta da nessuna parte. Per fortuna in questo suo disegno è stato isolato da tutte le istituzioni sovra comunali, Provincia e Regione, nonostante queste siano del suo stesso colore politico (ammesso che ne abbia uno, visto i suoi camaleontici mutamenti partitici ancora oggi in atto).

Allora, anziché scaricare su altri le sue responsabilità, il Sindaco dovrebbe spiegare alla cittadinanza:
1.Perché non si è ancora realizzata l’isola ecologica di cui i “week-end fuori” sono solo una precaria supplenza;
2.Perché non ha fatto nulla per realizzare quanto oggi è possibile fare a Sant’Anastasia,
a cominciare dalle aree per gli insediamenti industriali (PIP);
3.Perché dopo venti mesi dal mandato allo studio Benevolo, il PUC non è ancora
disponibile.

Queste sono le cose che interessano ai cittadini. Non le volgari e aggressive invettive che il Sindaco adopera contro chi non la pensa come lui. Sant’Anastasia merita di più, a cominciare da un clima di confronto costruttivo all’insegna della civiltà, della democrazia e del rispetto. Per questo neAnastasis continuerà a battersi.

PER SUPERARE MONTI E BERLUSCONI OCCORRE:EQUILIBRIO

0
Nel dialogo di questa settimana, i personaggio del prof. Giovanni Ariola discutono dei mammasantissmi della politica italiana, e trovano la parola giusta per la Repubblica che verrà.

Il prof. Carlo è appena tornato da Milano. È stato ben lieto di accettare l’offerta da parte di un amico di un posto di loggione alla prima del Don Giovanni di Mozart alla Scala. Che piacevole sensazione, ma non è stata la prima volta, quella di trovarsi a guardare dall’alto in giù “la bella magnifica gente azzimata, luccicante di gioielli e lustrini, vistosamente fatueggiante, sistemata in platea e nei palchi”!.

Per non parlare della vista entusiasmante (figuriamoci!) delle autorità e dei pesimassimi della politica, dello spettacolo, dell’economia: primi fra tutti quelli in bella mostra nel palco reale. Ebbene, dati per scontati e condivisi gli apprezzamenti dell’opera e degli interpreti, a sipario chiuso, ad applausi cessati, fluendo verso l’uscita, gli sono giunte alle orecchie, pur nel brusio da sciame di vespe o di calabroni della folla, le considerazioni dell’amico.

– Sai, – gli dice – m’è venuto uno strano pensiero…Nel vedere la scena finale quando il Commendatore, il celebre invitato di pietra, dà la mano a Don Giovanni e ne preannuncia, in realtà ne provoca, la morte, ho pensato che si potrebbe fare un parallelo tra quella stretta di mano e l’altra con la quale il premier Monti a Palazzo Chigi congedava il suo predecessore…

– Mi sembra – gli risponde a caldo il prof. Carlo – un parallelo un po’ forzato, ecco esagerato…
– Se rifletti – insiste l’amico – quella stretta di mano, dico del prof. Monti in divisa ‘sorriso sobrio’, ha decretato ufficialmente la fine (politica, s’intende) di un uomo che in qualche modo è stato il “don Giovanni della politica” e questo non solo per la sua intensa attività amatoria…bensì anche per tutta una sua euforia vitalistica, una sorta di scialacquatura festaiola, debordante dagli schemi della politica tradizionale ma anche dai limiti imposti dalle regole etiche e sociali universalmente consolidate.

Ora, seduto al suo tavolo in Istituto, il prof. ripensa alle parole dell’amico e s’accorge che in esse c’è un innegabile fondo di verità. Tuttavia non può fare a meno di aggiungere a mo’ di chiosa un’altra riflessione. L’uscita di scena (temporanea, credo) dell’ilare cavaliere non deve far pensare che sia finito un certo modo di fare politica che impropriamente viene chiamato berlusconismo, che invece è retaggio dell’epoca precedente (della prima repubblica), anzi di epoche più lontane, addirittura prefasciste. In fin dei conti il cavaliere è stato soltanto “il sintomo di una malattia”(“Il Venerdì” di “La Repubblica, 2 Dicembre 2011) di cui è affetta una parte non si può dire quanto estesa degli Italiani che spesso “il libito” fa “licito in sua legge”.

Molto volentieri, in verità, accoglie l’arrivo dei colleghi che lo distoglie dai suoi amari pensieri.
– Se per la Prima Repubblica – va dicendo il prof. Eligio – la parola significativa, dominante e caratterizzante fu ‘assistenzialismo’ e per la Seconda Repubblica è stata ‘libera iniziativa individuale’ (= ognuno s’arrangi se e come può senza aspettarsi l’aiuto di chicchessia, tanto meno dallo Stato), quale sarà quella che connoterà la Terza? Si è passati da un eccesso all’altro opposto. Si può sperare che nel periodo che è appena iniziato si cerchi e si trovi una parola, cui corrisponda nella prassi una condotta coerente e conseguente, che colga il punto virtuoso, che coniughi sintetizzandoli e amalgamandoli gli elementi positivi delle due posizioni estreme?

– È vero – concorda il prof. Geremia – tra il positivo e il negativo esiste il punto limite o punto critico di rottura superando il quale si passa facilmente dall’una all’altra condizione. Così, ad esempio, la propria libertà presenta il suo punto limite nella libertà degli altri e se oltrepassa la sfera di quest’ultima diventa da valore, disvalore. Perciò credo che lo sforzo massimo di tutti dovrebbe essere per il futuro quello di individuare i punti critici, puncta dolentia, in ogni situazione, in ogni processo e di cercare di evitarli, di fermarsi in tempo al di qua.

