L’allievo vincitore fa parte della squadra degli “agonistai” – la squadra non avrebbe potuto chiamarsi con altro nome – che i docenti dell’Istituto preparano nell’ambito di quel “progetto delle eccellenze” che sta dando, negli ultimi anni, significativi risultati.L’allievo si chiama Raffaele Febbraro, e fa parte della VC dell’indirizzo classico. Egli ha vinto la XV edizione del Premio indetto dal Comune di Santa Maria Capua Vetere, con la collaborazione del Dipartimento di Lettere dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” e dall’ I.s.i.s “E. Arnaldi- Cneo Nevio”. Febbraro ha conquistato il primo posto traducendo e commentando nel modo migliore un passo di Tito Livio sulla guerra tra Romani e Sanniti. Il “Certamen Latinum Capuanum” venne istituito nel 1998 anche con l’obiettivo di rendere il dovuto omaggio alla storia dell’antica Capua, che svolse per secoli un ruolo fondamentale nell’ “ager” che dalla città ha preso il nome. Anche quando i Romani divennero padroni assoluti della Campania, i Capuani conservarono il primato del buon gusto e della raffinatezza: Cicerone, a cui un console amico di Cesare non andava a genio, diceva che il cesariano si vestiva con un’eleganza poco compatibile con i “mores maiorum”, e degna, piuttosto, di un “capuano”. E’ l’eleganza di Amore e Psiche nel bassorilievo che correda l’articolo e che fa parte del patrimonio archeologico della città.Il successo dell’allievo del Liceo “A. Diaz” è il risultato di una “filosofia” culturale e didattica che il Dirigente prof. Pesce e i docenti tutti interpretano con ammirevole profondità: questa “filosofia” ritiene fondamentale la lezione dell’”antico”, ma cerca anche di individuare i modi con cui l’ “antico” può aprire veramente i suoi tesori ai giovani del nostro tempo. Solo così la lezione dei Greci e dei Latini e la scienza filologica possono tornare al centro del sapere: non basta proclamarlo sui giornali. Al “Diaz” lo sanno: e dedicano ingegno e cuore per far sì che il passato “parli” concretamente al nostro presente, di storia, di arte, di società, di diritti. E’ un progetto complesso e affascinante: merita tutta la nostra attenzione.
Dopo il debutto fuori casa, arriva a Nola il nuovo spettacolo della compagnia teatrale nolana Pipariello. “L’opera dei pazzi”, questo il titolo della commedia, andrà in scena questa sera, alle 20.30, al teatro Umberto.
Un testo in due atti, scritto da Salvatore Esposito, già noto al grande pubblico che da anni segue la compagnia, completamente riadattato dal regista Peppe Ciringiò. A far da filo conduttore storie di vita vissuta interpretate con grande verve e comicità da tredici attori che, a suon di battute esilaranti faranno divertire, ma anche riflettere, il pubblico.
“Finalmente torniamo a casa – commenta un emozionato Antonio Esposito – Abbiamo girato un bel po’ prima di proporre lo spettacolo a Nola e devo dire che il pubblico ci ha già regalato grandi soddisfazioni. Certo la platea nolana ha un calore diverso per noi, di grande responsabilità soprattutto nei confronti di mio padre per il quale oggi, a distanza di anni, continuo ad investire nel valore del teatro portando avanti il suo progetto sociale. Se oggi la compagnia che mi onoro di guidare è arrivata ad un certo livello lo devo in particolare agli amici che mi hanno sempre sostenuto, a cominciare dai miei attori, eccezionali interpreti di una gran bella realtà, ma anche ad imprenditori come Francesco Napolitano che non si tirano indietro dinnanzi alla cultura facendosi portavoce, insieme a noi, di tante belle opportunità. Grazie a Francesco, al Cocos e a Someda”.
“Il teatro è una forma d’arte che va vissuta da chi ne coltiva la passione e sostenuta da chi crede nel suo forte valore educativo e formativo – aggiunge Francesco Napolitano tra gli sponsor del progetto – Ecco perché siamo felici di contribuire alla realizzazione di questo progetto che parte da Nola e che in questa città trova le sue eccellenze. Mi riferisco non solo agli attori ma anche a quell’enorme bagaglio culturale che ci ha lasciato Salvatore Esposito Pipariello e che, se oggi continua ad essere vivo, è grazie all’impegno di tanti giovani che ne preservano la memoria elevandone il senso civico”.
