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Nella Somma Vesuviana del primo Novecento, i giochi – sia singoli che di gruppo –  venivano eseguiti non solo con pura semplicità, ma, soprattutto, utilizzando i materiali disponibili. 

 

La fantasia dei bambini veniva stimolata da ogni sorta di oggetto, come ad esempio le pacchiole (cocci di pietre piatte), i cerchi di botti in disuso, i sacchi di iuta, fino ad arrivare all’utilizzo delle palline di vetro. In particolare negli anni ’40 del Novecento si praticava tra i ragazzi la cosiddetta mazza e pivz. Era una specie di rudimentale baseball che consisteva in due aste di legno: una più lunga, fungente da mazza battente, e l’altra cortissima, costituente l’oggetto di lancio, che veniva poggiata su una base di appoggio. La mazza più piccola veniva colpita e spinta a distanza. Chi riusciva a raggiungere la distanza maggiore, risultava essere il vincitore. Altro divertimento era quello citato della corsa col cerchio, consistente nel far rotolare un cerchio di botte, colpito da una mazza di legno, tenendolo in equilibrio per un percorso stabilito. Poi arrivò il gioco del nascondino detto anche trentuno e quello denominato quattro soldi con le monete in disuso.

Un gioco, però, alquanto pericoloso – come ci racconta l’ing. Vincenzo Romano – utilizzava la polvere pirica o nera. Lo spasso consisteva nel praticare un foro con un chiodo sulla testata di una lattina. Normalmente erano scatolette di carne lasciate dagli alleati americani nella cui camera veniva inserita una cartuccia di polvere nera con una miccia disposta fuori dal piccolo buco. Il dispositivo ottenuto veniva poggiato per terra e tenuto fermo con del terreno. Quando tutto era pronto, i ragazzini, tranne l’addetto all’accensione, si allontanavano per godersi lo spettacolo del lancio. Il fragrante scoppio del petardo provocava una spinta verso l’alto della scatoletta, che raggiungeva una ragguardevole altezza con grande gioia di tutti. Questo gioco, dicevamo, non del tutto innocuo, costituì successivamente il principio su cui si baserà il primo lancio nello spazio, come riferisce il Romano. 

Un gioco di gruppo, impostato sulla resistenza, era il salto sulla schiena: il primo ragazzo sorteggiato si appoggiava al muro all’ in piedi, mentre un secondo si appoggiava a schiena curva al primo, dovendo sottoporsi al supplizio di sopportare sulla schiena il peso di almeno due degli altri per un certo tempo.  Se i saltatori non riuscivano a montare sulla schiena, andavano ad accodarsi a quello con la schiena curva;  in caso positivo, invece,  si invertivano i ruoli con i saltatori che dovevano sopportare i pesi sulla schiena. 

Infine, vi era il gioco di gruppo dello schiaffo con il solito sorteggio. Stavolta, lo sfortunato doveva celare la vista con una mano, apponendo l’altra sotto l’ascella, su cui venivano effettuate dure stoccate. Appena scoperto l’autore del gesto, c’era il passaggio di mano. Naturalmente tutti questi giochi, all’epoca, erano considerati ad appannaggio dei maschietti nel limitato tempo libero. Il carruocciolo, ad esempio, era la sfida veloce da formula uno degli scugnizzi di via Pigno. Quei ragazzini, già in tenera età, venivano avviati al lavoro artigianale. Le bambine, invece, eccedevano nell’arte del ricamo o della filatura. Insomma, non esisteva riposo. 

Nell’immediato dopoguerra, con la presenza delle forze armate alleate sul territorio, parecchi ragazzini scambiavano spesso gli strumenti di guerra per innocui giocattoli. Si trattava, all’epoca, di intere casse di munizioni incustodite e sparse un po’ ovunque. La materia offriva un notevole interesse ai più curiosi: da un lato cartucce facili per i cacciatori; dall’altra una buona opportunità per ricavare metalli, come il bronzo, da poter vendere al mercato nero. Spesso, però, l’operazione dello svuotamento dei proiettili di grosso calibro si concludeva con tragici risultati come la perdita parziale o totale degli arti superiori fino a giungere alla morte. La miseria, unitamente all’ignoranza, comportava tante volte atti imprudenti. Ma in tutto questo c’era anche qualche gioco semplice lasciato in omaggio dagli americani. Vale ricordare quello della palla di gomma, che costituì un valido passatempo, praticato nel letto degli alvei o in qualche cortile più capiente. Si trattava di un pesante pallone di gomma, utilizzato in tempi di povertà con i  piedi nudi, tanto che procurava forti bruciori e numerose ferite. Erano quei soliti e piccoli gruppi di ragazzini curiosi, che si intrattenevano, poi, con gli anziani del posto in quei lunghi racconti fantasiosi in un’epoca di primitiva felicità.