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Somma Vesuviana, un viaggio attraverso il tempo tra i primi geometri, agrimensori, ingegneri e architetti

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A questi primi tecnici si deve l’immagine del paesaggio e innumerevoli delineazioni al servizio della progettazione e realizzazione delle loro opere. Intervista al decano degli ingegneri Vincenzo Romano, curatore di un libro inedito sulla vita sociale del paese.

Alla fine degli anni ’50 del Novecento,  l’urbanistica era regolata dalla legge nazionale n. 1150/42 e, a tal riguardo, la maggior parte delle comunità non era ancora dotata di un vero e proprio piano regolatore. Le progettazioni ufficiali in città – sostiene l’ing. Vincenzo Romano nei suoi inediti scritti –  erano riservate solo a poche eccezioni. Sin dagli anni ’20, la figura di spicco dell’architettura sommese era stata Wladimiro Del Giudice fu Errico (Valdimiro, 1871 – 1960), il cui ricordo è ancora legato al progetto iniziale del monumento ai Caduti della Grande Guerra. Per il resto in paese non vi erano altre figure professionali, né progettisti e né tantomeno controlli. Il tutto era affidato a capaci e valenti mastro muratori. Nel campo dell’agrimensura, invece, la mancanza di professionisti del settore faceva si che molte operazioni di frazionamento e misurazione agraria venivano affidate a soggetti non addetti ai lavori. Il catasto, all’epoca, era nominativo e il rilievo delle superfici, che non eccedevano il 10%, non era richiesto. Non era escluso l’intervento di faccendieri e di persone di rispetto, che non solo determinavano le quote, ma appianavano spesso situazioni conflittuali. Nel dopoguerra, iniziarono ad apparire sulla scena cittadina le prime rare figure professionali del settore: periti agrari e geometri. A Somma Vesuviana, il primo ad esercitare l’attività di geometra fu Antonio Ambrosio di Rione Trieste, che dopo qualche anno di attività, si trasferì a vivere nella vicina Ottaviano. L’attività di agrimensore, invece, veniva espletata, prevalentemente, da due encomiabili persone: Clemente Feola e Camillo Aliperta, i quali – sebbene non titolati –  espletavano il servizio con grande diligenza: il primo era mediatore di frutta, mentre il secondo era un apicoltore. Entrambi operavano concretamente sul campo, servendosi di soggetti abilitati. Feola si appoggiava, come riferimento, al geometra Giovanni Piccolo da Brusciano, mentre Camillo Aliperta poteva contare sul fratello Gaetano, colonnello e geometra, per la legittimazione degli atti formali. Il colonnello Aliperta, altresì, fu anche un valente maestro agrario, in virtù dei suoi studi di agraria alla Facoltà di Portici. Nel campo delle costruzioni, l’unico ed efficace controllo – in assenza di un vero ufficio tecnico municipale – veniva esercitato dai funzionari dell’Istituto delle Entrate, gestito dai cosiddetti agenti daziari, che perlustravano l’intero territorio in cerca di attività soggette ad imposte. Solo più tardi entreranno in scena i geometri Giovanni Cerciello e Francesco De Stefano, in qualità di esperti tecnici municipali. Intanto, precedentemente, cominciò a farsi strada, come agrimensore, il perito agrario Antonio Cimmino alias giucca, che, dopo aver conseguito il diploma di geometra, divenne un valido insegnante tecnico-pratico presso l’Istituto Agrario di Ponticelli e, infine, avvocato. Nel 1961, Somma Vesuviana fu inserita nell’elenco delle città soggette al vincolo della Sovrintendenza ai monumenti, in attuazione della legge 1497/39. Da quel momento in poi, ogni attività edilizia era soggetta al relativo nulla osta per il rilascio della licenza edilizia da parte del sindaco. Per tale motivo, fu istituzionalizzato finalmente un ufficio tecnico municipale, gestito da un professionista, specializzato nell’esame delle pratiche. Il primo dirigente, a ricoprire il ruolo, fu l’ing. Fernando Portanova, che, all’indomani della nomina, dovette subire un primo processo penale per il crollo delle strutture del costruendo mercato ortofrutticolo di Mercato Vecchio. Riabilitato dai giudici, Portanova fu reintegrato nelle sue funzioni, rimanendo in carica fino al pensionamento. Successivamente, il ruolo passò al geometra Nicola Pardo, divenuto architetto, e da altri dirigenti avventizi.

