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Nella seconda metà dell’Ottocento, mentre la camorra “alta” del Vesuviano si interessa di appalti e di imprese commerciali, la camorra “bassa” si serve anche di “assistiti” e di cabalisti per organizzare truffe e per avere notizie precise sui patrimoni della ricca borghesia. Il magnetismo del Vesuvio e la cultura “nera”. Le “imprese” di Antonio Cirillo e di Carmelo Alta.

 

Come si sa, i più noti studiosi della camorra dell’Ottocento parlano solo della camorra napoletana, e a partire dal 1870, di quella di Terra di Lavoro: nulla, o quasi, dicono della camorra vesuviana, limitandosi a registrare omicidi, grassazioni, rapine e atti di concussione come “imprese” della delinquenza comune. Purtroppo, le cose non stanno così: i documenti dimostrano che già negli ultimi anni del ‘700, nel Vesuviano e nel Nolano, operavano gruppi criminali ben organizzati e dotati di una “cultura” del delitto che potremmo chiamare camorristica. Dopo il 1830 in questo vasto e ricco territorio mettono radici una camorra “bassa”, che controlla il gioco, la prostituzione, i piccoli traffici, e una camorra “alta”, che, anticipando i tempi della storia, mette le mani sugli appalti, sui dazi comunali, sull’usura, sulle imprese commerciali. E sulle terre demaniali.

Nel mettere ordine tra le carte che negli anni ho raccolto sul tema – è forse venuto il momento di cavarne un libro – mi sono imbattuto in un personaggio da romanzo, Antonio Cirillo, di anni 32, di Cava dei Tirreni, “cabalista e spiritista” a cui Giovanni Perna, “capo dei camorristi” di Resina, chiede di venire a svolgere la sua attività nel territorio vesuviano, di “disporsi a servizio” di proprietari e di ricchi negozianti, tutti desiderosi di conoscere il loro futuro, di carpire alla loro ansia utili informazioni, e di passarle all’organizzazione criminale. Non c’è da meravigliarsi. Il territorio tra Sant’ Anastasia, Portici e Volla è da sempre sensibile al ruolo di maghi e fattucchiere, e l’interesse diventa più vario e più intenso sul finire del sec. XIX, quando perfino qualcuno che si vanta di essere uno “scienziato” costruisce fantasiosi nessi tra magnetismo del Vesuvio e doti sovrannaturali di persone particolari. Nelle trappole cabalistiche e nei giochi dello spiritismo di Cirillo cadono gli “industrianti” di Resina Francesco Formisano, Carlo Di Gaetano, detto “Pollone”, Andrea Ascione, il “fabbricante di nastri” Pietrantonio Fiengo e il sensale Aniello, di cui i documenti registrano non il cognome, ma il significativo soprannome, “scannapecore”. “I gonzi”, così il registro della polizia di Sant’ Anastasia classifica le vittime del raggiro, danno al Cirillo una “vasta casa” a Resina, in via San Vito, prossima alla masseria di Formisano, gli forniscono danaro, gli aprono il conto presso il caffè di Pasquale Chiacchio, sempre a Resina, e mettono a sua disposizione persino una prostituta napoletana, Filomena, “protetta” da Giovanni D’ Andrea, di Sant’ Anastasia, camorrista di spicco del clan Perna. L’ultimo “gonzo” a cadere nella rete, Gioacchino Vitolo, di Pollena, “mercante di animali”, è quello che toglie il coperchio alla pentola. Egli, come tutti gli altri, comunica allo spiritista tutti i dati dei suoi affari, per avere da lui lumi profetici: ma nota, quasi subito, che tutti questi dati e, in particolare, le cifre dei guadagni che egli ricava dalla vendita di vitelli al mercato di Nola e di Giugliano sono noti a Giovanni Vitale, anastasiano, che è il cassiere del clan Perna e che gli chiede “la pila”, la tangente, su ogni affare. Il Vitolo parla con i carabinieri di Sant’ Anastasia e con la Questura di Napoli, e la “rete” viene fatta rapidamente a pezzi.

Nel febbraio del 1908 due camorristi di contrada Lagno di Ponticelli, Pasquale Aurino, “soggetto pessimo e pernicioso sotto ogni dire” e Camillo Lopez, un camorrista da salotto, avendo saputo che Maria Riccardi, una signora assai ricca, è persuasa che nella sua vasta masseria sia nascosto un tesoro, le presentano un “assistito” napoletano, Carmelo Alta, che – i due lo garantiscono – è capace di evocare  i morti anche in pieno giorno. E’ necessario però che la signora non parli a nessuno di quello che Carmelo dirà e farà: la signora giura, e mentre si intrattiene con l’”assistito”, i due vanno a “trafficare” in un angolo della masseria.  Proprio in questo angolo, una settimana dopo, Carmelo Alta conduce la Riccardi, la invita a pregare fissando il fondo di un bicchiere, e poi, dopo aver a lungo meditato pronunciando parole incomprensibili, le ordina di scavare presso le radici di una vite. Dallo scavo esce una  pergamena su cui sta scritto – è l’Alta che legge e interpreta – che chi ha scavato troverà un tesoro “immenso”, ma solo dopo aver mandato a una chiesa di Roma i soldi per far celebrare cinquanta messe e una collana di “pietre e di argento” per la Madonna delle Grazie, che in quella chiesa si venera. La signora dà ai tre un acconto di 150 lire e la collana, ma viola il giuramento fatto all’ “assistito” e parla con il figlio dell’ “affare” in cui è coinvolta. La Questura di Napoli, immediatamente informata, arresta i due camorristi e l’”assistito”, e, ad essi, concluse le indagini, vengono addebitate altre cinque truffe, condotte “in simile modo”. L’anno dopo Camillo Lopez viene accoltellato nel carcere di Salerno, mentre nel 1920 un Pasquale Aurino è coinvolto in un traffico d’armi gestito dalla “camorra del porto di Torre Annunziata”.