Zi’ Giovanni, ottajanese, venditore di porcini lungo le strade di Napoli e cantore delle virtù afrodisiache dei porcini del Vesuvio. Le due versioni letterarie del “dongiovanni” napoletano, che si illude di essere un “incatenacuori” e alla fine si trova schiavo “incatenato” di una donna: un personaggio inquieto e insicuro, “scuièto”. I “dandy” della Napoli della “Belle ‘Epoque”: Ferdinando Russo, poeta geniale, Marcello Orilia e Giovanni Rapi, che fu il camorrista “elegante” nella Onorata Società di Enrico Alfano.
Ingredienti (per 4 persone): gr. 400 di tagliatelle; gr.300 di porcini “vesuviani”; olio d’oliva del Vesuvio; uno spicchio d’aglio; un bicchiere di Vesuvio bianco; mezza cipolla; un mestolo di brodo; mezzo cucchiaio di farina; prezzemolo e menta; provolone del Monaco grattugiato; sale. Mettete in un tegame l’olio, l’aglio e la cipolla tritata alla grossa: quando il tutto sarà dorato, togliete l’aglio, calate i funghi tagliati a fettine, mescolate con calma e a lungo, cospargendo le fettine con abbondante prezzemolo. Quando vedrete che i funghi, avendo perso acqua, si sono “arrognati”, e cioè si sono rimpiccioliti, bagnateli lentamente con il vino e poi, a intervalli, con cucchiaiate di brodo, in alcune delle quali aggiungerete la farina. Rigirate il tutto a lungo e delicatamente, e intanto incominciate a lessare la pasta. Quando la cottura dei funghi sarà giunta a perfezione, versate nel tegame le tagliatelle al dente, lasciate che prendano sapore nel sugo. Servite in tavola il “piatto” cosparso di provolone grattugiato e rinfrescato dalla menta.
La tradizione dei poteri miracolosi dei funghi ha radici antiche, ed è di struttura complessa, perché alle virtù comuni a tutti i funghi e note a tutte le fattucchiere abbina i pregi specifici dei porcini: i quali pregi diventano prodigiosi se i porcini sono quelli del Somma – Vesuvio. La lava di fuoco, si sa, può essere letta in molti modi, e una lettura piacevole e maliziosa era quella che per anni venne recitata, all’ingresso di via Giacomo Savarese, a Napoli, proprio di fronte alla Stazione Centrale della Vesuviana, da un arzillo vecchietto di Ottaviano – lo chiamavano tutti zi’ Giovanni, se la memoria non mi inganna –, il quale invitava i passanti a comprare i suoi porcini “vesuviani”, sistemati in due, tre cestini, proclamando, con un filo di ironia nella voce, che “anche l’addore ‘e ‘sti funge votta fuoco”- il solo odore di questi funghi già sprigiona fuoco -, “ e ‘sti funge fanno arrizzà’ ‘e capille ‘n capo pure a chi nun ‘e tene”. Questa “chiamata” non ha bisogno di spiegazione, ma non credo che l’arguto venditore di funghi si rivolgesse ai calvi e agli “scucciati”. Quei funghi erano, secondo zi’ Giovanni, un balsamo energetico per i donnaioli, che i napoletani chiamavano e chiamano “sciupafemmene”, e un tempo anche “pettulelle”, cacciatori di “pettole”, di quelle donne dai costumi tanto liberi da mostrare al pubblico, allusivamente, anche “’a pettola”, il lembo intimo della camicia.
Il ruolo del “dandy”, dell’elegantone conquistatore di donne, nella Napoli della “Belle ‘Epoque” venne interpretato da Marcello Orilia, da Giovanni Rapi, che era membro importante della camorra di Enrico Alfano, e da Ferdinando Russo, poeta geniale, ma condannato alla “terza fila” dai poteri forti, e , in particolare, dall’onnipotenza di don Benedetto Croce. Ferdinando Russo è l’autore del testo di “Scetate” – la musica è di Mario Costa – che, a partire dal 1887, anno della pubblicazione, divenne una delle canzoni fondamentali dell’ “amore in musica”: “ Ma tu nasciste pe’ m’affatturà”. Ma la letteratura e la canzone napoletana, orientate, per ragioni sociali, a rappresentare il sentimento dell’amore nel segno della fedeltà, del desiderio spesso inappagato, del tormento, della luna, e della solitudine, si disinteressarono della figura tradizionale dello “sciupafemmene”, e quando se ne occuparono, il loro interesse si concentrò quasi solo sulla dimensione “macchiettistica “ del personaggio. Tende a essere una “macchietta” il protagonista della canzone “’ O sciupaffemene” di Langella, Fierro e Alfieri, che le donne “ ‘ e ppiglia e doppo ‘e lassa lla pe lla”, fa “ciente promesse ‘e spose”, e poi cerca e “s’apparà / cu ‘na nbriacata ‘e vase”. Ma anche su di lui incombe la vendetta del destino, che può avere “’na faccella ‘e santa”: e questa “santa” incatenerà” l’incallito “’ncatenacore”. Deve guardarsi dalla Nemesi dell’amore anche a “o sarracino” della omonima canzone che Nicola Salerno e Renato Carosone pubblicarono nel 1958. Questo “sciupafemmene” Carosone, all’inizio, lo immaginò nero, americano e vestito di bianco, ma nella versione finale “ ‘o bellu vaglione” divenne “nu smargiasso” napoletano, abbronzato dal “sole ‘nfaccia” e “dai capelli ricci”.
Alla fine il donnaiolo napoletano deve accontentarsi di una sola donna, e dell’illusione che almeno su di questa egli possa esercitare la sua potestà assoluta. Ma anche su questo “sciupaffemene” “monogamo” e maschilista Ferdinando Russo esercitò la sua ironia riducendo il tipo nella forma di un malandrino – “’O malandrino” si chiama la poesia – che minaccia “mazzate” e “pacchere azzeccuse a colla ‘ e pesce” alla sua donna, se ella non gli obbedisce e se continua a “regolarsi a ccapa soia”. Ma non basteranno tre porzioni di tagliatelle ai porcini del Vesuvio, per dare a questo malandrino il coraggio di colpire la donna: anche lui è solo “chiacchiere e distintivo”. Per fortuna. Allo “spilapippe” che si permette di “ronzare” intorno alla sua “maesta” egli darà, tutt’al più, uno “sputo int’’a na recchia, e santanotte”.
Il donnaiolo napoletano, in qualsiasi versione, è un personaggio “scuieto”, inquieto, insoddisfatto, insicuro, perché ha a che fare con le donne napoletane, tutte eredi, e da sempre, delle dee antiche più intelligenti e pericolose, le Muse, le Sirene, le Erinni e le Gorgoni.






