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Rinasce la storiografia “borbonica”, e non è cosa da poco conto in tempi in cui l’orgoglio del Sud diventa un tema dell’attualità politica. E’ allora è interessante scoprire, nei documenti, come viveva realmente la popolazione della provincia della Capitale. I prezzi degli alimenti sono desunti dai manifesti di “assisa” pubblicati dalle amministrazioni dei Comuni che regolavano il mercato: Nola, Castellammare, Nocera. Il problema della prostituzione e degli incesti. L’ospizio di Madonna dell’Arco. Ho detto e ripeto che i Piemontesi di Cialdini vennero da conquistatori. Lo vedremo nei prossimi articoli dedicati agli ultimi anni di regno dei Borbone.

 

Nelle terre vesuviane le condizioni di vita erano migliori che altrove, anche se il gioco della prospettiva storica rende difficile la definizione in termini assoluti di alcuni parametri e diluisce i concreti tormenti della miseria nell’astrazione dell’analisi generale. Nel 1833, scrive De Augustinis, il ciabattino si sentiva più povero che nel 1806 solo perchè piaceri naturali ma non necessari erano a poco a poco diventati irrinunciabili: la tazza di caffè, che costava due grana, le camicie di tela, l’abito della festa, e “di quando in quando” lo svago di qualche spettacolo. A metà del secolo gli operai stagionali guadagnavano un quarto di ducato al giorno, e cioè 25 grana, un capomastro “portando seco tutti gli attrezzi e utensili” da 30 a 40 grana, il suo aiutante cinque grana in meno, i muratori manovali da 12 a 25 grana, i braccianti 15 grana e in più un piatto di verdura o un pezzo di baccalà fritto e due bicchieri di acquata. Il baccalà e lo stocco costavano da 8 a 12 grana al rotolo – il rotolo equivaleva a quasi 900 grammi – le alici salate maiatiche 28 grana, le vernotiche 24, l’olio di Calabria 19, l’olio fino 22, il pane “di azzimatura” 3 grana, “di seconda farina ” 4, “di fiore di grano cignarella” 5,5, i maccheroni fini di semola di saragolla 8 grana, la pasta “da ingegno”, cioè fatta a macchina, 7 grana.  Un rotolo di “vitella sincera” lo si pagava non meno di 16 grana,  14  un rotolo “di carne vaccina di ottima qualità”, da 12 a 14 grana l’agnello e il castrato. Quale fosse il livello dei consumi, nessuno si curò di saperlo, se non in quei termini assai vaghi che i documenti ci hanno trasmessi. Ma si capisce facilmente dai prezzi che maccheroni, pane bianco e le carni in genere se li potevano permetti solo “i galantuomini”.

Durante la crisi economica del ’53-55 l’Intendente di Napoli inviò nel territorio ispettori fidati, perché controllassero, in incognito, come i Sindaci provvedevano ai bisogni dei miseri. E quelli gli riferirono, all’unanimità, di aver trovato solo “indifferenza davanti alla miseria che affligge la classe infima della popolazione”. Nel fragile sistema del capitalismo napoletano la miseria, come il colera, attaccava anche i “galantuomini”, i cui beni potevano dissolversi repentinamente per un raccolto bruciato dal Vesuvio, per un investimento poco felice, per un appalto sfortunato. Così scrisse nel ’55 all’Intendente il Sindaco di Ottajano, chiedendo il permesso di aiutare un ” galantuomo” ridotto in povertà e colpito da apoplessia: “L’umanità soffre immensamente quando vede il povero soffrire – in bella “povero” fu corretto in “umile” sotto l’impulso dell’autocensura- , ma più risente le afflizioni quando quegli sciagurati appartengono non all’ultima classe, ma bensì a quelle delle persone ben nate e che per volubilità della instabile fortuna trovansi nella massima miseria.”.La povertà della” classe ultima” faceva paura nei momenti di disordine politico. Nell’agitata primavera del ’48 i decurioni di Palma riferirono preoccupati all’ Intendente che le selve del demanio erano “giornalmente danneggiate dalla sfrenata popolazione indigente”. La quale, tre anni dopo, volendo il Decurionato convincere l’Intendente di Caserta che non era giusto vendere il demanio al barone Compagna, venne pateticamente descritta mentre si aggirava tra  i boschi del demanio cercando i “mezzi da vivere con raccogliere i felci, le fronde, l’erba, il fieno, il fieniello, fragole, asparagi, castagne selvagge, ghiande.”

Accanto al Santuario di Madonna dell’Arco c’era un ospizio. Gli ospiti, per guadagnare qualche ducato, avevano messo su una banda di 20 sonatori, che si sciolse nel crollo della monarchia borbonica. Nel febbraio del ’61 Carlo Poerio andò a far visita ai 180 pensionati dell’Albergo e ne fu sconvolto: “sono tutti vecchi, storpi e malaticci. L’aria è buona per i rachitici, gli scrofolosi e i tignosi. Perciò vi è un gran numero di cotali ammalati e di epilettici, di stupidi, di idioti, gente che fa una vita miseranda per i malori, per la degradazione morale, per il sudiciume. Una ventina hanno il vestito di panno nuovo, tutti gli altri di panno di truppa: abbiamo visto una ottantina di quelle creature stare come a ricreazione in una stanzaccia bassa che pareva un ricovero di animali immondi”. Negli statini ufficiali le prostitute erano classificate come mendicanti. Il che, se da una parte serviva a occultare il problema, dall’altra spingeva i funzionari più sensibili – e ve ne furono, specie tra Intendenti e Sottointendenti – a vedere quanto stretto fosse il vincolo tra miseria e prostituzione. La brutalità della miseria rese non rari gli incesti. I parroci cercavano di prevenire i pericoli della promiscuità, a cui erano esposte le molte famiglie costrette a vivere ciascuna in una sola stanza, e spesso a dormire in un solo letto. Le autorità centrali incalzavano senza sosta i sindaci perché quelle famiglie avessero almeno delle lenzuola, utili non tanto a coprire quanto a separare. La morale e la legge erano implacabili con gli incestuosi; i funzionari, nel descriverne la torbida colpa , si avventuravano in incredibili ghirigori linguistici per non offendere le orecchie del Re, che pure pretendeva di essere informato su tutti i casi. Gli incestuosi venivano processati a porte chiuse, e con sentenza già scritta: i maschi relegati a Ponza, le femmine in qualche casa di correzione. Bisogna anche dire, ad onore della magistratura napoletana, che alcuni giudici esortarono pubblicamente le autorità politiche a intervenire sulle radici sociali del fenomeno, dopo aver affermato il principio che non si poteva automaticamente accusare di incesto due consanguinei, solo perché la miseria li costringeva a dormire nello stesso letto.