Dopo secoli di attesa il sogno dei cittadini sommesi diventò realtà. Domenica 4 agosto 1912 le prime quattro fontanine pubbliche furono inaugurate con una solenne cerimonia alla presenza del Sindaco Michele Troianaiello, autorità civili, religiose e militari. Nella città tutta imbandierata e allietata dalle musiche della banda musicale cittadina, il popolo manifestò immensa gioia.
Nel 1861 le risorse idriche del Comune di Somma – come riferisce il compianto studioso Giorgio Cocozza – dipendevano unicamente dalla Divina Provvidenza. Infatti, lungo tutti i secoli della sua storia, il popolo sommese per approvvigionarsi d’acqua aveva fatto ricorso alle cisterne private e pubbliche esistenti sul territorio. Tra le cisterne più antiche, che fornirono l’acqua ai cittadini di Somma, ricordiamo quella del convento di San Domenico, quella del convento di Santa Maria del Pozzo, quella della contrada Seggiari e infine la più grande costruita in piazza Trivio tra il 1862 e il 1864. Per la loro importanza sono da menzionare l’antichissimo pozzo sorgivo della Villa Paradiso di Santa Maria del Pozzo e i due pozzi anch’essi sorgivi della grancia gesuitica di San Sossio. L’acqua delle cisterne, scarsamente igienica e spesso veicolo d’infezioni epidemiche, non dava la necessaria sicurezza specie nei mesi estivi. Tale situazione spinse nel 1892 i Comuni di Cercola, San Sebastiano, Massa di Somma, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana e Ottaviano a consorziarsi per affrontare unitariamente la soluzione del problema. La sede del consorzio fu fissata nel Comune di Cercola. A rappresentare gli interessi di Somma in seno al neo-consorzio furono chiamati il Sindaco Michele Troianiello e l’assessore avv. Francesco Auriemma, ai quali fu anche concesso l’incarico di redigere un regolamento interno e di stabilire i contatti con le ditte che avevano il compito di costruire un acquedotto capace di addurre circa 4500 mc di acqua al giorno dalla collina di Cancello ai sopra citati Comuni. L’incarico di redigere il progetto di massima per la realizzazione dell’opera fu affidato all’ing. Benedetto Marzolla, esperto in costruzioni idrauliche. Purtroppo, le difficoltà finanziarie delle singole municipalità e la complessità dei rapporti tra gli enti interessati non consentirono la realizzazione della progettata opera. Mentre si dibatteva del problema in seno al consorzio, l’ing. Petot Henry, direttore dell’acquedotto vesuviano, società satellite della “Compagnie d’Enterprises des Conduites d’Eau” di Liegi, con autonoma decisione iniziò la costruzione di una conduttura da Cancello a Sant’Anastasia, volgendola verso San Giorgio a Cremano, Portici e Torre, disgregando in tal modo l’unità dei Comuni già consorziati. Il Comune di Somma Vesuviana, rimasto ormai isolato rispetto al nuovo acquedotto, per far fronte al problema acquistò dal Comune di Napoli negli anni 1894-1895 acqua di Serino per distribuirla alle famiglie povere del centro abitato. L’acqua giungeva a Somma in vagoni cisterna con la ferrovia Napoli – Ottajano. Non mancarono nel tempo studi e proposte per valorizzare le sorgenti d’acqua della zona di proprietà della Provincia di Napoli. Fu esaminata, inoltre, di derivare l’acqua del Serino dai vicini comuni di Sant’Anastasia, Marigliano, Piazzolla di Nola, che erano già serviti da un acquedotto. Si cercò di consorziarsi con il Comune di Ottaviano, che era alle prese con il medesimo problema. All’improvviso, però, sopraggiunse la spaventosa eruzione del Vesuvio del 1906, che costrinse gli amministratori dei Comuni interessati ad accantonare l’iniziativa per mancanza di fondi necessari. In conseguenza dei gravissimi danni provocati dall’eruzione, lo Stato emanò una legge speciale – n°390 del 19 luglio 1906 – per aiutare le popolazioni maggiormente colpite. Tra le provvidenze vi era la concessione ai Comuni di Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano, Boscotrecase, Somma Vesuviana e San Gennaro di Palma (ora Vesuviano) di mutui di favore per la provvista d’acqua potabile, ammontanti complessivamente a 800.000 lire. La costituzione del nuovo Consorzio – continua Giorgio Cocozza – per l’Acquedotto Vesuviano fu formalizzata con decreto prefettizio del 18 aprile 1908 e la sua sede fu fissata nel Comune di Ottaviano. Ognuno dei cinque Comuni, però, nel tempo cercava di far prevalere le sue ragioni e propri interessi in particolare per la decisione riguardante la qualità d’acqua da prescegliere e il progetto tecnico da adottare. La scelta, dopo varie polemiche, cadde sul progetto della menzionata “Compagnie d’Enterprises des Conduites d’Eau” che fu valutato il più adatto allo scopo e dava inoltre maggiore garanzia per la canalizzazione dell’acqua del Serino. Le trattative con la Compagnia di Liegi terminarono con un compromesso stipulato il 28 settembre 1908 che in sostanza s’impegnava a eseguire l’intera opera senza eccedere la somma di 800,000 lire stanziata dallo Stato. Tale compromesso fu approvato definitivamente dal Regio Commissario prefettizio con atto del 16 gennaio 1909. Seguì il contratto del 6 agosto 1910 che prevedeva la derivazione dell’acqua del Serino dalla collina di Cancello mediante una condotta di ghisa di 400 mm di diametro che si allacciava, in quella località, con l’acquedotto napoletano che alimentava la Città di Napoli e in seguito la costruzione di reti interne per la distribuzione nei cinque Comuni consorziati, con relativi serbatoi, apparecchiature e macchine per l’elevazione dell’acqua.
