In memoria di Antonio Portolano, che negli anni ’60 tenne la cattedra di Latino e Greco al Liceo Classico “A.Diaz” di Ottaviano e con i suoi colleghi, Sorrentino, Correale, Appierto, Angrisani, fece sì che gli allievi costruissero un metodo di interpretazione della realtà fondato sulla capacità di connettere i livelli di lettura. Molti di quegli alunni divennero avvocati, medici, ingegneri e fisici di gran nome.
“Quando scenderò nei Campi Elisi – diceva – cercherò Orazio, lo troverò e gli domanderò cosa pensa veramente dell’arte del suo amico Virgilio.” E poiché era un uomo di parola, sono certo che Antonio Portolano, che mercoledì gli dei hanno liberato dalla pena di vivere una vita in cui si era spenta la luce dell’ironia, già si aggira per i prati dei Campi Elisi e chiede di Orazio. Ammirava Virgilio e Omero, ma amava Orazio, Marziale, Sofocle, Tucidide e Aristofane. A noi, che fummo suoi alunni al Liceo “A.Diaz” nella prima metà degli anni ’60, mostrò, nei classici latini e greci, una galleria di personaggi “eterni”: “maschere” che incontriamo non solo nella letteratura dei secoli successivi, ma anche per strada: li riconosci subito, anche se hanno cambiato abbigliamento e pettinatura, e smaltano di pomata le rughe.
Quando parlava di Demostene e di Iperide, il Maestro ci guidava con fermezza e con abilità attraverso i sentieri difficili e affascinanti di argomenti dal vasto orizzonte: la potenza della parola con cui l’oratore può incantare il pubblico, orientandone pensieri e emozioni, e può demolire, sgretolare l’avversario; la luminosa fragilità della democrazia ateniese, e della democrazia in genere; il mistero della grandezza e della miseria degli uomini. E, partito dal Greco e dal Latino, arrivava per gradi ai temi della civiltà rinascimentale, del Barocco e della Bellezza neoclassica: ci parlò di Karl Rosenkrantz e della sua “Estetica del Brutto” molti anni prima che il libro di Eco ne divulgasse i concetti anche presso il grande pubblico. Portolano amava la “napoletanità”: era cresciuto nel quartiere Sanità, e pronunciava le parole del dialetto con un timbro largo, la cui studiata lentezza, che infine si affilava nella punta dell’ironia implacabile, era accentuata dall’ immancabile sigaretta spenta incollata sul labbro inferiore. Parlava spesso di Scarpetta e di Viviani: “io potrò dire ai miei nipoti che ho avuto il privilegio di vedere, a teatro, Totò nella parte del “turco napoletano”, e di assistere alle convulsioni degli spettatori che il ridere soffocava fino allo svenimento.” Nessuno dei suoi alunni ha dimenticato le lezioni che egli tenne sul colloquio tra Ulisse e l’”ombra” di Achille, su Scipione Emiliano che piange alla vista delle fiamme che divorano Cartagine, sul drammatico colloquio tra Edipo e Tiresia, sull’ “inno a Venere” di Lucrezio.
Il Maestro dedicò a Marziale molte lezioni: lo affascinava, credo per un sentimento di affinità, quella sua ironia, che non si colora mai di moralismo, e dunque non diventa mai satira, perché, diceva, Marziale è uno che si guarda allo specchio, e, come tutti i grandi, prima di ridere degli altri, ride di sé stesso. Non poteva fare satira, Marziale, perché per tutti gli anni vissuti a Roma aveva fatto il “cliens”, aveva bussato ogni giorno alle porte dei potenti chiedendo la “sportula” quotidiana, “’o canisto pe’ campà’”. Marziale possedeva il senso del limite e conosceva il valore della misura. L’ironia diventava sarcasmo solo contro un potente, Fabiano, che pretendeva che Marziale, dopo trenta anni di onorato servizio di “cliens”, continuasse a portargli il saluto, ogni mattina, anche nei giorni di freddo polare, che si trascinasse in mezzo al fango dietro la sua lettiga, che lo accompagnasse, nel pomeriggio, alle terme. Fabiano era il perfetto modello di quei ricchi, di quei Trimalchioni, che erano, e che sono, oggi più di prima, a tal punto accecati dall’argento dei loro forzieri da sentirsi padroni del mondo, da perdere del tutto il “modus”, quel senso della misura che è, a ben vedere, un motivo guida della poesia di Orazio e degli epigrammi di Marziale. E la parola “misura” indicò il tema dominante del magistero di Antonio Portolano, di Raffaele Sorrentino, che insegnava Italiano e ci fece leggere Guicciardini e i “Pensieri” di Leopardi, di Elda Appierto, che insegnava filosofia e dedicava puntuali lezioni a Parmenide, a Eraclito, a Bruno, a Vico, ma non amava i sofisti; di Gennaro Correale, geniale Maestro di matematica e fisica; di Guido Angrisani, che per spiegarci i Macchiaioli, partì dalla “novità” di alcune liriche carducciane e dalla qualità della luce toscana, e che ci parlò a lungo della Scuola di Posillipo, a cui i libri di testo di allora e di oggi dedicavano e dedicano magri capitoletti.
Durante i primi anni universitari pensai talvolta che quei docenti ci avessero proposto un metodo di lettura del mondo che forse era troppo “segnato”, non dico dal pessimismo, ma da una vena di scetticismo. Poi vidi che non era così: perché dalle classi di quei docenti, da quel Liceo che era solo Classico e non aveva le “curvature” che oggi hanno i Licei “uscivano” medici, architetti, avvocati, ingegneri e fisici di gran nome, tutti capaci di sognare e di realizzare i loro sogni, e quasi tutti appartenenti a famiglie della piccola e della media borghesia.
Saluto Antonio Portolano ricordando l’epigramma dedicato da Marziale ad Antonio Primo che, ormai vecchio, guarda con serenità agli anni trascorsi, ai momenti che nessuno gli può più sottrarre: egli non ha paura della morte, perché non c’è giorno del suo passato di cui non voglia ricordarsi.
“Ripercorrere con soddisfazione la vita già vissuta è come vivere due volte.”.
Grazie, Maestro.






