Il Ludovici, Maestro di Lettere e di Filosofia dei novizi Gesuiti che a San Sossio si riposavano nella meditazione e nello studio, descrive, in due elegie, la “salita” alla Chiesa della Madonna di Castello e il viaggio da Napoli a Somma. Il colto poeta gesuita avverte la continuità tra le forme del sacro elaborate dagli abitanti di Ercolano e di Pompei e quelle suggerite ai Vesuviani del suo tempo dal “ terrore del Vesuvio”.
Domenico Ludovici nacque il 18 dicembre del 1676 a Termini, “villaggio” sorto sulle rovine dell’antica Amiterno, a pochi chilometri dall’ Aquila. All’Aquila frequentò la scuola dei Gesuiti, che lo educarono al “bello e al vero” e gli consentirono di distinguersi, tra i giovani, per “il sapere, per la virtù” e per un tenore di vita assai lontano dalla “sfrenatezza e dal brio” dei coetanei. Infine, Domenico decise di farsi gesuita, e non lo distolse dal suo amore per “l’abito della Compagnia di Gesù” l’opposizione dei genitori, che avrebbero voluto fare di lui un giurista o un notaio. Il Ludovici morì a Napoli nel 1745, e l’anno dopo vennero pubblicati i suoi carmi, composti in latino: nell’introduzione egli si presenta ai lettori come “istitutor tironum”, Maestro dei novizi, a cui insegnò “le belle lettere e la filosofia”. Trascurò di ricordare gli importanti incarichi – i “gravi offici” – che gli vennero affidati dall’Ordine, e di cui ci hanno lasciato notizia gli storici della Compagnia. Come Maestro dei novizi, egli si recò ogni anno, e per lunghi periodi, nella masseria che i Gesuiti possedevano a Somma, a San Sossio, dove “venivano a rilassarsi – scrisse Raffaele D’Avino- durante le interruzioni dei loro infaticabili studi e delle loro ininterrotte applicazioni”. E’ probabile che a San Sossio andassero a meditare anche i novizi in crisi di vocazione, e che al Ludovici venisse affidato il compito di assisterli e di guidarli: è certo che il Maestro considerava importante la “salita” “ad Beatae Virginis aedem, quae a Castello dicitur, in clivo Summani montis positam, quo juniores nostri adire solent: alla Chiesa della Beata Vergine, che prende il nome dal Castello, posta sul pendio del Monte Somma, dove i nostri novizi sono soliti recarsi”.
In un carme il Ludovici fornisce indicazioni ai giovani pellegrini: la “salita” verso la chiesa è lunga e dura, ma l’entusiasmo non fa sentire la fatica, “nil grave sentit amor”, l’amore non avverte nessun peso. Non appena arrivi alla meta, devi inginocchiati davanti all’edicola della Madonna, devi venerare Dio che si manifesta in quel luogo, “Deum praesentem”, e uscirai dalla chiesa solo quando il sacerdote annunzierà che il rito della messa è concluso. Solo allora ti sarà consentito di placare “latrantem stomachum”, i latrati dello stomaco, con il cibo che ti offre la ricca mensa: “caseus est illic, tuceta, tomacula, pernae, / pomaque quae Cereri consociare iuvet”: cacio, salsicce lunghe e corte, prosciutti e pomi che è piacevole mangiare con il pane”. Ma non bisogna esagerare, dice il Maestro Ludovici, che si veste anche da dietologo: la fame mattutina deve essere saziata con pochi cibi. E’ molto meglio “pascere” gli occhi con lo splendido spettacolo del paesaggio: si apre allo sguardo la meraviglia della pianura campana, che gli abitanti del luogo chiamano Terra di Lavoro, “agros Laborinos”. E il Maestro dice ai novizi che “da lassù” vedranno i vigneti di Nola, e le messi lungo la strada che porta a Capua, e poi, di lato il Vesuvio, e li sollecita a notare come il tutto sia simile a un meraviglioso teatro naturale: da qui capirete perché, secondo gli antichi, Cerere e Bacco si siano contesi il dominio del territorio, e per quali ragioni anche i re Aragonesi abbiano amato San Sossio e la Montagna della Madonna di Castello.
In un’altra elegia Ludovici dice a un suo allievo, che si accinge a partire per Somma, dove trascorrerà una settimana di “ferie di settembre”, che in tutto il territorio si “respirano” i valori del sacro:” e perciò fermati al Santuario di Madonna dell’Arco: se non lo fai, ti macchi di un grave peccato. Le innumerevoli tavolette votive appese alle pareti del Santuario ti faranno capire subito quanti e quali siano stati i miracoli della “Grande Madre”: e da lì partirai con animo rasserenato alla volta della città di Somma, attraverso la fiorente campagna che apparve dolce anche a Ottaviano Augusto.”.
Nel latino e nelle immagini di Ludovici si coglie quel sentimento della continuità del “sacro” che l’eruzione del 1631 svelò in tutta la sua misteriosa bellezza, spingendo i Vesuviani a chiedere la protezione della “Magna Mater”, della Madre venerata a Madonna dell’Arco, a Somma, a Ottajano, e a dedicarLe riti molto simili a quelli che gli abitanti di Pompei e di Ercolano avevano consacrato a Proserpina e a Iside.
Sarebbe bello raccontare “il viaggio” verso i Santuari della Madonna Nera che presidiano “il Vesuvio al di qua”, e descrivere i riti delle folle di fedeli che nei secoli hanno percorso quelle strade, e lo stupore dei forestieri, degli scrittori, dei pittori, capaci, scrisse Karl August Mayer, di vedere e di “sentire” “l’antico” che il tempo presente conserva gelosamente.