Il Comune di Somma dovette però superare un altro inconveniente dovuto al fatto che l’attuazione del progetto tecnico della Compagnia di Liegi dell’ottobre 1908 negava l’acqua di Serino a importanti frazioni sommesi tra cui S. Maria del Pozzo, Alaia, Termini di Nola, Seggiari e Reviglione. Grazie all’interessamento degli Onorevoli Gargiulo e Guarracino, la ditta assuntrice dei lavori elaborò un progetto suppletivo per eliminare gli inconvenienti. Intanto il tempo passava e la costruzione della tubazione interna non progrediva. Neanche il colera del 1911 riuscì a imprimere un ritmo più sostenuto ai lavori. Purtroppo di ritardi se ne accumularono ancora tanti. Finalmente dopo secoli di attesa il sogno dei cittadini sommesi diventò realtà. Domenica 4 agosto 1912 le prime quattro fontanine pubbliche furono inaugurate con una solenne cerimonia alla presenza del Sindaco Troinaiello, autorità civili, religiose e militari. Nella città tutta imbandierata e allietata dalle musiche della banda musicale cittadina, il popolo manifestò immensa gioia. Le fontanine furono installate una nel Rione Casamale, una in via Trivio (dove era ubicato il corpo della polizie municipali), uno all’angolo di via Margherita ed una nel Rione Costantinopoli (all’angolo tra la vecchia Chiesa e la vecchia via di Nola). Dopo tutti gli sforzi compiuti per portare l’acqua potabile a Somma Vesuviana, non tutti i cittadini ebbero la possibilità di allacciare le proprie abitazioni alla rete idrica interna. Soltanto poche agiate famiglie poterono inizialmente vantare l’acqua di Serino. Nel 1932 gli utenti privati erano appena 198. Diventarono 210 nel 1935. Tra le cause vi erano il monopolio degli allacciamenti privati e i forti costi per le “prese d’acqua” non sopportabili dai cittadini di modeste condizioni economiche. L’Amministrazione Comunale, inteso ciò, decise di ampliare, a sue spese, la rete di distribuzione interna per offrire il desiderato servizio. A tal fine fu progettata la canalizzazione di ben altre 16 vie (Formosi, Giudecca, Piccioli, via Nuova, Dogana Vecchia, Macello Vecchio (Tirone), Annunziata, S. Croce, San Filippo, Paradiso, Sant’Anna, Cerciello, Bosco, Seggiari e Reviglione). In realtà l’utenza privata si sviluppò rapidamente solo nel trentennio 1951 – 1981 e per corrispondere alla crescente domanda di acqua furono costruiti tra il 1976 ed il 1987, altri grandi serbatoi nelle seguenti località: uno nei pressi del Castello De Curtis, uno lungo la strada panoramica di castello ed uno a S. Maria a Castello, nei pressi del Santuario. Il resto è storia attuale.
Il dramma si è verificato questa mattina a Terzigno, in via Verdi, in prossimità dell’ingresso della SS268. Luciano Vellone, 53 anni, operatore ecologico, si trovava in strada a svolgere il proprio lavoro insieme ad alcuni colleghi, quando è stato investito in pieno da un’auto. Vano ogni tentativo di aiuto: l’uomo è morto sul colpo. Le Forze dell’Ordine e i soccorsi, sopraggiunti sul posto, non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso.
