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Talvolta “’a rretenata”” di ritorno da Montevergine si concludeva con fuochi che non erano quelli di artificio…

 “A ‘rretenata” era la “gita” di ritorno dei Napoletani da Montevergine di Mercogliano: al corteo si univano, durante il tragitto, le carrozze dei guappi e dei camorristi del Vesuviano e del Nolano, accodandosi ognuna alla carrozza dell’“amico” napoletano: anche da questi movimenti gli informatori della polizia, “i mercanti di fiato”, traevano qualche notizia sulle alleanze tra i delinquenti della città e quelli della provincia. Sulle carrozze facevano mostra di sé le donne, “maeste e cape nenne”, in abiti sgargianti e ornate con gioielli vistosi. In ogni carrozza c’era il cantante “a fronna ‘e limone” e “a figliola”. I gitanti facevano una breve sosta a Pomigliano, e la sera si fermavano a Nola, nelle taverne e in casa di “cumparielli”. Correda l’articolo l’immagine di un quadro di Francesco Mancini.

Raccontò Emanuele Bidera, nel1857 – e gli archivi di polizia confermano il suo racconto – che a Nola i Vesuviani salutavano la compagnia e volgevano le carrozze verso la Montagna. Una festosa rretenata” era quella dei Savianesi: la città “in festa” accoglieva le carrozze lanciate in una corsa impetuosa, e il vincitore andava in chiesa per ritirare il premio, “un drappo damascato”, così bello che ispirò la creazione di un motto, di un “adagio”, “bello comme ‘a lo pallio de Saviano”. Da Saviano gli Anastasiani salivano nel loro “ridente paese”: i pellegrini venivano accolti dalle donne, coronate di rose, di frassino e di mirti. Nel 1913, a Sant’Anastasia, il cocchiere anastasiano Melchiorre De Simone, che conduceva la carrozza del mercante di “vaccine” Francesco Sodano, “all’ingresso dell’attuale via Roma” (C. Scippa), avviò la “rretenata”, ma, ostacolato da un’altra carrozza, guidata da Michele Pavone, perse il controllo dei due cavalli che si lanciarono a corsa sfrenatalungo la strada che porta alla parrocchia.

Per fortuna, il delegato di P.S. Nicola Stella, il maresciallo dei RR.CC. Ernesto Santorelli e il carabiniere Vincenzo Farinaro riuscirono a bloccare i cavalli: pagarono il gesto eroico con numerose ferite, mentre il cocchiere, che era caduto dalla carrozza, subì gravi fratture. Possiamo aggiungere che le autorità ritirarono al De Simone la “patente” di guida, e le forze dell’ordine tennero a lungo sotto controllo rigoroso lui e il cocchiere Pavone: la loro rivalità era già nota ai carabinieri, una rivalità che nasceva da questioni di interesse di equivoca natura. Qualcosa di simile era accaduto nel 1899 a Ottajano. Gli informatori della polizia avevano seguito da Nola le undici carrozze degli Ottajanesi, perché i proprietari delle più fastose erano Giovanni Di Stasio, Francesco Spena e Tommaso D’ Andrea, ritenuti dalla Questura napoletana attori importanti della guerra di camorra che stava insanguinando il Vesuviano per il controllo delle cave e per la fornitura di materiali di vario genere alle ditte impegnate nella costruzione della linea ferroviaria Napoli – Ottajano e della strada Nola – Acerra.

In piazza Taverna, dove la “rretenata” di solito si concludeva, le carrozze del Di Stasio e del D’Andrea si urtarono violentemente, perché nessuno voleva arrivare secondo: ci furono, tra passeggeri e spettatori, sette feriti, ma le carte ci dicono che la cosa finì lì. Non ci furono conseguenze, non ci furono chiacchiere. La saggia prudenza degli Ottajanesi.Sebbene a Napoli si dicesse che “i poveri” andavano a Montevergine di Ottajano, e i ricchi a Mercogliano, i documenti rivelano che già negli ultimi anni dell’’800 per la festa di Montevergine le carrozze dei “ricchi” di Napoli e del Vesuviano salivano anche a Ottajano. L’8 settembre del 1910 il posto di guardia dei “Seggiari”, sul confine tra Somma e Ottajano, registrò che a mezzogiorno erano passate, dirette verso Ottajano, 96 “carrozze”: e il temine indica in modo inequivocabile vetture “eleganti” tirate da almeno due cavalli, ornati, come imponeva il cerimoniale della festa, di pennacchi e di gualdrappe colorate.  Molti carri, trainati da asini e da buoi, entrarono in città dalla via di Sarno e vennero “parcheggiati” lungo la Masseria Greco. Venti giorni dopo il comandante delle guardie urbane ottajanesi spiegava al sindaco che non era stato possibile evitare risse anche gravi, e bloccare “mariuoli e altra pericolosa gente” perché la folla dei pellegrini era stata “innumerabile”.  Il che dimostrava che già vigorosa era la resurrezione della città, distrutta quattro anni prima dal Vesuvio.

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