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La “figura” del guappo tra letteratura e realtà

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Don Ciccio Sgambati, il guappo “disegnato” da Giuseppe Marotta nell’”Oro di Napoli”, pare un personaggio dell’immaginazione letteraria, e invece è figura ispirata dalla realtà sociale della città. Il suo “tramonto” ricorda quello di un guappo ottajanese, Giuseppe Nunziata, detto “Tempesta”.

Non è stato facile né per gli storici di professione, né per gli scrittori napoletani – Ferdinando Russo, Anna Maria Ortese, Eduardo De Filippo e Giuseppe Marotta – disegnare, in tutte le sue sfumature, la figura del “guappo” indicando con precisione come e in che misura questa figura si distingueva da quella del camorrista. Scrisse Giuseppe Marotta che il guappo “era un criminale e non lo era. Più che mettersi fuori della legge egli le opponeva una sua legge. Era, a suo modo, cavalleresco e talvolta eroico. A suo modo si rendeva utile alla città e temeva Iddio”. Nel 1872 il prefetto di Napoli Mordini, un implacabile nemico della camorra, chiese al commissario del quartiere Porto qualche notizia sul camorrista Luigi Valese. E il commissario gli rispose che costui passava la giornata ad “amministrare la giustizia” davanti al suo negozio di cappellaio. Non osò, il commissario, spiegare a Mordini che Valese non era un camorrista, ma un guappo, uno di quei guappi “capaci di iniziare qualsiasi controversia con un “dichiaramento”, pronunciato non tanto in dialetto napoletano, quanto in un “approssimativo italiano”, in cui veniva osservata con scrupolo una “cortese procedura”, consistente nel “protrarre con atroce diplomazia i preliminari della selvaggia azione”, glorificata poi involontariamente dai giornali cittadini” (Alberto Granese). L’arma di questi guappi “aristocratici” era il bastone: se le cose si ingarbugliavano, usciva fuori il coltello. Socio di una impresa di pompe funebri era Don Ciccio Sgambati, il guappo dell’“Oro di Napoli” di Giuseppe Marotta, che “inaugurava bettole e caffè, dirimeva vertenze, fissava il prezzo di certe derrate, puniva e premiava” e convinceva i seduttori di infelici ragazze a indicare subito la data delle nozze riparatrici. Si chiedeva Giuseppe Galasso perché il sottoproletariato napoletano non era stato toccato dal processo di modernizzazione urbana condannando Napoli a non diventare una metropoli moderna. Secondo il Granese, la risposta è nelle opere di Raffaele La Capria: la borghesia, non avendo saputo fare la rivoluzione democratica, “ne ha fatto una, per così dire, esistenziale, perché non riuscendo a divenire classe dirigente, ha assorbito tutte le istanze e i sentimenti della plebe e li ha culturalmente interpretati” per addolcirli. Questa complicata identità è l’immagine dominante di Napoli nel mondo. In questa città “porosa” – così la definiva W. Benjamin- può capitare che don Ciccio Sgambati, il guappo di Marotta, venga detronizzato da “uno studente universitario dei più sprovveduti”, il quale, non avendo i soldi per pagarsi i libri e l’ alloggio in pensione, chiede al guappo la metà delle tangenti che gli pagano i venditori del mercato rionale della frutta. Il guappo lo deride, ma lo studente lo schiaffeggia, ed evita abilmente i colpi del bastone. Infine don Ciccio crolla a terra, colpito dall’avversario: accetta la sconfitta, cede alle richieste dello studente, che poi diventerà un grande avvocato penale e difenderà in tribunale i più noti guappi. La prosa diventa poesia quando Giuseppe Marotta descrive il tramonto di don Ciccio, che passa la giornata seduto su una panchina a Port’ Alba, con il rosario tra le dita: e la gente ora si accorge che è anche balbuziente, e ride di lui: e intorno al vecchio che a poco a poco si assopisce “sta la mia pazza, la mia mitologica, la mia cara città”.Nel settembre del 1874 il sindaco di Ottajano confermò al prefetto di Napoli ciò che gli aveva già scritto sei mesi prima, e cioè che l’ottajanese Giuseppe Nunziata, detto “tempesta”, non creava più problemi come quando esercitava il mestiere di “guappo” lungo la strada tra Ottajano e il “vallo” di Scafati, una strada percorsa ogni giorno, nei due sensi, da decine di carri che trasportavano merci di ogni genere. Giuseppe Nunziata si era arreso agli anni e ai camorristi della camorra “bassa”, che gli avevano ordinato di ritirarsi: passava la sua giornata nella “cantina” della Zabatta e a chi gli offriva un bicchiere di vino raccontava storie di duelli, di pacificazioni, di briganti. Storie vere, storie inventate. Quando ero ragazzo, mi dissero che i “guappi” avevano una fervida fantasia.

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