Rinasce la storiografia “borbonica”, e non è cosa da poco conto in tempi in cui l’orgoglio del Sud diventa un tema dell’attualità politica. E’ allora è interessante scoprire, nei documenti, come viveva realmente la popolazione della provincia della Capitale. I prezzi degli alimenti sono desunti dai manifesti di “assisa” pubblicati dalle amministrazioni dei Comuni che regolavano il mercato: Nola, Castellammare, Nocera. Il problema della prostituzione e degli incesti. L’ospizio di Madonna dell’Arco. Ho detto e ripeto che i Piemontesi di Cialdini vennero da conquistatori. Lo vedremo nei prossimi articoli dedicati agli ultimi anni di regno dei Borbone.
Nelle terre vesuviane le condizioni di vita erano migliori che altrove, anche se il gioco della prospettiva storica rende difficile la definizione in termini assoluti di alcuni parametri e diluisce i concreti tormenti della miseria nell’astrazione dell’analisi generale. Nel 1833, scrive De Augustinis, il ciabattino si sentiva più povero che nel 1806 solo perchè piaceri naturali ma non necessari erano a poco a poco diventati irrinunciabili: la tazza di caffè, che costava due grana, le camicie di tela, l’abito della festa, e “di quando in quando” lo svago di qualche spettacolo. A metà del secolo gli operai stagionali guadagnavano un quarto di ducato al giorno, e cioè 25 grana, un capomastro “portando seco tutti gli attrezzi e utensili” da 30 a 40 grana, il suo aiutante cinque grana in meno, i muratori manovali da 12 a 25 grana, i braccianti 15 grana e in più un piatto di verdura o un pezzo di baccalà fritto e due bicchieri di acquata. Il baccalà e lo stocco costavano da 8 a 12 grana al rotolo – il rotolo equivaleva a quasi 900 grammi – le alici salate maiatiche 28 grana, le vernotiche 24, l’olio di Calabria 19, l’olio fino 22, il pane “di azzimatura” 3 grana, “di seconda farina ” 4, “di fiore di grano cignarella” 5,5, i maccheroni fini di semola di saragolla 8 grana, la pasta “da ingegno”, cioè fatta a macchina, 7 grana. Un rotolo di “vitella sincera” lo si pagava non meno di 16 grana, 14 un rotolo “di carne vaccina di ottima qualità”, da 12 a 14 grana l’agnello e il castrato. Quale fosse il livello dei consumi, nessuno si curò di saperlo, se non in quei termini assai vaghi che i documenti ci hanno trasmessi. Ma si capisce facilmente dai prezzi che maccheroni, pane bianco e le carni in genere se li potevano permetti solo “i galantuomini”.
Durante la crisi economica del ’53-55 l’Intendente di Napoli inviò nel territorio ispettori fidati, perché controllassero, in incognito, come i Sindaci provvedevano ai bisogni dei miseri. E quelli gli riferirono, all’unanimità, di aver trovato solo “indifferenza davanti alla miseria che affligge la classe infima della popolazione”. Nel fragile sistema del capitalismo napoletano la miseria, come il colera, attaccava anche i “galantuomini”, i cui beni potevano dissolversi repentinamente per un raccolto bruciato dal Vesuvio, per un investimento poco felice, per un appalto sfortunato. Così scrisse nel ’55 all’Intendente il Sindaco di Ottajano, chiedendo il permesso di aiutare un ” galantuomo” ridotto in povertà e colpito da apoplessia: “L’umanità soffre immensamente quando vede il povero soffrire – in bella “povero” fu corretto in “umile” sotto l’impulso dell’autocensura- , ma più risente le afflizioni quando quegli sciagurati appartengono non all’ultima classe, ma bensì a quelle delle persone ben nate e che per volubilità della instabile fortuna trovansi nella massima miseria.”.La povertà della” classe ultima” faceva paura nei momenti di disordine politico. Nell’agitata primavera del ’48 i decurioni di Palma riferirono preoccupati all’ Intendente che le selve del demanio erano “giornalmente danneggiate dalla sfrenata popolazione indigente”. La quale, tre anni dopo, volendo il Decurionato convincere l’Intendente di Caserta che non era giusto vendere il demanio al barone Compagna, venne pateticamente descritta mentre si aggirava tra i boschi del demanio cercando i “mezzi da vivere con raccogliere i felci, le fronde, l’erba, il fieno, il fieniello, fragole, asparagi, castagne selvagge, ghiande.”