– Chissà, – ribatte il collega Eligio – forse la risposta alla domanda che ponevo prima potrebbe essere la parola ‘equilibrio’: per tradurre in termini pratici, si può auspicare uno Stato che non fa mancare la sua presenza vigile, previdente e provvidente, ma tale da non soffocare anzi da stimolare la iniziativa libera e creativa di tutti i cittadini, soprattutto dei giovani. Nello stesso tempo dovrebbe intervenire in misura maggiore per supportare, sostenere, guidare, aiutare insomma qualora ci fossero persone che da sole non ce la fanno…

– Ecco, – sbotta il prof. Piermario, che stamane si sente e si manifesta particolarmente ‘rivoluzionario’ – la solita tecnica del bottaio: “na botta ’o chirchio e na botta ’o tumpagno” (= “un colpo al cerchio e uno alla botte” – Per l’esattezza, tumpagno = ciascuno dei due fondi della botte, dal lat. tympanium, dimin. di tympanum =timpano e, in senso lato, pannello di chiusura)…intanto voi continuate a girare intorno alle parole e non vi accorgete che siete e siamo in una gabbia ben chiusa, anzi blindata, come si dice oggi…e se non rompiamo le sbarre e ci riappropriamo della libertà di muoverci in uno spazio aperto e ampio abbastanza, non cambieremo mai il nostro stato.

Fuor di metafora dobbiamo deciderci ad uscire da questo sistema capitalistico in cui siamo costretti a vivere, che ha liquidato qualsiasi progetto alternativo al libero mercato sfrenato, selvaggio e senza regole e che per di più ci strozza con il suo vortice consumistico
– Con che cosa lo sostituiremo? – chiedono quasi in coro i due colleghi.
– Cominciamo con lo spazzare via questo canagliume imperante… – quasi grida con volto acceso il prof. Piermario.

– Amici – interviene il prof. Carlo – la cosa più saggia è quella di bandire almeno per ora ogni discorso che poggi su ipotesi e aspettative palingenetiche più o meno illusorie, anzi imponiamoci un periodo intermedio di riflessione. Attenzione, non siamo ancora nella terza repubblica… questa inizierà quando sarà finita questa crisi planetaria e avremo trovato una qualche idea da eleggere come luceguida che possa consentire di dare una svolta decisiva alla storia nostra e del mondo.

Ora ci sia una sorta di epochè (=sospensione di ogni giudizio e anche di qualsiasi aspettativa), si faccia silenzio, si studi, si ricerchi, si pensi…La questione coinvolge gli abitanti di tutto il pianeta come sottolinea il noto studioso Howard Gardner…ascoltate…”…dubito che il pianeta possa sopravvivere se ogni nazione…ha le proprie direttive professionali e i propri costumi civici. Una parte troppo grande del pianeta è ormai interconnessa, e col tempo lo diventerà ancora di più. Al tempo stesso, dobbiamo sviluppare modelli di cittadinanza che possano essere fatti propri dalle popolazioni più varie del mondo: istituzioni come il Tribunale internazionale e documenti come la Dichiarazione dei diritti umani rappresentano i primi tentativi in questo senso. Solo alla luce di concezioni convergenti di buon lavoro e buona cittadinanza possiamo sperare in una buona vita sul nostro fragile pianeta” (Da “Verità, bellezza, bontà – Educare alle virtù nel ventunesimo secolo”, Feltrinelli, Milano, 2011, p.110).

– Un bel pensiero – commenta amaro il prof. Piermario – ma non ci illudiamo che questo avvenga senza lottare contro i detentori, a livello mondiale, del capitale e del potere che remeranno contro per difendere i loro interessi…
– Quando i tempi saranno maturi – ribatte convinto il prof. Carlo – “la freccia si staccherà da sola dall’arco” come insegna la filosofia Zen.
Una parola per questo periodo di attesa? Secondo me, l’unica parola che mi sembra proponibile e forse necessaria, è, insieme con la riflessione, solidarietà sociale anzi universale…Chi ha di più (in termini di risorse materiali, ma anche spirituali e perché no? di attività lavorative), condivida quello che possiede con chi è in difficoltà.

– Propongo di inserire – dice visibilmente eccitato il prof. Geremia (o Fantasia come ama definirsi), traendo dalla tasca un foglietto – nel depliant di auguri da spedire ai nostri iscritti e da pubblicare sul nostro sito questa poesia di un mio amico ingiustamente poco apprezzato Corrado Abeille…ascoltate…si intitola “Fra noi”.

“La prima ora ho afferrato un remo/ abbiamo tirato la barca alla riva al sicuro/ l’onda l’avrebbe trascinata via// la seconda ora sono sceso nell’interrato/ abbiamo scavato con le pale le cose da salvare/ non una sarebbe venuta fuori da sola// la terza ora ho detto parola dopo parola/ abbiamo costruito un discorso ben strutturato/ si rischiava una babele con caos mortale// la quarta la quinta la sesta e ancora/ io fra noi abbiamo fatto il dovuto/ così l’impresa è giunta a buon fine// tutte le ore una a una le ore fino a sera/ abbiamo mosso mani occhi parole/ abbiamo dipanato la nostra aseità”. Auguri a tutti!

LA RUBRICA

CONCORSO A PRESIDE: UN TERRENO LIMACCIOSO

0
I TAR d”Italia hanno emesso sentenze discordanti sui ricorsi presentati dai tanti, troppi, concorrenti all”ambita Sedia scolastica. Racconto di un”esperienza diretta. Di Ciro Raia

Mi ero ripromesso di non lasciarmi sfiorare minimamente dall’evento. Ma visto che -come accadeva al mugnaio- penso ci possa sempre essere un giudice a Berlino, una piccola considerazione la devo fare. La settimana appena trascorsa, per chi vive di cose di scuola, è stata caratterizzata dalla interminabile telenovela del concorso nazionale a posti di preside, anzi, scusate, di dirigente scolastico.

L’antefatto è che un numero esorbitante di concorrenti si era presentato alla fase preselettiva per l’accesso al concorso, nell’ottobre scorso. Dovevano dar prova di saper rispondere in tempi cronometrati (un’ora!) a cento quiz, a risposta multipla, elaborati da sedicenti esperti individuati dal Ministero della Pubblica Istruzione. Due paradossi subito erano stati evidenti: 1) Molte delle risposte ai quiz erano errate già alla fonte; 2) Strano modo di schiudere (o chiudere?) le porte a un concorso per dirigente scolastico: erano tutti docenti coloro ai quali si chiedeva di sottoporsi a una preselezione.