Con l’approvazione nel 1961 del piano verde, con la necessità di dotare le abitazioni dei necessari servizi igienici – sanitari e con una migliore disponibilità economica delle famiglie, iniziò un forte sviluppo nel mondo del lavoro con il coinvolgimento di tutte le attività connesse al settore dell’edilizia. Le prime costruzioni moderne, da due o tre piani, iniziarono a soppiantare quelle tradizionali, grazie all’ impiego del nuovo materiale del secolo: il calcestruzzo armato, impropriamente detto cemento. Il primo progettista di opere di un certo rilievo a Somma fu l’ingegnere Antonio D’Ambrosio, realizzatore di edifici a torre, di cui ancora oggi esistono vari esempi. Risalgono, a partire dal 1961, la realizzazione delle torri (grattacieli) di via Raimondi, via San Giovanni De Matha, via Indolfi, via Gobetti e così via: tutte opere nate da una speculazione dell’epoca, certamente da non imitare come modelli. E’ il momento del boom edilizio.

Nel 1970, l’ingegnere Tonino D’Ambrosio, unico presente sul territorio con un suo studio professionale, si candidò e venne nominato sindaco il 17 luglio del 1971. La sua attività professionale, in ogni caso, proseguì e, anzi, si rafforzò grazie ai numerosi progetti degli edifici più rappresentativi della città. Era il periodo, in cui il progressivo miglioramento delle condizioni sociali portò ad investire nelle realizzazioni delle costruzioni a scopo abitativo e alle lottizzazioni. Fu approvato definitivamente il programma di fabbricazione e subito adottato il piano regolatore generale, che però dovette attendere circa dieci anni per l’approvazione finale, avvenuta solamente nel 1983 e tutt’ora vigente. A partire dal 1971, intanto, entrò in scena l’ingegnere Michele Autorino. Inizia, così, il grande dualismo tra i due professionisti: da un lato, Tonino D’Ambrosio, sindaco fino al 1974, già noto ed affermato professionalmente; dall’altra, il nuovo astro nascente Autorino, sponsorizzato dal successivo sindaco Francesco De Siervo, subentrato a D’Ambrosio nella seduta del Consiglio municipale dell’8 aprile 1974 . L’interesse e la potenzialità dei due professionisti in questione non conoscevano sosta ed ostacoli: l’ex sindaco D’Ambrosio, ormai grande conoscitore della macchina amministrativa, era ben addentrato nei meccanismi dell’ufficio tecnico, mentre  a bilanciare l’equilibrio vi era il sindaco De Siervo con il suo pupillo Michele Autorino. Entrambi si accaparravano i più importanti lavori pubblici e privati. A parte il dualismo D’Ambrosio – Autorino, intanto, nuove figure emergevano nel settore urbanistico – progettuale: l’ing. Michele Giglio Sessa; l’ing. Giuseppe D’Avino con incarico provvisorio all’ Ufficio tecnico e poi emigrato altrove; l’ ing. Francesco De Stefano con incarico, anch’esso, provvisorio; l’ ing. Luigi Magaldi, dirigente; l’ arch. Alberto Angrisani; l’ing. Vincenzo Romano. Siamo, comunque, nella prima metà degli anni ’70 e, certamente, questo era il periodo florido della realizzazione delle costruzioni sull’intero territorio, sia nel rispetto della normativa, sia abusive.

L’abusivismo, in particolare, nasceva, dal vincolo imposto, come abbiamo già detto precedentemente, dalla Sovrintendenza ai monumenti. In relazione a tale situazione, il sindaco De Siervo, sensibile agli interessi dei cittadini, si attivò subito, fornendo ai richiedenti un surrogato della licenza edilizia: una sorta di autorizzazione che consentì agli utenti, sotto piena responsabilità, di poter procedere alle realizzazioni delle costruzioni richieste. Le autorizzazioni rilasciate all’epoca furono ben 1220: il sindaco De Siervo finì sotto processo, ma non per questo condannato. Molte altre persone, invece, approfittarono dell’occasione per realizzare ancora altri abusi.

