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Somma Vesuviana, il palazzo Alfano De Notaris da Casa Raho a Casa Raia

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Il Dott. Domenico Russo, a conclusione di un suo articolo sul monumentale palazzo Alfano – De Notaris, apparso sulla rivista Summana n° 25, così scrive: …Lo studio del palazzo De Felice – Alfano De Notaris, già Filangieri, è la prova più deprimente di come il nostro patrimonio artistico e culturale vada in malora. Queste parole, tra pochi anni, saranno l’unica testimonianza di un gioiello dell’arte e dell’architettura meridionale.

Palazzo Alfano De Notaris in via Casaraia

Quest’antico palazzo nel 1569 entrò nei possedimenti della nobile famiglia Filangieri: Camillo, nato nel 1528 a Trani e sposato nel 1562 con Beatrice Mormile, governatore di Nola dal 1563, acquistò dai nobili Raho la casa palaziata con giardino e pertinenze, sita ubi dicitur factie fronte q.llo che fu del qm. rev.do cap.lo despessa a la via di Napoli alias Casa Raho (ASN, Notai del XVI secolo/ Maione Carlo, 1569, fascio 4, pagg. 41t). La famiglia Raho, che godette nobiltà in Napoli ai seggi di Porto e Portanova (cit. G.B. di Crollalanza) – annoverava a Somma tanti nomi illustri: Hettore (de) Raho, nobile confratello della congrega di Santa Caterina nel 1593; Michele Raho, giurato della Corte locale nel 1604; Gio: Troiano Raho, giurato anch’esso della Corte locale nel 1637; Giohanello Raho, fittatore della gabella della carne nel 1640; Giulio Raho, gabellota del quartuccio; Giovanni Raho, sindaco nel 1657 (cit. A. Di Mauro, I Magnifici).

Stemma Famiglia Raho

A conferma ulteriore dell’acquisto del Filangieri, nel 1586 vi è anche attestata nel palazzo una cappella di padronato laico del detto Camillo, dedicata a San Geronimo, come riporta ancora il dott. Domenico Russo in un suo scritto sulla rivista Summana n° 26 a pagina 13.

Casa Raho da una ricostruzione sulla Pianta del      cartografo L. Marchese

L’attuale toponimo di via Casaraia, certamente, non è altro che il nome dell’antica strada Casa Raho, variato in Casa Raia nel corso dei secoli. Il cognome Raho, ad un certo punto, inizia a variare in Raio e Raja (raja, rao, raho, rau, ecc.) per concordanza sonora e popolare con l’usuale cognome Raja (Raia), tipico di tante famiglie di bracciali della città, il cui significato siciliano ‘raja‘ vuol dire ‘razza‘, un tipo di pesce. Proprio in questa località sulla via di Napoli, i nobili Raho forse avevano immense proprietà, in particolare anche quella vasta parte che attualmente comprende i due noti portoni di strada Casaraia, di cui uno di questi sbuca a via Roma. Nel 1744, epoca della stesura del Catasto Onciario, troviamo a pag. 805r tra i forestieri napoletani abitanti in Casa Raja il privilegiato Gioacchino de Felice, sposato con Elisabetta Cangiano, con i figli Angelo, Vincenzo, Giovanni, Nicola, Irene, Caterina, Lucia e Troiana. Con Gioacchino viveva anche la madre Giulia Raja di 76 anni. Ebbene, la cosa che più risalta è che il de Felice possedeva all’epoca un ospizio di case consistente in tre camere e cinque bassi nel luogo detto Casa Raja quondam li beni di don Antonio Raja e di don Filippo Firlingieri, diviso in due corpi uniti, con tutte comodità per proprio uso a riserba di due bassi, che ne ricavava d’affitto annui ducati otto […]. A pagina 666 del librone catastale, oltretutto, risulta un giardinetto a Casa Raja, appartenente al diacono don Giovanni Raja, quondam li beni di Francesco Raja […]. Lo stesso giardino altresì attestato, alla particella 300, dal cartografo Luigi Marchese nella sua Pianta di Somma del 1799-1800, conservata al Museo di Capua. Il Catasto Provvisorio francese del 1811 attesta alla voce Raja eredi del q. Rev. Sig. Giovanni una casa di abitazione e un giardino, che passeranno nel 1816 al nobile d. Antonio de Felice del q.m Pasquale. E’ convinzione, quindi, che questi Raja non erano dei semplici operai che lavoravano le terre alle dipendenze dirette (i soliti bracciali come dicevamo), ma discendenti di una classe sociale molto più agiata ed elevata con numerose proprietà. Resta così interpretata, finalmente, l’odierna denominazione di questa strada che lo storico Alberto Angrisani, nella sua dotta e inedita relazione del 1935 sulla Toponomatica cittadina, affermava di non avere alcun significato storico.

