La festa dei “Liberalia” nell’antica Roma, e le focacce vedute in strada. Il culto di San Giuseppe a Roma, e il “San Giuseppe frittellaro”, a cui dedicarono poesie Gioacchino Belli e, nel 1950, Checco Durante, la cui poesia- preghiera sembra scritta oggi. La “zeppola bignè” inventata per il giorno di San Giuseppe del 1840 dal più famoso pasticciere di Napoli, Pasquale Pintauro. L’articolo è corredato da una incisione di Bartolomeo Pinelli, “Il friggitore”: ma i colori non credo che siano di Pinelli.
Il 17 marzo, all’inizio della primavera, nell’antica Roma si celebravano i “Liberalia”, la festa in onore di “Liber “ e di “Libera”, divinità italiche della fertilità e da molti considerati italici “doppi” di Dioniso e di Core: Ovidio non aveva dubbi: “Liber” era Dioniso – Bacco. Ma qualche dubbio persiste. Durante quella festa i giovani in età di diventare “viri”, uomini pronti per il matrimonio e per la guerra, indossavano la toga virile, la toga che Cicerone chiama “pura”. E proprio questa cerimonia e la corrispondenza tra “Liber” e “liberi”, i figli dei “cives”, destinati alla vita pubblica, inducono alcuni studiosi a ritenere che tra i “carismi” di Libero ci fosse il “patronato” dell’attività politica: un carisma che certamente non faceva parte del “corredo” di Dioniso. In quel giorno sacro donne mature, coronate di edera, vendevano ai passanti dei “liba” particolari, focacce rituali impastate con il miele: una parte della focaccia venduta veniva bruciata sul fuoco per garantire al cliente la protezione del dio contro gli spiriti maligni. Il giorno dei “Liberalia” era un giorno di festa, di canti e di banchetti: molti Romani pranzavano all’aperto, lungo le strade. Anche questa festa venne adottata dai Cristiani, in una versione “purgata” che tuttavia conservava alcuni segni del rito antico. L’inizio della primavera venne consacrato a Giuseppe, il padre della Sacra Famiglia, e a Roma si conservò l’uso di vendere per strada frittelle, concreto e profumato simbolo di prosperità e di felicità: l’uso venne difeso, diffuso e nobilitato dalla Chiesa di San Giuseppe dei Falegnami al Foro Romano. Era una “ffesta granne” (Gigi Zanazzo), i cui protagonisti erano i “frittellari”, dei friggitori ambulanti che con l’aiuto di grossi pentoloni pieni di olio bollente preparavano, con uova, farina, zucchero e con una “virgola” di crema le “frittelle” di San Giuseppe. Gioacchino Belli dedicò un sonetto a un noto “frittellaro”, Padron Cucchiarella, e nel 1950 Checco Durante in una poesia – preghiera “ A San Giuseppe frittellaro” chiedeva: “ fa che ccalino le tasse / e la luce, er tranve e ‘r gasse;/ che ar telefono er gettone / nun lo mettano un milione”. Era la povertà drammatica del dopoguerra: ma questi versi sembrano scritti oggi: si vede che siamo in guerra, e non ce ne siamo accorti. Napoli dedicò a San Giuseppe e al giorno a Lui sacro un dolce particolare che don Pasquale Pintauro, il re della “sfogliatella”, presentò al pubblico il 18 marzo 1840 e che chiamò “zeppola bigné”, servendosi del nome di un dolce “i cui natali – scrive Nello Oliviero- si disperdono nelle foschie del basso Medio Evo”. La ricetta della “zeppola”, diciamo così, classica era stata già pubblicata dal Crisci, dal Corrado, dal Cavalcanti e dall’anonimo autore di un libro, “La cucina casareccia”, pubblicato a Napoli nel 1802. San Giuseppe fece il miracolo: la “zeppola bignè” riscosse un successo clamoroso e riportò all’antica fama e agli antichi incassi la pasticceria di Don Pasquale, che da anni aveva perso clienti e danaro, a tal punto che Carmela, la moglie di Pintauro, chiedeva con insistenza al marito di cambiare mestiere o di riaprire la trattoria. Tale fu l’entusiasmo suscitato dalla “zeppola bigné” che perfino Ferdinando II si recò nella pasticceria e consegnò a Don Pasquale una decorazione a forma di croce. E si racconta che Don Pasquale, nel ricevere quella “croce”, rivolse uno sguardo alla moglie e dichiarò, a voce alta, “ Maestà, questa è la croce più leggera e piacevole della mia vita”.



