Un gruppo criminale giunto ormai alla terza generazione, capace di muoversi tra affari, appalti, scommesse clandestine e perfino pressioni su ambienti ecclesiastici. È il quadro che emerge dalla vasta inchiesta che ha colpito il clan Russo, nella quale compare anche uno dei giovani eredi della famiglia, Michele Russo (classe 1981), laureato in ingegneria presso un ateneo telematico e formalmente impiegato in uno studio di consulenza che secondo gli investigatori fungeva da copertura per le operazioni del gruppo.
L’indagine, coordinata dai pm Henry John Woodcock e Vincenzo Toscano, con la supervisione dell’aggiunto Sergio Ferrigno e del procuratore Nicola Gratteri, ha portato all’arresto di 44 persone: 34 finite in carcere e altre 10 poste ai domiciliari. Un ruolo determinante lo ha avuto una microspia installata in un ufficio tecnico utilizzato – secondo gli atti – come punto di raccordo degli affari dei boss.
Non soltanto appalti e consulenze: uno dei nuclei dell’inchiesta riguarda un accordo tra i Russo e il clan Licciardi di Secondigliano per la gestione di piattaforme estere di gioco clandestino, prive di autorizzazione e dunque sottratte al fisco.
Tra le contestazioni spunta anche il presunto patto politico-mafioso. Soldi, favori e pacchetti di voti in cambio di sostegno elettorale. Nel provvedimento del gip Iaselli vengono citati il sindaco di Cicciano Giuseppe Caccavale e il candidato sindaco di Casamarciano Andrea Manzi, entrambi non indagati per reati gravi ma coinvolti nelle intercettazioni. Per Caccavale, il giudice rileva che non ci sono «elementi univoci» sulla sua partecipazione a un accordo con il clan.
A Casamarciano, invece, gli investigatori ritengono che siano circolati soldi: «Vi siete presi 20mila euro…», dice Manzi in un’intercettazione; «No, sono 18 e 500…», ribatte l’interlocutore. E ancora, l’amarezza di Giuseppe Stefanile: «I soldi sono stati cacciati, ma i voti dove stanno?».
L’inchiesta tocca anche la Curia: pressioni, minacce e tentativi di condizionamento per l’acquisto di un terreno a Palma Campania. Solo una dirigente dell’ufficio tecnico di Nola ha avuto il coraggio di opporsi, l’unica – spiegano i carabinieri – «in un contesto silenzio e paura».