Nel lussuoso palazzo di via Casaraia passò, sicuramente, Giovan Battista Filangieri, consigliere del Sacro Regio Consiglio, morto nel 1648 a Napoli, sposato con D. Diana di Gaeta, morta a Somma l’ 11 marzo del 1671 e sepolta in S. Maria del Pozzo. Il 13 febbraio del 1735, d. Camillo Filangieri, nato il 29 gennaio del 1671 a Napoli da Carlo (II) e Cornelia Caracciolo, morì nella Terra di Somma senza prole alcuna, lasciando i beni al fratello d. Filippo col testamento pubblicato il 16 febbraio del 1735 dal notaio Vincenzo Sepe, la scheda del quale si conserva dal notaio d. Francesco de Falco. Don Camillo fu sepolto a S. M. del Pozzo. Dopo la morte, invece, di d. Filippo nel 1743, all’età di 74 anni, la splendida residenza passò al nipote D. Carlo (III) Maria Filangieri, nato a Napoli nel 1705 da Pietro Antonio e Luisa Spinosa d’Avalos, sposato nel 1728 con Angela de Cordova.

Interno cortile (dis. R. D’Avino)

Successivamente, il 1° settembre del 1765, il patrimonio passò da d. Carlo Maria a suo fratello, il sacerdote don Giuseppe Maria, nato il 16 luglio del 1706 a Napoli. Oltre a Carlo Maria e don Giuseppe, vi erano due sorelle monache: Cornelia (n. 1708), in religione suor Maria Anna del Monastero di S. Maria del Divino Amore; Beatrice (n. 1711), suor Maria Cherubina nello stesso monastero dal 1729. Furono queste due sorelle a far realizzare la lastra in marmo nel 1761 in memoria dello zio Filippo, attualmente collocata dietro l’altare della monumentale Chiesa di S. M. del Pozzo. A riguardo, bisogna certificare che sul marmo sia la data della morte di d. Filippo (23 dicembre 1748 – XXIII Decembris MDCCXLVIII) che gli anni attestati al momento del decesso (72 – LXXII) sono sbagliati, in quanto come si apprende dalle inedite notizie dello storico avv. Francesco Migliaccio e dal Discorso genealogico della Famiglia Filangieri del Cav. Erasmo Ricca del 1863, l’illustre D. Filippo Filangiero, figlio del S.r. Carlo, di anni 74, Eques Sedilium Nidi, sepolto in S. Maria del Pozzo sub lapide strato inscripto, morì il 13 novembre 1743.