I luminari del ministero pensavano, forse, che a concorrere vi fossero anche medici, calzolai, baristi, ginecologi, sarti, fruttivendoli, notai, biscazzieri, capotreni, agricoltori e carburatoristi, con certificazione di minimo cinque anni di servizio (il bando del concorso stabiliva “servizio di ruolo”, il Tar ha stabilito che non doveva essere necessariamente di ruolo!) nella scuola?
Dopo la preselezione, migliaia di candidati in tutta l’Italia, non sono stati ritenuti idonei, perché si sono attestati al di sotto delle 80 risposte esatte (soglia minima prevista). Sono scattati immediatamente i ricorsi, per chiedere l’invalidazione della preselezione. Ma hanno prodotto controricorso anche gli ammessi, per garantirsi che il numero degli aspiranti dirigenti restasse sfrondato, sì da avere maggiori possibilità di vittoria finale.

Per non portarla troppo per le lunghe, i Tar d’Italia, che sono stati investiti da ricorsi di tutti i tipi, hanno emesso sentenze contrastanti e, sul filo di lana, la sera prima della prova scritta del 14 e 15 dicembre, il Tar della Campania (unico in tutto il paese) ha ammesso, con riserva, qualche centinaia di candidati, in attesa della sentenza del Consiglio di Stato, prevista per metà gennaio.

Ora, credo (ma in Italia e nelle cose di scuola mai dire mai) che il concorso sarà invalidato. Però, è un vero peccato che in questo delicato settore (la scuola) si fa sempre tutto per prestare il fianco agli equivoci, per far sospettare imbrogli, per coprire imbroglioni. E penso di poter parlare con documentata esperienza. Io, per esempio, ho avuto una vita travagliata nei concorsi a preside a cui ho partecipato. Sono caduto, un paio di volte, molto prima degli orali. Non sapevo, non so e non saprò mai scrivere (o copiare).

Una volta, mi accadde nel novembre del 1990, all’Ergife Palace Hotel, via Aurelia n. 619, in Roma. Eravamo presenti, dalle sette del mattino, in ottomila per 149 posti messi a concorso a livello nazionale. Alle 11 ancora non era stata dettata la traccia, che, invece, già circolava tra molti concorrenti. L’avevano fornita, infatti, alcuni estranei al concorso, non si sa come presenti all’Ergife, che avevano detto di averla ascoltata al microfono, mentre la dettavano in un’altra sala. C’era stata una inutile contestazione, mentre scorreva inesorabile il tempo. Poi, a mezzogiorno, si era presentato un funzionario ministeriale, uno della commissione centrale (uno che, oggi, commenta su riviste specializzate tutta la normativa vigente nella scuola), che, garantendo la legalità di ogni atto, aveva dettato la traccia già nota da tempo.

Insieme a pochissimi altri concorrenti, avevo protestato con foga. Il ministeriale mi aveva redarguito dicendo: “lei è un facinoroso, che attenta alla serenità della prova ed impedisce a tante persone serie di svolgere il tema”. La maggior parte delle tante persone serie, intanto, si era tuffata negli ampi borsoni o nelle fodere delle giacche, per saccheggiare libri e fogli diligentemente selezionati per la copia. Appena possibile, dopo qualche ora, quando avevo chiesto di andare in bagno, avevo trovato, seduti per terra tra rivoli di piscio, aspiranti presidi, che copiavano a più non posso o strappavano intere pagine dai libri. Alcuni dei concorrenti –pochissimi me compreso- inoltrarono anche una inutile denuncia alla magistratura. Non successe perfettamente niente.

Un’altra volta, il 21 e 22 novembre 2005, a un nuovo concorso a preside, nella scuola dove erano stati assegnati quelli con le iniziali simile al mio cognome, anche avevano copiato quasi tutti. Ma non era successo ugualmente niente. Anzi. Si era ingarbugliata talmente la situazione che, tra ricorsi e contro ricorsi, erano stati ammessi molti che, probabilmente, non ne avevano titolo. Anche in quell’occasione si era cominciato a copiare molto prima di riflettere sulla traccia. Già. Ma riflettere su cosa? L’imperativo categorico (era) è (sarà) imbrattare la pagina; scrivere, scrivere qualunque cosa, non lasciare mai la pagina bianca. Molto prima degli esiti della valutazione erano circolate strane voci (tipo andirivieni di candidati dalla sede delle correzioni o da casa dei commissari), confermate, poi, dagli elenchi degli ammessi.

Nelle molteplici conversazioni avute con Gaetano Arfé, il senatore socialista mi ricordava che Federico Chabod era solito dire, a proposito delle baronie accademiche, come non fosse scandaloso che nella terna dei vincitori di un concorso figurassero studiosi di cui era previsto il successo, ma che, al contrario, come fosse scandaloso se ad entrare in quella terna fossero stati personaggi di cui nessuno, nel mondo scientifico, aveva mai avuto conoscenza.
L’ultimo concorso a preside, prima di quello odierno, risale al 2007. Fu facile. Quella volta, non mi potevano bocciare. Ma solo perché era prevista una prova non selettiva. Era, infatti, la coda di un corso riservato a presidi incaricati (tra cui io) ed era posta a conclusione di un corso di preparazione.

C’ero arrivato dopo avere superato, si fa per dire, un colloquio d’ammissione, che mi consentiva l’accesso ad ottanta ore di formazione on line e a ottanta ore di presenza in aula. Meglio stendere un velo pietoso sul tempo perso a risolvere i casi proposti. Una cosa, infatti, sono i problemi che la scuola presenta giorno per giorno, una cosa i giochini pensati da quelli dell’Indire. Mi sarebbe venuto di dire, anche a me, come era stato scritto più di quarant’anni fa, dagli allievi di Barbiana: “Tutta la vostra cultura è costruita così. Come se il mondo foste voi”.

