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San Giuseppe Vesuviano, l’artista Luigi Franzese attira l’attenzione della stampa Tedesca e Svizzera

La stampa d’oltralpe cita Franzese in un reportage sul Vesuvio, essendo egli l’artista che ha fuso arte e scienza con riferimenti proprio al Vesuvio.

 

L’arte di Luigi Franzese è ben conosciuta all’estero, ma questa volta la stampa d’oltralpe, in questo caso quella tedesca e quella svizzera, cita il sangiuseppese in un reportage sul Vesuvio, essendo egli l’artista che ha fuso arte e scienza con riferimenti proprio al Vesuvio.

Il quotidiano monegasco, Suddeutsche Zeitung, tra i più diffusi in Germania, e il primo giornale svizzero Tages-Angelger-samstang fanno di più, aprono l’attacco del pezzo proprio con l’artista vesuviano la cui opera è “indissolubilmente legata al vulcano quale espressione più prossima alle origini della materia”. Così Oliver Meiler è volato fino alle pendici della montagna infuocata e a San Giuseppe Vesuviano ha voluto incontrare Luigi Franzese. L’articolo trae spunto proprio dall’opera dell’artista per introdurre il rapporto che gli abitanti di questa terra hanno con lo “sterminator Vesevo”. Il giornalista definisce Franzese “il poeta della montagna che dipinge il Vesuvio e filosofeggia su di Lui” perchè  il Vesuvio se lo porta dentro e quando ne parla – scrive Mailer- “lo chiama Lui, come se fosse una persona che agisce, opera e pensa, e si poggia la mano destra sul cuore”. Poesia e pathos, tutto qua, spiega ancora il giornalista Oliver Mailer e sottolinea che Franzese definisce il Vesuvio un signore della natura, un gentleman che ti porge un saluto di congedo prima di esplodere, ti da il tempo di fuggire, al contrario un terremoto, che arriva come un ladro e ti sorprende nel sonno inaspettatamente. All’ennesima domanda Franzese evidenzia che chi non ha il Vesuvio ha l’alluvione, ha il terremoto ed altre calamità e che, pertanto, ciascuno deve imparare a convivere con la propria potenziale disgrazia; lui ha il Vesuvio scrive Mailer: una casualità, un incidente…

Mailer è rimasto affascinato dall’arte dell’artista sangiuseppese tanto che ha voluto osservare dal vivo la sua opera dedicata ai Magistrati Borsellino e Falcone collocata sul territorio comunale.

Luigi Franzese è un artista affascinato dalla materia e ha scelto proprio la materia  come maestro: infatti, già molti anni fa scriveva “essere un discepolo della materia è essere qualcosa in più di un allievo di un grande maestro”. La sua arte è stata ammirata da critici e storici dell’arte di grande valore tra i quali Giulio Carlo Argan, Filberto Menna, Maurizio Calvesi, Franco Solmi, Gino Grassi, Gerardo Pedicini e molti altri ancora, nonché da studiosi della materia come Vincenzo Ferrara.

 

Luigi Franzese nasce a San Giuseppe Vesuviano nell’anno 1952. Le sue doti artistiche vengono subito intuite dai genitori e successivamente evidenziate dai suoi insegnanti che scrivono della sua bravura nel disegno e in artistica e gli consigliano di proseguire gli studi presso gli istituti d’Arte. Franzese intraprende così la formazione artistica e subito dimostra di avere una grande sensibilità per l’Arte e una indubbia creatività. Conclude gli studi conseguendo l’abilitazione all’Insegnamento di materie artistiche.

Partito con opere figurative di grande valore artistico, culturale e tecnico e dopo esperienze surreali – espressioniste, risalenti ai primi anni di frequenza della scuola d’arte, giunge ad un tipo di investigazione post – informale – espressionista che rimette in gioco tutte le sue esperienze, oggettive e memoriali, per approdare poi, alla fine degli anni ‘70, a ricerche neo – nucleari – concettuali. Nell’anno 1980 tiene la sua prima importante mostra personale a Napoli dal titolo “Annullamento dei piani come superfici. Si trattava di un interessante discorso sulla spazialità dell’opera d’arte che oltrepassando lo specifico del quadro sconfinava nella scultura e perfino nell’architettura senza trascurare la pittura: Gino Grassi nel presentare la mostra scriveva “Franzese dimostra che sulle falde del Vesuvio sta nascendo una nuova maniera di fare Arte” e nel 1983 l’artista viene segnalato alla Giorgio Mondadori e Associati Editori quale giovane emergente. Nell’anno 1990 viene allestita, nei locali del Castello Cinquecentesco de L’Aquila e con il patrocinio della Soprintendenza per i Beni Ambientali Architettonici Artistici e Storici per l’Abruzzo, la mostra monografica “il silenzio della materia”: una mostra personale di così rara e complessa bellezza che Raffaello Biordi definisce Franzese “novatore di grande interesse degli ultimi 150 anni”.

Luigi Franzese lavora intensamente per approfondire sempre di più la sua singolare e interessante ricerca artistica (e numerose sono le mostre personali allestite) e nell’anno 2010 negli spazi del Museo Civico di Castelnuovo di Napoli viene organizzata, con il Patrocinio del Comune di Napoli, della Regione Campania e del Parco Nazionale del Vesuvio, una importante e singolare mostra antologica riferita a 30 anni di ricerca artistica dal titolo “del vesuvio franzese”: una preziosa esposizione dall’inedito allestimento e dall’immenso valore culturale testimoniato da tanti interventi significativi tra i quali quelli di Giuseppe Cantillo, Guido D’Agostino, Vito Maggio, G. Battista Nazzaro, Antonella Nigro, Gerardo Pedicini, Salvatore Violante ed altri ancora.

Nel fare pittura Franzese consoliderà sempre di più la saldatura tra l’investigazione soggettiva e le emozioni offerte dalla materia -natura, origine e finalità del tutto. Egli arriva così ad espressioni artistiche che comprendono tutte le emozioni dell’uomo: dal primitivo gesto istintivo – carico di emozione- alla moderna spazialità astratta, e quindi arriva all’universalità dell’arte. E durante il serio e complesso percorso artistico egli ha avvertito continuamente la crisi dell’arte e il disordine ad essa connesso; infatti già nel 1980 scrive: “Qualche anno fa definivo la mia pittura il punto zero delle cose e della materia, da cui si parte per arrivare ad un altro punto zero e così via: i nuovi spazi e i nuovi tempi che si creano durante i percorsi eterni della materia. Sono contento per aver trovato un punto di arrivo e di partenza che, come uomo e come artista, da tempo cercavo nelle nebbie dell’arte contemporanea”. “Solo dipingendo si può fare pittura, il resto sono solo parole”. Di lui hanno scritto storici e critici d’arte di chiara fama. Giulio Carlo Argan ha ammirato la finezza e la preziosità della sua arte; Filiberto Menna ha sottolineato l’indubbia maturità e il contributo tutto particolare arrecato nel contesto di un ritorno della pittura; Franco Solmi ha evidenziato le ragioni della propria desiderante, ambigua modernità.

(a cura di Leonida Ambrosio)

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