Accanto al Santuario di Madonna dell’Arco c’era un ospizio. Gli ospiti, per guadagnare qualche ducato, avevano messo su una banda di 20 sonatori, che si sciolse nel crollo della monarchia borbonica. Nel febbraio del ’61 Carlo Poerio andò a far visita ai 180 pensionati dell’Albergo e ne fu sconvolto: “sono tutti vecchi, storpi e malaticci. L’aria è buona per i rachitici, gli scrofolosi e i tignosi. Perciò vi è un gran numero di cotali ammalati e di epilettici, di stupidi, di idioti, gente che fa una vita miseranda per i malori, per la degradazione morale, per il sudiciume. Una ventina hanno il vestito di panno nuovo, tutti gli altri di panno di truppa: abbiamo visto una ottantina di quelle creature stare come a ricreazione in una stanzaccia bassa che pareva un ricovero di animali immondi”. Negli statini ufficiali le prostitute erano classificate come mendicanti. Il che, se da una parte serviva a occultare il problema, dall’altra spingeva i funzionari più sensibili – e ve ne furono, specie tra Intendenti e Sottointendenti – a vedere quanto stretto fosse il vincolo tra miseria e prostituzione. La brutalità della miseria rese non rari gli incesti. I parroci cercavano di prevenire i pericoli della promiscuità, a cui erano esposte le molte famiglie costrette a vivere ciascuna in una sola stanza, e spesso a dormire in un solo letto. Le autorità centrali incalzavano senza sosta i sindaci perché quelle famiglie avessero almeno delle lenzuola, utili non tanto a coprire quanto a separare. La morale e la legge erano implacabili con gli incestuosi; i funzionari, nel descriverne la torbida colpa , si avventuravano in incredibili ghirigori linguistici per non offendere le orecchie del Re, che pure pretendeva di essere informato su tutti i casi. Gli incestuosi venivano processati a porte chiuse, e con sentenza già scritta: i maschi relegati a Ponza, le femmine in qualche casa di correzione. Bisogna anche dire, ad onore della magistratura napoletana, che alcuni giudici esortarono pubblicamente le autorità politiche a intervenire sulle radici sociali del fenomeno, dopo aver affermato il principio che non si poteva automaticamente accusare di incesto due consanguinei, solo perché la miseria li costringeva a dormire nello stesso letto.
Pomigliano d’Arco celebra il 70esimo anniversario dalla morte di Ercole Cantone, scomparso nel 1949: l’appuntamento è per le 9, 30 di oggi– venerdì 12 aprile – al Teatro Gloria.
Cantone fu avvocato, consigliere provinciale, deputato scolastico e sindaco di Pomigliano d’Arco alla quale dedicò tutta la vita. Istituì in città la prima Scuola Normale Statale, si occupò di dotare Pomigliano di fognature e di molte opere pubbliche tra cui le strade Pomigliano – Castello di Cisterna e Tavernanova – Casalnuovo. Il Comune di Pomigliano d’Arco e la Fondazione Vittorio Imbriani lo ricorderanno con una performance dell’orchestra e del coro dell’Istituto Comprensivo Catullo – Falcone (9, 30) e con la consegna delle “borse di ricerca” a lui intitolate. All’evento presenzieranno il sindaco Lello Russo, l’assessore alla Cultura Franca Trotta, il presidente della Fondazione Imbriani Elio Caiazzo e Antonio Romano, erede e discendente di Cantone.
Alle 11 andrà in scena al Teatro Gloria la pièce “Pomigliano al tempo di Cantone” un recital degli allievi delle scuole cittadine su testo di Crescenzo Aliberti.
