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Quando iniziò la “divaricazione” tra Nord e Sud? La discutibile tesi del presidente della Regione Veneto

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In una  lettera aperta alla “eroica gente del nostro Sud” l’on. Zaia, presidente della Regione Veneto, scrive che la “divaricazione” tra Nord e Sud divenne profonda dopo la  Seconda Guerra Mondiale. In realtà  il “distacco” si delineò con evidenza“ tra il 1865 e il 1875: lo resero ancora più grave i programmi dei primi due governi Depretis, e, in particolare, il protezionismo e il trasformismo. Il trasformismo privò il Sud della sua classe dirigente, e lo ridusse a “area dipendente” dal Nord, a “mercato coloniale” interno. Lo dimostra lo sviluppo squilibrato della rete ferroviaria. Le analisi di Rosario Romeo e di Giuseppe Galasso sono ancora valide.

 

“Quanno ‘o diavolo t’accarezza vo’ ll’anima” è una massima napoletana che traduce il latino “timeo Danaos et dona ferentes “, “Ho paura dei Greci anche quando portano doni”. L’on. Luca Zaia, a cui sta a cuore sopra ogni cosa che si realizzi l’autonomia della sua regione, il 17 gennaio ha scritto alla “eroica gente del nostro Sud” una lettera infarcita di crema e di miele, in cui sostiene che l’autonomia porta ricchezza a tutte le regioni e dice che la “divaricazione” tra Nord e Sud divenne profonda nel secondo dopoguerra. I veri  colpevoli sarebbero stati, dunque, i primi governi dell’Italia repubblicana, in cui, guarda un po’,  uomini del Sud occupavano posti di rilievo. Ma le cose non stanno così. Ripeto, in premessa, che a parer mio i Piemontesi di Vittorio Emanuele II vennero nel Sud con il piglio e le idee dei conquistatori: ma mi chiedo, ancora una volta, cosa induca studiosi che hanno letto non solo i libri, ma anche le carte degli archivi, a rimpiangere i Borbone, e cioè i colpevoli primi delle due “debolezze” fondamentali della società meridionale: l’inconsistenza della politica degli investimenti strutturali e l’analfabetismo sistematico. Ritornati sul trono dopo il Congresso di Vienna, i Borbone non vollero che si costituisse una solida classe borghese: Metternich lo scrisse al suo amico Luigi de’ Medici, che la dinastia sarebbe morta per un “vizio” dei suoi ultimi rappresentanti: la paura della borghesia. E così fu.

Tra gli indici dei valori economici e sociali del Sud e quelli del Nord la “divaricazione” si fece netta e profonda tra il 1865 e il 1890, per una serie di ragioni che vennero esaminate da Rosario Romeo e da Giuseppe Galasso e che restano ancora sostanzialmente valide. In quel periodo si avvia, in Europa, la seconda industrializzazione, si modifica il rapporto tra banche e industrie, la Germania, nata nel 1871 dopo la vittoria della Prussia contro i Francesi, diventa rapidamente un “Machtstaat”, uno “Stato potente”, in cui la popolazione cresce di anno in anno, ininterrottamente, fino al 1914. Tutti questi elementi fanno sì che l’Europa si divida in due parti lungo una linea che congiunge idealmente Stoccolma, Danzica, Trieste, Firenze e Barcellona: la parte settentrionale, “l’Europa interna”, già largamente industrializzata, è pronta per importanti investimenti e si appresta a diventare “sistema” creando, per esempio, una rete tra le fabbriche della Baviera e quelle della Lombardia.  L’”Europa esterna” ha un’economia prevalentemente agricola, che poggia su strutture in molti casi antiquate.  Lo sviluppo della rete ferroviaria fornisce la misura più concreta della “divaricazione”. Scrive Guido Pescosolido che nel decennio 1870-1880 nel Mezzogiorno vengono costruiti 3838 km. di ferrovie, e nel Centro-Nord 5744: ne consegue che, mentre nel 1861 la rete ferroviaria del Centro-Nord“era di 2152 km. più estesa di quella del Sud, nel1886 lo era di 4.058 km.”. Ma la vera “divaricazione” sta nel modello di costruzione della rete. La rete ferroviaria del Centro-Nord è a maglia, le linee orizzontali si intrecciano con quelle verticali, mentre al Sud “ si dà priorità alle linee verticali, con poche eccezioni, come la Reggio Calabria – Taranto e la Napoli- Foggia”. Di conseguenza, vengono garantiti i collegamenti Nord – Sud, ma risultano gravemente trascurati quelli tra le regioni del Sud, e, all’interno della stessa regione, i servizi ferroviari tra i capoluoghi di provincia, e tra questi e i Comuni dall’economia più sviluppata: grave è il danno per i mercati locali e per le manifatture, e insuperabile appare l’impedimento per chi voglia investire nell’ Irpinia, nel Cilento, nel Salento, nell’interno della Calabria e della Sicilia. Il Sud paga ancora oggi gli errori di quel progetto.

Ma l’accelerazione più forte alla “divaricazione” viene impressa dalla miscela tra protezionismo e “trasformismo” che Depretis propina alla classe dirigente del Paese. Secondo Antonio Mutti, studioso dei modelli del sottosviluppo, la borghesia agraria meridionale, viene costretta – anzi, si fa costringere: anche il Sud ha le sue colpe – ad accettare il protezionismo dalla speranza di salvare il suo ruolo sociale, e troppo tardi capisce che questa scelta è un suicidio politico: il Mezzogiorno perde la sua classe dirigente ed è condannato a integrarsi nell’economia nazionale come “area di sviluppo dipendente”, come mercato “coloniale” interno sussidiario, come riserva di quelle forze di lavoro “a basso costo” che verranno usate – ha scritto Giuseppe Galasso- per rendere più agevole l’integrazione dell’economia italiana con alcuni settori del capitalismo mondiale. La società civile meridionale si distacca realmente dal resto del Paese e perciò viene asservita ai sottosistemi del potere locale – potere politico e potere criminale -:  è salda la convinzione della classe dirigente del Paese ( da Sella a Depretis) che il sistema industriale e sociale del Nord può essere consolidato e migliorato solo se il Sud resta ancorato a questo ruolo di area marginale, di “colonia” interna. Lombroso e i Lombrosiani provvederanno a costruire una “scienza” (??) che scarichi l’intera colpa di questo colossale “esproprio” sulle debolezze ereditarie dei meridionali.

La crisi agraria, che dominò il decennio tra il 1880-1890, diede il colpo di grazia alla borghesia agraria e ai contadini del Sud: il grano americano, coltivato nelle immense pianure del West e trasportato in Europa a costi di anno in anno sempre più bassi, conquistò tutti i mercati italiani, e innescò una trasformazione epocale dell’agricoltura meridionale: una trasformazione che i contadini del Sud pagarono con le loro lacrime e il loro sangue. Lo spiegò, nel 1909, l’inchiesta parlamentare sulle condizioni di vita dei contadini nelle province meridionali.

E poi venne la Prima Guerra Mondiale, e vennero le politiche economiche di Mussolini, che guardarono verso il Nord con occhio assai rispettoso. Ma di questo parleremo in un altro articolo.