Blasone di Philippo Filangerio (lapide S.M. del Pozzo)

Il palazzo nobiliare appartenne pure ai Capece Piscicelli, che godevano dei titoli di duchi di Capracotta già dal 1674 [nota essenziale – Andrea Giuseppe Piscicelli (Napoli, 1646 + 1684), patrizio napoletano, comprò il feudo di Capracotta e nel 1674 fu insignito del titolo di duca di Capracotta]. L’appartenenza del palazzo ai Duchi di Capracotta era dovuta al fatto che la nobildonna Francesca Filangieri (+1744, Massa di Somma), sorella di d. Filippo e d. Camillo sopra citati, era andata in sposa il 22 novembre del 1695 al patrizio napolitano d. Giacomo Capece Piscicelli (1650 – 1711), 3° Duca di Capracotta. Nell’ istrumento stipulato il 25 gennaio del 1736 dal notaio Vincenzo Sepe si legge la convenzione che fu fatta intorno ai beni di famiglia tra il citato d. Filippo e sua sorella d. Francesca, all’epoca già vedova.

Chiarito, quindi, esattamente, il rapporto tra i Filangieri e i Duchi di Capracotta, il Dott. Russo afferma che un nuovo passaggio di proprietà avvenne tra i discendenti del Duca di Capracotta e i de Felice tra il 1803 ed il 1811, in riferimento a determinate operazioni patrimoniali. Nel Catasto francese del 1811, infatti, i de Felice già erano insediati nella lussuosa struttura.

G.B. Di Crollalanza, nel suo Dizionario storico – blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti , Pisa, 1886 – Ristampa a cura di Arnaldo Forni Editore, Bologna, Aprile 1998, 396, scrive: Felice (de) di Napoli Originaria di Amalfi, ove si disse anticamente Fenice, ed ascritta a quel patriziato, fu colà signora di varie terre col titolo di barone, conte, marchese e duca. In progresso di tempo si divise in molti rami, dei quali uno passò in Piemonte, un altro nell’Abruzzo, un terzo in Napoli, un quarto in Puglia ed un quinto in Francia. Il ramo di Napoli, dopo la famosa peste del 1600, fuggì nelle campagne di Somma Vesuviana e vi acquistò immense tenute e il palazzo del Duca di Capracotta. – Si divise anch’esso in quattro rami, dei quali due restarono nella città di Somma e due tornarono a Napoli, e furono insigniti del titolo di marchese sul cognome. La linea dei De Felice di Napoli venne dichiarata nobile fuori piazza, e come tale riconosciuta dal Corpo della Città nel 1743. Come abbiamo scritto precedentemente, i De Felice erano però già presenti a Somma nel 1744 con il napoletano privilegiato Gioacchino, la cui madre era una Raja (Raho?). Ecco che tutto ciò ci fa supporre che quella zona dopo l’incrocio che porta a San Pietro, sulla antica via di Napoli (la consolare), era interamente proprietà dei Raho, da cui la località Casa Raho.

Nel registro della Matrice di popolazione del 1819, custodito nell’Archivio storico cittadino, troviamo, residente nel lussuoso palazzo, il possidente don Andrea De Felice con la moglie Maria Giuseppa d’Amato e la sua numerosa prole: Isabella, Antonio, Emanuela, Giovanni (all’epoca diacono), Teresa, Francesco, Ferdinando, Carlo e Raffaella. Con d. Andrea viveva anche la sorella Donna Nicoletta. I De Felice, divenuti ricchi proprietari terrieri, ricoprirono numerose cariche pubbliche e parteciparono alle lotte per il brigantaggio, schierandosi con i Borboni. Lo splendido stemma del portone, con i suoi sgargianti colori, fu voluto, quasi sicuramente, dal figlio sacerdote di Don Andrea, Sac. Mons. Giovanni De Felice, nato a Somma il 28 novembre del 1798 ed ivi morto il 6 giugno del 1877. Diacono nel 1819, divenne, dopo la consacrazione sacerdotale, prima economo curato nel mese di novembre 1820 e poi parroco di San Giorgio Martire nel 1829; l’ascesa si concretizzò il 22 novembre del 1859, quando fu nominato Protonotario Apostolico da Papa Pio IX (A. Di Mauro dall’Archivio Vescovile vol. XXXVII, pag. 104). Fu una carica onorifica di immenso prestigio per l’intera famiglia di Somma. Il neo Cameriere segreto del Papa, pensò bene di attestare la sua nuova nomina con un proprio blasone, dipinto sotto la volta del portone, che raffigura il suo apposito stemma creato per l’occasione. E’ facile che il secondo sacerdote, liberato dalla fucilazione del 23 luglio del 1861 contro i presunti briganti sommesi, fosse proprio lui. L’altro sacerdote liberato fu il Rev. Don Felice (di) Mauro.