In ogni caso, anche in quell’ultima occasione concorsuale, dopo che la possibile traccia era stata comunicata con largo anticipo da quelli che tenevano il corso, quasi tutti i concorrenti si erano tuffati nella copia. La verità è che io non ho mai saputo copiare; ma, volendo, cosa avrei dovuto copiare di fronte ad una traccia simile? “Si illustrino, anche alla luce dell’esperienza diretta, ruolo e competenze di un dirigente scolastico nei rapporti con gli organi collegiali, con particolare riferimento al coinvolgimento del collegio dei docenti, nell’elaborazione, approvazione ed attuazione del Piano dell’Offerta Formativa”.

A scuola mi avevano insegnato la solita tecnica per svolgere un tema. Un mio maestro, in particolare, Vincenzo Langella, morto di infarto la sera del terribile sisma dell’80, mi aveva educato anche al gusto della frase elaborata, della cura dello stile, della parola ricercata. Nino Pino, poi, raccomandandomi di non omettere mai le fonti, mi aveva avviato, nella costruzione di un tema, all’eleganza delle citazioni.

In un paragrafo di Lettera a una professoressa, c’è scritto: “Le regole dello scrivere sono: Avere qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. Sapere a chi si scrive. Raccogliere tutto quello che serve. Trovare una logica su cui ordinarlo. Eliminare ogni parola che non serve. Eliminare ogni parola che non usiamo parlando. Non porsi limiti di tempo…Ma davanti a quel tema che me ne facevo delle regole umili e sane dell’arte di tutti i tempi? Se volevo essere onesto dovevo lasciare la pagina in bianco. Oppure criticare il tema e chi me l’aveva dato…Mi provai a scrivere come volete voi. Posso ben credere che non ci riuscii. Certo scorrevano meglio gli scritti dei vostri signorini esperti nel frigger aria e nel rifrigger luoghi comuni”.

Una lezione, quella di don Milani, che è servita a ben poco. Anche quando non ci sono stati, infatti, ritardi, imbrogli, incomprensioni, fughe di notizie, paradossi o altro, le tracce sono state sempre più o meno assurde. Come quella volta (ma gli esempi abbondano) in cui fu dettato:

L’organizzazione della scuola media deve trovare in un’idea valida e funzionale il suo motivo qualificante. Individuate questa idea in una domanda di educazione, nel convincimento che per essa è valorizzato il potenziale di umanità posseduto da ogni persona e sono svelati i valori di cui ciascun ragazzo è portatore e per cui apprende in maniera autentica il mestiere di uomo”.

E Luigi Compagnone su Il Mattino (20 novembre 1990) ironizzò: “Ma questa più che una traccia è un inverosimile scioglilingua e come tale non contempla alcuna possibilità di essere sottoposto alla pur minima analisi stilistica…Ciò avviene non di rado per le tracce emanate dal nostro Ministero della Pubblica Istruzione (o Distrazione). Ma un altro inconveniente è che gli autori delle tracce ministeriali sono sempre degli irrintracciabili innominati. Segreto d’ufficio? O comprensibile vergogna?”.

LA RUBRICA

ISTITUZIONI E ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

0
Quando le istituzioni non sono efficaci ed efficienti, ci si può ritrovare in quella “zona grigia” dove le regole del gioco non sono ben definite, e dove le organizzazioni criminali sono più forti.

“Quando le istituzioni non riescono ad essere efficaci ed efficienti cosa accade?”.
È una domanda che gli aspiranti sociologi nei corsi universitari spesso si pongono dando svariate risposte. È certo che quando le istituzioni non riescono ad essere efficaci ed efficienti, è come se venissero a mancare delle “regole del gioco”.

Questa zona di mancanza, di distorsione delle regole del gioco, costituisce una fascia protettiva che avvolge determinati fenomeni. Mi sento di paragonare questa fascia alla cosiddetta “zona grigia” con la quale Raffaele Cantone intende riferirsi a quella parte della società che pur non essendo parte integrante delle organizzazioni mafiose ha con esse contatti di varia natura, soprattutto sul piano della connivenza e degli affari.

Realtà che si è molto estesa negli ultimi anni e che è la vera forza di questa nuova mafia che spara sempre meno e fa sempre più affari in apparenza leciti, e se riesce a fare affari di questo tipo lo fa grazie soprattutto a questa famosa “zona grigia”, a queste regole del gioco distorte.

Distorte nell’evolversi della società, nel cui processo evolutivo tende a modificare sia nel tempo che nello spazio organizzazioni, valori, norme, ciò la costituisce.
Anche il minimo cambiamento di un valore sia esso morale o di altro genere, un’usanza incardinata nella cultura di appartenenza, l’alternarsi di un ciclo economico, un periodo di recessione o di boom economico può portare ad un mutamento delle istituzioni o viceversa.

In questi frangenti vengono a crearsi nuove dinamiche, nuove strutture e sovrastrutture che con il passare del tempo muteranno al loro interno portando a successivi stravolgimenti come una catena consequenziale di eventi. Le stesse organizzazioni criminali, nascono da uno o più di questi stravolgimenti. Nascono in quel che si chiama breaking point che porta ad uno scostamento del normale procedere di una linea retta dalla quale si distacca allontanandosi in una direzione altra su un piano spaziale.

I mutamenti istituzionali sono delineati in questo caso da una relazione simbiotica tra istituzioni e organizzazioni criminali che si sono sviluppate come risposta alla struttura dalle prime e dal processo di retroazione in base al quale gli uomini percepiscono e reagiscono alle modificazioni della “società”.

LA RUBRICA
http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=52

AVVISO AI GENITORI: ATTENTI ALLE PAROLE QUANDO SGRIDATE I FIGLI

Sgridare va bene, ma spesso succede che le parole fanno davvero male e portano serie conseguenze. La responsabilità dei genitori per gli stati ansioso-depressivi del figlio.