In base alla consegna del sito nella disponibilità dei proprietari del terreno, la rimozione, disposta dal Comune, dei rifiuti dall’ex campo rom smantellato di Candelara è ufficialmente terminata il 30 marzo. Ma per le autorità sanitarie non è affatto così: quella rimozione sarebbe stata un flop, un clamoroso boomerang. L’Asl Napoli 2 Nord, a seguito di una denuncia penale firmata dagli ambientalisti, lunedi 8 aprile ha infatti chiesto al sindaco di Acerra, Raffaele Lettieri, di emanare un’ordinanza per la messa in sicurezza, la rimozione dei rifiuti e la bonifica dell’ex campo rom di Candelara, campi coltivati al confine con i territori di Pomigliano e Brusciano. La situazione a Candelara risulta ancora visibilmente disastrosa nonostante la rimozione degli scarti ufficialmente completata dodici giorni fa con una spesa pubblica di 40mila euro messi nelle mani della Tekra, la ditta di nettezza urbana che da alcuni anni lavora per l’ente. Ma il dirigente dell’ufficio igiene ambientale dell’Asl Napoli 2, Michelangelo Luongo, sostiene che nella zona degli interventi siano stati rinvenuti, nonostante l’avvenuta rimozione sottoscritta dal Comune, “materiale frantumato contenente probabilmente amianto, rifiuti combusti, inerti e urbani”. La presenza di amianto, spaccato e in grandi quantità, è stata fotografata da alcuni ambientalisti e attivisti del Movimento Cinque Stelle (Cannavacciuolo, Petrella,Messina, Montesarchio A., Montesarchio V., Fabbricatore). < Durante la fase dei lavori di rimozione dei rifiuti disposta dal Comune – racconta Cannavacciuolo – abbiamo denunciato che nell’area del campo rom erano in corso operazioni di scavo con movimentazione di terreno misto a rifiuti da parte di un bobcat e di operai, peraltro privi di protezioni individuali. Erano tutti intenti ad ammassare rifiuti, pericolosi e non, ai margini del campo. Queste operazioni hanno comportato l’emissione di polveri visibili a occhio nudo. E lo scempio è proseguito fino al 30 marzo >. Fino a ieri la messa in sicurezza del campo, da effettuare in base alla prescrizione dell’Asl con un doppio strato di plastica speciale, non era iniziata.
Candelara, la rimozione dei rifiuti risultata inadeguata e insufficientei rifiuti rimasti nel campo di Candelara
Una villa a Capri, uno yacht di 17 metri, lingotti d’oro e quadri di pregio di Francesco Musante, Franz Borghese, Mario Schifani, Christophe Mourey e Andy Warhol: sono alcuni dei beni che il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanzia di Napoli, guidato dal colonnello Domenico Napolitano, ha sequestrato nell’ambito della presunta maxi frode fiscale da 70 mln di euro che ha coinvolto le società del gruppo Alma spa e i suoi vertici, tra cui gli imprenditori Luigi Scavane e Francesco Barbarino, entrambi in carcere. I finanzieri hanno messo i sigilli a circa 5 mln di euro in contanti e 17,3 mln sui conti correnti; 16 immobili (tra cui ville a Capri, Sperlonga e Santa Maria Capua Vetere di 20 vani); auto Ferrari, BMW, Mercedes e Land Rover, uno yacht di oltre 17 metri, 5,3 kg di lingotti d’oro per 190mila euro, centinaia d’opere d’arte (tra cui quadri di Francesco Musante, Franz Borghese, Mario Schifani, Christophe Mourey e Andy Warhol), gioielli e orologi di pregio (60 Rolex)
Luigi Brusco, un 43enne di Pozzuoli, era stato tratto in arresto il 9 aprile dai Carabinieri della stazione di Monteruscello per il furto di proiettori all’interno dell’Istituto scolastico “Giovanni Falcone” e, sottoposto ai domiciliari, è evaso ed ha “colpito” in un altro istituto.
Ha infatti raggiunto la scuola primaria e dell’infanzia “Don Giuseppe Diana” di Varcaturo e ha forzato la porta di emergenza al primo piano; è entrato in un’aula ed ha rubato un proiettore.
Dopo il furto, ha tentato la fuga ma è stato bloccato dai Carabinieri. L’uomo dovrà rispondere di evasione dai domiciliari e di furto aggravato. Dopo le formalità è stato tradotto in carcere. La refurtiva è stata recuperata e restituita all’Istituto.
Un uomo di 40 anni, già noto alle Forze dell’Ordine, ha aggredito l’anziano padre, ricattandolo con un coltello, pur di farsi consegnare del denaro da utilizzare per l’acquisto di droga.
E’ accaduto a Torre del Greco. I Carabinieri, dopo segnalazione della vittima, si sono precipitati sul luogo, riuscendo a bloccare il 40enne violento e traendolo in arresto per tentata estorsione. Il padre dell’arrestato, ferito al volto, è stato trasportato nel più vicino Ospedale, dove i medici gli hanno riscontrato ferite guaribili in 4 giorni.
Questo sito utilizza cookie tecnici e profilativi, sia propri che di terze parti, per migliorare le funzionalità e per inviarti pubblicità e contenuti in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie..AcceptRead More
Cookies Policy
Privacy Overview
This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these cookies, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may have an effect on your browsing experience.
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.