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I contraddittori significati che i linguisti attribuiscono alla locuzione napoletana “ sciuè sciuè”, intesa come segno di superficialità e disimpegnata immediatezza, ma anche di azione fluida, scorrevole, capace di effetti piacevoli:  e in questo senso positivo induce a intenderla l’origine etimologica dal latino “fluens fluens”.  Le riflessioni di Degas e di Bernini sulla rapidità come “segno” di perfetto genio artistico. 

 

Veni, vidi, vici (Giulio Cesare)

 

Ingredienti (per 4 persone). 300 g di spaghetti, 800 g di pomodori rossi ben maturi, 10 foglie di basilico, 2 spicchi d’aglio, 8 cucchiai di olio extravergine d’oliva, 1/2 peperoncino fresco semipiccante, sale quanto basta. Scottate i pomodori per 2 minuti in acqua bollente, scolateli, fateli raffreddare, pelateli e tritateli finemente. Fate scaldare l’olio in una casseruola antiaderente e fatevi imbiondire gli spicchi d’aglio schiacciati. Aggiungete il peperoncino (meglio quello fresco semipiccante) nel soffritto. Unite la polpa dei pomodori, salate e fate cuocere a fuoco vivo per 15 minuti senza fare asciugare troppo il sugo (che deve rimanere molto morbido).A fine cottura, rimuovete l’aglio, mettete le foglie di basilico spezzettate con le mani, aggiungete un filo di olio crudo e aggiustate di sale. Nel frattempo fate cuocere gli spaghetti in abbondante acqua salata. Scolateli ben bene e tuffateli nella padella contenente il sugo. Saltate la pasta nella casseruola col sugo spolverando con del formaggio grattugiato. Servite caldissimo.( Dal sito: Detti napoletani)

 

Per quasi tutti gli studiosi della lingua e della cultura di Napoli la locuzione “sciué sciué” indica una cosa fatta con “superficialità, alla buona, senza eccessivo impegno, insomma in maniera fluente, scorrevole e con semplicità”. Scrive nel suo dizionario Sergio Zazzera che “sciué sciué” significa “superficialmente, sommariamente, con leggerezza, senza impegno”. In un sito in cui si parla di canzoni napoletane leggo che nel 1957 Ferdinando Albano e Ettore De Mura composero “Serenatella sciuè sciué”  “ in un paio d’ore e senza particolare impegno”: eppure la canzone riuscì piena di piacevolezza e di grazia, “gradevole e orecchiabile”: “sciué sciué” “sta a indicare un modo di fare veloce, pratico, senza molte pretese, ma estremamente efficace”. Si sente chiaramente, in questi commenti, lo stridio delle contraddizioni, e forse l’ indagine etimologica potrà rendere lineare e coerente la sequenza dei significati. Non prendiamo in considerazione l’ipotesi che la locuzione derivi dal verbo francese “échouer”, che suona più o meno in modo simile, ma significa “fallire”, e dunque indica un campo semantico antitetico. La sola etimologia convincente è quella che fa della locuzione la trascrizione in lingua nostra di “fluens fluens”, l’iterazione del participio presente del latino “fluo” che sta a indicare, nella forma stessa oltre che nel significato, una fluidità, una scorrevolezza che non incontrano ostacoli, non conoscono intoppi. Le leggi delle variazioni fonetiche confermano l’etimologia: il gruppo “fl” tende a diventare in lingua napoletana “sc”, come dimostrano “sciummo” (da “flumen” e da “fiume”), “sciore” (da “flos” e da “fiore”) e tutti i sostantivi e i verbi dello stesso spazio semantico. Una cosa fatta “in maniera fluente e scorrevole” non si può dire che sia realizzata con “superficialità e alla buona”. Un giorno, un giornalista francese di cose d’arte notò che Degas tracciava sul disegno di una stiratrice (vedi immagine in appendice) i punti di massima luce manovrando il pastello bianco e quello giallo con una rapidità frenetica, come se la mano fosse guidata non dalla riflessione, ma dal caso: e ne parlò all’artista. Il quale, continuando a disegnare macchie e linee con i pastelli, ribatté che egli non faceva altro che riportare sulla carta i segni che già aveva tracciato sul corpo della stiratrice nella sua mente: l’artista che, mentre lavora all’opera, si ferma a pensare, a riflettere, dimostra di non aver dentro di sé l’immagine chiara di ciò che vuole rappresentare. E potremmo ricordare che Lorenzo Bernini usava spesso il termine “fluens” per indicare la miracolosa fluidità delle linee che segnano, nelle sue sculture, lo snodarsi dei volumi. E “fluens” è, in filosofia, lo scorrere del tempo, del tempo esterno, del tempo interiore. L’azione rapida e fluida non è sempre impulso superficiale: al contrario, essa è spesso l’atto in cui si realizza, al di là di ogni dubbio e di ogni incertezza, l’idea a lungo meditata e precisamente disegnata in ogni particolare. Non ci vuole molto tempo per cucinare gli spaghetti “sciuè sciuè”, perché  l’inventore della ricetta la pensò e la descrisse come una sinfonia, nota per nota. E poco fa notavo, sullo schermo del computer, che Von Karajan dirigeva talvolta come se pensasse ad altro, e fosse distratto. Ma le sue mani eseguivano, d’istinto, il moto “fluens” e “chiamavano” dagli strumenti la musica.