Il caso
La nostra attenzione si rivolge ad un adolescente che, come tanti suoi coetanei, non ha una grossa predilezione per lo studio e la scuola. All’esito del primo quadrimestre la sua pagella lascia molto a desiderare. Dopo il colloquio con i professori , i genitori tornati a casa, iniziano a mortificare il figlio, rivolgendogli frasi quali: «sei uno stupido, un buono a nulla, uno che non combinerà mai niente di buono nella vita», e prospettandogli una sicura bocciatura alla fine dell’anno scolastico. All’esito dell’anno scolastico arriva la paventata bocciatura. Dopo poche settimane il ragazzo incomincia a soffrire di insonnia e di attacco di panico.

I genitori secondo la Cassazione hanno commesso il reato di abuso dei mezzi di correzione. Il reato si consuma nel momento che ne derivi il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente. Dal punto di vista fisico la giurisprudenza ha precisato che per malattia vada intesa qualsiasi contusione o alterazione, sia pure lievissima, dell’integrità fisica personale (Cassazione 26-11-82, n. 11344); dal punto di vista mentale il discorso si fa naturalmente più complesso in quanto la menomazione non è ovviamente visibile, né percepibile con i comuni strumenti della medicina. Sul punto la Suprema Corte ha specificato che la nozione di malattia nella mente si estende fino a ricomprendere ogni conseguenza rilevante sulla salute psichica del soggetto passivo, dallo stato d’ansia all’insonnia, dalla depressione ai disturbi del carattere e del comportamento (Cassazione del 3-5-2005, n. 16491).

La suprema Corte pur ritenendo che la condotta dei genitori rientri nell’ambito dei comportamenti leciti, non essendo sfociata nel compimento di alcun atto di violenza fisica, conclude, sulla scorta delle pronunce giurisprudenziali nell’affermare la penale responsabilità di entrambi i genitori per il delitto di abuso di mezzi di correzione. Per la Cassazione esiste, infatti, il nesso causale tra i reiterati comportamenti dei genitori, qualificabili come maltrattamenti di tipo psicologico e i disturbi ansioso-depressivi, manifestatosi in insonnia e attacchi di panico del figlio.

LA RUBRICA
http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=44

MORMANNO. LA CITTÁ CHE SAREBBE PIACIUTA A ITALO CALVINO

A Mormanno, nel cuore del Pollino, siamo stati nel “teatro” dove si è combattuta la guerra tra potenti e umili, e dove Eugenio Bennato ha fatto della “Tammurriata nera” un canto di rabbia e di protesta. Di Carmine CimminoC’è un punto, nei pressi di Petina, in cui la luce napoletana e cilentana, vermiglia, abbagliante, incomincia a lasciare lo spazio a una luce ugualmente intensa, ma più rigorosa e nitida, che porta in sé i riflessi delle rocce, dell’acqua di sorgente montana, delle selve, e perfino l’eco di mari remoti di una lontananza concettuale più che spaziale. In questa luce si manifesta l’incanto del Pollino, e in questo incanto si aggruma lo splendore di Mormanno (nella foto, uno scorcio).

Mormanno sarebbe piaciuta a Italo Calvino. La città visibile è una fantasia geometrica di scorci, un gioco di prospettive, in cui si alternano lembi di boschi e spigoli di muri: è un ricamo di pietre solide e leggere, in cui il tempo si svolge con passo da meditazione, si adatta paziente alle pieghe dei vicoli, si riposa nel registro di preziosi dettagli: il disegno di un balcone, l’eleganza di una cornice di marmo, un portone, la trama delle ombre intorno ai netti lampi di luce, le figure che il bulino dei falegnami ha inciso, molto tempo fa, sui mobili nelle case dei signori.

Tutti questi segni indicano la strada che porta alla città invisibile: le case che si addossano l’una all’altra a formare un pugno serrato, e le selve nere formano “il teatro“ in cui per centinaia di anni si è combattuta la guerra tra potenti e umili, tra la violenza “legale“ dei dominatori, spagnoli, francesi, piemontesi, e la violenza dei “briganti“, innescata dal furore degli oppressi: i terribili briganti, Ciccio Perri, Benincasa, Parafante, che misero paura ai francesi di Murat, e gli emuli calabresi di Crocco e di quel Ninco Nanco che atterrì i piemontesi con il suo genio tattico di guerrigliero. La città invisibile, con la vitalità dei suoi valori, fa sì che la città visibile resti antica, senza diventare, all’improvviso, vecchia cedendo a quella nostalgia vanitosa e passiva che scava rughe sulla faccia di molte città antiche della Campania.

La settimana scorsa ho avuto la fortuna di assistere al prodigio evocato nella piazza principale di Mormanno dal concorso di alcune “forze“: la musica di Eugenio Bennato e della sua band, la suggestione dei luoghi, l’ “enthusiasmòs“ della folla che cantava e danzava, l’energia dei giovani che nella frenesia della festa hanno messo a dormire la notte, la bellezza delle donne, luminosa di un’eleganza che si manifesta naturale in tutti i gesti e in ogni movimento, e nobile per quell’orgoglio calabro che mette un che di severo anche nel ridere più festoso. Non era la prima volta che ascoltavo, dalla voce e dalla chitarra battente di Eugenio Bennato, “Ninco Nanco“, “Balla la nuova Italia“ e “Tammurriata nera“.

Ma quella sera, nella piazza di Mormanno, mi sono persuaso che la taranta è veramente la voce archetipa del Sud, è il ritmo dei Dori e dei Focesi che risalirono la Calabria e il fiume Lao verso le pianure “filosofiche“ di Elea e di Paestum: e se ha ragione Pitagora quando dice che l’anima degli uomini è musica, la taranta è la base dell’anima delle donne e degli uomini del Sud. Forse è stata una bestemmia pensare a Pitagora e ai pitagorici, che non mangiavano lenticchie, nella piazza di Mormanno, che è famosa anche per le sue lenticchie. Ma non è blasfemo dire che “Tammurriata Nera“, interpretata da Bennato, è tutt’altra canzone che quella di Peppe Barra. Il quale accentua i toni amari dell’ironia e del sarcasmo, mentre Bennato trasforma la disperazione in dolore e in rabbia, e fa, di “Tammurriata“, un canto di protesta.