Dopo aver rivolto l’attenzione alle vicende storiche degli agrimensori, geometri e i primi ingegneri, chiediamo al decano degli ingegneri sommesi, Vincenzo Romano, il suo percorso formativo e professionale e alcuni chiarimenti sull’abusivismo edilizio.

 Ingegnere, come intraprese la pratica del mestiere all’epoca?

“A  partire dal 1962, ero ancora studente presso l’ITIS per la specializzazione in edilizia. Vivevo in via Pigno ed ero desideroso di apprendere concretamente la pratica del mestiere. Non avendo in famiglia alcun riferimento, mi affidai all’unico professionista esistente in zona: il geom. Antonio Ambrosio di Rione Trieste. Iniziai la collaborazione, contribuendo ad effettuare i primi rilievi topografici, tipici del mestiere. Dopo un anno mi diplomai e mi iscrissi all’albo dei periti edili, acquistando i primi strumenti ed iniziando, autonomamente, l’attività professionale. Seppure in difficoltà, l’impegno e la buona volontà mi consentirono agevolmente di superare i primi ostacoli”.

Quali furono i suoi primi approcci lavorativi?

“Andavo per l’intero territorio effettuando rilievi su commissioni ricevute da privati. Il confronto fu determinante con altri operatori. All’ epoca, gli uffici del Catasto erano basati sul cartaceo e gestiti da personale, spesso non tecnico, che ci offriva la possibilità a noi giovani di poter collaborare nelle ricerche. Nel mondo delle costruzioni, le tecniche erano improntate alla massima semplicità, soprattutto nella  documentazione da esibire”.

Quale era il ruolo degli enti preposti alla vigilanza?

“La Sovrintendenza, all’epoca, non era molto esigente, ed in caso di necessità, i tecnici erano decisamente collaborativi, contribuendo alla risoluzione dei problemi, che si palesavano.  Successivamente, nella seconda metà degli anni Settanta, iniziò un periodo di confusione con la nascita dell’Ente Regione. A determinare tanta confusione fu la soppressione della Sovrintendenza ai Monumenti e l’impreparazione della nascente Regione. Tale situazione non diede i frutti auspicati”.

Che cosa comportò l’imposizione dei nuovi vincoli?

“Di lì a pochi anni, iniziò la campagna dell’imposizione dei vincoli con il Decreto Galasso. Intanto, l’avvento del triste e luttuoso terremoto del 23 novembre 1980 portò scompiglio per il gran numero di vittime. La sicurezza, condizionata dalla rischiosità del paese, diede impulso alla ricerca di nuove regole e tecnologie per fronteggiare la vulnerabilità di intere aree. Per questo motivo si introdussero ulteriori vincoli e norme per ridurre e limitare l’edificabilità. Seguirono in ordine: il vincolo del Parco Nazionale del Vesuvio;  il vincolo della Zona Rossa, atto ad escludere gli insediamenti residenziale dell’intera area vesuviana;  e, infine, quello antisismico per fronteggiare eventuali calamità”.

Sul tema dell’abusivismo, infine, cosa ci può dire?

“Il territorio, vuoi per necessità, ma anche per speculazione, è disseminato ancora oggi da costruzioni abusive, incentivate da un sistema di norme poco chiare. Intervenire non è semplice, considerata soprattutto la complessità della situazione in campo. La complicità tra i controllori ed i controllati, il malaffare, e, in particolare, la politica corrotta del nostro paese hanno sempre riconosciuto la gentile concessione di favore. Una cosa è certa: coloro che, formalmente, non sono stati sanzionati, dovranno rispondere alla loro coscienza per i danni che furbescamente hanno causato. Comunque, dopo ben 37 anni dall’entrata in vigore delle legge n. 47/85, l’annoso problema della sanatoria, nel termine di solo 24 mesi, non si è ancora concluso, danneggiando non solo coloro che, meritevolmente e legittimamente, vi avevano fatto ricorso, ma facendo nel contempo divenire endemico il fenomeno.  Ritengo che sarebbe saggio, nell’interesse di vittime e carnefici, di porre fine al dannoso e disgustoso comportamento, in relazione soprattutto alla credibilità delle Istituzioni preposte”.

(FONTE FOTO:EDISESBLOG)

 

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