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La dimostrazione “non-profit” che le collettività rurali sono mutuatari sicuri e redditizi.

Due sono gli aspetti della crisi su cui oggi vogliamo porre la nostra attenzione. Il primo è il problema del razionamento del credito, che la crisi ha fatto salire a galla. Il secondo è l’esigenza di far ripartire l’economia italiana, date le caratteristiche del nostro Paese, dall’agricoltura e dalla valorizzazione del settore primario. Vi proponiamo allora un articolo del “The Economist” sul microcredito a collettività rurali.

“Il caffè è il nostro lasciapassare” scherza Willi Foote, fondatore di Root Capital (un fondo di investimento sociale non-profit). “Poi passiamo a cose più pesanti, come il cacao, anacardi, quinoa e sorgo.” È così che l’impresa ha cominciato nel 1999, dopo che Mr Foote lasciò il suo lavoro come analista di Wall Street, prestando $73.000 ad una cooperativa di caffè in Guatemala. Da quel momento si è espanso in 25 paesi tra America Latina ed Africa ed aprì un negozio in Indonesia con un prestito di $550.000 ad una cooperativa di caffè organico.

L’attività di Root è prestare a proprietari di piccole aziende agricole in paesi poveri. In tutto il mondo sono stimate a 450milioni queste piccole proprietà che forniscono un reddito di sussistenza per più di due miliardi di persone, tra le più povere del pianeta. La finanza tradizionale li ha completamente ignorati. Queste attività, queste persone, affrontano molteplici difficoltà, dalla poca qualità dei terreni, alla carenza di infrastrutture per raggiungere i mercati di collocamento e la costante minaccia di essere spazzati via da condizioni metereologiche estreme. La mancanza di accesso al credito, per il capitale circolante e per gli investimenti, rende una situazione già brutta, anche peggiore.

Squadre di microcredito, che si occupano di piccoli prestiti di decine o centinaia di dollari, hanno dimostrato che i più poveri dei poveri possono prendere a prestito in maniera responsabile. Root e pochi altri istituti di credito specializzati stanno mostrando che lo stesso vale anche per prestiti più grandi, a gruppi di agricoltori. L’azienda dice che meno del 3% dei suoi crediti non va a buon fine, un tasso di fallimento che sarebbe impressionante persino tra clienti più ricchi. I prestiti, che vengono concessi con consigli e formazione gratuite su come impiegare i soldi, aiutano gli agricoltori ad aumentare la loro produttività ed anche a spingere i guadagni. Inoltre i soldi tutelano gli agricoltori dallo svendere le loro merci al primo compratore disponibile.

Più della metà dei mutuatari di Root, dopo aver ricevuto il prestito, vedono i loro profitti aumentare almeno del 20% annuo, tasso che supera il 50% per un terzo degli stessi. La società di Foote è cresciuta velocemente, specialmente da quando ha rinforzato il numero di uffici nei paesi poveri. La sua offerta di credito e consigli tecnici è diretta a 550 “clienti”, la cui maggior parte sono cooperative che aggregano i raccolti di piccoli proprietari. Nel mese di febbraio il suo portafoglio di prestiti ha raggiunto 100 milioni di dollari per la prima volta. Entro la fine dell’anno il totale cumulativo dei prestiti, dal 1999, dovrebbe arrivare ad un miliardo di dollari.

Fino ad oggi Root ha giovato del crescente entusiasmo per la sostenibilità e i prodotti biologici, tra i consumatori dei paesi ricchi del mondo. Ora che Root ha dimostrato che il business funziona e può crescere, lui crede che anche investitori privati ne saranno attratti. La maggior parte dei crediti di Root di $350.000 o più (circa il 25% del suo portafoglio) sono profittevoli ad un tasso di interesse minore del 13% annuo (più basso di quello tipicamente fissato da chi elargisce microcrediti). Root non intende seguire il sentiero percorso dai pionieri del microcredito come BancoCompartamos in Messico, che ha abbracciato l’idea dei profitti. Mr Foote crede che il suo lavoro sia seminare il mercato, lasciando agli altri mietere il raccolto.