Tutte queste emozioni sono state riscaldate anche dall’ energia del vino. Le uve mormannesi, la cascarola, l’olivella, la castiglione, coltivate nell’alta collina, maturano tardive: nella seconda metà dell’ Ottocento i Giacobini di Altomonte ne cavarono un vino delicato che, presentato all’Esposizione di Amsterdam e di Rotterdam del 1887 insieme con il Greco di Gerace e con il Moscato di Calabria, meritò una menzione d’onore. A Mormanno, dunque, il vino nuovo si assaggia non a San Martino, ma all’Immacolata: il rito si rinnova oggi in una manifestazione, “Perciavutti“, che mette insieme la musica, il ballo, il tiro alla fune, il palio delle botti, e il trionfo della cucina dell’alta Calabria, celebrato nell’ambiente suggestivo di quattro cantine: Torretta, Capuluserro, Costa e Casalicchio dove “non rimanisi ni diunu e ni sticchiu“.

File interminabili di curiosi golosi hanno pazientemente atteso di sperimentare i quattro menu, in cui campeggiavano zuppe di fagioli poverelli e di cotiche, zuppe di lenticchie di Mormanno, raschiatelli con il sugo di cinghiale, cavatelli con sugo di maiale e funghi, crespelle di baccalà, baccalà alla vignaiola, cotiche di maiale con peperoni o con fagioli, salsicce, strepitose frittate imbottite di carni e di ortaggi, salumi e salami. E pane: un impasto di memorie antiche. E mostaccioli, crostate, cannolette. E i bocconotti, che sono piccoli dolci di pasta frolla, ripieni di confetture o di creme aromatizzate.

Ne ho mangiati di squisiti a casa di Donna Maria, dopo una lasagna imperiale e un polpettone di cui ella è riuscita a non svelare la ricetta, resistendo, con amabili manovre diversive, alle insidiose domande delle signore presenti, incantate dalla raffinata scala dei sapori. Ma Donna Maria ci ha svelato l’ingrediente più importante dell’ identità calabrese: l’ospitalità. L’ospitalità calabrese non è fatta di banali convenevoli e di stucchevoli chiacchiere, ma è una disposizione dell’animo autentica e naturale; è la sostanza stessa del carattere, e non un semplice attributo; è un valore su cui possiamo ricostruire, noi meridionali, il diritto all’orgoglio di essere meridionali. 

L’OFFICINA DEI SENSI

A GENNAIO LA SCUOLA DI FORMAZIONE ALL’IMPEGNO SOCIO-POLITICO

0
In questo momento di “politica debole”, parte la Scuola diocesana per far emergere e coltivare la vocazione all”impegno sociale e politico. Destinatari? Uomini e donne di buona volontà. Di Don Aniello Tortora

Parte, finalmente, a gennaio, presso il seminario di Nola, la Scuola diocesana di formazione all’impegno sociale e politico. In questo momento così difficile e di “politica debole” della nostra storia urge un rinnovato impegno per la cura del bene comune e il desiderio di crescere insieme per fare, della dimensione politica della vita, una vera esperienza di corresponsabilità.

Molteplici e puntuali gli interventi di Papa Benedetto e del cardinale Bagnasco alla comunità cristiana sulla necessità, oggi, di “una nuova generazione di laici cristiani, impegnati, in grado di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile” per dimostrarsi “capaci di evangelizzare il mondo del lavoro, dell’economia, della politica” (Benedetto XVI, a Cagliari, settembre 2008). Accogliendo questo invito e sollecitati continuamente dal nostro vescovo, un gruppo di laici della Commissione diocesana Problemi sociali e lavoro, dell’Azione Cattolica diocesana e dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose, ha maturato l’idea di ri-prendere nella nostra Chiesa locale una Scuola di Formazione all’impegno socio-politico, “per una cittadinanza attiva al servizio del territorio”.

Come obiettivo la Scuola diocesana di Formazione all’impegno Socio-politico si prefigge di contribuire all’edificazione di una cittadinanza attiva, educata ai valori della Costituzione italiana e del Magistero sociale della Chiesa. Tale obiettivo è perseguito mediante un’offerta formativa finalizzata a dotare i partecipanti delle necessarie conoscenze e competenze, per comprendere la realtà politica ed economica ed operare in essa. Il percorso formativo è strutturato in adesione all’intento di far emergere e coltivare la vocazione all’impegno sociale e politico. Destinatari saranno quanti, uomini e donne di buona volontà, vorranno acquisire tali competenze per esercitare una “cittadinanza attiva” sul nostro territorio.

Il percorso formativo si articolerà in quattro moduli: la Costituzione italiana; Economia e Politica; gli Enti locali; la Dottrina sociale della chiesa.
Il percorso si svilupperà nel periodo Gennaio- Giugno 2012 (9 gennaio – 12 giugno) con incontri settimanali (LUNEDI ore 18.30-20.30) – SEDE: Istituto Superiore di Scienze Religiose “Duns Scoto) – Seminario vescovile – Nola. Sono previste anche esperienze concrete in atto riguardo ai quattro moduli. La qualità della formazione offerta sarà garantita da un corpo docente qualificato, formato da docenti universitari ed esperti di settore. Durante il percorso saranno presentate anche figure significative del cattolicesimo sociale: Bachelet, La Pira, De Gasperi…

L’inaugurazione è prevista per LUNEDI 9 gennaio, ore 18.00. Interverrà il prof. Leonardo Becchetti, ordinario di Economia politica dell’Università di Roma Tor-Vergata.
Invito chi è interessato ad iscriversi alla Scuola. Diceva don Sturzo che in politica c’è bisogno di “moralità e competenza”
SEGRETERIA della Scuola per le iscrizioni e le informazioni: sito diocesano (chiesadinola.it), mail: SGR.SCUOLAPOLITICA@CHIESADINOLA.IT, cell. 3406825811 (Salvatore Cioffi).
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

OTELLO, IAGO E IL MALE

Un Otello in cui il male è protagonista, un”insana suggestione, non più vendetta ma semplicemente fine a se stesso. In scena alla Galleria Toledo fino a domenica 18 dicembre. Regia di Laura Angiulli.

