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Storie dalle città invisibili: zia Luigina

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Mia zia si chiamava Luigina. Molte famiglie, tra la fine della guerra e gli anni Sessanta, accoglievano una zia non sposata, che aveva trascorso gran parte della vita ad accudire gli altri e poi, rimanendo sole, accettavano di abitare con sorelle o fratelli. Una specie di famiglia allargata e inclusiva, si direbbe oggi, che faceva più bella la vita.

Era una vecchina leggera, sempre in movimento, un’apina,ma quando si fermava dormiva. Sgambettava dalla mattina presto, ci preparava la colazione e poi via a fare “i servizi”. Si alzava all’alba, perché non voleva che qualcuno in famiglia la vedesse in camicia da notte e con i capelli sciolti. Doveva avere il tempo di riavvolgerli in una crocchia, di sistemarsi e solo allora si accingeva a svegliarci. Quando però si sedeva, anche su una sedia scomoda, soprattutto di pomeriggio, cominciava a sonnecchiare e tutti noi non riuscivamo a capire com’era possibile che una donnina industriosa come lei potesse lasciarsi andare al sonno così rapidamente. Recitava il rosario e già sul nome Maria dell’Ave cominciava a chiudere gli occhi e per un po’ a biascicare:Piena di …”, da quel momento dormiva, con la testa afflosciata sul suo scialletto colorato, di lana morbida. Lo facevo apposta a sfiorarle una mano o il vestito, perché così riprendeva la sua recita da dove l’aveva lasciata per ricadere di nuovo,dopo pochi secondi, nel più totale torpore. La prendevo in giro: “Chi dorme non piglia pesci” e lei imperturbabile, rispondendo, con gli occhi chiusi: “Ma nemmeno pecca!”

Mi aiutava a svolgere i compiti e mi ascoltava quando dovevo imparare la Storia. Ricordo la Rivoluzionefrancese e le sue fasi e le campagne napoleoniche, che proprio non mi entravano in testa: lei con il libro aperto sulla gonna ed io a guardare in cielo.

Luigina, non aveva fatto grandi studi, ma una cosa che amava era leggere. Di solito erano libri di santi o un libretto di preghiere nero con le pagine bordate di rosso, che messo di lato faceva una bella impressione ed era elegantissimo: nero e rosso.

Abitava una città invisibile, quella di una donazione totale al lavoro e alla casa, ma senza lasciare una sola occasione per riprendersi un po’ di sonno. Una creatura mansueta e determinata. Con il suo velo nero in chiesa mi sembravauna di quelle sante sempre in secondo piano, quelle che lavorano e tacciono. Mi piaceva il suo silenzio con le braccia conserte.

Ogni anno, alla Befana, mi faceva trovare un libro. Aspettavo quel regalo come una boccata d’ossigeno. Ricordo ancora le mitiche edizioni Boschi: Michele Strogoff, Robinson Crusoe, Il giornalino di Gian Burrasca. Sento ancora oggi l’odore di quei libri. Ne sfogliavo le figure e mi andavo a vedere qual era il punto del romanzo corrispondente alle didascalie, così potevo immaginare, prima ancora di leggere il testo completo,l’episodio rappresentato: l’accecamento di Strogoff che però, grazie alle lacrime, salva la vista oppure il recupero delle masserizie sulla nave affondata di Robinson.

Nella mia città invisibile lei è una delle abitanti principali. La guardavo esistere placida, seguivo il suo respiro lento e sorridevo rassicurato. Non ho più dimenticato la sua quiete e quando leggo o studio medito il suo gentile mistero.

Michele Montella

L’immagine: Madonna dell’impannata Raffaello, particolare.

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