E’ di questi giorni, ancora una volta, la polemica in occasione del Natale. Presepe sì, presepe no. Simboli cristiani sì o rispetto di altre religioni? Vescovi e preti che, in nome di una tolleranza religiosa non celebrano la S. Messa in Istituti confessionali e dicono no ai presepi nelle scuole. Sono scesi in campo, in questa vicenda, anche (come sono stati definiti da qualche giornale) gli “arruffapopolo di turno” che hanno usato il Natale per farsi la solita campagna elettorale. Poi sono intervenuti anche gli “atei devoti”, i quali, fregandosene della fede e della vita cristiana, hanno addirittura (da stonati) cantato davanti alle telecamere il “Tu scendi dalle stelle” e l’ “Adeste fideles”. Canti del popolo.
Ma non da manipolare a proprio compiacimento. Mi chiedo che esempio stiamo dando, noi adulti, ai nostri ragazzi. Cosa devono pensare? Quale educazione stiamo loro trasmettendo? Dopo lo spettacolo triste e mediocre del presepe negato o proibito, dei canti di Natale oscurati a scuola per una maldestra idea di rispetto o di par condicio, non poteva mancare il fenomeno opposto: il presepe imposto, eretto e brandito come una spada di civiltà, simbolo di salvaguardia delle tradizioni se non addirittura di fierezza occidentale. È amaro avvicinarsi così al Natale. Oggi soprattutto, dopo quello che è successo a Parigi, non abbiamo bisogno di ulteriori terreni di scontro. Questo tempo è già abbastanza avvelenato dall’odio, dal sospetto e dalla paura. In giro si sente davvero la necessità di tornare alla scuola del Bambino di Betlemme, “principe della pace”, ri-scoprendo sempre di più una continua capacità di ascolto e di accoglienza reciproca. Non si devono cancellare le nostre tradizioni (da vivere però nella vera fede) e noi dobbiamo accogliere la diversità. E’ ormai tempo (a mio avviso è già molto tardi!) che ci convinciamo che stiamo vivendo in un mondo che cambia irreversibilmente e che va irrimediabilmente verso la multietnicità, multireligioisità, mobilità continua. Le diversità dobbiamo coglierle e accoglierle come ricchezza, non come limite o motivo di scontro tra civiltà o di religioni.
Sulla vicenda di Rozzano, dove un eccessivo fraintendimento di “becera laicità” ha spinto un dirigente scolastico a cancellare la festa e i canti della tradizione religiosa, abbiamo assistito a dibattitti e letto di tutto sui giornali. Anche , purtroppo, sul seguito inadeguato e sulla abbellita risposta fatta di canti natalizi intonati come cori da stadio e di presepi esposti come simboli di scontro e di battaglia. A tutto questo dobbiamo dire con forza: basta. Ma tutti. Proprio tutti. Noi cristiani e i nostri fratelli di altre religioni. Non è questa la strada da percorrere. Ci porta in un vicolo cieco. In un tunnel senza uscita. Le religioni non vanno usate per offendere o per alzare recinti. La pace, soprattutto nei periodi in cui è rara, non si nutre di derive ideologiche e strumentali, ma di un supplemento di saggezza e intelligenza. Il Natale sta per arrivare. Deponiamo tutti le armi, anche quelle ideologiche, politiche e strumentali. Prepariamoci ad accogliere questa Festa del Bambino, con cuore di bambini.