Uno spettacolo senza quinte, senza riparo per gli artisti, senza fondo. A volte gli spazi scenici costruiscono già un rifugio, un asilo. Lì gli attori possono sottrarsi per qualche minuto allo sguardo del pubblico e anche il pubblico può concentrare la propria attenzione esclusivamente su un fuoco, sull’azione in scena. Non è così per questo Otello. La regia di Laura Angiulli ha voluto spogliare il teatro dei suoi spazi tradizionali, degli aiuti, delle sicurezze. Così gli attori sono in scena sempre, i cambi sono semplici movimenti fisici, passaggi, che pure riescono a segnare il tempo e lo spazio. Tutto si racchiude in pochi metri, pochi elementi scenici, nessun aiuto per chi guarda né per gli attori.

In questo spazio vuoto, in cui si disegnano le identità solitarie dei protagonisti, è il male che tesse la trama. Un male che non nasce da un torto subito o da un ambizione di potere. Un male assoluto, banale, che vive di se stesso, compiacendosi dei propri effetti. Non c’è vendetta, non c’è spessore umano, è un male freddo, privo di passione, cerebrale, nel cui disegno il Moro soccombe. Desdemona, eroina ribelle alle convenzioni, che compie le proprie scelte per amore, non ha difesa.
Le trame delle opere di Shakespeare sono complesse, Angiulli ha restituito gli intrecci alla loro nudità. Lo spettacolo, prodotto da Il Teatro coop. produzioni/Galleria Toledo, fa parte della Trilogia del Male, con Riccardo III e Macbeth.

In scena fino a domenica 18 dicembre Alessandra D’Elia, Alassane Dou Lou Gou, Irene Grasso, Stefano Jotti, Agostino Chiummariello, Luca di Tommaso, Francesco Ruotolo. Drammaturgia e regia di Laura Angiulli, scene e costumi di Rosario Squillace, disegno luci di Cesare Accetta.

Orario spettacoli:
feriali ore 21 / domenica ore 18 Galleria Toledo, teatro stabile d’innovazione
via Concezione a Montecalvario 34 – 80134 Napoli

informazioni e prenotazioni:
tel. 081.425037 – 081. 5646162
galleria.toledo@iol.it
www.galleriatoledo.org
(Fonte Foto: Ufficio Stampa)

A NAPOLI LA “GIORNATA PER LA LEGALITÁ DELLA PENA”

0
Mostra mercato di prodotti realizzati nelle carceri della Campania. Sono oggetti speciali per l”impegno ed il desiderio di riscatto sociale di coloro che si sono adoperati per realizzarli. Di Simona Carandente

Sabato 12 dicembre, dalle ore 10 alle ore 18 presso la Galleria Umberto I di Napoli (foto), una mostra mercato di prodotti realizzati negli istituti penitenziari della Campania mostrerà l’altra realtà del carcere, quella positiva, concreta, fatta di legalità e volontà di recupero. La galleria difatti farà, per una giornata, da contenitore alla esposizione e relativa messa in vendita di prodotti artigianali e manifatturieri, provenienti dalle case circondariali campane e nazionali, realizzati all’interno di quest’ultime grazie alla manodopera di detenuti ed internati.

La manifestazione, che vedrà alle ore 12.00 l’intervento musicale di Pino de Maio ed i ragazzi di Nisida, prevede dalle ore 13 gli interventi del sindaco Luigi De Magistris, di Sergio D’Angelo, assessore alle politiche sociali del Comune di Napoli, della garante per i diritti dei detenuti Adriana Tocco, del provveditore dell’amministrazione penitenziaria Tommaso Contestabile, dell’Avv. Riccardo Polidoro, presidente della Onlus "Il Carcere Possibile", anche quest’anno in prima linea nell’organizzazione dell’iniziativa.

Lo scorso anno, con la prima edizione della "Giornata per la legalità della pena" venne allestito e ricostruito, nell’importante cornice di Piazza dei Martiri a Napoli, l’interno di una cella penitenziaria, con la possibilità di poter intraprendere un vero e proprio percorso virtuale, nell’ intento di sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema carcere, anche simulando lo spazio vitale realmente a disposizione del detenuto.

Quest’anno il progetto, parimenti ambizioso e di ampio respiro, prevede l’offerta e la messa in vendita di prodotti "speciali": non solo per i materiali usati, ma anche e soprattutto per l’impegno ed il desiderio di riscatto sociale di coloro che, con grande cura, si sono adoperati per realizzarli.
Tanti i prodotti esposti: dal caffè prodotto dalle detenute di Pozzuoli, ai mosaici realizzati nella C.C. di Benevento, all’artigianato natalizio realizzato nell’O.P.G. di Napoli. Presenti altresì, tra gli altri, i lavori provenienti dalle case circondariali di Arienzo, Avellino, Lauro, Napoli Poggioreale e Secondigliano. (mail: simonacara@libero.it)

IL VOLANTINO

LA RUBRICA

L’ARTE DEL PRESEPE: UNA TRADIZIONE TUTTA ITALIANA

0
Storia e mito del presepe. Da Greccio a Bologna passando per Napoli, ecco l”itinerario storico di un”usanza millenaria e di una tradizione tutta nostrana.

Nonostante esistano testimonianze di raffigurazioni della Natività precedenti, ufficialmente il presepe ha origine a Greccio, nei pressi di Rieti, nel Natale del 1223. Si racconta, infatti, che fu San Francesco d’Assisi a realizzare nel piccolo paese una rappresentazione “vivente” della Nascita di Cristo, invitando gli abitanti del luogo a interpretare i personaggi principali del brano evangelico.