Stemma del protonotario apostolico Mons.                          Giovanni de Felice

Blasonatura

Semipartito troncato, nel primo, d’azzurro, con tre pini e tre stelle su un prato al naturale; nel secondo, d’azzurro, con l’uccello mitologico fenice su un tricolle che dispiega le ali e attira i raggi infuocati del sole; nel terzo, d’azzurro, con stemma da protonotario apostolico tutto d’azzurro, alla fascia rossa caricata da una stella d’oro accompagnata in capo dall’uccello fenice che attira i raggi del sole e in punta da un tricolle al naturale sormontato da due sole stelle d’oro sui colli laterali.

L’ Avv. Cav. Nicola Pesacane, perito in araldica e genealogia, ritiene che il primo quarto dello stemma de Felice del Palazzo Alfano non sia quello dei Viola come afferma il Dott. Domenico Russo; entrambi, il primo ed il secondo quarto, potrebbero appartenere ai de Felice. Lo stemma dei Viola – continua l’avvocato – con le viole, tratto dallo Stemmario Montefuscoli, è molto simile a quello della Collegiata di Somma, nel quale in più vi è il vaso ed in meno mancano le tre stelle nel capo, quindi, una duplice brisura (vedi foto sotto).

Stemma Viola/Nozzoli – Collegiata

Il secondo quarto, di certo anche se brisato nel senso che la fenice è posta su di un monte di tre cime, si distingue dagli altri stemmi similari dove l’uccello stesso sorge dalla sua immortalità e vi è una fascia con tre rose; il primo quarto, invece, con i tre pini sormontati dalle tre stelle il tutto su di una campagna erbosa, somiglia a quello dei de Felice originari del napoletano con tre spighe di grano poste su di un monte di tre cime e con un sole nel capo. Ovviamente – conclude il dott. Pesacane – può essere solo una coincidenza. La cosa strana è che negli stemmi partiti il primo stemma di solito è quello paterno (de Felice) ed il secondo stemma quello materno (D’Amato) o anche della moglie che, però, in questo caso non vi è trattandosi di un Sacerdote e, come tale, celibe.

Luttino commemorativo del  Barone Carlo Alfano De Notaris

Intorno alla prima metà dell’Ottocento, parte del palazzo passò alla Famiglia Alfano De Notaris, nobili di Nola e baroni di Cannice, grazie ad un matrimonio tra una figlia di don Andrea De Felice, Donna Teresa (ca. 1798 – 1869), con il nobile nolano don Francesco Alfano de Notaris. La famiglia Alfano era originiaria di Nola, venne aggregata alla nobiltà fin dal 1554. Carlo Alfano, nato nel 1763, sposò Maria Benedetta de Notaris, da cui il titolo di barone di Cannice. Di quest’ illustre famiglia ricordiamo: Carlo Alfano de Notaris (1830 – 1912), Barone di Cannice e Nobile di Nola; Raimondo (Napoli 1891 + Somma Vesuviana 1953), sposato con Paulina Romano (+ Somma Vesuviana 1946); Giuseppina (n. Napoli 1917), sposata a Somma Vesuviana nel 1939 con Mario Mastrangelo; Maria Mercedes (n. Napoli 1920), sposata a Somma Vesuviana nel 1946 con l’avvocato Francesco Rinaldi; Annamaria (n. Napoli 1922), infine, sposata a Somma Vesuviana nel 1942 con Vincenzo Tripoti.

 

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