Il successo di questa iniziativa è testimoniato dalla fortuna che il tema della Natività ebbe nell’arte dei secoli successivi. Difatti, proprio dopo il presepe di Greccio, cominciò a nascere una vera e propria iconografia del genere. Scultori come Nicola Pisano e Arnolfo di Cambio, pittori come Giotto e Pietro Cavallini non poterono fare a meno, tra il XIII e XIV secolo, di trattare, nelle loro opere, questo soggetto, consapevoli (come lo stesso Francesco) di quanto esso fosse vicino alla religiosità popolare. È nel corso del Rinascimento, tuttavia, che alle numerosissime rappresentazioni pittoriche della Nascita di Cristo cominciarono ad affiancarsi i primi veri presepi. È nel Quattrocento, infatti, che troviamo, a Napoli, le prime tracce di una vera e propria arte presepiale.

Sembra anzi che questo genere di opere d’arte esistesse in città già da molto tempo, addirittura dal 1025. È noto, ad esempio, che la regina Sancia d’Aragona, moglie di Roberto d’Angiò, regalò nel 1340 un presepe alle clarisse della chiesa di Santa Chiara. Nel XVI secolo, mentre a Napoli si consolidava il mestiere dello scultore presepiale, nelle botteghe artigianali bolognesi cominciava intanto a svilupparsi un particolare tipo di ricostruzione plastica della Natività, con statuette in ceramica, ispirata alla pittura di quegli anni: il presepe bolognese. Fu dopo il Concilio di Trento, comunque, che questo tipo di rappresentazione iniziò a diffondersi, da Napoli e Bologna, in tutta Italia.

Difatti, la Chiesa controriformista, tra il XVI e XVII secolo, aveva intrapreso una politica per immagini che sollecitava gli artisti a produrre opere capaci di suscitare il trasporto emotivo dei fedeli, soprattutto del popolo minuto. Il presepio, con il suo straordinario realismo tridimensionale, non poteva che rientrare tra queste. Nel Seicento, sotto la spinta del movimento Barocco, il presepe napoletano acquisisce la sua “spettacolarità”. Prendendo spunto dai quadri dei grandi maestri della pittura barocca partenopea, i presepisti daranno vita a veri e propri capolavori d’arte traducendo plasticamente le due correnti principali del tempo: il classicismo barocco, evidente nelle vesti leggere e cangianti degli angeli e della Sacra Famiglia, e il realismo caravaggesco presente nelle scene di genere, come le botteghe, la locanda o il mercato, tutti elementi immancabili della tradizione presepiale napoletana.

Nel XVIII secolo, mentre a Bologna veniva istituita la Fiera di Santa Lucia, famoso mercato di statuine per il presepe, a Napoli questa tradizione inizia ad assumere un valore sempre più grande. Lungo via San Gregorio Armeno cominciano a moltiplicarsi le botteghe degli artigiani specializzati nella realizzazioni di presepi, all’epoca un lusso ancora per pochi. Sono per lo più i nobili napoletani, infatti, i committenti di queste straordinarie opere; nei loro suntuosi palazzi colossali composizioni di sughero e cartapesta riempiono intere camere. Stoffe pregiate e gioielli autentici, accuratamente scelti dagli aristocratici, vestono e decorano i “pastori” di questi magnifici e scintillanti presepi.

Proprio perché ispirato alla pittura barocca non deve stupire che alcuni personaggi del presepe campano vestano abiti “moderni” (seicenteschi, settecenteschi o persino ottocenteschi), o che la scena presepiale sia ambientata in una Napoli del XVII o del XVIII secolo. Già dalla fine del Cinquecento, infatti, era divenuta una prassi pittorica rappresentare le scene evangeliche in contesti contemporanei. Ne sono un esempio le numerosissime tele di Caravaggio, forse il primo ad adottare questo stratagemma, che raffigurano Cristo, la Vergine o i Santi tra la gente vestita con gli abiti del tempo. L’idea, legata al nuovo spirito controriformista, era quella di rendere ancora più diretto il messaggio evangelico facendo figurare l’immagine di Gesù o di Maria in un contesto storico più attuale.

È risaputo che Carlo III di Borbone amava fare il santo presepio “per esser Egli devotissimo di Gesù Bambino”. “Era cosa mirabile”, scrive il D’Onofri nel 1789, “vederlo a certe ore sfaccendate del giorno con le regie sue mani impastar de’mattoncini, e cuocerli, disporre i soveri [i sugheri], formar la capanna, architettar le lontananze, situarvi i pastori, ecc., e tener tutto pronto per la sacralissima notte del Santo Natale”. È tra il Settecento e l’Ottocento, infatti, che il presepe divenne, per i napoletani, un culto. Ogni chiesa e convento di Napoli aveva il suo presepe ed era quasi obbligatorio visitarli tutti. Agli inizi del Novecento non c’era casa a Napoli che non avesse un presepe. Persino chi non poteva permetterselo si cimentava, con i materiali più svariati, a costruirne uno. Allestire il presepio divenne così un’usanza doverosa del Natale napoletano ed italiano.

È durante questo periodo, quando cioè il presepio diviene di “dominio pubblico”, che nascono le varie leggende legate ai personaggi tipici della tradizione presepiale napoletana, come Benino (o Benito), il “pastore dormiente” che sogna lo stesso presepe, e Cicci Bacco (raffigurato con un fiasco di vino in mano o seduto su una botte), personificazione del dio Bacco e simbolo, come le colonne spezzate o le rovine di templi e di palazzi antichi, dell’imminente fine, con la venuta di Cristo, del mondo pagano. Nel Novecento, grazie alla massiccia emigrazione, il presepe arriva nelle case di tutti gli italiani e ha grande fortuna all’estero. Negli Stati Uniti è possibile, oggi, trovare con facilità statuine provenienti da Napoli. Esistono inoltre numerose tipologie di presepi che si sono sviluppate in Europa negli ultimi secoli, ma quella presepiale resta senza dubbio una tradizione tutta italiana e un orgoglio del made in Italy.

Negli ultimi anni l’usanza dell’albero di Natale sta ormai offuscando lentamente quella del presepe, sebbene attualmente sia possibile trovarlo di ogni forma e dimensione. È nostro compito preservare e custodire questa tradizione. Perché il presepio è qualcosa di speciale, di magico, è un rito che si ripete ogni anno, che comincia a novembre e termina la notte di Natale quando il Bambino, unico pezzo mancante, viene posto nella mangiatoia.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA